18 aprile 2017

Norma (17) - "Guerra, guerra!"

Scritto da Marisa

“Guerra, strage, sterminio”: sono le prime parole che Norma pronuncia non appena si presenta nella sacra selva al cospetto del popolo riunito per ascoltare il responso divino. Il suo aspetto è terribile e sembra proprio invasata dal Dio che ora si è pronunciato a favore della guerra! Noi sappiamo che il cambiamento non è dovuto ad una reale manifestazione divina, in qualsiasi modo possa essere evocata o intesa (sogno, lancio di dadi o carte, volo di uccelli, lettura di viscere di animali sacrificali...), ma semplicemente dalla rabbia e dal bisogno di vendetta personale di Norma che parlano in sua vece. L'unica che non sembra credere alla possibilità che gli dèi manifestino il loro volere guidando le guerre degli umani (“Dio lo vuole!”) è proprio la sacerdotessa suprema, e questo la porta a manipolare a proprio piacimento i destini di tutto un popolo. Non che Norma non sia religiosa (anche se spergiura e colpevole rispetto alla sua posizione e al suo ruolo), e ne abbiamo avuto la prova nella sublime preghiera che aveva rivolto alla casta dea lunare ("Casta diva"), una delle più belle di ogni tempo, degna di stare alla pari con la preghiera alla Vergine che Dante mette in bocca a San Bernardo nell'ultimo canto del Paradiso (“Vergine Madre...”) e a quella che Lucio, nelle “Metamorfosi” di Apuleio, indirizza alla grande Iside, prototipo di ogni grande dea... La religiosità di Norma è del tutto sganciata dai responsi: si può persino dire che è più libera e pura. E la musica è il veicolo più adatto a tale spiritualità.

Ma ora non è più il tempo per la preghiera; è il tempo per la vendetta e la guerra, e i galli riuniti intorno al loro capo, Oroveso, cominciano già a gridare il loro inno di battaglia. E qui il dolce Bellini sfodera tutta la sua poliedrica abilità nel fornirci uno dei pezzi più forti di incitazione marziale: il suo “Guerra, guerra!” non è da meno rispetto al celebre brano dell'Aida di Verdi, il che è tutto dire... Il canto è tutto intriso di furore bellico e prepara lo scenario per i futuri sacchi di Roma, veri e propri traumi storici che hanno decretato la fine dell'impero e precipitato il mondo civilizzato dell'occidente nei secoli bui del primo Medioevo.

Il sacco di Roma del 410 ad opera del re dei Visigoti, Alarico, segna l'epilogo di un lungo periodo di decadenza e conflitti interni (come Norma presagisce quando avvisa i suoi che Roma cadrà per le sue debolezze e perversità), che vede Roma, con la capitale dell'impero ormai trasferita a Ravenna e mal governata da un imperatore, Onorio, salito al trono ancora bambino e mai emancipatosi dai consiglieri, in balia dei barbari. Il secondo e definitivo scacco all'impero viene effettuato dal re dei Vandali, Genserico, nel 455 (risale a questa impresa, e non all'avanzata di Attila, il tentativo di Papa Leone I di fermare la distruzione della città) e le conseguenze saranno devastanti, tanto che da allora il termine “vandalismo” è sinonimo di distruzione violenta di beni e monumenti civili... I Barbari premono alle porte di Roma, quindi, e se per ora i Galli non riescono nell'impresa, la storia parlerà ancora di loro. Prima o poi i popoli oppressi cercano di liberarsi e, se non sono distrutti completamente, covano propositi di rivincita.

Subito dopo l'annuncio del favore del Dio alla guerra, bisogna celebrare un rito di propiziazione che prevede un sacrificio umano. Abbiamo già detto che nel contesto dei riti celtici i sacrifici umani erano previsti e ritenuti indispensabili per mediare con il soprannaturale, come del resto in quasi tutte le civiltà antiche. Offerte sacrificali si tributano agli dèi sia all'inizio di un'impresa bellica sia alla sua fine, come ringraziamento, oltre ai previsti sacrifici rituali in occasione di feste (inizio anno, funerali solenni...). Ne vediamo testimonianza nel celebre “Bacile di Gundestrup”, dove è riconoscibile un calderone in cui si getta una vittima, ma la modalità più frequente era il rogo. Nel caso di più vittime da sacrificare contemporaneamente, si costruiva una specie di gabbia con vimini intrecciati e vi si chiudevano le vittime da ardere sul fuoco acceso.

Alla domanda sulla vittima di cui Norma non ha ancora rivelato il nome, ella risponde: ”Ella fia pronta. / Non mai l'altar tremendo / Di vittime mancò”. Subito pensiamo che nel suo furore voglia vendicarsi di Adalgisa, che immagina pronta a seguire Pollione a Roma tradendo l'amicizia appena giurata, consegnandola ai sacerdoti per farla immolare. Ma non mancheranno i colpi di scena...

Clicca qui per il testo di "Squilla il bronzo del Dio!" ... "Guerra, guerra!".

(Norma corre all'altare e batte tre volte lo scudo d'Irminsul. Accorrono da varie parti Oroveso, i Druidi, i Bardi e le Ministre. Norma si colloca sull'altare.)

OROVESO E CORO
(di dentro)
Squilla il bronzo del Dio!
Tutti entrano in scena.
Norma! Che fu?
Percosso lo scudo d'Irminsul,
Quali alla terra decreti intima?

NORMA
Guerra, strage, sterminio.

OROVESO E CORO
A noi pur dianzi pace
S'imponea pel tuo labbro!

NORMA
Ed ira adesso,
Stragi, furore e morti.
Il cantico di guerra alzate, o forti.

OROVESO E CORO
Guerra, guerra! Le galliche selve
Quante han quercie producon guerrier:
Qual sul gregge fameliche belve,
Sui Romani van essi a cader!
Sangue, sangue! Le galliche scuri
Fino al tronco bagnate ne son!
Sovra il flutti dei Ligeri impuri
Ei gorgoglia con funebre suon!
Strage, strage, sterminio, vendetta!
Già comincia, si compie, s'affretta.
Come biade da falci mietute
Son di Roma le schiere cadute!
Tronchi i vanni, recisi gli artigli.
Abbattuta ecco l'aquila al suol!
A mirare il trionfo de' figli
Ecco il Dio sovra un raggio di sol!

Clicca qui per il testo del recitativo che segue.

OROVESO
Nè compi il rito, o Norma?
Nè la vittima accenni?

NORMA
Ella fia pronta.
Non mai 'altar tremendo
Di vittime mancò.




Daniela Dessì (Norma)
dir: Evelino Pidò (2008)


Elena Rossi (Norma)
dir: Lu Jia (2014)

15 aprile 2017

Norma (16) - "Ei tornerà"

Scritto da Marisa

Mentre i guerrieri, sotto la guida di Oroveso, attendono nella sacra selva il responso divino, rassegnati già ad ascoltare il solito invito della sacerdotessa alla pace e a sospendere il momento della riscossa simulando obbedienza, Norma, in attesa dell'esito della missione che Adalgisa ha proposto per riconquistarle il cuore di Pollione, si abbandona ancora una volta alla speranza, come una ragazzina che sta aspettando la risposta alla prima lettera d'amore:

Ei tornerà. Sì.
Mia fidanza è posta in Adalgisa.
Ei tornerà pentito,
Supplichevole, amante.
Oh! A tal pensiero
Sparisce il nuvol nero
Che mi premea la fronte,
E il sol m'arride
Come del primo amore ai dì,
Ai dì felici.
Quale ingenuità! Ma del resto non siamo sempre pronti ad illuderci, quando desideriamo fortemente qualcosa? La speranza “ultima dea” fugge solo i sepolcri, dice il poeta, e ciò comporta che, finché viviamo, siamo sempre pronti a riattivare le speranze, anche le più improbabili, affinché tutto vada secondo i nostri desideri. E quindi non meravigliamoci se vediamo Norma, una donna così potente, orgogliosa ed esperta, credere che l'amato possa tornare da lei come “ai dì felici del primo amore”.

Anche chi si professa “pessimista”, appena può, indulge nella speranza che a volte sfocia persino nella più smaccata credulità, quando si tratta di cosa che stia veramente “a cuore”. Il “Non mi faccio illusioni” è spesso una facciata che nasconde una straziante richiesta: “Ditemi che non è vero, che posso ancora sperare!”. Da recenti studi di neuroscienziati emerge che la nostra autostima e il benessere psichico sono proprio basati sulla capacità di “autoilludersi”, una sopravvalutazione del lato positivo della vita e di sé stessi affidata a precisi circuiti neuronali. Coloro che hanno tali circuiti più labili sono più facilmente inclini alle depressioni... Come sopportare la vita altrimenti? Nietzsche affermava che l'uomo può reggere solo una piccola parte di verità. E ci vuole senza dubbio un forte allenamento (anni di meditazione, per esempio) per guardare serenamente la realtà, con i suoi lati sia positivi che negativi (che a volte sono decisamente più numerosi e persino catastrofici!).

L'illusione di Norma cade presto. Clotilde la informa che Adalgisa non è riuscita a persuadere Pollione a ritornare da lei, anzi il proconsole è deciso a non rinunciare alla ragazza ed è pronto persino a rapirla, sottraendola all'altare, pur di averla! Nella donna si riaccende immediatamente il furore, e anche l'amicizia con Adalgisa è ormai messa in discussione. Norma si pente di aver ceduto, aprendosi alla fiducia, e rapidamente passa all'auto-rimprovero (“Come ho potuto fidarmi di lei?”). La sua sensibilità femminile è acuita dal sospetto, immagina che una fanciulla piangente abbia ancora più fascino davanti ad un uomo maturo come Pollione e che Adalgisa abbia persino giocato su questo, ingannandola. Il suo vero scopo era quello di far crescere ancora di più il desiderio dell'uomo: ”Ed io fidarmi di lei dovea? / Di mano uscirmi, / e bella del suo dolore, / presentarsi all'empio ella tramava”.

Il sospetto di Norma non è del tutto paranoico, perché nella sua passione così dominante e duratura non può immaginare che Adalgisa si sia veramente già staccata dal desiderio di vivere l'amore e che possa muoversi solo guidata dal nuovo sentimento di amicizia. In realtà sappiamo che il più delle volte è proprio così: dietro l'amicizia fra due donne prevale la lotta per conquistare l'uomo, e spesso l'amicizia si trasforma in rivalità sentimentale e delusione (“Chi l'avrebbe mai detto? Era la mia migliore amica!”). Proprio per queste ambiguità e debolezze del cuore l'amicizia femminile è spesso messa in discussione: ogni amica può diventare una rivale... Questo era più grave quando l'unico modo di realizzarsi per una donna era il matrimonio (indissolubile!), e quindi la lotta per accaparrarsi il “partito migliore” e il controllo per non farselo “soffiare” dalle amiche era costante. Non che ora si sia diventati migliori, ma la maggiore libertà da parte delle donne permette una maggiore spregiudicatezza e magari, lungi da farne una tragedia, ci si consola prima (sempre quando non si sprofondi in una crisi abbandonica grave), cercando un altro amore o intensificando gli interessi lavorativi o altro. Anzi, proprio l'amicizia (ovviamente non con quella che ci ha soffiato il fidanzato o il marito!) può diventare il supporto più valido per attraversare la crisi.

Ma ora, non appena Clotilde informa Norma che Adalgisa, dopo il fallimento della sua missione, si sottrae in tutti i modi alle avances di Pollione e si rifugia presso l'altare (dove peraltro non è affatto al sicuro, perché proprio da lì il proconsole minaccia di rapirla!), la rabbia e il desiderio di vendetta di Norma si scatenano sulla testa del traditore: “Troppo il fellon presume. / Lo previen mia vendetta, / e qui di sangue roman, / scorreran torrenti”. Il passaggio dall'amore all'odio nel cuore di Norma è immediato (come abbiamo già visto in precedenza), ma non è detto che questa volta sia irreversibile (non lo era stato nemmeno prima). Tutta l'opera si regge sulle tempeste interiori della protagonista. Non che si possa parlare di volubilità, anzi: proprio il radicamento profondo della passione ne spiega i mutamenti. È un vento impetuoso che può cambiare direzione ma non cessare, un fuoco che può scaldare o distruggere ma non spegnersi. Ma ora, dopo la seconda grande disillusione e frustrazione, Norma è decisa a utilizzare il potere sacerdotale per la vendetta che il suo popolo aspetta e che diventa adesso anche la sua personale vendetta.

Clicca qui per il testo.

(Tempio d'Irminsul. Da un lato, l'ara dei Druidi.)

NORMA
Ei tornerà.
Sì. Mia fidanza è posta in Adalgisa.
Ei tornerà pentito,
Supplichevole, amante.
Oh! A tal pensiero
Sparisce il nuvol nero
Che mi premea la fronte,
E il sol m'arride
Come del primo amore ai dì,
Ai dì felici.
(Entra Clotilde)
Clotilde!

CLOTILDE
O Norma! Uopo è d'ardir.

NORMA
Che dici?

CLOTILDE
Lassa!

NORMA
Favella. Favella.

CLOTILDE
Indarno parlò Adalgisa, e pianse.

NORMA
Ed io fidarmi di lei dovea?
Di mano uscirmi,
E bella del suo dolore,
Presentarsi all'empio ella tramava.

CLOTILDE
Ella ritorna al tempio.
Triste, dolente,
Implora di profferir suoi voti.

NORMA
Ed egli?

CLOTILDE
Ed egli rapirla giura
Anco all'altar del Nume.

NORMA
Troppo il fellon presume.
Lo previen mia vendetta,
E qui di sangue, sangue roman,
Scorreran torrenti.

(Norma corre all'altare e batte tre volte lo scudo d'Irminsul.)




Maria Callas (1955)

Leyla Gencer (1965)

12 aprile 2017

Norma (15) - "Ah! del Tebro al giogo indegno"

Scritto da Marisa

Siamo ora nel campo dei Galli, dove si è diffusa la voce dell'imminente partenza del proconsole romano, che sarà sostituito da uno ancora più crudele. Per i guerrieri (coro "Non partì?... Finora è al campo") questa è una provocazione, e la loro impazienza cresce. Vorrebbero al più presto prendere le armi e ricacciare i romani dalle loro terre, ma Oroveso, non conoscendo il nuovo responso degli dèi perché Norma continua a tacere, li invita ad aspettare ancora e a simulare un atteggiamento di apparente rassegnazione, frenando la rabbia.

Ah! Del Tebro al giogo indegno
Fremo io pure,
All'armi anelo!
Ma nemico è sempre il cielo,
Ma consiglio è simular.
Certo, per Oroveso è dura tenere calmi i fieri guerrieri, soprattutto ora che arriverà un capo ancora più sprezzante, e la musica rende benissimo la cupa rabbia che bolle ma che non può esplodere! Simili stati emotivi, se protratti a lungo, sono molto pericolosi anche individualmente perché sono il terreno ideale per malattie psicosomatiche. A livello collettivo preludono a violente tensioni che possono sfociare nelle modalità più impreviste, ma sempre aggressive e devastanti. Pensiamo ad una massa di tifosi inferociti in uno stadio se la squadra del cuore ha subito un'umiliazione (secondo loro, beninteso) o a una folla che attende la comparsa del proprio idolo e viene disillusa e frustrata! Se allarghiamo ancora lo scenario e lo protraiamo nel tempo, potremmo capire un po' meglio certe rivoluzioni che, quando esplodono, dopo anni o magari secoli di frustrazioni e maltrattamenti, sfociano in mari di sangue... In assenza di un capo veramente carismatico e non sadico (il che è molto raro e difficile, perché la rabbia stessa vuole obbedire solo a chi la aizza ancora di più) a controllare il tutto e a incanalare la rabbia in modi più umanamente accettabili e costruttivi, le conseguenze sono gravissime per tutti e spesso per molto tempo. Non è dovuta soprattutto alla frustrazione imposta dai vincitori negli accordi di Versailles il bisogno di rivincita dei tedeschi, umiliati nell'orgoglio nazionale, sfociato poi nella più terribile delle guerre moderne? Elias Canetti, nel suo bel libro “Massa e potere”, ha delle pagine memorabili al riguardo e varrebbe la pena rifletterci su, ora che in varie parti del mondo lo scontento, la frustrazione e la rabbia collettiva vengono manipolati troppo facilmente e spesso anche abbastanza inconsciamente (vista la pochezza culturale e umana di certi capi-partito)...

Ma Oroveso è un capo attento a non infrangere i voleri degli dei, con i nervi saldi e in grado di controllare sia sé stesso che i propri uomini: un capo ideale, forte e paziente al tempo stesso, amato dal popolo e dai guerrieri ed obbedito senza bisogno di ricorrere a minacce o lusinghe. È in grado di dire la verità alla sua gente perché non vive a “palazzo” ma costantemente con loro, condividendone gioie e dolori.
Divoriam in cor lo sdegno,
Tal che Roma estinto il creda.
Di verrà, sì, che desto ei rieda
Più tremendo a divampar.
E i suoi gli fanno eco unificando i propositi e si tengono pronti a dar libero corso al “furore” solo sotto il suo comando. Per ora possono ancora fingere obbedienza al conquistatore (”Ma fingiamo è consiglio il simular / Sì, fingiamo!“). Va da sé che tale stato può durare poco, perché se protratto troppo a lungo si perde energia e subentra lo scoraggiamento e, peggio ancora, l'abitudine ad una rassegnazione passiva che rende una popolazione servile e non più in grado di difendere la propria dignità e lottare per la libertà.

Clicca qui per il testo di "Non partì? Finora è al campo!".

(Luogo solitario presso il bosco dei Druidi cinto da burroni e da caverne. In fondo un lago attraversato da un ponte di pietra.)

GUERRIERI GALLI
Non partì?
Finora è al campo!
Tutto il dice: i feri carmi,
Il fragor, dell'armi il suon,
Il suon dell'armi,
Dell'insegne il ventilar.
Un breve inciampo
Non ci turbi, non ci arresti
Attendiam, attendiam.
Un breve inciampo
Non ci turbi, non ci arresti
E in silenzio il cor s'appresti
La grand'opra a consumar!

Clicca qui per il testo del recitativo "Guerrieri! A voi venirne".

OROVESO
(entrando)
Guerrieri! A voi venirne
Credea foriero d'avvenir migliore!
Il generoso ardore,
L'ira che in sen vi bolle
Io credea secondar,
Ma il Dio non volle.

GUERRIERI GALLI
Come? Le nostre selve
L'abborrito Proconsole non lascia?
Non riede al Tebro?

OROVESO
Ma più temuto e fiero
Latino condottiero
A Pollione succede.

GUERRIERI GALLI
E Norma il sa?
Di pace è consigliera ancor?

OROVESO
Invan di Norma la mente investigai.

GUERRIERI GALLI
E che far pensi?

OROVESO
Al fato piegar la fronte,
Separarci, e nulla lasciar sospetto
Del fallito intento.

GUERRIERI GALLI
E finger sempre?

OROVESO
Cruda legge! Il sento.

Clicca qui per il testo di "Ah! Del Tebro al giogo indegno".

OROVESO
(con ferocità)
Ah! Del Tebro al giogo indegno
Fremo io pure,
All'armi anelo!
Ma nemico è sempre il cielo,
Ma consiglio è simular.

GUERRIERI GALLI
Ah sì, fingiamo, se il finger giovi,
Ma il furor in sen si covi.

OROVESO
Divoriam in cor lo sdegno,
Tal che Roma estinto il creda.
Di verrà, sì, che desto ei rieda
Più tremendo a divampar.

GUERRIERI GALLI
Guai per Roma allor che il segno
Dia dell'armi il sacro altar!
Sì, ma fingiam, se il finger giovi,
Ma il furore in sen si covi!
Guai per Roma, allor che il segno
Dia dell'armi il sacro altar!

OROVESO
Simuliamo, sì,
Ma consiglio è il simular!
Di verrà, che desto ei rieda
Più tremendo a divampar!

GUERRIERI GALLI
Ma fingiamo, è consiglio il simular,
Sì, fingiamo!




"Non partì?"
dir: Richard Bonynge (1964)


"Guerrieri!" ... "Ah! del Tebro al giogo indegno"
Christophoros Stamboglis (2003)


"Guerrieri!" ... "Ah! del Tebro al giogo indegno"
Bonaldo Giaiotti (1975)

"Guerrieri!" ... "Ah! del Tebro al giogo indegno"
Cesare Siepi (1950)

9 aprile 2017

Norma (14) - "Deh! Con te, con te li prendi"

Scritto da Marisa

Norma ha finalmente resistito alla tentazione di sopprimere i figli e ora medita di morire lei stessa, dopo aver affidato i bambini ad Adalgisa perché li conduca con sé a Roma, dove andrà sposa a Pollione (“Si emendi il mio fallo, E poi, si mora“). Ma inaspettatamente trova nella ragazza una fermezza e un forte senso di amicizia ed empatia, una solidarietà femminile a tutto tondo, in grado di cambiare i suoi propositi di morte (prima sui figli, poi su sé stessa) e cercare una soluzione in cui la vita prevalga e con essa possa rinascere anche l'antico amore! La devozione della fanciulla per colei che reputava una maestra e incarnava il suo modello di saldezza e virtù si trasforma in pietà e desiderio di aiutarla in ogni modo possibile, salvo assecondarla nell'abdicare dal ruolo di madre, cosa che incautamente aveva promesso ad occhi chiusi, alla prima richiesta di Norma. Propone invece di recarsi lei stessa da Pollione e cercare di convincerlo a non abbandonare i figli e nemmeno Norma, riattivando il primo amore.

Vado al campo ed all'ingrato
Tutti io reco i tuoi lamenti.
La pietà che m'hai destato
Parlerà sublimi accenti.
Spera, ah, spera, amor, natura
Ridestar in lui vedrai.
Del suo cor son io secura,
Norma ancor vi regnerà!
Cosa potrebbe suonare più dolce alle orecchie di Norma? Poter riavere l'amore di colui che, pur maledicendo, continua ad amare e veder avverarsi quel sogno a cui lei stessa si abbandonava solo poche ore fa, quando fantasticava di ricondurlo a sé! Ormai la differenza di età è abolita, anzi le parti si capovolgono: Norma sembra la fanciulla trepidante d'amore che aspetta il primo incontro con l'amato e Adalgisa la matura consigliera che la guida! Per un attimo la donna esperta si affida a quella più ingenua e ignara, e accetta un patto di amicizia che non ha mai provato in tutta la sua vita perché le sue relazioni sono state sempre asimmetriche: lei era sempre la grande sacerdotessa, figlia del re, e le altre subalterne in ogni senso, per rango e per ruolo. Anche Clotilde, che pur si occupa dei suoi figli, non è un'amica ma una subordinata che ne esegue i comandi e non ha alcun potere di cambiarne le decisioni.

Dopo essersi assicurata che in Adalgisa l'amore per Pollione è spento, Norma accetta il piano escogitato dalla fanciulla e la riconosce quale “amica” (“Sì. Hai vinto. Abbracciami. Trovo un'amica ancor”). E il proposito che fanno insieme di cementare tale amicizia-solidarietà fino in fondo suona sincero, quasi a voler sfidare il futuro e una possibile incostanza da parte di una delle due.
Sì, fino all'ore estreme
Compagna tua m'avrai.
Per ricovrarci insieme
Ampia è la terra assai.
Teco del fato all'onte
Ferma opporrò la fronte,
Finché il tuo core a battere
Io senta sul mio cor, sì.
Perché si possa parlare di amicizia è necessaria una simmetria (anche se non perfetta) tra le persone, simmetria di solito di età o almeno di cultura e di formazione, ma soprattutto un basso livello di possibile conflittualità legata ad invidia o gelosia. E come si riduce il campo! In un'epoca dove le “amicizie” si fanno in Rete e se ne contano a migliaia, può suonare strano richiamare a una concezione più autentica ed elitaria di solidarietà, ma è proprio da lì che bisognerebbe ricominciare per non vanificare le parole e annullare i valori. Sì, è ancora vero il detto che “chi trova un amico, trova un tesoro!”, e i tesori sono tali proprio perché sono rari. Ma vale la pena di cercarli e adoperarsi per riconoscerli!

Il periodo in cui fioriscono le amicizie migliori è in genere l'adolescenza, la prima gioventù, quando si sente il bisogno di cominciare ad uscire dalla ristretta cerchia famigliare (nell'infanzia ci si fida ciecamente dei genitori, e gli altri bambini sono solo compagni di gioco) e si inizia a voler condividere idee ed esperienze lontano dagli occhi dei genitori. Tutto ha il sapore della scoperta, e trovare amici con cui fare incursioni nel nuovo modo di pensare è fondamentale. L'amica “del cuore” o l'amico “per la pelle” sono tipici di questo periodo, come è tipico entrare in un gruppetto di intimi con cui trovarsi il più frequentemente possibile... Poi la vita va avanti e spesso ci si perde di vista. Subentrano altri tipi di rapporti, soprattutto si scopre la sessualità, e dall'amicizia si passa a relazioni basate sul coinvolgimento erotico per quel che riguarda la sfera intima, mentre nel mondo del lavoro si stabiliscono rapporti più freddi e calcolati, in cui la competitività frena l'instaurarsi di amicizie più sincere. Bisogna aspettare l'età più avanzata per riscoprire a pieno il valore dell'amicizia (come ha ben notato Cicerone), fuori ormai dalle lotte competitive e dall'urgenza delle passioni...

Non che durante la fase adulta, in fondo la più piena e carica di eventi della vita, non siano possibili amicizie: ma queste sono maggiormente inquinate da interessi e secondi fini, invidie, gelosie e confronti più o meno malevoli. Non di rado si fanno brutte scoperte e si finisce per chiudersi e vivere le amicizie in modo molto superficiale, riconoscendo sempre più spesso che in fondo si tratta solo di “conoscenze” e non di vere amicizie.

E poi c'è un problema di genere. Per gli uomini la sfera delle amicizie è sempre stata più accessibile, perché la vita maschile è tradizionalmente più incentrata sul lavoro e, fino a non molto tempo fa, anche su altre organizzazioni culturali, sportive o militari. I circoli di ritrovo, dal prestigioso Rotary a tutti gli altri, compresi i famosi circoli per ufficiali, sono sorti come luoghi di ritrovo maschile in cui condurre meglio gli affari, stabilire contatti, far nascere alleanze, divertirsi... e solo in seguito sono stati aperti alle donne, in genere solo alle mogli... L'entrata delle donne nel mondo del lavoro, e soprattutto la presa di posizione e la lunga educazione ed emancipazione delle donne, hanno cambiato molto il vecchio sistema. Ora le donne non sono più relegate in casa, al massimo tra figli, madri e sorelle... Anzi, sembra che vogliano rifarsi del tempo perduto, tanto che le vediamo sempre più spesso insieme agli uomini o anche in gruppi solo femminili (feste di nubilato o quant'altro), a pieno titolo. Ma si tratta di vere amicizie?

Quanto a Norma, anche se Adalgisa è veramente disposta a rimanere al suo fianco e la sua amicizia e la solidarietà appaiono ferree, essa è troppo abituata all'indipendenza, alla solitudine e al sospetto, e alla prima difficoltà ritornerà a minarne la possibilità. In fondo l'asimmetria fra le due è troppa, e la donna ormai disincantata non può riporre totale fiducia in una ragazzina, innamorata per di più dello stesso uomo. Ecco che la speranza di una possibile amicizia scompare.

Clicca qui per il testo del recitativo che precede.

ADALGISA
(entrando, con timore)
Mi chiami, o Norma?
(sbigottita)
Qual ti copre il volto tristo pallor?

NORMA
Pallor di morte.
Io tutta l'onta mia ti rivelo.
Una preghiera sola, odi, e l'adempi,
Si pietà pur merta
Il presente mio duol,
E il duol futuro.

ADALGISA
Tutto, tutto io prometto.

NORMA
Il giura.

ADALGISA
Il giuro.

NORMA
Odi, Purgar quest'aura
Contaminata dalla mia presenza
Ho risoluto, nè trar meco io posso
Questi infelici.
A te li affido.

ADALGISA
Oh ciel! A me li affidi?

NORMA
Nel romano campo guidali a lui,
Che nominar non oso.

ADALGISA
Oh! Che mai chiedi?

NORMA
Sposo ti sia men crudo;
Io gli perdono e moro.

ADALGISA
Sposo? Ah, mai!

NORMA
Pei figli suoi t'imploro.

Clicca qui per il testo di "Deh! Con te, li prendi".

NORMA
Deh! Con te, li prendi,
Li sostieni, li difendi
Non ti chiedo onori e fasci,
A' tuoi figli ei fian serbati.
Prego sol che i miei non lasci
Schiavi, abbietti, abbandonati.
Basti a te che disprezzata,
Che tradita io fui per te.
Adalgisa, deh! ti muova
Tanto strazio del mio cor.

ADALGISA
Norma, ah! Norma, ancora amata,
Madre ancora sarai per me.
Tienti i figli.
Ah! Non, ah non fia mai
Ch'io mi tolga a queste arene!

NORMA
Tu giurasti.

ADALGISA
Sì, giurai.
Ma il tuo bene, il sol tuo bene.
Vado al campo ed all'ingrato
Tutti io reco i tuoi lamenti.
La pietà che m'hai destato
Parlerà sublimi accenti.
Spera, ah, spera, amor, natura
Ridestar in lui vedrai.
Del suo cor son io secura,
Norma ancor vi regnerà!

NORMA
Ch'io lo preghi?
Ah, no! Giammai! Ah! No!

ADALGISA
Norma, ti piega.

NORMA
No, più non t'odo.
Parti. Va.

ADALGISA
Ah, no! Giammai! Ah! No!

Mira, o Norma, a' tuoi ginocchi
Questi cari tuoi pargoletti!
Ah! Pietade di lor ti tocchi,
Se non hai di te pietà!

NORMA
Ah! Perchè, perchè la mia costanza
Vuoi scemar con molli affetti?
Più lusinghe, ah, più speranza
Presso a morte un cor non ha!

ADALGISA
Mira questi cari pargoletti,
Questi cari, ah, li vedi, ah!
Mira, o Norma, a' tuoi ginocchi, ecc.

NORMA
Ah! Perchè, perchè la mia costanza, ecc.

ADALGISA
Cedi! Deh, cedi!

NORMA
Ah! Lasciami! Ei t'ama.

ADALGISA
Ei già sen pente.

NORMA
E tu?

ADALGISA
L'amai. Quest'anima
Sol l'amistade or sente.

NORMA
O giovinetta! E vuoi?

ADALGISA
Renderti i dritti tuoi,
O teco al cielo agli uomini
Giuro celarmi ognor.

NORMA
Sì. Hai vinto. Abbracciami.
Trovo un'amica amor.

NORMA ED ADALGISA
Sì, fino all'ore estreme
Compagna tua m'avrai.
Per ricovrarci insieme
Ampia è la terra assai.
Teco del fato all'onte
Ferma opporrò la fronte,
Finchè il tuo core a battere
Io senta sul mio cor, sì.

(Partono)




Daniela Dessì (Norma), Kate Aldrich (Adalgisa)
dir: Evelino Pidò (2008)


Maria Callas, Ebe Stignani (1954)


Montserrat Caballé, Fiorenza Cossotto (1977)


Joan Sutherland, Huguette Tourangeau (1972)

Renata Scotto, Joann Grillo (1978)

6 aprile 2017

Norma (13) - "Dormono entrambi"

Scritto da Marisa

Ormai sicura del tradimento e dell'abbandono di Pollione, Norma si reca nella stanza segreta riservata ai figli. Alla rabbia si accompagna un grande dolore e lo stato d'animo della donna è un vero mare in tempesta. Chi più di lei conosce l'intransigenza della legge druidica sul destino dei figli di una colpa grave come la sua, una volta scopertane l'esistenza? E se anche Pollione decidesse di portarli a Roma con sé per sottrarli alla morte, senza la presenza vigile e protettiva della madre, i bambini sarebbero umiliati e sottoposti ai maltrattamenti di una matrigna. Il destino dei bambini sembra quindi segnato e l'ambivalenza risolta a vantaggio della parte negativa: devono scomparire, ed ora ci sono buoni motivi per sopprimerli! Norma sembra decisa e ha già il coltello in mano, ma dietro la determinazione e la rabbia è ancora vivo l'istinto materno, quell'istinto che la vendetta (sono pur figli di quel Pollione che bisogna colpire attraverso loro!) non vorrebbe ascoltare e che invece ritorna prepotentemente a fermare la mano assassina.

Muoiano, sì.
Non posso avvicinarmi.
Un gel mi prende
E in fronte mi si solleva il crin.
I figli uccido!
Teneri figli.
Un simile conflitto è già stato magistralmente descritto nell'anima della Medea di Euripide: il lungo soliloquio che precede l'azione che culmina nell'infanticidio è una delle pagine più complesse e indimenticabili di tutto il teatro greco. L'orgoglio ferito (“Ahi, tristo frutto dell'orgoglio mio!”) lotta con i sentimenti più teneri che sembrano avere la meglio (“Ahi, che farò? Mi manca il cuore, o donne, se fisso gli occhi dei miei figli fulgidi. No, ch'io mai non potrò...”). Interessante il fatto che Medea è sola, ma quando l'amore per i figli è presente si rivolge alle donne, quasi a voler farsi proteggere lei stessa da altre madri più tenere e amorevoli... Ma il ricordo della terribile umiliazione torna presto a riaccendere i truci propositi (“Eppure, no: che faccio? I miei nemici impuniti lasciar devo, ed oggetto essere a lor di riso? Ardire occorre”). E il piano abilmente concepito per distruggere Giasone con l'uccidere prima la nuova sposa, poi lo stesso re, e infine colpirlo al cuore con la morte dei figli stessi va avanti... Assistiamo inorriditi ad un'escalation di violenza inaudita e ormai irreversibile, visto che i bambini (inconsapevoli strumenti di morte), mandati dalla madre a portare come regalo di nozze il peplo avvelenato, non possono comunque continuare a vivere perché, se non dalla madre, sarebbero ora uccisi dal popolo infuriato per la strage a corte.

Per Norma, per fortuna, le cose vanno diversamente e il suo coltello non calerà sui teneri figli. La sacerdotessa riesce infatti a controllare la terribile rabbia e a far prevalere l'amore per la vita dei bambini, anche se il loro futuro è quanto mai incerto. Ma almeno non cadranno per mano materna! Diversamente da Medea, Norma è pronta a concepire un altro piano, che presto vedremo, mandando a chiamare Adalgisa.

È facile giudicare certi infanticidi e rimanerne inorriditi, comodamente seduti nella propria poltrona. Trattandosi di casi estremi, ci sfugge in genere la dinamica più profonda e contorta che li sottende. Ci piace pensare che siano cose “disumane e contro natura”, raptus fuori da ogni razionalità, che non potrebbero mai sfiorare noi o la nostra cerchia più vicina. Salvo cadere dalle nuvole quando uno di questi fattacci accade nel nostro paese, città o quartiere (“Chi l'avrebbe mai detto? Sembrava una persona così tranquilla e riservata!”). Eppure l'esistenza di gravi depressioni post-partum è ormai sindrome abbastanza frequentemente accertata e il passaggio dalla depressione a stati mentali più gravi, in donne con una psiche già fragile, a volte rimane sospeso a un filo, quel filo che ci separa dall'abisso! Basta una situazione di isolamento, l'abbandono affettivo del marito, un licenziamento... e la donna si può ritrovare “straniera” ed “esiliata” in casa propria, come la barbara Medea. Per il bambino vivere con una madre fortemente depressa può equivalere a una specie di morte psichica!

E non è ancora più probabile che una madre depressa rivolga infine l'aggressività repressa verso sé stessa (come viene in mente a Norma, dopo aver escluso l'assassinio dei figli), abdicando definitivamente a quel ruolo di madre tanto bello e gravoso? Ricordiamo che per i Greci la paideia (educazione dei giovani) passava anche attraverso il teatro, che fungeva da insegnamento catartico; vedere rappresentati gli orrori che derivavano dalle grandi passioni non controllate, serviva ad avvertire i giovani della necessità di autodisciplinarsi. Alla fine del famoso monologo prima citato, Euripide fa concludere il terribile discorso di Medea con queste parole: “Intendo ben che scempio son per compiere; ma più che il senno può la passione, che di gran mali pei mortali è causa”.

Clicca qui per il testo di "Dormono entrambi".

(Interno dell'abitazione di Norma. Da una parte un letto romano coperto di pelle d'orso. I figli di Norma sono addormentati. Comparisce Norma con una lampa e un pugnale alla mano. Siede. È pallida, contraffatta.)

NORMA
Dormono entrambi,
Non vedran la mano
Che li percuote.
Non pentirti, o core;
Viver non ponno. Qui supplizio,
E in Roma obbrobrio avrian,
Peggior supplizio assai;
Schiavi d'una matrigna.
Ah! No! Giammai!
Sorge risoluta
Muoiano, sì.
Non posso avvicinarmi.
Un gel mi prende
E in fronte mi si solleva il crin.
I figli uccido!
Teneri figli.
Essi, pur dianzi delizia mia,
Essi nel cui sorriso
Il perdono del ciel mirar credei
Ed io li svenerò?
Di che son rei?
(risoluta)
Di Pollione son figli
Ecco il delitto.
Essi per me son morti!
Muoian per lui.
E non sia pena che la sua somigli.
Feriam.
(S'incammina verso il letto; alza il pugnale; dà un grido inorridita; al grido i fanciulli si svegliano.)
Ah! No! Son miei figli!
(Li abbraccia piangendo amaramente.) Olà! Clotilde!
(Entra Clotilde.)
Vola. Adalgisa a me guida.

CLOTILDE
Ella qui presso
Solitaria si aggira.
E prega e plora.
(esce)

NORMA
Va. Si emendi il mio fallo,
E poi, si mora.




Montserrat Caballé (1977)


Maria Callas (1955)


Edita Gruberova (2005)


Daniela Dessì (2008)

Joan Sutherland (1981)

3 aprile 2017

Norma (12) - "Oh! Di qual sei tu vittima"

Scritto da Marisa

Il capovolgimento non potrebbe essere maggiore e il risveglio più brusco! Con l'entrata imprevista di Pollione, dall'idillio si passa al dramma. L'atmosfera sognante, con la complicità delle due donne unite dal sentimento d'amore per un uomo che ancora ignorano sia lo stesso, viene distrutta immediatamente. Tutti e tre restano sbigottiti in modo diverso: meraviglia incredula, confusione e tremore per Adalgisa, imbarazzo rabbioso per Pollione, pura rabbia e furore per Norma. Al rimprovero che come prima reazione Pollione rivolge alla ragazza, la parte più debole (“Misera, che festi?”), Norma immediatamente risponde fronteggiando l'uomo con chiare minacce:

Oh, non tremare, o perfido,
Ah, non tremar per lei!
Essa non è colpevole,
Il malfattor tu sei!
Trema per te, fellon,
Pei figli tuoi,
Trema per me, fellon!
E subito dopo, cerca di aprire gli occhi ad Adalgisa sulla vera identità di chi l'ha fatta innamorare:
Oh! Di qual sei tu vittima
Crudo e funesto inganno!
Pria che costui conoscere
T'era il morir men danno!
Fonte d'eterne lagrime
Egli a te pur dischiuse
Come il mio cor deluse,
L'empio il tuo core tradì!
Non sembra forse di sentire Donna Elvira che cerca di sottrarre Zerlina dalle sgrinfie di Don Giovanni, rivelandole gli inganni di cui lui abitualmente si serve? Solo che in questo caso Norma stessa apprende soltanto ora la vigliaccheria dell'amato, anche se ne sospettava il disamore, e il colpo è terribile anche per lei, mentre Donna Elvira, pur soffrendo perché ancora innamorata, conosceva già dal catalogo di Leporello le imprese seduttive di lui...

Mentre però Don Giovanni si destreggia prendendo in giro tutte e due le donne e mentendo ad entrambe, Pollione difende il proprio innamoramento per la ragazza e fronteggia Norma, ritorcendole persino la colpa (“Giudichi solo il cielo Quali più di noi fallì!”) e cercando di forzare Adalgisa a seguirlo, in nome della passione guidata dal dio dell'amore che si è impossessato di lui. Quale scusa migliore: il tradimento non è mia responsabilità, ma io seguo solo quello che un dio ha stabilito per me, il mio destino! Tanta faccia tosta è superata forse solo da Giasone che, di fronte a Medea infuriata per il tradimento, cerca di convincerla che le nuove nozze con la figlia del re sono state “razionalmente e avvedutamente” volute da lui per meglio provvedere, in una posizione di potere accresciuto, all'avvenire dei figli avuti con lei, donna ormai senza potere perché straniera e barbara. E se lei se ne starà buona e non provoca scandali, potrebbe persino averne dei vantaggi...

Quella che, inorridita dalla situazione che le si sta presentando, prende subito le distanze e decide immediatamente di cambiare direzione imponendo al cuore un sacrificio, è la più giovane che si rivela la più forte. Adalgisa si schiera subito dalla parte di Norma, vedendone lo strazio e non sopportando una simile mancanza di responsabilità di un padre rispetto ai figli. Forse non siamo più abituati a vedere in persone ancora giovanissime simile “eticità” e forza di volontà davanti alle lusinghe dei piaceri, e il gesto di Adalgisa può venire sottovalutato, attribuendolo al facile tirarsi indietro da una situazione scabrosa, possibile solo quando non si sia ancora “veramente” innamorati e non c'è vero sacrificio perché la passione non ha ancora messo radici. Può darsi che in parte sia così, ma sicuramente qui stiamo assistendo ad un salto di maturità che solo pochi sanno effettuare: una presa di coscienza che può trasformare da timidi adolescenti ad adulti in grado di governare il proprio destino, sempre che le premesse di pulizia morale e addestramento alla lealtà ci siano già. E per Adalgisa è così. Come con tutta sincerità si era aperta all'amore divino e poi ai richiami del cuore quando li vedeva indirizzati ad un uomo valoroso e degno di stima, anche se nemico della sua gente, così ora sinceramente riconosce l'autenticità del dolore di Norma e i suoi diritti di madre, rinunciando a seguire Pollione. E non è vero che questo non le costa niente, perché la sentiamo ammettere:
Soffocar saprò i lamenti,
Divorare i miei tormenti;
Morirò perché ritorno
Faccia il crudo ai figli, a te!
La scena si chiude con una concitazione ancora maggiore perché risuonano i sacri bronzi del tempio e Norma viene richiamata al suo ruolo sacerdotale per interpretare la voce del Dio. E questa volta, con dentro tanto furore e sete di vendetta, il responso divino non sarà tanto pacifico...

Clicca qui per il testo di "Oh, non tremare, o perfido"... "Oh! di qual sei tu vittima".

NORMA
Ma di': l'amato giovane
Quale fra noi si noma?

ADALGISA
Culla non ebbe in Gallia:
Roma gli è patria.

NORMA
Roma? Ed è? Prosegui…

(entra Pollione)

ADALGISA
Il mira.

NORMA
Ei! Pollion!

ADALGISA
Qual ira!

NORMA
Costui, costui dicesti?
Ben io compresi?

ADALGISA
Ah! Sì.

POLLIONE
(inoltrandosi ad Adalgisa)
Misera te! Che festi?

ADALGISA
(smarrita)
Io?
v NORMA
(a Pollione)
Tremi tu? E per chi?
E per chi tu tremi?

(Alcuni momenti di silenzio. Pollione è confuso, Adalgisa tremante e Norma fremente.)

Oh, non tremare, o perfido,
Ah, non tremar per lei!
Essa non è colpevole,
Il malfattor tu sei!
Trema per te, fellon,
Pei figli tuoi,
Trema per me, fellon!

ADALGISA
(tremante)
Che ascolto? Ah! Deh parla!
Taci? T'arretri! Ohimè!

(Si copre il volto colle mani; Norma l'afferra per un braccio, e la costringe a mirar Pollione.)

NORMA
Oh! Di qual sei tu vittima
Crudo e funesto inganno!
Pria che costui conoscere
T'era il morir men danno!
Fonte d'eterne lagrime
Egli a te pur dischiuse
Come il mio cor deluse,
L'empio il tuo core tradì!

POLLIONE
Norma! De' tuoi rimproveri
Segno non farmi adesso!
Deh! A quest afflitta vergine
Sia respirar concesso!

ADALGISA
Oh, qual mistero orrible!
Trema il mio cor di chiedere,
Trema d'udire il vero!
Tutta comprendo, o misera,
Tutta la mia sventura,
Essa non ha misura,
S'ei m'ingannò così!

POLLIONE
Copra a quell'alma ingenua,
Copra nostr'onte un velo!

NORMA
Empio e tant'osi?

POLLIONE
Giudichi solo il cielo
Quali più di noi fallì!

NORMA
Perfido!

POLLIONE
(per allontanarsi)
Or basti.

NORMA
Fermati!

POLLIONE
(afferra Adalgisa)
Vieni.

ADALGISA
(dividendosi da lui)
Mi lascia, scostati!
Sposo sei tu infedele!

POLLIONE
Qual io mi fossi oblio.

ADALGISA
Mi lascia, scostati!

POLLIONE
(con tutto il fuoco)
L'amante tuo son io!

ADALGISA
Va, traditor!

POLLIONE
È mio destino amarti,
Destino costei lasciar!

NORMA
(rerimendo il furore)
Ebben! lo compi,
Lo compi e parti!
(ad Adalgisa)
Seguilo.

ADALGISA
(supplichevole)
Ah! No, giammai, ah, no.
Ah, pria spirar!

NORMA
(fissa Pollione sino che prorompe)
Vanne, sì, mi lascia, indegno,
Figli oblia, promesse, onore!
Maledetto dal mio sdegno
Non godrai d'un empio amore!

ADALGISA E POLLIONE
Ah!

POLLIONE
Fremi pure, e angoscia eterna
Pur m'imprechi il tuo furore!

NORMA
Te sull'onde e te sui venti
Seguiranno mie furie ardenti!
Mia vendetta e notte e giorno
Ruggirà intorno a te!

POLLIONE
(disperatamente)
Fremi pure, e angoscia eterna
Pur m'imprechi il tuo furore!
Quest'amor che mi governa
È di te, di me maggiore!

ADALGISA
(supplichevole)
Ah! Non fia ch'io costi
Al tuo core si rio dolore!

POLLIONE
Dio non v'ha che mali inventi
De' miei mali, ah, più cocenti!
Maledetto io fui quel giorno
Che il destin m'offerse a te.
Maledetto io fui per te!

ADALGISA
Ah! Non fia ch'io costi
Al tuo core si rio dolore!

NORMA
Parti!

ADALGISA
Ah, sian frapposti e mari e monti
Fra me sempre e il traditore!

NORMA
Indegno!

ADALGISA
Ah! Non fia ch'io costi
Al tuo core si rio dolore!

POLLIONE
Fremi pure!

NORMA
Te sull'onde e te sui venti
Seguiranno mie furie ardenti!

POLLIONE
Dio non v'ha che mali inventi
De' miei mali, ah, più cocenti!

ADALGISA
Soffocar saprò i lamenti,
Divorare i miei tormenti;
Morirò perchè ritorno
Faccia il crudo ai figli, a te!

NORMA
Maledetto dal mio sdegno
Non godrai d'un empio amore!

POLLIONE
Dio non v'ha che mali inventi
De' miei mali, ah, più cocenti!

(Squillano i sacri bronzi del tempio. Norma è chiamata ai riti.)

CORO
(di dentro)
Norma, Norma all'ara!
In tuon feroce
D'Irminsul tuonò la voce,
Norma al sacro altar!

NORMA
Ah! Suon di morte!
Ah, va, per te qui pronta ell'è!

ADALGISA
Ah! Suon di morte s'intima a te,
Va, per te qui pronta ell'è,
Ah, fuggi!

POLLIONE
Ah! Qual suon!
Sì, la sprezzo, sì, ma prima
Mi cadrà il tuo Nume al piè!

(Norma respinge d'un braccio Pollione, e gli accenna di uscire. Pollione si allontana furente.)




Daniela Dessì (Norma), Kate Aldrich (Adalgisa), Fabio Armiliato (Pollione)
dir: Evelino Pidò (2008)


Sondra Radvanovsky (Norma), Ekaterina Gubanova (Adalgisa), Gregory Kunde (Pollione)
dir: Renato Palumbo (2015)


Maria Callas, Ebe Stignani, Mario Filippeschi
(1954)

Joan Sutherland, Marilyn Horne, Franco Tagliavini
(1967)