20 settembre 2011

La traviata - Riepilogo

Scritto da Christian
14 settembre 2011

La traviata (23) - I film

Scritto da Christian

Per concludere, facciamo una panoramica completa degli adattamenti cinematografici de "La traviata".


1) versioni filmate dell'opera

Innanzitutto bisogna ricordare una versione molto particolare, visto che si tratta di un cortometraggio muto (risale al 1927!). Faceva parte di una serie di film girati a Manchester dalla Mancunian Film Company e dedicati a opere liriche in versione "ridotta". Venivano proiettati in sala con una colonna sonora eseguita in loco da musicisti e cantanti. Il regista è H.B. Parkinson, gli interpreti Peggy Carlisle, Booth Conway e Anthony Ireland.

A parte le riprese di allestimenti teatrali, poi, i film veri e propri sono essenzialmente due: quello diretto da Mario Lanfranchi nel 1968 (con Anna Moffo, Franco Bonisolli e Gino Bechi, coro e orchestra del Teatro dell'Opera di Roma, direttore Giuseppe Patanè) e quello di Franco Zeffirelli del 1982 (con Teresa Stratas, Placido Domingo e Cornell MacNeil, direttore James Levine).

Cito infine "La traviata à Paris" (2000), ovvero l'opera filmata nei luoghi stessi in cui si svolge e interpretata dai cantanti nell'arco di due giorni. Il film è diretto da Pierre Cavassilas, con Eteri Gvazava, José Cura e Rolando Panerai.




2) film che raccontano la stessa storia

Cominciamo con l'elencare le innumerevoli versioni filmate del romanzo di Alexander Dumas figlio, "La signora delle camelie". Rimandandovi a una pagina piuttosto esaustiva sull'argomento, mi limito a citare alcune delle pellicole più famose, ossia quelle con protagoniste Alla Nazimova (1921), Greta Garbo (1936), Micheline Presle (1953), Isabelle Huppert (1981) e Greta Scacchi (1984).








Ci sono poi molti film che si ispirano solo in parte al racconto di Dumas o all'opera di Verdi. Fra questi, ricordo "Traviata '53" (1953) di Vittorio Cottafavi, "Camille 2000" (1969) di Radley Metzger, "Croce e delizia" (1995) di Luciano De Crescenzo e "Moulin rouge!" (2001) di Baz Luhrmann.








3) film che fanno riferimento diretto all'opera

Non mancano le pellicole in cui i personaggi si recano a teatro ad assistere all'opera di Verdi, oppure ne cantano dei brani, o ancora ne mettono in scena una rappresentazione. Molte di queste (da "Ossessione" di Luchino Visconti a "Giorni perduti" di Billy Wilder, da "Pretty Woman" di Garry Marshall a "Priscilla, la regina del deserto" di Stephan Elliott) le ho già citate nei post precedenti...



da "Pretty Woman"











da "Mi permette, babbo!" di Mario Bonnard (1956)
(Alberto Sordi, nei panni del dottor Grenvil, canta la battuta "È spenta!" che conclude l'opera, ma che Verdi stesso aveva eliminato dalla versione definitiva del libretto.)


4) film che usano brani dell'opera nella colonna sonora

Sono innumerevoli. Pubblico qui sotto soltanto la locandina di alcuni dei più noti o importanti (da "Il padrino" a "Le lacrime amare di Petra von Kant", da "La luna" a "Opera", da "Match Point" a "Twilight"). Per l'elenco completo e i dettagli, basti consultare l'IMDb.







8 settembre 2011

La traviata (22) - La morte di Violetta

Scritto da Christian

Felice per il ritorno di Alfredo, Violetta vorrebbe subito alzarsi dal letto, uscire di casa e correre in chiesa per ringraziare di questa gioia, ma le forze le mancano. Anche Alfredo si rende conto del grave stato in cui versa la ragazza. Mentre Annina viene mandata a chiamare il dottore, Violetta lamenta la sua triste sorte ("Gran Dio! Morir sì giovine"), alternando momenti di spossatezza e di delirio ad altri di maggiore energia. Giunge anche Giorgio Germont, in tempo per esprimere nuovamente il proprio rimorso e chiedere perdono per le sue azioni. Mentre gli uomini le porgono l'ultimo conforto, Violetta prende finalmente coscienza della sua fine imminente: dona ad Alfredo un medaglione con il suo ritratto ("Prendi, quest'è l'immagine de' miei passati giorni"), pregandolo di donarlo alla ragazza che un giorno sposerà ("Se una pudica vergine"), e infine, dopo essere stata colta per un attimo da un ultimo e illusorio istante di apparente vigore (il tema dell' "amor che palpita" si può udire nuovamente in sottofondo, mentre Violetta recita – anziché cantare – le sue ultime parole), ricade esanime e priva di vita sul canapè. Tutto il finale è musicalmente molto bello, per le melodie, l'intensità e il flusso continuo di emozioni. L'intero concertato con cui si conclude l'opera è all'insegna di toni funerei e disperati, che precedono una fine rapidissima e senza possibilità di scampo.

Se la signora delle camelie di Dumas moriva da sola, Violetta spira invece tra le braccia di Alfredo e in presenza di Germont, Annina e il dottor Grenvil. Sono assenti invece Flora, Gastone, il Barone (ovviamente) e tutti gli altri amici della Parigi "godereccia" con cui la ragazza era solita condividere le feste e la vita mondana. Se è comprensibile che, rispetto al dramma originale, Verdi e Piave abbiano fatto ricomparire il personaggio di Giorgio Germont (che viene richiamato sulla scena per consentire a tutti i tre interpreti principali – tenore, soprano e baritono – di essere presenti alla chiusura del sipario, ma la cui profferta di pentimento risponde anche a esigenze di chiusura "drammaturgica" dell'azione), l'assenza dei vari personaggi minori serve a sottolineare ancora di più l'abbandono e la desolazione in cui giace Violetta al momento della sua dipartita. La morte della ragazza, comunque, non è del tutto infelice. Violetta lascia il mondo dopo aver provato la gioia immensa (e a quel punto quasi inattesa) di riabbracciare Alfredo, che le dichiara perdono ed eterno amore, e non in preda al dolore della separazione ("Ah, s'anco in vita m'hai ritrovata / credi che uccidere non può il dolor"), nonché felice perché circondata da amici ("Fra le braccia io spiro / di quanti cari ho al mondo").

Il dramma di Dumas si concludeva con le parole di un personaggio che diceva alla protagonista: "Dormi in pace, Marguerite! Molto ti sarà perdonato, perché molto hai amato". A differenza di Margherita Gautier, Violetta Valèry non deve invece farsi perdonare niente; anzi, è a lei che spetta perdonare i due Germont ("Scorda l'affanno, donna adorata / a me perdona e a al genitor"), sebbene la ragazza si affretti a non voler riconoscere la propria "superiorità morale" ("Ch'io ti perdoni? La rea son io: ma solo amore tal mi rendè") allo stesso modo in cui si era sottomessa alla morale perbenista di Germont durante il loro duetto nel secondo atto. Violetta dunque non muore da "traviata" in cerca di redenzione, ma da martire dell'amore. Al riguardo, cito le riflessioni di due critici musicali:

"Violetta muore sì, perché siamo in una tragedia, ma non ci appare affatto redenta perché non ha nulla da cui redimersi." (Fabrizio Della Seta)
"Violetta muore con una solennità straordinaria per una fragile eterea [...]; i tragici e lenti accordi ribattuti in un andante sostenuto sono, sì, segnato da un estremo pianissimo [...] che conviene alla delicatezza del personaggio, ma hanno in sé un'intrinseca austerità raccolta e minacciosa: nella strumentazione hanno larga parte le trombe, quasi morisse un eroe beethoveniano, o un Sigfrido. E Violetta muore come un eroe e come un martire." (Massimo Mila)

Clicca qui per il testo del brano.

VIOLETTA
Ah, non più!
A un tempio, Alfredo, andiamo,
del tuo ritorno grazie rendiamo.
(vacilla)

ALFREDO
Tu impallidisci!

VIOLETTA
È nulla, sai!
Gioia improvvisa non entra mai
senza turbarlo in mesto core.
(si abbandona come sfinita sopra una sedia col capo cadente all'indietro)

ALFREDO
(spaventato, sorreggendola)
Gran Dio! Violetta!

VIOLETTA
È il mio malore.
Fu debolezza! Ora son forte.
(sforzandosi)
Vedi? sorrido.

ALFREDO
(desolato)
(Ahi, cruda sorte!)

VIOLETTA
Fu nulla. Annina, dammi a vestire.

ALFREDO
Adesso? Attendi.

VIOLETTA
(alzandosi)
No, voglio uscire.
(Annina le presenta una veste ch'ella fa per indossare e impedita dalla debolezza, esclama:)
Gran Dio! non posso!
(getta con dispetto la veste e ricade sulla sedia)

ALFREDO
Cielo! che vedo!
(ad Annina)
Va pel dottor.

VIOLETTA
(ad Annina)
Digli che Alfredo
è ritornato all'amor mio.
Digli che vivere ancor vogl'io.
(Annina parte)

VIOLETTA
(ad Alfredo)
Ma se tornando non m'hai salvato,
a niuno in terra salvarmi è dato.
(sorgendo impetuosa)
Gran Dio! morir sì giovane,
io che penato ho tanto!
Morir sì presso a tergere
il mio sì lungo pianto!
Ah, dunque fu delirio
la cruda mia speranza;
invano di costanza
armato avrò il mio cor!
Alfredo! Oh, il crudo termine
serbato al nostro amor!

ALFREDO
Oh mio sospiro, oh palpito,
diletto del cor mio!
Le mie colle tue lagrime
confondere degg'io.
Ma più che mai, deh, credilo,
m'è d'uopo di costanza,
Ah! tutto alla speranza
non chiudere il tuo cor.
Violetta mia, deh, calmati,
m'uccide il tuo dolor.

(Violetta s'abbatte sul canapé. Entrano Annina, il signor Germont e il Dottore.)

GERMONT
Ah, Violetta!

VIOLETTA
Voi, Signor!

ALFREDO
Mio padre!

VIOLETTA
Non mi scordaste?

GERMONT
La promessa adempio.
A stringervi qual figlia vengo al seno,
o generosa.

VIOLETTA
Ahimé, tardi giungeste!
Pure, grata ven sono.
Grenvil, vedete? tra le braccia io spiro
di quanti ho cari al mondo

GERMONT
Che mai dite!
(osservando Violetta)
(Oh cielo è ver!)

ALFREDO
La vedi, padre mio?

GERMONT
Di più non lacerarmi.
Troppo rimorso l'alma mi divora.
Quasi fulmin m'atterra ogni suo detto.
Oh, malcauto vegliardo!
Ah, tutto il mal ch'io feci ora sol vedo!

VIOLETTA
(frattanto avrà aperto a stento un ripostiglio della toilette, e toltone un medaglione dice:)
Più a me t'appressa ascolta, amato Alfredo.
Prendi: quest'è l'immagine
de' miei passati giorni;
a rammentar ti torni
colei che sì t'amò.
Se una pudica vergine
degli anni suoi nel fiore
a te donasse il core,
sposa ti sia, lo vo'.
Le porgi questa effigie:
dille che dono ell'è
di chi nel ciel tra gli angeli
prega per lei, per te.

ALFREDO
No, non morrai, non dirmelo!
Dei viver, amor mio.
A strazio sì terribile
qui non mi trasse Iddio.
Sì presto, ah no, dividerti
morte non può da me.
Ah, vivi, o un solo feretro
m'accoglierà con te.

GERMONT
Cara, sublime vittima
d'un disperato amore,
perdonami lo strazio
recato al tuo bel core.

GERMONT, DOTTORE E ANNINA
Finché avrà il ciglio lacrime
io piangerò per te.
Vola à beati spiriti;
Iddio ti chiama a sé.

VIOLETTA
(rialzandosi animata)
È strano!

TUTTI
Che?

VIOLETTA
Cessarono
gli spasmi del dolore.
In me rinasce... m'agita
insolito vigore!
Ah! io ritorno a vivere!
(trasalendo)
Oh gioia!
(ricade sul canapè)

TUTTI
O cielo! muor!

ALFREDO
Violetta!

ANNINA E GERMONT
Oh Dio, soccorrasi.

DOTTORE
(dopo averle toccato il polso)
È spenta!

TUTTI
Oh mio dolor!


Maria Callas, Giuseppe di Stefano, Ettore Bastianini
direttore: Carlo Maria Giulini (1955)


Anna Netrebko, Rolando Villazón, Thomas Hampson


Desirée Rancatore, Stefano Secco, Vincenzo Taormina


Natalie Dessay, Charles Castronovo, Ludovic Tézier

31 agosto 2011

La traviata (21) - "Parigi, o cara"

Scritto da Christian

Inviata da Violetta a portare del denaro in chiesa, Annina ritorna precipitosa nella camera della sua padrona, recandole la notizia tanto attesa (la serva è addirittura preoccupata che tanta gioia possa sconvolgere Violetta, e cerca di prepararla in anticipo alla rivelazione): Alfredo è tornato in città, ed è qui per vederla. I due amanti si possono così riabbracciare e, soprattutto, rappacificare. Alfredo infatti ormai sa tutto: il padre gli ha rivelato il sacrificio di Violetta, e le chiede perdono. Nel duetto che intonano quasi all'unisono (le parole del brano sono le stesse per entrambi i personaggi), i due si abbandonano all'illusione che tutto possa ricominciare, che sarà possibile tornare a vivere felici in campagna come una volta, e che la salute di Violetta "rifiorirà". Ma tanto pietoso ottimismo è destinato naturalmente a rivelarsi vano. Ci avviamo verso la conclusione della tragedia.

Duetto memorabile, tra i brani più noti del repertorio verdiano e non solo, "Parigi, o cara" ha ispirato fra le altre cose i titoli di un libro di Antonio Arbasino del 1960; di un film di Vittorio Caprioli del 1962, con Franca Valeri; e di una canzone di Roberto Vecchioni, "Parigi (o cara)", dall'album "Hollywood Hollywood" (1982).


Clicca qui per il testo del brano.

ALFREDO
Parigi, o cara, noi lasceremo,
la vita uniti trascorreremo.
De' corsi affanni compenso avrai,
la tua salute rifiorirà.
Sospiro e luce tu mi sarai,
tutto il futuro ne arriderà.

VIOLETTA
Parigi, o caro, noi lasceremo,
la vita uniti trascorreremo.
De' corsi affanni compenso avrai,
la mia salute rifiorirà.
Sospiro e luce tu mi sarai,
tutto il futuro ne arriderà.



Placido Domingo e Teresa Stratas


Luciano Pavarotti e Mirella Freni

Jose Carreras e Renata Scotto


Giuseppe Filianoti e Mariella Devia


Nella clip sottostante, il brano viene intonato "a sorpresa" da alcuni cantanti, mescolati fra i venditori e gli acquirenti, nel mercato centrale di Valencia. Anche in questo caso (vedi il post sul brindisi) si tratta di un'operazione promozionale per diffondere l'opera fra il grande pubblico.

28 agosto 2011

La traviata (20) - "Largo al quadrupede"

Scritto da Christian

Mentre nella sua stanza Violetta si strugge di dolore, dall'esterno giungono i canti gioiosi dei parigini che festeggiano il Carnevale, con un baccanale dedicato al corteo popolare del "bue grasso" che contrasta in maniera fin troppo netta con l'indigenza in cui versa la ragazza. La quale, poco prima, aveva infatti commentato "Ah, nel comun tripudio, sallo Iddio quanti infelici soffron!", pensando più a sé stessa che a quei poveri ai quali fa portare in dono – tramite Annina – la metà dei pochi denari che le sono rimasti.

Il romanzo originale di Dumas, "La signora delle Camelie", collocava la morte della protagonista nell'ultimo giorno dell'anno: lo spostamento deciso da Verdi e dal librettista Piave (da ricordare che la prima rappresentazione de "La traviata" al teatro La Fenice di Venezia fu programmata proprio a Carnevale, il 6 marzo 1853) contribuisce ad amplificare il contrasto fra l'infelicità della protagonista e la felicità superficiale, gaudente e un po' ipocrita del mondo esterno, in maniera non dissimile da quanto si era già visto negli atti precedenti attraverso la messa in scena delle feste mondane, dei brindisi, del gioco, delle danze delle zingarelle e dei toreri.

Due parole sul corteo del "bue grasso" (che era già stato citato nel secondo atto dell'opera: "Di Madride noi siam mattadori / Siamo i prodi del circo de' tori / Testé giunti a godere del chiasso / che a Parigi si fa pel bue grasso", cantavano Gastone e i toreador). Si trattava di un'usanza in voga nella capitale francese nei giorni di Carnevale (fu istituita ufficialmente e regolamentata a partire dal 1805, anche se le sue origini affondano in tempi ben più antichi e sarebbero da ricondurre addirittura a riti pagani), una vera e propria moda negli anni ’40 e ’50 dell'Ottocento, la cui citazione nell'opera di Verdi non fa che confermare come il compositore e il librettista Piave intendessero collocare la vicenda del loro dramma in epoca contemporanea, in barba agli allestimenti che già allora ne retrodatavano l'ambientazione di un secolo. A questo proposito, citerei alcuni interessanti passaggi dal libro "Il valzer delle camelie: echi di Parigi nella Traviata" di Emilio Sala:

La centralità del contesto parigino nella Traviata verdiana emerge anche nel già citato Baccanale del "bue grasso" la cui sonorizzazione, insolitamente dettagliata, rinvia a un luogo arcicaratteristico del carnevale della capitale francese di quegli anni. [...] Solo inforcando gli occhiali deformanti del "Verdi-contadino" o della "volgarità-di-Verdi" si può affermare che il Baccanale "non può essere il carnevale di Parigi ma piuttosto un carnevale paesano, con la banda [e può darsi che qualcosa di simile il Verdi abbia udito a Busseto o alle Roncole]" (Alfredo Bonaccorsi, 1951).

Una prova
e contrario (se ce ne fosse bisogno) della pariginità del "bue grasso" è un articolo pubblicato nella "Gazzetta musicale di Milano" il 28 dicembre 1859 che – intitolato appunto Il baccanale del Bue grasso a Milano – esalta la festa così come si svolge nella capitale francese e si augura "che, per il prossimo futuro carnevale, si debba anche a Milano celebrare la baldoria del Bue grasso". Una festa che dovette apparire a Verdi non propriamente entusiasmante, a giudicare dal modo in cui la fa intervenire nell'ultimo atto della Traviata; secondo Berlioz, quello del "bue grasso" è uno di quegli spettacoli "che fanno dell'uomo soi-disant civilisé il più vile e il più atroce degli animali malvagi". Nel carnevale 1852, i parigini provarono un certo stupore (e forse Verdi con loro) nel vedere il carro del "bue grasso" tappezzato di manifesti pubblicitari. Nonostante l'ascendente antico, all'inizio del Secondo Impero il corteo del "bue grasso" appare più sotto il segno della Modernità che della Tradizione. Così, è nel giusto il parigino Camille Bellaigue, quando sottolinea (nel 1911) la "ricerca dell'attualità" nell'opera di Verdi, scagliandosi "contro le rappresentazioni Luigi XIII o Luigi XV della contemporaneissima Traviata. Qui [nel Baccanale] è la strada dell'epoca nostra, del nostro Parigi quasi di ieri; nel fango, nella neve di febbraio o di marzo, ecco il carnevale che la nostra infanzia ha conosciuto, e nulla è più sinistro che udirlo scorrere, grossolano, ignobile, da dietro le imposte chiuse e grigie della camera di morte". Altro che "contadino delle Roncole"; altro che naïf.

Clicca qui per il testo del brano.

CORO DI MASCHERE
Largo al quadrupede
sir della festa,
di fiori e pampini
cinto la testa.
Largo al più docile
d'ogni cornuto,
di corni e pifferi
abbia il saluto.
Parigini, date passo
al trionfo del Bue grasso!
L'Asia, né l'Africa
vide il più bello,
vanto ed orgoglio
d'ogni macello.
Allegre maschere,
pazzi garzoni,
tutti plauditelo
con canti e suoni.
Parigini, date passo
al trionfo del Bue grasso!




31 luglio 2011

La traviata (19) - "Addio del passato"

Scritto da Christian

Fatta uscire Annina dalla stanza, Violetta rimane sola e legge (o forse rilegge, come chissà quante volte ha già fatto) una missiva che custodiva in seno. In essa Giorgio Germont le chiede perdono per le sue azioni, e la informa di aver svelato egli stesso il suo sacrificio ad Alfredo, che nel frattempo è stato costretto a fuggire all'estero dopo aver ferito il Barone a duello. Germont le promette che sia lui che il figlio verranno presto a farle visita: ma il tempo passa, e Violetta, che sente la fine avvicinarsi, comincia a perdere ogni speranza di poter rivedere il suo amato. Nasce qui uno dei momenti più toccanti e dolorosi dell'intera opera, con una romanza che è al tempo stesso uno struggente grido di nostalgia per il passato e un'invocazione a una fine precoce. Da sottolineare che è anche l'unico momento, in tutto il dramma, che viene pronunciata la parola "traviata": a usarla, per ironia della sorte, è proprio Violetta per definire sé stessa.

Il brano è diviso in due parti: dapprima un recitativo in cui Violetta legge ad alta voce la lettera di Germont ("Teneste la promessa...") – la convenzione operistica vuole che le lettere vengano recitate senza cantare – e poi, introdotta da un oboe, l'aria vera e propria, di cui talvolta viene eseguita soltanto la prima parte, tralasciando quella che comincia con "Le gioie, i dolori tra poco avran fine". Le prime parole del brano, "Addio del passato", hanno dato il titolo a romanzi (di Valeria Mazzarelli, 2006 ma scritto negli anni settanta) e film (di Marco Bellocchio, 2000, mediometraggio dedicato proprio alla "Traviata" e ambientato a Busseto e nei luoghi verdiani).

Clicca qui per il testo del brano.

VIOLETTA
(trae dal seno una lettera)
"Teneste la promessa...
La disfida ebbe luogo.
Il barone fu ferito, però migliora...
Alfredo è in stranio suolo;
il vostro sacrifizio io stesso gli ho svelato.
Egli a voi tornerà pel suo perdono;
io pur verrò. Curatevi...
Meritate un avvenir migliore.
Giorgio Germont".
(desolata)
È tardi!
(si alza)
Attendo, attendo,
né a me giungon mai!...
(si guarda allo specchio)
Oh, come son mutata!
Ma il dottore a sperar pure m'esorta!
Ah, con tal morbo ogni speranza è morta.

Addio, del passato bei sogni ridenti,
le rose del volto già sono pallenti;
l'amore d'Alfredo pur esso mi manca,
conforto, sostegno dell'anima stanca.
Ah, della traviata sorridi al desio;
a lei, deh, perdona; tu accoglila, o Dio.
Or tutto finì.
Le gioie, i dolori tra poco avran fine,
la tomba ai mortali di tutto è confine!
Non lagrima o fiore avrà la mia fossa,
non croce col nome che copra quest'ossa!
Ah, della traviata sorridi al desio;
A lei, deh, perdona; tu accoglila, o Dio.
Or tutto finì!



Anna Netrebko


Maria Callas


Renata Tebaldi


Renata Scotto

Anna Moffo


Ancora qualche parola, in conclusione, sulla lettura della lettera di Germont padre da parte di Violetta. Come fa notare Marco Beghelli in un saggio, "Letture operistiche", pubblicato nel fascicolo che presentava la rappresentazione de "La traviata" al teatro La Fenice di Venezia nella stagione 2004/2005, "sopra un tappeto melodico evocatore, reminiscenza del primo incontro con Alfredo ("Di quell'amor ch'è palpito") [...] la voce si riduce improvvisamente alla dimensione parlata. Per qual mai sortilegio non è ben chiaro, in un contesto di finzione teatrale come quello dell'opera italiana, in cui tutto si può dire e fare cantando in versi, la retorica operistica sentiva evidentemente il bisogno di differenziare il proferimento di parole lette, abbassandone il livello linguistico rispetto al contesto musicale in cui si trovava inserito: all'interno di un recitativo secco, la lettura retrocede pertanto quasi sempre al grado di un'enunciazione parlata, con parole che abbandonano ben spesso la versificazione metrica per affidarsi eccezionalmente alla prosa, mentre in un contesto musicalmente ricco la lettura cantata s'abbassa almeno all'intonazione recitativa su nota più o meno fissa, se non alla totale perdita della dimensione canora".

28 luglio 2011

La traviata (18) - Preludio dell'atto III

Scritto da Christian

Ambientato interamente nella camera da letto dove Violetta giace malata, a Parigi, il terzo e ultimo atto dell'opera si svolge circa un mese dopo la conclusione del precedente e si apre con un intermezzo musicale che riprende le atmosfere e gli accordi del preludio del primo atto, venandoli però di ancora maggiore tristezza (non c'è più traccia degli accenni al ballo e alle feste che si potevano udire in apertura dell'opera, né del tema passionale di "Amami, Alfredo"). La vita di Violetta è prossima alla fine, la sua malattia l'ha ormai consumata, e la lontananza di Alfredo (che, come apprenderemo, è dovuto fuggire all'estero dopo aver ferito – ma non ucciso – il Barone in duello) ha fatto il resto. Il senso di morte imminente, che già aleggiava sulla protagonista sin dal principio (ricordiamo i mancamenti che già la affliggevano nel primo atto, subito dopo il brindisi), è ormai impossibile da scacciare.

La musica che apre il terzo atto è dunque triste, dolorosa e piena di rimpianti. Il libretto descrive così l'ambiente nel quale si svolge l'ultima parte dell'opera: "Camera da letto di Violetta. Nel fondo è un letto con cortine mezze tirate; una finestra chiusa da imposte interne; presso il letto uno sgabello su cui una bottiglia di acqua, una tazza di cristallo, diverse medicine. A metà della scena una toilette, vicino un canapé; più distante un altro mobile, sui cui arde un lume da notte; varie sedie ed altri mobili. La porta è a sinistra; di fronte v'è un caminetto con fuoco acceso. Violetta dorme sul letto. Annina, seduta presso il caminetto, è pure addormentata". È l'alba del giorno di Carnevale: i primi raggi di sole entrano dalle finestre, dalle quali si udranno più tardi i canti e un baccanale ("Largo al quadrupede") della gente che festeggia il Bue Grasso per le strade della città. A fare visita a Violetta è per primo il Dottore di Grenvil, che cerca di consolarla, di tirarle su il morale e di invitarla a sperare ancora ("Coraggio, la convalescenza non è lontana"). Ma Violetta, che la sera prima ha già ricevuto la visita di un prete, sa bene che si tratta di pietose bugie. E infatti il Dottore rivela sottovoce ad Annina, mentre lo sta accompagnando alla porta, che "la tisi non le accorda che poche ore".

Sorge spontaneo, naturalmente, un confronto fra l'atto conclusivo de "La traviata" e quello che Giacomo Puccini comporrà, 42 anni più tardi, per "La Bohème". Le analogie sono moltissime: entrambi ambientati a Parigi, nella camera di una fanciulla che sta morendo consunta dalla tubercolosi; entrambi connotati da una dimensione intimistica e colmi di brani ricchi di pathos che comunicano il rimpianto, le vane illusioni, il dolore e la fine di ogni speranza. Le due opere (e i loro autori) sono così diverse, eppure hanno così tanto in comune! Forse non a caso "La traviata" si staglia a tal punto, rispetto al resto della produzione di Verdi, da essere l'opera "popolare" per eccellenza: c'è anche chi l'ha definita la prima opera "realista" della storia, e non c'è dubbio che rappresenti uno spartiacque verso quel nuovo modo di intendere il dramma lirico che troverà proprio in Puccini uno dei migliori rappresentanti.



direttore: Carlo Rizzi


direttore: Lorenzo Molajoli

direttore: Georg Solti

23 luglio 2011

La traviata (17) - Alfredo

Scritto da Marisa

L'importanza della figura di Alfredo viene fuori solo se si tiene conto anche dei suoi limiti: di quella immaturità e impulsività di base che gli permettono, sia pure inconsciamente, di toccare le corde più nascoste e profonde dell'anima, quelle zone rimosse e negate che solo i bambini o i puri di cuore come il principe Myškin sanno toccare.
Ma Alfredo non è né un bambino né un mistico. È un giovane della buona borghesia, avvezzo ai piaceri e con un grosso complesso di padre. Normalmente quelli come lui, dopo aver corso la cavallina e data qualche preoccupazione al genitore benpensante, rientrano nei ranghi delle convenzioni e finiscono per assomigliare sempre più a quel padre a cui in gioventù avevano trasgredito, ma dal quale non hanno mai preso veramente le distanze in modo cosciente e responsabile.

Alfredo però non è solo questo. Pur non essendo un eroe, ha qualcosa di insolito e di straordinario: una genuina apertura alla “Visione”, un innato senso della Bellezza e dell'Armonia che mettono le ali all'Amore e alla Speranza, qualità estremamente contagiose e trasformative. Non è un eroe, come Calaf per esempio, perché non ha la consapevolezza né il coraggio determinato che spingono l'azione eroica verso l'impresa della liberazione della fanciulla prigioniera del mostro-drago e della trasformazione di un livello di coscienza ad un altro attraverso il superamento dei pericoli.
A suo modo comunque anche Alfredo libera Violetta dalle spirali di un drago: dalla rassegnazione a vivere una vita di comodità, ma estraniata dalla sua parte più vitale e profonda, dal centro di sé stessa da cui scaturisce la vera gioia di vivere. Ma lo fa senza un vero progetto e senza affrontare delle prove; anzi, quando la vicenda si trasforma in prova, lui non la riconosce e si adegua all'apparenza: crede subito quel che Violetta vuol fargli credere e si comporta di conseguenza, senza intuire minimamente la verità. Un vero eroe non si lascia distogliere dalle apparenze...

Lo vediamo però già all'inizio portatore di qualcosa di diverso dagli altri ammiratori di Violetta, qualcosa che non sappiamo definire, ma che l'amico Gastone intuisce e identifica in un modo d'amare insolito per quell'ambiente, dove dominano i desideri immediatamente soddisfatti e un tipo di piacere del tutto materialistico e legato alla soddisfazione raggiunta. Presentandolo a Violetta, Gastone usa dei termini come “Molto vi onora... sempre a voi pensa... ogni dì con affanno qui volò, di voi chiese...”: descrive cioè un tipo di interesse molto diverso dalla concupiscenza e dal bisogno di possedere subito l'oggetto amato, trattandosi soprattutto di una cortigiana dichiarata. E Violetta si stupisce, ma sul momento crede che si tratti di un'esagerazione e di un complimento un po' eccessivo ma niente di più.
E nel celebre brindisi Alfredo stupisce tutti e li trascina in un vortice d'entusiasmo che va oltre la semplice ebbrezza dell'alcol. Comincia a profilarsi qualcosa di più vasto ed arioso, qualcosa che coinvolge non solo i sensi, ma l'anima stessa...

Ma è nell'aria seguente (“Un dì felice, eterea...”) che viene fuori la vera particolarità di Alfredo, la sua dote più importante. Nell'inno all'amore che dispiega, raggiunge un vertice assoluto (grazie ovviamente alla sublime musica di Verdi, in stato di assoluta grazia) e pone il sentimento amoroso in un contesto cosmico e universale che trascende qualsiasi definizione (“Quell'amor ch'è palpito dell'universo intero...”). Sembra quasi di sentire Dante che parla dell'“Amor che move il sole e l'altre stelle...”. Ma Dante parla di Dio.
Alfredo è talmente ispirato che non può non contagiare chi lo ascolta e attivare una profonda nostalgia e desiderio. Ed è esattamente quello che succede a Violetta, che aveva rimosso la possibilità di un amore del genere, ma che ora è profondamente scossa e turbata da uno che fino a pochi momenti prima nemmeno conosceva...
Ecco, Alfredo può essere immaturo e impulsivo finché si vuole, ma è in grado di attivare e mettere in moto una forza d'amore e un'apertura d'anima straordinarie. Probabilmente avviene tutto inconsciamente, ma avviene. Probabilmente qualcosa di lui è in contatto con la sorgente dell'energia più nascosta e preziosa della Vita, e per lui accedervi è un fatto del tutto naturale e spontaneo, per cui non si rende nemmeno conto dell'eccezionalità di tale dono. Ma c'è, e Violetta ne viene risvegliata. La ragazza non potrà più essere come prima, e tale amore, anche se le porterà grandi sofferenze, le permetterà però di recuperare la propria autostima e di assaporare una felicità mai provata prima.

Nel secondo atto vediamo dispiegarsi il carattere di Alfredo esattamente come ce lo aspettavamo: si abbandona alla gioia come un bambino, senza porsi nessun problema pratico; poi si vergogna nel sentirsi mantenuto dalla donna amata, e infine si abbandona alla rabbia e alla vendetta credendosi tradito. Manifesta cioè tutti quegli aspetti di mancanza di riflessione e di maturità tipici del “figlio con complesso di padre”: e con il padre che vediamo in azione, non c'è da meravigliarsi. Reagisce a tanto conformismo e paternalismo cercando di sfuggirgli e rimanendo adolescente il più possibile.

Ritroviamo quella peculiare capacità di attivare la forza della “Vita” alla fine, nel terzo atto, quando Alfredo si precipita da Violetta malata e con il suo entusiasmo le riaccende, se pur per breve tempo, il desiderio di guarire e di vivere, cioè la Speranza (“Parigi, o cara...”). Non importa se Violetta muore (Alfredo non può certamente fare miracoli): quello che conta è che muore felice, in un momento di grazia, con la speranza e l'amore che hanno riacceso la sua anima, preparandola all'infinito...
La speranza infatti non è solo la proiezione nel futuro di qualcosa di bello che deve realizzarsi ma, nel suo significato più alto, uno stato d'animo, un'apertura che va oltre le aspettative concrete perché apre al trascendente, anche se non lo sappiamo e spesso confondiamo i piani. Di questa eccezionale capacità Alfredo è portatore e bisogna dargliene atto.

19 luglio 2011

La traviata (16) - Finale dell'atto II

Scritto da Christian

Subito dopo tante scene di gioia e di danza, arriva il momento di massima tensione dell'opera. Alfredo, giunto alla festa di Flora in cerca di Violetta, la ritrova accompagnata dal Barone Douphol (il precedente protettore della ragazza) e si convince che lei lo abbia abbandonato per tornare ai suoi antichi piaceri. Reso cieco dall'amore, dall'impulsività e dall'ingenuità, ignaro non solo della promessa fatta da Violetta a Giorgio Germont ma anche del suo grave stato di salute, Alfredo sfida apertamente il Barone (inizialmente soltanto al gioco, vincendo forti somme: "Sfortuna nell'amore / fortuna reca al gioco"; ma è già sottintesa una futura sfida a duello). Mentre i convitati si spostano in un'altra sala per la cena, Violetta chiede ad Alfredo di potergli parlare in privato ("Mi chiamaste? Che bramate?") per supplicarlo di andarsene immediatamente e di non battersi con Douphol. Alfredo, pur sprezzante nei suoi confronti ("S'ei cadrà per mano mia / un sol colpo vi torrìa / coll'amante il protettore"), la invita ancora, per un'ultima volta, a seguirlo; ma lei – fedele alla promessa che ha fatto a suo padre – rifiuta e gli confessa di amare il Barone. A quel punto, il giovane non ci vede più: riconvoca tutti nel salone e pubblicamente dà il "benservito" a Violetta, gettando ai suoi piedi il denaro che ha appena vinto al gioco ("Or testimon vi chiamo / che qui pagata io l'ho").

Il secondo atto si conclude con un concertato, ovvero un pezzo in cui (per dirla con Wikipedia) "i personaggi e il coro intrecciano le loro linee vocali in forma polifonica". L'atto di disprezzo di Alfredo nei confronti di Violetta, e il suo trattarla così apertamente da prostituta, suscitano l'indignazione di tutti i presenti ("Oh, infamia orribile"): lo stesso Alfredo se ne pente all'istante ("Ah sì, che feci! Ne sento orrore!"), e contemporaneamente giunge anche suo padre, Giorgio Germont, che lo rimprovera aspramente ("Di sprezzo degno sé stesso rende / chi pur nell'ira la donna offende"), pur non potendo rivelare la verità e il proprio ruolo nella vicenda. La scena si chiude con il Barone Douphol che sfida, stavolta in maniera aperta, Alfredo a duello, mentre Violetta – riacquistati i sensi dopo essere svenuta – si dispera per non poter spiegare ad Alfredo la grandezza del proprio amore, che lui non può comprendere ("Alfredo, Alfredo, di questo core").

Da notare che nel testo teatrale di Dumas cui si ispira l'opera ("La signora delle camelie"), il personaggio di Duval (ossia Giorgio Germont) non compare più dopo il lungo colloquio con Margherita/Violetta (a dire il vero fa una piccola comparsata, ma senza pronunciare battute, nel punto in cui Verdi e Piave hanno inserito l'aria "Di Provenza il mar, il suol"). Non era però pensabile che il baritono, uno dei tre cantanti principali, sparisse nel nulla a metà dell'opera: per questo ne "La traviata" è stato aggiunto il suo arrivo alla festa di Flora e poi, nel terzo atto, quello nella camera di Violetta morente. Sono scene che rafforzano, anziché indebolirlo, il nucleo drammatico della vicenda: dopotutto il vero contrasto de "La traviata" è quello fra Violetta e Germont, o meglio fra i mondi che i due personaggi rappresentano (il sentimento libero autentico, contro la morale e le convenzioni sociali): in questo senso, Alfredo è – drammaturgicamente – quasi subalterno rispetto agli altri due personaggi, molto più in balia degli eventi e dipendente dalle decisioni altrui.

Clicca qui per il testo da "Alfredo! Voi!".

TUTTI
Alfredo! Voi!

ALFREDO
Sì, amici.

FLORA
Violetta?

ALFREDO
Non ne so.

TUTTI
Ben disinvolto! Bravo!
Or via, giuocar si può.

FLORA
(andando incontro a Violetta, che entra al braccio del Barone)
Qui desiata giungi.

VIOLETTA
Cessi al cortese invito.

FLORA
Grata vi son, barone,
d'averlo pur gradito.

BARONE
(piano a Violetta)
Germont è qui! Il vedete?

VIOLETTA
(fra sé)
Cielo! Gli è vero!
(piano al Barone)
Il vedo.

BARONE
(cupo)
Da voi non un sol detto
si volga a questo Alfredo.

VIOLETTA
(fra sé)
Ah, perché venni, incauta!
Pietà, gran Dio, di me!

FLORA
(a Violetta, facendola sedere presso di sé sul divano)
Meco t'assidi: narrami.
Quai novità vegg'io?
(Il Dottore si avvicina ad esse, che sommessamente conversano. Il Marchese si trattiene a parte col Barone, Gastone taglia, Alfredo ed altri puntano, altri passeggiano.)

ALFREDO
Un quattro!

GASTONE
Ancora hai vinto.

ALFREDO
Sfortuna nell'amore
fortuna reca al giuoco!
(punta e vince)

TUTTI
È sempre vincitore!

ALFREDO
Oh, vincerò stasera; e l'oro guadagnato
poscia a goder tra' campi ritornerò beato.

FLORA
Solo?

ALFREDO
No, no, con tale che vi fu meco ancora,
poi mi sfuggìa.

VIOLETTA
(Mio Dio!)

GASTONE
(ad Alfredo, indicando Violetta)
Pietà di lei!

BARONE
(ad Alfredo, con mal frenata ira)
Signor!

VIOLETTA
(al Barone)
Frenatevi, o vi lascio.

ALFREDO
(disinvolto)
Barone, m'appellaste?

BARONE
Siete in sì gran fortuna,
che al giuoco mi tentaste.

ALFREDO
(ironico)
Sì? la disfida accetto.

VIOLETTA
(Che fia? morir mi sento.
Pietà, gran Dio, di me!)

BARONE
(puntando)
Cento luigi a destra...

ALFREDO
(puntando)
Ed alla manca cento.

GASTONE
Un asso... un fante...
(ad Alfredo)
Hai vinto!

BARONE
Il doppio?

ALFREDO
Il doppio sia.

GASTONE
(tagliando)
Un quattro... un sette...

TUTTI
Ancora!

ALFREDO
Pur la vittoria è mia!

CORO
Bravo davver! La sorte
è tutta per Alfredo!

FLORA
Del villeggiar la spesa
farà il baron, già il vedo.

ALFREDO
(al Barone)
Seguite pur!

SERVO
La cena è pronta.

TUTTI
(avviandosi)
Andiamo.

VIOLETTA
(Che fia? morir mi sento.
Pietà, gran Dio, di me!)

ALFREDO
(al Barone)
Se continuar v'aggrada...

BARONE
Per ora nol possiamo:
Più tardi la rivincita.

ALFREDO
Al gioco che vorrete.

BARONE
Seguiam gli amici. Poscia...

ALFREDO
Sarò qual bramerete. Andiam.

BARONE
Andiam.

(Tutti entrano nella porta di mezzo: la scena rimane un istante vuota. Poi Violetta ritorna affannata.)

VIOLETTA
Invitato a qui seguirmi,
verrà desso? Vorrà udirmi?
Ei verrà, ché l'odio atroce
puote in lui più di mia voce...

Clicca qui per il testo da "Mi chiamaste? Che bramate?".

ALFREDO
Mi chiamaste? Che bramate?

VIOLETTA
Questi luoghi abbandonate;
un periglio vi sovrasta.

ALFREDO
Ah, comprendo! Basta, basta!
E sì vile mi credete?

VIOLETTA
Ah no, no, mai!

ALFREDO
Ma che temete?

VIOLETTA
Temo sempre del Barone.

ALFREDO
È tra noi mortal quistione.
S'ei cadrà per mano mia,
un sol colpo vi torrìa
coll'amante il protettore.
V'atterrisce tal sciagura?

VIOLETTA
Ma s'ei fosse l'uccisore?
Ecco l'unica sventura
ch'io pavento a me fatale!

ALFREDO
La mia morte! Che ven cale?

VIOLETTA
Deh, partite, e sull'istante!

ALFREDO
Partirò, ma giura innante
che dovunque seguirai,
seguirai i passi miei...

VIOLETTA
Ah! no, giammai!

ALFREDO
No! giammai!

VIOLETTA
Va', sciagurato.
Scorda un nome ch'è infamato!
Va', mi lascia sul momento
di fuggirti un giuramento
sacro io feci.

ALFREDO
A chi? Dillo, chi potea?

VIOLETTA
Chi diritto pien ne avea.

ALFREDO
Fu Douphol?

VIOLETTA
(con supremo sforzo)
Sì.

ALFREDO
Dunque l'ami?

VIOLETTA
Ebben... l'amo!

ALFREDO
(corre furente alla porta e grida)
Or tutti a me!

TUTTI
(ritornano confusamente)
Ne appellaste? Che volete?

ALFREDO
(additando Violetta che abbattuta si appoggia al tavolino)
Questa donna conoscete?

TUTTI
Chi? Violetta?

ALFREDO
Che facesse non sapete?

VIOLETTA
Ah, taci!

TUTTI
No.

ALFREDO
Ogni suo aver tal femmina
per amor mio sperdea
Io cieco, vile, misero,
tutto accettar potea.
Ma è tempo ancora! Tergermi
da tanta macchia bramo.
Or testimoni vi chiamo
che qui pagata io l'ho.
(Getta con furente sprezzo una borsa ai piedi di Vloletta, che sviene tra
le braccia di Flora e del Dottore. In tal momento entra il padre.
)

TUTTI
Oh, infamia orribile
tu commettesti!
Un cor sensibile
Così uccidesti!
Di donne ignobile
insultator,
di qui allontanati,
ne desti orror.

Clicca qui per il testo da "Di sprezzo degno".

GERMONT
(con dignitoso fuoco)
Di sprezzo degno sé stesso rende
chi pur nell'ira la donna offende.
Dov'è mio figlio? Più non lo vedo:
in te più Alfredo trovar non so.

ALFREDO
(fra sé)
Ah sì, che feci! Ne sento orrore!
Gelosa smania, deluso amore
mi strazia l'alma, più non ragiono...
Da lei perdono più non avrò.
Volea fuggirla, non ho potuto.
Dall'ira spinto son qui venuto!
Or che lo sdegno ho disfogato,
me sciagurato, rimorso n'ho!

FLORA, GASTONE, DOTTORE, MARCHESE, CORO
(a Violetta)
Oh, quanto peni! Ma pur fa cor!
Qui soffre ognuno del tuo dolor;
fra cari amici qui sei soltanto,
rasciuga il pianto che t'inondò.

GERMONT
(fra sé)
Io sol fra tanti so qual virtude
di quella misera il sen racchiude.
Io so che l'ama, che gli è fedele;
eppur, crudele, tacer dovrò!

BARONE
(piano ad Alfredo)
A questa donna l'atroce insulto
qui tutti offese, ma non inulto
fia tanto oltraggio. Provar vi voglio
che tanto orgoglio fiaccar saprò.

VIOLETTA
(riavendosi)
Alfredo, Alfredo, di questo core
non puoi comprendere tutto l'amore;
tu non conosci che fino a prezzo
del tuo disprezzo provato io l'ho!
Ma verrà giorno, in che il saprai
com'io t'amassi, confesserai...
Dio dai rimorsi ti salvi allora!
Io spenta ancora pur t'amerò.



Giuseppe Filianoti, Mariella Devia
(direttore: Bruno Campanella)


Alfredo Kraus, Elena Mauti-Nunziata, Vicente Sardinero
(direttore: Francis Balagna)


Gianni Poggi, Renata Tebaldi, Aldo Protta
dir: F. Molinari Pradelli

Carlo Bergonzi, Montserrat Caballe, Sherrill Milnes
dir: Georges Pretre

7 luglio 2011

La traviata (15) - "Noi siamo zingarelle"

Scritto da Christian

Il secondo quadro del secondo atto si svolge nella casa parigina di Flora, dove è in programma una festa in maschera. La padrona di casa, dopo aver spiegato ad alcuni amici (il dottore Grenvil e il marchese d'Obigny) di aver invitato anche Violetta e Alfredo, è stupita nell'apprendere che i due si sono separati e che Violetta verrà alla festa con il barone Douphol. Nel frattempo cominciano ad giungere gli invitati: alcune signore si sono mascherate da zingare ("Noi siamo zingarelle"), e si divertono a leggere la mano a Flora e al Marchese, mentre un gruppo di gentiluomini – guidati dal visconte Gastone – si presenta in costume da toreador ("Di Madride noi siam mattadori") e racconta le imprese di Piquillo, un torero che ha affrontato ben cinque tori nell'arena per amore della sua bella. Fra risa, scherzi e balli, il quadro si apre dunque con una serie di cori vivaci e festosi, arricchiti da una musica colorata e vivace che fa registrare un notevole stacco rispetto ai toni con cui si era chiuso quello precedente: se fossimo nel "Don Giovanni" di Mozart, ci sarebbe da commentare: "Troppo dolce comincia la scena / In amaro potrìa terminar...".

Clicca qui per il testo del brano.

ZINGARE
(molte signore mascherate da zingare, che entrano dalla destra.)
Noi siamo zingarelle
venute da lontano;
d'ognuno sulla mano
leggiamo l'avvenir.
Se consultiam le stelle
null'avvi a noi d'oscuro,
e i casi del futuro
possiamo altrui predir.

(osservando la mano di Flora)
Vediamo! Voi, signora,
rivali alquante avete.

(osservando la mano del Marchese)
Marchese, voi non siete
model di fedeltà.

FLORA
(al Marchese)
Fate il galante ancora?
Ben, vo' me la paghiate!

MARCHESE
(a Flora)
Che diamin vi pensate?
L'accusa è falsità!

FLORA
La volpe lascia il pelo,
non abbandona il vizio.
Marchese mio, giudizio,
o vi farò pentir!

TUTTI
Su via, si stenda un velo
sui fatti del passato;
già quel ch'è stato è stato,
badate/badiamo all'avvenir.
(Flora ed il Marchese si stringono la mano.)

(Gastone ed altri mascherati da mattadori e da piccadori spagnoli entrano
vivacemente dalla destra.
)

GASTONE E MATTADORI
Di Madride noi siam mattadori,
siamo i prodi del circo de' tori,
testè giunti a godere del chiasso
che a Parigi si fa pel bue grasso;
è una storia, se udire vorrete,
quali amanti noi siamo saprete.

GLI ALTRI
Sì, sì, bravi, narrate, narrate!
Con piacere l'udremo!

GASTONE E MATTADORI
Ascoltate.
È Piquillo un bel gagliardo
biscaglino mattador:
forte il braccio, fiero il guardo,
delle giostre egli è signor.
D'andalusa giovinetta
follemente innamorò;
ma la bella ritrosetta
così al giovane parlò:
cinque tori in un sol giorno
vo' vederti ad atterrar;
e, se vinci, al tuo ritorno
mano e cor ti vo' donar.
Sì, gli disse, e il mattadore
alle giostre mosse il piè;
cinque tori, vincitore
sull'arena egli stendè.

GLI ALTRI
Bravo, bravo il mattadore,
ben gagliardo si mostrò,
se alla giovane l'amore
in tal guisa egli provò.

GASTONE E MATTADORI
Poi, tra plausi, ritornato
alla bella del suo cor,
colse il premio desiato
tra le braccia dell'amor.

GLI ALTRI
Con tai prove i mattadori
san le belle conquistar!

GASTONE E MATTADORI
Ma qui son più miti i cori;
a noi basta folleggiar!

TUTTI
Sì, sì, allegri, or pria tentiamo
della sorte il vario umor;
la palestra dischiudiamo
agli audaci giuocator.
(Gli uomini si tolgono la maschera, chi passeggia e chi si accinge a giocare.)


direttore: Lorin Maazel (La Scala 2007)


direttore: Carlo Rizzi

una prova diretta da Arturo Toscanini ^^


Ed ecco una versione del coro "Noi siamo zingarelle", colorato ed espressivo, accompagnata da una curiosa animazione a passo uno con la plastilina:

26 giugno 2011

La traviata (14) - Il padre: legge e conformismo

Scritto da Marisa

La figura del padre ne "La Traviata" ci dà l'occasione di riflettere su alcune caratteristiche e luoghi comuni che accompagnano nella nostra cultura i vissuti intorno ad essa.

Nelle culture patriarcali, rafforzate dalle religioni monoteiste in cui Dio è vissuto come Padre, tradizionalmente spetta a lui essere il detentore della legge, il custode delle normative che regolano i comportamenti sociali, e ne stabilisce le punizioni a tutti i livelli, dalla microsocietà della famiglia alla grande società della città e dello stato (i padri costituenti, i giudici, ecc...). Se pure, come si ipotizza, c'è stata nella preistoria un'epoca matriarcale, questa è così lontana che praticamente ha lasciato tracce solo nei miti (le Amazzoni, l'epoca della “Grande Madre”...), ma a memoria storica tutta l'organizzazione civile è sempre stata regolata dalla “legge del padre”. Basti ricordare il “Pater familiae” romano, che aveva potere assoluto già nel riconoscimento del figlio con il semplice gesto di sollevarlo dal suolo per attribuirsene la paternità e legittimarlo. Anche nel mondo greco classico, dove c'è ancora un Olimpo popolato anche di grandi Dee, la supremazia spetta comunque a Zeus col titolo di “Padre degli Dei”.

La psicoanalisi, con Freud e poi soprattutto con Lacan, in tempi moderni ha ulteriormente legittimato il padre come fonte e detentore della legge, ponendolo come unico baluardo alla fusione incestuosa della coppia madre-figlio; la presenza del terzo che rompe la dualità e costringe il figlio ad accettare la frustrazione della separazione che darà poi origine al bisogno di simbolizzare (da cui nasce la parola) e alla formazione del Super-Io, primo elemento fondante della voce della coscienza, pena la castrazione. La madre rimane il primo referente affettivo, contenitore e sfondo di tutto lo sviluppo pulsionale, soprattutto per quel che riguarda l'Eros, mentre il padre diventa il fondamento e il garante del “Logos”.

Ma la società non è regolata solo dal diritto e dai suoi codici che garantiscono la giustizia, da leggi che derivano da un'esigenza etica già presente dai tempi delle tavole di Mosé e pertanto universali, ma anche da norme non codificate che riflettono lo spirito del tempo, norme convenzionali, che mutano con l'evolvere delle coscienze e che possono apparire persino strane o immorali alle generazioni successive, o essere completamente diverse rispetto ad altri popoli ed altre culture. Si tratta di una morale collettiva, che tiene massimamente in conto l'orientamento del pensiero dominante e del “buon nome”, dell'opinione che circola, sostenuta dal bisogno di adeguamento sociale e di approvazione da parte delle istituzioni forti, soprattutto la Chiesa.

La figura di Germont, il padre di Alfredo, è sicuramente caratterizzata dall'essere portavoce di principi ed esigenze completamente dominati dallo spirito del tempo, e in questo mostra tutta la sua forza e la sua debolezza. È talmente stereotipato che, conoscendo l'epoca in cui vive e l'ambiente borghese da cui proviene, si potrebbe prevedere tutto quello che dice e tutte le sue argomentazioni. La borghesia rappresenta infatti la classe sociale maggiormente esposta alla tirannia delle convenzioni, perché le classi più elevate si permettono devianze che vengono perdonate come “stravaganze” di nobili e quelle troppo basse sono già escluse dal rispetto perché sentite strutturalmente deboli e degradate.

Chiuso dentro questa gabbia della “rispettabilità”, Germont non sospetta minimamente l'ipocrisia e la crudeltà che incarna, ed è questa “buona fede” che ne fa un personaggio tragico e non odioso. I suoi valori sono talmente condivisi che persino Violetta li accetta e si inchina davanti ad essi. Pur col cuore straziato, sente che il padre di Alfredo ha pienamente il diritto di chiederle di rinunciare al suo amore per permettere alla giovane “sì casta e pura” un matrimonio convenzionale, che sarebbe saltato solo perché il fratello conviveva con lei, ed è addirittura d'accordo con l'esplicita malignità sulla durata effimera dell'amore dell'uomo all'infuori del matrimonio, unica garanzia di durata attraverso i “sacri nodi”.

Tutto il sacrificio di Violetta è in fondo una capitolazione di fronte alla morale convenzionale, e si capisce solo se teniamo presente il suo senso di colpa per essersene dimenticata, per averla rimossa, nella felicità dell'amore. Non si è mai veramente affrancata dalle convenzioni e dai pregiudizi moralistici, come faranno più avanti con un pensiero forte le femministe, ma si è semplicemente illusa di non essere raggiunta e di non dover pagare un prezzo troppo alto a quelle regole che lei stessa ritiene superiori.

Solo alla fine Germont padre esce dall'atteggiamento convenzionale e mostra la possibilità di una scelta individuale e personale, vedendo in Violetta una donna reale e sofferente e non soltanto una cortigiana da allontanare dal figlio. Ma è troppo tardi e non sappiamo neanche se ormai può permetterselo perché ha ottenuto quel che voleva, visto che il matrimonio della figlia “pura siccome un angelo” si è celebrato.

L'intrusività del padre e il suo strapotere nella vita dei figli è un tema ricorrente nelle opere di Verdi: basti pensare a “Rigoletto” e “Aida”, dove l'intervento dei padri è direttamente responsabile della catastrofe finale. Colpisce ogni volta la grande umanità e nobiltà della musica di Verdi, che riesce sempre ad avvolgere questi personaggi in un'atmosfera complessa, mai banale. Il complesso padre-figlio o padre-figlia viene presentato con tali sfumature e profondità da toccare intimamente e giustificare in qualche modo qualsiasi vessazione, in nome dell'amore.

6 giugno 2011

La traviata (13) - "Di Provenza il mar, il suol"

Scritto da Christian

Ancora turbato dalle strane parole che Violetta gli ha rivolto prima di uscire di casa, Alfredo viene a sapere da un domestico che la ragazza è partita con il calesse per Parigi in compagnia di Annina. Inizialmente non se ne cura, pensando che sia andata a concludere la vendita delle sue proprietà, ed è tranquillo perché sa che la governante glielo impedirà. Ma poi arriva un uomo (un "commissario", ossia colui che fa una commissione) a consegnargli un biglietto da parte di Violetta: si tratta della lettera che la ragazza gli aveva scritto, nella quale gli dice addio e gli confessa che torna a Parigi, nelle braccia – immaginiamo – del barone Douphol, il suo precedente protettore. Alfredo lancia un grido, e proprio in quel momento si ritrova di fronte a suo padre, che non si era affatto allontanato dalla villa.

In una delle più celebri arie per baritono del repertorio verdiano, Giorgio Germont supplica il figlio di dimenticare Violetta (naturalmente senza rivelargli nulla del suo precedente colloquio con la ragazza) e gli chiede di tornare con lui nella sua regione d'origine: per riuscirci, fa ricorso a tutte le armi che la retorica gli mette a disposizione, appellandosi alla religione ("Dio mi guidò"), alla patria (il "natio fulgente suol") e alla famiglia ("Il tuo vecchio genitor / tu non sai quanto soffrì"). Musicalmente il brano ricorda quasi una ninna nanna, con il suo andamento dal cantilena, senza dubbio per rinfocolare il legame fra padre e figlio e quello con il passato, con il paese dell'origine e dell'infanzia.

Ma Alfredo non si lascia commuovere dal padre, anzi quasi non gli presta nemmeno attenzione, talmente è impegnato a rimuginare fra sé e sé propositi di vendetta. Respinge l'abbraccio di Germont (che tenta nuovamente di convincerlo a venire con lui, assicurandogli che non gliene vuole per il suo comportamento "dissoluto", che tanti guai sta causando alla famiglia: "No, non udrai rimproveri") e decide impulsivamente di correre a Parigi, alla festa di Flora, dove è convinto di ritrovare Violetta. E qui, con un finale che non promette nulla di buono, termina la prima parte del secondo atto.

Clicca qui per il testo di "Di Provenza il mar, il suol".

GERMONT
Di Provenza il mar, il suol
chi dal cor ti cancellò?
Al natio fulgente sol
qual destino ti furò?
Oh, rammenta pur nel duol
ch'ivi gioia a te brillò;
e che pace colà sol
su te splendere ancor può.
Dio mi guidò!
Ah! il tuo vecchio genitor
tu non sai quanto soffrì.
Te lontano, di squallor
il suo tetto si coprì.
Ma se alfin ti trovo ancor,
se in me speme non fallì,
se la voce dell'onor
in te appien non ammutì,
Dio m'esaudì!

Clicca qui per il resto della scena e "No, non udrai rimproveri".

GERMONT
(abbracciandolo)
Né rispondi d'un padre all'affetto?

ALFREDO
Mille serpi divoranmi il petto.
(respingendo il padre)
Mi lasciate.

GERMONT
Lasciarti!

ALFREDO
(risoluto)
(Oh vendetta!)

GERMONT
Non più indugi; partiamo, t'affretta.

ALFREDO
(Ah, fu Douphol!)

GERMONT
M'ascolti tu?

ALFREDO
No.

GERMONT
Dunque invano trovato t'avrò!

No, non udrai rimproveri;
copriam d'oblio il passato;
l'amor che m'ha guidato,
sa tutto perdonar.
Vieni, i tuoi cari in giubilo
con me rivedi ancora:
a chi penò finora
tal gioia non negar.
Un padre ed una suora
t'affretta a consolar.

ALFREDO
(Scuotendosi, getta a caso gli occhi sulla tavola, vede la lettera di Flora)
Ah! Ell'è alla festa!
Volisi l'offesa a vendicar.
(Fugge precipitoso)

GERMONT
Che dici? Ah, ferma!
(lo insegue)




Leo Nucci


Tito Gobbi


Giorgio Zancanaro


Cornell McNeil

Gino Bechi


In campo cinematografico, citazione d'obbligo per "Ossessione" (1943), il film d'esordio di Luchino Visconti, un noir ispirato a "Il postino suona sempre due volte". In questa scena, i due amanti Gino (Massimo Girotti) e Giovanna (Clara Calamai) si ritrovano insieme mentre l'ignaro Giuseppe (Juan De Landa), il marito di lei, si esibisce in un concorso canoro intonando proprio l'aria di Giorgio Germont.

31 maggio 2011

La traviata (12) - "Amami, Alfredo!"

Scritto da Christian


“Amami, Alfredo,
amami quant'io t'amo!
Addio!”


È difficile dire quale sia il brano più celebre de "La traviata", un'opera che di melodie indimenticabili ne offre a bizzeffe. Il brindisi "Libiamo ne' lieti calici"? La cabaletta "Sempre libera degg'io"? Le arie di Alfredo "Un dì felice, eterea" e "De' miei bollenti spiriti"? La romanza "Di Provenza il mar, il suol"? Il duetto "Parigi, o cara"? Lo struggente "Addio del passato?" La scelta, come si vede, è ampia. Ma c'è una frase musicale che, seppur brevissima, rappresenta uno dei passaggi più commoventi e caratteristici di quest'opera, al punto da essere anticipata sin dall'inizio, nel preludio: è "Amami, Alfredo", che Violetta intona nel momento in cui sta dicendo addio al suo amato (all'insaputa di lui), nel bel mezzo del secondo atto. Sia le parole sia la melodia sono state riutilizzate innumerevoli volte dal mondo del cinema (da "Il gattopardo" di Luchino Visconti a "E la nave va" di Federico Fellini), della televisione e della canzone. Un esempio per tutti: il finale di "Pretty Woman" (film che in fondo può essere considerato una "Traviata" a lieto fine) con Richard Gere e Julia Roberts:


Ma torniamo alla trama. Lasciata da Giorgio Germont, Violetta si accinge a scrivere due missive: della prima non ci viene rivelato il destinatario (è probabilmente per il barone Douphol, al quale chiede di accompagnarla quella sera alla festa da Flora). La seconda – una lettera d'addio – è per Alfredo, cui vuol far credere di essere stata nuovamente irretita dalla passione per la bella vita e per gli amanti parigini. Ma non appena ha terminato di scriverla, è sorpresa dal ritorno di Alfredo, al quale dissimula le sue intenzioni. Prima di fuggire nel giardino e da lì, con il calesse, a Parigi, lancia un disperato e lancinante grido d'amore e gli dà l'addio per l'ultima volta.

Clicca qui per il testo del brano.

VIOLETTA
Dammi tu forza, o cielo!
(siede, scrive, poi suona il campanello)

ANNINA
Mi richiedeste?

VIOLETTA
Sì, reca tu stessa
questo foglio...

ANNINA
(ne guarda il destinatario e se ne mostra sorpresa)
Oh!

VIOLETTA
Silenzio! Va' all'istante.
(Annina parte)
Ed ora si scriva a lui.
Che gli dirò?
Chi men darà il coraggio?
(scrive e poi suggella)

ALFREDO
(entrando)
Che fai?

VIOLETTA
(nascondendo la lettera)
Nulla.

ALFREDO
Scrivevi?

VIOLETTA
(confusa)
Sì... No...

ALFREDO
Qual turbamento!
A chi scrivevi?

VIOLETTA
A te.

ALFREDO
Dammi quel foglio.

VIOLETTA
No, per ora.

ALFREDO
Mi perdona,
son io preoccupato.

VIOLETTA
(alzandosi)
Che fu?

ALFREDO
Giunse mio padre...

VIOLETTA
Lo vedesti?

ALFREDO
Ah, no; severo scritto mi lasciava.
Però l'attendo.
T'amerà in vederti.

VIOLETTA
(molto agitata)
Ch'ei qui non mi sorprenda...
Lascia che m'allontani... Tu lo calma...
(mal frenando il pianto)
Ai piedi suoi mi getterò, divisi
ei più non ne vorrà.
Sarem felici.
Perché tu m'ami, Alfredo, non è vero?

ALFREDO
Oh, quanto! Perché piangi?

VIOLETTA
Di lagrime avea d'uopo.
Or son tranquilla.
(sforzandosi)
Lo vedi? Ti sorrido... lo vedi?
Or son tranquilla. Ti sorrido.
Sarò là, tra quei fior,
presso a te sempre.
Amami, Alfredo,
amami quant'io t'amo!
Addio!
(corre in giardino)



Stefania Bonfadelli (Violetta), Scott Piper (Alfredo)


Maria Callas, Giuseppe Di Stefano


Renata Tebaldi, Gianni Poggi


Angela Gheorghiu, Frank Lopardo

Anna Netrebko, Rolando Villazón

27 maggio 2011

La traviata (11) - "Dite alla giovine"

Scritto da Christian

Violetta ha dunque accettato di farsi da parte per il bene della famiglia di Alfredo, come richiestole da Giorgio Germont, rinunciando alla propria felicità e riscattando così il proprio passato "indegno" in favore di un'altra fanciulla, "pura come un angelo" (personaggio che peraltro nell'opera non comparirà e di cui non sapremo nemmeno il nome). E tutto questo avverrà alla completa insaputa di Alfredo. Nell'aria "Dite alla giovine", flebile e dolcissima, spiega al padre del suo amato che questa rinuncia la porterà alla morte: Germont, pur consapevole di averle chiesto un grande sacrificio, la esorta invece – non senza ipocrisia – a continuare a vivere e le assicura che il cielo la ricompenserà: addirittura la abbraccia come una figlia (com'è cambiato il suo atteggiamento rispetto a quello che aveva quando era entrato in casa!). Prima di andarsene, l'uomo le suggerisce di dire semplicemente ad Alfredo che non lo ama più, ma Violetta sa bene che questo non sarebbe sufficiente. La soluzione è diversa: accetterà l'invito dell'amica Flora di tornare a Parigi per una nuova festa, fingendo di ricadere nelle tentazioni della vita mondana e dissoluta che aveva abbandonato. Ma non rivela questa sua decisione a Germont, pregandolo soltanto di rivelare la verità ad Alfredo quando tutto sarà finito, in modo che sappia, anche se in ritardo, che lei lo ha davvero amato ("Morrò! La mia memoria / non fia ch'ei maledica").

Clicca qui per il testo di "Dite alla giovine".

VIOLETTA
Ah!
Dite alla giovine
sì bella e pura
ch'avvi una vittima
della sventura,
cui resta un unico
raggio di bene
che a lei il sacrifica
e che morrà!

GERMONT
Piangi, o misera!
Supremo, il veggo,
è il sacrifizio
ch'ora ti chieggo.
Sento nell'anima
già le tue pene;
coraggio e il nobile
cor vincerà.

Clicca qui per il testo di "Morrò! La mia memoria".

VIOLETTA
Morrò! La mia memoria
non fia ch'ei maledica,
se le mie pene orribili
vi sia chi almen gli dica.

GERMONT
No, generosa, vivere,
e lieta voi dovrete,
mercè di queste lagrime
dal cielo un giorno avrete.

VIOLETTA
Conosca il sacrifizio
ch'io consumai d'amor,
che sarà suo fin l'ultimo
sospiro del mio cor.

GERMONT
Premiato il sacrifizio
sarà del vostro amor;
d'un opra così nobile
sarete fiera allor.


Maria Callas, Ugo Savarese


Anna Moffo, Robert Merrill


Renata Scotto, Sesto Bruscantini


Angela Gheorghiu, Leo Nucci


Renée Fleming, Bruno Caproni

Anna Netrebko, Thomas Hampson


Il duetto fra Violetta e Germont è una delle parti dell'opera che furono maggiormente rivisitate da Verdi dopo il "fiasco" della prima rappresentazione del 1853 (al riguardo, c'è da precisare che recentemente molti storici e musicologi hanno voluto ridimensionare la portata di questo insuccesso, attribuendolo più a una percezione dello stesso Verdi che a una reale insoddisfazione del pubblico; pubblico che, è vero, rimase un po' freddo e non gradì particolarmente l'interpretazione dei cantanti, soprattutto del baritono e del tenore, ma apprezzò comunque l'opera e la musica del compositore).

21 maggio 2011

La traviata (10) - "Pura siccome un angelo"

Scritto da Christian

Nessun racconto, e tanto meno un melodramma, può dirsi completo se sulla strada dei protagonisti non insorgono avversari e difficoltà. Finora l'amore di Violetta e Alfredo sembra aver superato ogni ostacolo (le tentazioni della vita mondana, la gelosia del barone Douphol) con grande facilità, ma ecco che sulla scena irrompe il vero avversario della coppia: non un rivale in amore ma il padre di Alfredo, Giorgio Germont, rappresentante della società borghese e portatore dei valori morali e familiari dell'epoca. Anche se il personaggio esce dalla penna di Alexandre Dumas, è lecito pensare che Verdi vedesse in lui l'ombra di Antonio Barezzi, suo mecenate ma soprattutto suo ex suocero (era il padre della sua prima e defunta moglie, Margherita), che non vedeva per nulla di buon occhio la nuova relazione del compositore con Giuseppina Strepponi e non perdeva occasione per esternare in pubblico la propria riprovazione per la loro convivenza.

Ma torniamo al dramma. Partito Alfredo al termine dell'aria precedente, Violetta torna in casa e dice alla governante Annina che attende una visita: si tratta di un uomo d'affari con il quale dovrebbe concludere la vendita delle sue proprietà. Al suo posto, non invitato, arriva invece Germont, padre di Alfredo, il terzo personaggio principale dell'opera. L'uomo si scaglia subito e con veemenza contro Violetta, accusandola di portare alla rovina il figlio: ma cambia atteggiamento quando si rende conto di non trovarsi di fronte a una profittatrice avida e dissoluta, come pensava e come la reputazione della ragazza lasciava intendere, bensì a una donna orgogliosa e innamorata che nutre per Alfredo sentimenti autentici e che per lui ha deciso di cambiare vita. Violetta gli mostra anche l'atto che sta stipulando per la vendita dei propri beni, convincendolo di non voler affatto farsi mantenere dalla sua famiglia.

Tutto risolto? Neanche per sogno. Germont spiega a Violetta che deve comunque chiederle il grande sacrificio di farsi da parte e di abbandonare il figlio. Alfredo, le rivela, ha infatti una sorella che dovrebbe contrarre matrimonio a breve: e il fatto che lui conviva con una mantenuta getta discredito su tutta la famiglia, macchiandone il buon nome e impedendo di fatto le nozze. Il presente di Violetta sarà dunque anche redento, come lo stesso Germont riconosce, ma il suo passato continua a condannarla agli occhi dei "benpensanti". Nella bellissima aria "Pura siccome un angelo", e nel duetto che ne segue, il vecchio supplica dunque Violetta di rinunciare ad Alfredo. Inizialmente la ragazza accetta di tirarsi indietro, pensando che possa bastare una separazione momentanea; ma quando l'uomo le spiega che l'addio fra lei e Alfredo dovrà essere definitivo, la donna si dispera e cerca di opporsi, illustrandogli la forza della sua passione e mettendolo anche al corrente della sua malattia ("Non sapete quale affetto / vivo, immenso m'arda in petto?"). Ma Germont, giocando tutte le sue carte – l'appello ai buoni sentimenti ("Siate di mia famiglia / l'angiol consolatore!"), un pragmatico realismo ("Un dì, quando le veneri"), e naturalmente molta retorica ("È Dio che ispira, o giovine, / tai detti a un genitor") – la convince a rinunciare a una felicità effimera per un bene più grande.

La parte di Germont (scritta per baritono) offre al suo interprete la possibilità di cimentarsi con brani molto belli, dai toni pacati e nobili e dalle melodie dolci e cantabili: oltre a questa aria, la più celebre sarà "Di Provenza il mar, il suol", nel prosieguo del secondo atto.

Clicca qui per il testo del brano.

GERMONT
Pura siccome un angelo
Iddio mi diè una figlia;
se Alfredo nega riedere
in seno alla famiglia,
l'amato e amante giovane,
cui sposa andar dovea,
or si ricusa al vincolo
che lieti ne rendea.
Deh, non mutate in triboli
le rose dell'amor!
Ai preghi miei resistere
non voglia il vostro cor.

VIOLETTA
Ah, comprendo,
dovrò per alcun tempo
da Alfredo allontanarmi...
Doloroso fora per me... Pur...

GERMONT
Non è ciò che chiedo.

VIOLETTA
Cielo! Che più cercate?
Offersi assai!

GERMONT
Pur non basta.

VIOLETTA
Volete che per sempre a lui rinunzi?

GERMONT
È d'uopo!

VIOLETTA
Ah no! Giammai!
Non sapete quale affetto
vivo, immenso m'arda in petto?
Che né amici, né parenti
io non conto tra i viventi?
E che Alfredo m'ha giurato
che in lui tutto io troverò?
Non sapete che colpita
d'altro morbo è la mia vita?
Che già presso il fin ne vedo?
Ch'io mi separi da Alfredo?
Ah, il supplizio è sì spietato,
che morir preferirò!

GERMONT
È grave il sacrifizio,
ma pur tranquilla uditemi.
Bella voi siete e giovane.
Col tempo...

VIOLETTA
Ah, più non dite...
V'intendo.
M'è impossibile...
Lui solo amar vogl'io!

GERMONT
Sia pure, ma volubile
sovente è l'uom.

VIOLETTA
Gran Dio!

GERMONT
Un dì, quando le veneri
il tempo avrà fugate,
fia presto il tedio a sorgere.
Che sarà allor? Pensate,
per voi non avran balsamo
i più soavi affetti,
poiché dal ciel non furono
tai nodi benedetti.

VIOLETTA
È vero!

GERMONT
Ah, dunque sperdasi
tal sogno seduttore.
Siate di mia famiglia
l'angiol consolatore!
Violetta, deh, pensateci,
ne siete in tempo ancor.
È Dio che ispira, o giovine,
tai detti a un genitor.

VIOLETTA
(con estremo dolore)
Così alla misera,
ch'è un dì caduta,
di più risorgere
speranza è muta!
Se pur beneficio
le indulga Iddio,
l'uomo implacabile
per lei sarà.


Leo Nucci, Angela Gheorghiu


Thomas Hampson, Anna Netrebko


Robert Merrill, Joan Sutherland

Renato Bruson, Katia Ricciarelli

14 maggio 2011

La traviata (9) - "O mio rimorso! O infamia!"

Scritto da Christian

Alfredo ha appena finito di magnificare l'amore di Violetta quando rientra in casa Annina, la domestica della ragazza nonché governante tuttofare: da lei, affannata perché di ritorno da Parigi, apprende che Violetta sta vendendo le sue proprietà (compresi i cavalli e i cocchi) per procurarsi il denaro necessario a vivere in campagna , ora che non è più "foraggiata" dai suoi amanti (come il Barone). Dai cieli più alti Alfredo ripiomba così sulla Terra, rendendosi conto delle necessità concrete e quotidiane che i suoi trasporti amorori e i suoi voli pindarici gli avevano fatto del tutto dimenticare (a differenza di Violetta, che è sì innamorata ma non ha così la testa fra le nuvole). Sentendosi ferito nell'orgoglio nello scoprire che ora è lui il mantenuto, Alfredo precipita nello sconforto: afferma che d'ora in avanti penserà lui alle questioni economiche, chiede ad Annina di quanto denaro c'è bisogno ("Mille Luigi", è la risposta) e congeda la domestica spiegandole che sarà lui stesso ad andare a Parigi per sistemare i debiti. La cabaletta (tipica aria in due parti, con una struttura ripetuta e in tempo assai rapido) con cui dice a sé stesso che "laverà quest'onta" è agitata e furibonda, finanche esagerata: sembra quasi che debba vendicare una questione di sangue. Ma in Alfredo, come abbiamo visto (e come vedremo poi), tutto è sopra le righe e senza freni: l'amore, la vergogna, l'orgoglio.

Clicca qui per il testo del brano.

ALFREDO
O mio rimorso! O infamia!
Io vissi in tale errore!
Ma il turpe sogno a frangere
il ver mi balenò.
Per poco in seno acquetati,
o grido dell'onore;
m'avrai securo vindice;
quest'onta laverò.
O mio rossor! O infamia!
Ah sì, quest'onta laverò.


Nicolai Gedda


Alfredo Kraus


Luciano Pavarotti

Francisco Araiza

9 maggio 2011

La traviata (8) - "De' miei bollenti spiriti"

Scritto da Christian

Il secondo atto, il più lungo dell'opera, è diviso in due quadri che si svolgono nello stesso giorno ma in luoghi diversi. Si tratta dell'atto centrale e – se vogliamo – più importante di questo melodramma, quello che mette in scena il sacrificio d'amore di Violetta (il primo atto serviva a presentare i personaggi, il terzo ad accomiatarcene: ma la vera azione drammatica è tutta qui). Sono passati alcuni mesi (almeno "tre lune") dalla scena precedente, e scopriamo subito che alla fine Violetta ha ceduto alle profferte d'amore di Alfredo e ha abbandonato la vita da cortigiana. I due amanti si sono trasferiti nella casa di campagna della ragazza, lontani dalle tentazioni della vita mondana di Parigi. Nella celebre aria "De' miei bollenti spiriti", in un tripudio di felicità, Alfredo (che sta tornando da una battuta di caccia) rende esplicita tutta la sua idealizzazione dell'amore che Violetta gli ha donato: le ardite metafore si sprecano ("Dell'universo immemore io vivo quasi in ciel"), e anche per questo, poi, ripiombare sulla Terra sarà ancora più doloroso.

Clicca qui per il testo del brano.

ALFREDO
Lunge da lei per me non v'ha diletto!
Volaron gia' tre lune
dacchè la mia Violetta
agi per me lasciò, dovizie, onori,
e le pompose feste
ove, agli omaggi avvezza,
vedea schiavo ciascun di sua bellezza.
Ed or contenta in questi ameni luoghi
tutto scorda per me.
Qui presso a lei io rinascer mi sento,
e dal soffio d'amor rigenerato
scordo ne' gaudii suoi tutto il passato.

De' miei bollenti spiriti
il giovanile ardore
ella temprò col placido
sorriso dell'amore!
Dal dì che disse: vivere
io voglio a te fedel,
dell'universo immemore
io vivo quasi in ciel.



Giuseppe Di Stefano


Placido Domingo


Richard Tucker

Luciano Pavarotti