Ecco un comodo elenco di tutti i post pubblicati sulla "Lucia di Lammermoor":
- Introduzione
Atto I (o prima parte, "La partenza")
- Preludio - "Percorrete le spiagge vicine"
- "Tu sei turbato!" - "Cruda, funesta smania" - "Come vinti da stanchezza" - "La pietade in tuo favore"
- "Ancor non giunse" - "Regnava nel silenzio" - "Quando rapito in estasi"
- "Egli s'avanza" - "Sulla tomba che rinserra" - "Verranno a te sull’aure"
Atto II (o seconda parte, "Il contratto nuziale" - atto I)
- "Appressati Lucia" - "Il pallor funesto, orrendo" - "Soffriva nel pianto"
- "Ebben?" - Ah! Cedi, cedi" - "Al ben de’ tuoi qual vittima"
- "Per te d’immenso giubilo" - "Per poco fra le tenebre" - "Dov'è Lucia?"
- "Chi mi frena in tal momento" (sestetto)
- "T’allontana, sciagurato" - "Esci, fuggi il furor che mi accende"
Atto III (o seconda parte, "Il contratto nuziale" - atto II)
- "Orrida è questa notte" - "Qui del padre ancor respira"
- "D'immenso giubbilo" - "Dalle stanze ove Lucia"
- "Il dolce suono" - "Ardon gli incensi" (scena della pazzia)
- "S’avanza Enrico!" - "Spargi d'amaro pianto"
- "Tombe degli avi miei" - "Fra poco a me ricovero" - "Tu che a Dio spiegasti l’ali"
Lucia di Lammermoor - Riepilogo
Lucia di Lammermoor (15) - "Tombe degli avi miei"
La conclusione è riservata a Edgardo che, ignaro della tragedia occorsa, sta attendendo nel cimitero di famiglia che sorga l'alba per affrontare Enrico in duello. La sua intenzione, in realtà, è quella di lasciarsi uccidere dal rivale ("Cessò dell’ira il breve foco… sul nemico acciaro abbandonar mi vo’"): ora che la sua amata Lucia si è (felicemente, almeno così crede) sposata con un altro uomo, la vita per lui non ha infatti più valore. L'intera scena, sin dall'introduzione musicale al recitativo, è ammantata di toni lugubri e funerei.
L’aria finale di Edgardo costituisce il pendant della precedente scena di pazzia. Là vi era una profonda analisi interiore della protagonista femminile e si narrava il suo approssimarsi alla morte; qui la stessa operazione è proiettata sull’eroe maschile. (...) Ciò risulta evidente sin dal recitativo di apertura grazie ai lamentosi interventi dei tromboni, ai semitoni discendenti di violini e fagotto e al languido squarcio in do nel momento in cui il pensiero corre alla diletta («Per me la vita è orrendo peso»). Che tutta questa sofferenza non possa che condurre a un epilogo tragico lo si comprende dal topos ritmico della morte ossessivamente scandito dai timpani nell’introduzione strumentale.Nel cantabile "Fra poco a me ricovero", in cui la voce del tenore è accompagnata da corni e fagotti con un lento ritmo, quasi da marcia funebre, Edgardo si rivolge direttamente all'amata, chiedendole di non passare mai a versare una lacrima sulla sua tomba, magari al fianco del marito.(Federico Fornoni)
"Tombe degli avi miei" - "Fra poco a me ricovero"
Vincenzo La Scola (Edgardo)
dir: Stefano Ranzani (1992)
Intonando un coro funebre ("Oh meschina!"), gli abitanti escono dal castello commiserando la sorte di Lucia. Da loro Edgardo viene dunque messo al corrente del fatto che la ragazza versa in fin di vita. Dalle mura "rimbomba la squilla in suon di morte". E quasi subito giunge anche Raimondo, che reca la ferale notizia: Lucia è spirata. Nella cabaletta che conclude l'opera, "Tu che a Dio spiegasti l'ali", Edgardo le dà l'addio e auspica di rivederla all'altro mondo, prima di pugnalarsi e di cadere morto a sua volta.
L’opera termina con la cabaletta lenta di Edgardo, una cabaletta tanto celebre quanto particolare per via del fatto che, immediatamente prima della ripresa, l’eroe si ferisce a morte andando a condizionare la ripresa stessa. La voce del moribondo non è più in grado di sostenere la linea melodica e indugia su brevi frasi frammezzate da pause che trasmettono la fatica con cui pronuncia le ultime parole. L’andamento melodico viene raccolto da due violoncelli che veicolano il pensiero del protagonista rivolto sempre alla sua Lucia (si è già detto che lo strumento solista è manifestazione sonora delle riflessioni dei personaggi). Se Lucia aveva lasciato la vita dopo un lungo e progressivo processo di distacco dal mondo, prima mentale e poi fisico, Edgardo muore compiendo un gesto improvviso e violento. Uniti nella sofferenza e nel tragico destino, i due eroi li affrontano in maniera opposta e inesorabilmente divisi.Il gesto di Edgardo suggella drammaticamente la tragedia, con il commento di Raimondo ("Sciagurato! Pensa al ciel!") che ne sottolinea ancora una volta le connotazioni anti-istituzionali. Edgardo, spiega Paolo Fabbri, è "un ‘tenore della malasorte’ dalla vocalità appassionata e disperata, emblema di romantico e byroniano maledettismo la cui fine compendia esemplarmente il suo profilo di deraciné, autore di un gesto empio – il suicidio – in ambiente consacrato, e perdipiù sacrario della sua stirpe ma in mano altrui (come se il suo rivale gli avesse sottratto storia e passato, oltreché titoli e beni presenti)".(Federico Fornoni)
La scelta di concludere l'opera con la morte di Edgardo ne sancisce lo status di eroe romantico. È un vinto e un perseguitato che non abbandona mai fierezza, dignità, speranza, passione, neppure negli ultimi istanti della sua vita. La scelta di morire è vissuta come un gesto supremo d'amore, la sola possibilità che gli resta per congiungersi finalmente a Lucia: "Se divisi fummo in terra / ne congiunga il Nume in ciel".Come nel già citato "Romeo e Giulietta", i due innamorati muoiono entrambi dichiarando che si incontreranno nuovamente in cielo. A differenza della tragedia shakesperiana, però, manca il contorno con la pace che le due fazioni stringeranno per onorarne la memoria. Gli ultimi eventi si dipanano davanti a Raimondo e al coro (che rappresentano forse anche noi spettatori), mentre di Enrico non abbiamo più notizie. Si era congedato nella scena precedente in preda al rimorso e alla costernazione ("Vita di duol, di pianto / serba il rimorso a me!"), ma le sue sorti, quelle del casato degli Asthon o persino dell'intera Scozia, restano irrisolte e sembrano di colpo irrilevanti di fronte alla tragedia umana di Lucia ed Edgardo.(da Wikipedia)
Clicca qui per il testo di "Tombe degli avi miei - Fra poco a me ricovero".
(Parte esterna del castello di Wolfcrag. Tombe dei Ravenswood. È notte.)EDGARDO
Tombe degli avi miei, l’ultimo avanzo
d’una stirpe infelice
deh! raccogliete voi. – Cessò dell’ira
il breve foco… sul nemico acciaro
abbandonar mi vo’. Per me la vita
è orrendo peso!… l’universo intero
è un deserto per me senza Lucia!…
Di faci tuttavia splende il castello! Ah! scarsa
fu la notte al tripudio!… Ingrata donna!
Mentr’io mi struggo in disperato pianto,
tu ridi, esulti accanto
al felice consorte!
Tu delle gioie in seno, io… della morte!
Fra poco a me ricovero
darà negletto avello…
una pietosa lagrima
non scenderà su quello!…
Fin degli estinti, ahi misero!
manca il conforto a me!
Tu pur, tu pur dimentica
quel marmo dispregiato:
mai non passarvi, o barbara
del tuo consorte a lato…
rispetta almen le ceneri
di chi morìa per te.
Clicca qui per il testo di "Oh meschina! Oh fato orrendo!".
CORO (uscendo dal castello)
Oh meschina! Oh fato orrendo!
Più sperar non giova omai!…
Questo dì che sta sorgendo
tramontar più non vedrai!
EDGARDO
Giusto cielo!… Ah! rispondete:
di chi mai, di chi piangete?
CORO
Di Lucia.
EDGARDO (esterrefatto)
Lucia diceste! Su, parlate. Ah!
CORO
Sì; la misera sen muore.
Fur le nozze a lei funeste…
di ragion la trasse amore…
s’avvicina alle ore estreme,
e te chiede… per te geme…
EDGARDO
Ah! Lucia! Lucia!… muore!
Questo dì che sta sorgendo
tramontar più non vedrà la mia Lucia?
CORO
Rimbomba già la squilla in suon di morte!
EDGARDO
Ahi!… quel suono in cor mi piomba!
È decisa la mia sorte!…
Rivederla ancor vogl’io…
rivederla, e poscia…
(incamminandosi)
CORO (trattenendolo)
Oh Dio!…
Qual trasporto sconsigliato!…
Ah! desisti… ah! riedi in te…
RAIMONDO
Dove corri sventurato?
Ella in terra più non è.
EDGARDO
In terra più non è… Ella dunque…
RAIMONDO
È in cielo.
EDGARDO
Lucia più non è?
(scuotendosi)
Clicca qui per il testo di "Tu che a Dio spiegasti l’ali".
EDGARDOTu che a Dio spiegasti l’ali,
o bell’alma innamorata,
ti rivolgi a me placata…
teco ascenda il tuo fedel.
Ah! se l’ira de’ mortali
fece a noi sì cruda guerra,
se divisi fummo in terra,
ne congiunga il Nume in ciel.
Io ti seguo…
RAIMONDO
Forsennato!…
RAIMONDO, CORO
Ah che fai!
EDGARDO
Morir voglio.
RAIMONDO, CORO
Ritorna in te.
EDGARDO
No, no, no!
(si ferisce)
RAIMONDO
Che facesti?
EDGARDO (con voce fioca)
A te vengo… o bell’alma…
RAIMONDO
Sciagurato! Pensa al ciel!
EDGARDO
Ti rivolgi, ah! al tuo fedel.
Ah se l’ira… dei mortali…
sì cruda guerra… o bell’alma…
ne congiunga il nume in ciel.
(cade e muore)
RAIMONDO, CORO
Quale orror!
CORO
Ahi tremendo!… ahi nero fato!…
RAIMONDO
Dio, perdona un tanto error.
"Oh meschina!" - "Tu che a Dio spiegasti l'ali"
Vincenzo La Scola (Edgardo), Carlo Colombara (Raimondo)
dir: Stefano Ranzani (1992)
Giuseppe Di Stefano (1955) | Luciano Pavarotti (1976) |
"Tombe degli avi miei" Carlo Bergonzi (1967) | "Tu che a Dio spiegasti l'ali" Carlo Bergonzi (1967) |
"Tombe degli avi miei" José Carreras (1982) | "Tu che a Dio spiegasti l'ali" José Carreras (1982) |
"Tombe degli avi miei" Alfredo Kraus (1982) | "Tu che a Dio spiegasti l'ali" Alfredo Kraus (1982) |
Segnalo infine che anche questo finale, e in generale le modalità della morte di Edgardo, è uno dei punti in cui il libretto dell'opera si discosta dal romanzo originale di Walter Scott:
È in Cammarano che quel gesto estremo si compie al cospetto delle tombe dei Ravenswood, così come a Donizetti e a lui si deve l’idea di dedicare per intero il "numero" finale alla morte volontaria del tenore: un suicidio dapprima passivo (il proposito di offrirsi all’arma di Enrico, che lo ha sfidato a duello), e poi attivamente perseguito alla notizia della morte di Lucia. Nel romanzo, andando a raggiungere Ashton che lo attende sul litorale per il duello, Edgar attraversava intenzionalmente una zona di sabbie mobili, finendo inghiottito. Ducange [autore di un adattamento teatrale nel 1828] lo faceva sommergere dal mare in tempesta insieme con Lucie, mentre in Livini [traduttore del suddetto dramma] Lucia moriva di schianto subito dopo che Edgardo (che poi si consegnava ai suoi nemici) le aveva gettato ai piedi il suo pegno d’amore. In Balocchi [librettista dell'opera di Michele Carafa del 1829], Lucia si era avvelenata e spirava dopo la firma del contratto e l’arrivo di Edgardo, il cui successivo suicidio è poco più di un gesto fulmineo nello scorrere dell’azione.(Paolo Fabbri)
Lucia di Lammermoor (14) - "Spargi d'amaro pianto"
La scena della pazzia prosegue con una serie di scambi e di dialoghi fra gli altri personaggi. In particolare giunge Enrico, di ritorno da Wolfcrag e già informato dei tragici eventi. Sta per scagliarsi contro Lucia, vorrebbe punirla, quando si avvede forse per la prima volta delle sue condizioni. Nel frattempo la fanciulla, nel suo delirio, continua a rivivere i dolorosi eventi della giornata precedente, con il coro e la musica di Donizetti a sottolineare ogni passaggio e a rendere anche noi spettatori partecipi di tale rievocazione.
La firma dell’atto di nozze è rammentata con una melodia discendente nel relativo minore che richiama quella della stipula nel Finale centrale, mentre l’immagine di Edgardo che calpesta l’anello è affidata a un passaggio in recitativo, così come il nome di Arturo. Scelte vicine alla messa in musica della visione del fantasma, volte a sottolineare l’angoscia provata da Lucia a causa della tangibile concretezza delle sue allucinazioni. Nel belcanto nulla è più vicino alla parola, e dunque alla realtà rappresentata, del recitativo.L'intera sequenza culmina (anche emotivamente) nella cabaletta conclusiva, "Spargi d'amaro pianto", con cui Lucia esce definitivamente di scena. Il brano era preceduto, nel libretto originario di Cammarano, da alcuni versi per Lucia che Donizetti aveva cominciato a porre in musica, per poi cambiare idea e cancellarli anche dalla partitura stampata:(Federico Fornoni)
Presso alla tomba io sono…Lucia si sente dunque "presso alla tomba", sa che sta per morire, e rivolgendosi ancora all'amato Edgardo (che vede davanti a sé) gli chiede di piangere per lei ("Spargi d'amaro pianto / il mio terrestre velo, / mentre lassù nel cielo / io pregherò per te…"), nell'attesa di reincontrarsi tutti e due nell'aldilà. Al termine del suo canto, la ragazza cade a terra priva di sensi e viene portata via da Alisa e dalle altre dame. Non la rivedremo più: qualche ora più tardi, all'alba, ci sarà detto che è morta ("Ella in terra più non è"). Lucia muore (o si lascia morire) di crepacuore? Pare proprio così. Alcuni allestimenti mostrano in scena addirittura un suo suicidio, ma né il libretto nè il romanzo di Walter Scott – dove comunque la protagonista si spegneva non subito, ma qualche giorno più tardi – consentono di validare questa interpretazione.
odi una prece ancor.
Deh! tanto almen t’arresta,
ch’io spiri a te d’appresso…
già dall’affanno oppresso
gelido langue il cor!
Un palpito gli resta…
è un palpito d’amor.
Con la cabaletta ricompaiono le soluzioni già osservate nel cantabile. L’armonica a bicchieri torna protagonista, qui supportata dall’ottavino e dai flauti, mentre la voce della protagonista si districa fra acciaccature, note staccate, trilli, appoggiature, scale ascendenti e scale discendenti cromatiche e diatoniche. Il tutto appare ancor più coerente se si pensa che Lucia non solo sta delirando, ma è anche in procinto di morire. L’allontanamento dal mondo non è solo psichico ma anche fisico, o meglio, l’uno sta conducendo all’altro. Donizetti consegna alla storia un ritratto psicologico straordinariamente complesso, fatto di alienazione, di dolore, di scompensi, di incapacità, di allucinazioni, ricorrendo a tutto l’armamentario a sua disposizione – l’orchestrazione, la scrittura vocale, l’armonia, la forma, le ricorrenze tematiche –, dimostrandosi per l’ennesima volta superbo indagatore della psiche dei suoi personaggi.(Federico Fornoni)
Questa disposizione delle scene provocò una certa tensione durante le prove perché Fanny Persiani, la prima Lucia, pensava, essendo lei la "prima donna", che la sua aria dovesse concludere l'opera; ma Donizetti e Duprez, il primo Edgardo, insistettero che la conclusione più appropriata dell'opera fosse la scena della tomba affidata al tenore e non la scena della pazzia.
Clicca qui per il testo di "S’avanza Enrico! - Non mi guardar sì fiero".
RAIMONDO
S’avanza Enrico!…
ENRICO (accorrendo)
Ditemi:
vera è l’atroce scena?
RAIMONDO
Vera, purtroppo!
ENRICO
Ah! perfida!…
(scagliandosi contro Lucia)
Ne avrai condegna pena…
RAIMONDO, ALISA, CORO
T’arresta… Oh ciel!…
RAIMONDO
Non vedi lo stato suo?
LUCIA (sempre delirando)
Che chiedi?…
ENRICO (fissando Lucia)
Oh qual pallor!
LUCIA
Me misera!…
RAIMONDO
Ha la ragion smarrita.
ENRICO
Gran Dio!…
RAIMONDO
Tremare, o barbaro,
tu dei per la sua vita.
LUCIA
Non mi guardar sì fiero…
Segnai quel foglio, è vero…
Nell’ira sua terribile
calpesta, oh Dio! l’anello!…
Mi maledice!… Ah! vittima
fui d’un crudel fratello,
ma ognor t’amai… lo giuro…
Chi mi nomasti? Arturo!
Ah! non fuggir… Ah! Perdon!
(s’inginocchia)
Ah! No, non fuggir, Edgardo!
GLI ALTRI
Qual notte di terror!
Clicca qui per il testo di "Spargi d'amaro pianto".
LUCIASpargi d'amaro pianto
il mio terrestre velo,
mentre lassù nel cielo
io pregherò per te…
Al giunger tuo soltanto
fia bello il ciel per me!
(cade svenuta fra le braccia delle dame che via la portano)
RAIMONDO, ALISA, CORO
Più raffrenare il pianto
possibile non è!
ENRICO
(Giorni d’amaro pianto
serba il rimorso a me!)
Clicca qui per il testo di "Si tragga altrove...".
ENRICO
Si tragga altrove… Alisa,
(a Raimondo)
uom del Signor, deh voi
la misera vegliate…
Io più me stesso
in me non trovo!…
(parte nella massima costernazione)
RAIMONDO
Delator! gioisci dell’opra tua.
NORMANNO
Che parli?
RAIMONDO
Sì, dell’incendio che divampa e strugge
questa casa infelice hai tu destata
la primiera scintilla.
NORMANNO
Io non credei…
RAIMONDO
Tu del versato sangue, empio, tu sei
la ria cagion!… Quel sangue
al ciel t’accusa, e già la man suprema
segna la tua sentenza… Or vanne, e trema.
(Egli segue Lucia; Normanno esce per l’opposto lato)
Mariella Devia (Lucia), Renato Bruson (Enrico), Carlo Colombara (Raimondo)
dir: Stefano Ranzani (1992)
Renata Scotto (Lucia), Mario Zanasi (Enrico), Plinio Clabassi (Raimondo)
dir: Bruno Bartoletti (1967)
Maria Callas (1953) | Maria Callas (1959) |
Joan Sutherland (1959) | Beverly Sills (1970) |
Lucia di Lammermoor (13) - "Il dolce suono"
La cosiddetta "scena della pazzia" rappresenta il climax di quest'opera. Dopo la descrizione della tragedia da parte di Raimondo, è Lucia stessa a scendere nella sala delle feste, presentandosi davanti a tutti con l'abito bianco nuziale ricoperto di sangue e rendendosi protagonista di una lunga serie di vaneggiamenti e deliri. La scena è musicalmente complessa e assai lunga, appunto, ma oltre a rendere evidente a tutti lo stato in cui si trova Lucia ("Il di lei sguardo impietrito, i moti convulsi, e fino un sorriso malaugurato manifestano non solo una spaventevole demenza, ma ben anco i segni di una vita, che già volge al suo termine", recitava il libretto originale), che "vaneggia, confonde desideri e realtà, mischia passato e presente sia nei tempi verbali utilizzati, sia nelle reminiscenze musicali di eventi trascorsi" (ci sono richiami a melodie precedenti, come a quella del felice duetto con Edgardo "Verranno a te sull'aure", ma anche alla cavatina "Regnava del silenzio"), in essa non accade nulla dal punto di vista dell'azione. Gli eventi tragici di questa notte erano già stati raccontati da Raimondo, appunto, e sono noti a tutti.
La scena rimanda musicalmente alla cavatina iniziale, che a sua volta rimanda all'incontro col fantasma: questa catena di rimandi consente di capire che il destino della poveretta era segnato, che quanto accaduto per decisione umana non era altro che la maniera di compierlo.(da Wikipedia)
Momento fra i più celebri del repertorio operistico di ogni tempo, l’aria della pazzia di Lucia riprende, dilatandole a dismisura, le strategie musicali già messe in atto nei numeri precedenti che avevano visto protagonista il soprano. Ciò significa che questa scena va considerata come la logica e tragica conclusione di un percorso interiore che è stato prospettato molto precisamente sin dalla prima uscita dell’eroina.(Federico Fornoni)
Questo delirio, attraversato (...) anche da echi danteschi, petrarcheschi, leopardiani ecc., è il vertice della radicale trasformazione della Lucia scottiana, figura che Cammarano presenta da subito agitata e in preda a visioni, poi – nel duetto con Enrico – tale da mostrare «i primi sintomi d’un’alienazione mentale», quindi smarrita tanto che «la mente turbata della infelice intende appena ciò che fa», e infine affatto impazzita, col «volto coperto da uno squallore di morte». Ben poco di questo è nel romanzo di Scott, in cui Lucia solo dopo il contratto di nozze mostra preoccupanti «sintomi, che annunziavano un principio di follìa», e soltanto in ultimo quelli «di un delirio pervenuto al massimo grado». Nel tesissimo clima di angoscia permanente, di visione sinistra, di oscurità gotica e luttuosa creato dal poeta napoletano, la sofferenza psichica della protagonista, dilatata e amplificata, è invece l’innovativo fulcro drammatico, l’elemento morboso che estende la sua opaca natura di incubo all’intera vicenda.(Emanuele D'Angelo)
La Lucia di Donizetti e Cammarano non perde la ragione per uno choc improvviso. È mentalmente instabile fin dall’inizio (viene significativamente trasferita a lei la visione del fantasma alla fontana, che in Scott toccava invece ad Edgar), manifesta i «primi sintomi d’un’alienazione mentale» già al diverbio col fratello, dimostra «mente turbata» alla firma del contratto nuziale: giunge insomma progressivamente a quella «spaventevole demenza» che la sua stessa mise priva di ogni decoro rivelerà a colpo d’occhio («succinta […] veste», «chiome scarmigliate», colorito spettrale). Ben diversamente dai lirici, melodiosi vaneggiamenti di Elvira nei recenti Puritani, quello di Lucia è un delirio più vicino alle follie del teatro parlato, con le sue allucinazioni discontinue e sconnesse. Come prefigurato già nelle scene finali di Anna Bolena, Donizetti materializza in orchestra i fantasmi di quella mente malata. E differentemente anche da quanto si ascolta nella Sonnambula, dove Amina in trance rievoca le fasi della sua vicenda puntualmente richiamate dai rispettivi motivi caratteristici, solo uno degli spezzoni melodici che "appaiono" a Lucia può dirsi davvero in sé eloquente, in quanto già sentito e legato a una situazione nodale: il motivo del giuramento d’amore («Verranno a te sull’aure»). L’ipotetica «voce» di Edgardo, l’«armonia celeste», «l’inno […] di nozze» sono invece tutti materiali che si ascoltano per la prima volta, fantasmi melodici resi eloquenti sul momento, evocazioni ma non reminiscenze. Per il canto nuziale sarebbero stati disponibili i cori «Per te d’immenso giubilo» e «Di vivo giubilo», ma Donizetti preferì abbozzare un brandello di motivo, un flash sonoro che affiora appena, incompiuto. Scelse di evitare una logica drammatico-musicale troppo coerente per una forsennata? Se l’ipotesi paresse azzardata, un’altra è certa. In quella scena, l’unica memoria davvero riconoscibile perché già udita è proprio quella del fidanzamento con Edgardo: un caposaldo nella vita di Lucia, anche nel vacillare della sua mente. Per i due giovani innamorati, l’inizio della rovina era stato proprio l’averlo creduto possibile: anzi, vero.Va segnalata una citazione, in un passaggio del testo ("Un gelo / mi serpeggia nel sen!… trema ogni fibra!… / Vacilla il piè!…"), da un'opera precedente, "La morte di Cleopatra" (1791) di Sebastiano Nasolini, su libretto di Antonio Sografi, ritoccato da Gaetano Rossi in occasione di una ripresa alla Fenice di Venezia nel 1800 ("Ohimè!… Qual gelo / mi ricerca ogni fibra!… Già il veleno / mi serpeggia nel seno… qual crucciosa / smania m’assale?… / Qual tremito mortale!… Il piè vacilla").(Paolo Fabbri)
Nel costruire la manifestazione di un totale crollo psichico, Cammarano attribuisce alla mortale follia di Lucia i sintomi tipici di un avvelenamento, incastonando nella sua struggente fuga dal dolore, «grande creazione psichica» che alterna angoscia e felicità, un geniale e agghiacciante inciso realistico («i segni di una vita, che già volge al suo termine») che conferisce una macabra definita fisicità, impressionante e commovente, alla «spaventevole demenza» della protagonista, fatta quasi incorporea e spettrale («simile ad uno spettro, anzicché ad una creatura vivente»).(Emanuele D'Angelo)
L’alienazione non può naturalmente rinunciare alle fioriture vocali, presenti abbondantemente persino nel recitativo, alle quali si sommano suoni mantenuti a lungo, che proprio in virtù della loro durata risultano inarticolati, e dunque eterei. (...) Se il distacco psichico dal mondo che la circonda è forse il sintomo più evidente della follia della protagonista, ciò non significa che sia il solo. Donizetti dipinge simultaneamente una condizione di vero e proprio dolore fisico. Il passo in cui viene rievocato il fantasma combina i nervosi tremoli degli archi con una sequenza impressionante di accordi dissonanti a piena orchestra. La voce si limita a note ribattute, salti di ottava e passaggi semitonali dovuti all’abbassamento dei gradi della scala (...). Queste scelte riflettono un’angoscia reale che porta ad un’altrettanto reale sofferenza, quasi le dissonanze armoniche fossero tangibile sonorizzazione dei tormenti che pungono l’animo di Lucia. Grazie alla musica abbiamo la netta sensazione che la giovane si trovi il fantasma davanti agli occhi. Altro aspetto importante è l’incapacità della demente di associare i propri pensieri agli eventi corretti. Così il ritorno del tema della cabaletta del duetto tra Edgardo e Lucia, sarebbe a dire del tema d’amore, non si situa in coincidenza della rievocazione dell’amato, ma tra il ricordo della fonte e la visione dello spettro. O ancora il motivo che accompagnava le nozze con Arturo viene ripreso e modificato dalla psiche di Lucia, riferendolo alle nozze con Edgardo. Infine andrà detto che la stessa sproporzione fra le varie sezioni che compongono il numero è sintomatica della mancanza di equilibrio. Il recitativo è eccezionalmente lungo e complesso nel contesto di un’aria. Lo scompenso formale corrisponde allo scompenso interiore di Lucia. (...) Anche la sezione lenta [("Ardon gli incensi")] principia con un dissesto della forma. Lucia immagina la sua cerimonia nuziale con Edgardo, prolungando così l’ultimo pensiero toccato nel recitativo. E infatti la sua vocalità permane nell’ambito del recitativo. L’orchestra ci informa però che siamo ormai entrati nel cantabile. Solo dopo l’esposizione dell’intera prima frase, anche la titolare dell’aria sembra accorgersene riprendendo il motivo principale. Cuore drammatico del pezzo è il vagheggiamento della vita insieme all’amato ed è dunque naturale che gli elementi dominanti siano quelli caratterizzanti il concetto di lontananza mentale dalla realtà. Perciò (...) la coloratura giunge ben presto a raggiungere inaudite vette qualitative e quantitative. In tal senso la famosissima cadenza scritta diversi decenni più tardi (...), pur essendo stilisticamente lontana, sotto il profilo drammatico non è insensata, né tanto meno è da considerare un puro esercizio di bravura. È piuttosto la deflagrazione dei due principi musicali e drammatici sui quali Donizetti ha puntato in questo pezzo: lo strumento solista e la coloratura. Perfino la sua lunghezza, eccessiva rispetto alle dimensioni dell’aria, ben si coniuga con le scelte di squilibrio formale adottate dall’autore. Ciò non toglie che la cadenza possa essere sostituita con altre soluzioni dato che la partitura autografa in quel punto prevede solo un arpeggio di settima di dominante.(Federico Fornoni)
Non era la prima volta che il compositore introduceva questo strumento: lo aveva utilizzato anche nel 1829 nel "Castello di Kenilworth", sempre in associazione a una ‘vittima’ femminile. Prima del debutto della "Lucia" a Napoli, Donizetti cancellò quella parte e la sostituì con un flauto. Le ragioni di questa scelta sono state chiarite solo recentemente: Donizetti scrisse la parte per uno specifico esecutore, Domenico Pezzi. Il musicista però era in lite giudiziaria con il teatro, ed è lecito pensare che la direzione del San Carlo avesse chiesto a Donizetti – seppur le prove di Lucia fossero già cominciate – di escluderlo dall’organico. Non essendo disponibili altri musicisti esperti, il compositore dovette propendere per il flauto.Oggi sarebbe impensabile un allestimento della "Lucia di Lammermoor" privo di questa scena (anzi, spesso si eliminano scene precedenti – come quella della torre di Wolfcrag, come abbiamo visto – pur di giungere più rapidamente al momento culminante). Eppure in passato, nei primi anni di circolazione dell'opera (1836-1837), anch'essa era soggetta all'abitudine diffusa, da parte delle interpreti, di sostituirla con altre arie del proprio repertorio, approfittando del fatto che dal punto di vista degli eventi in essa "non accade nulla" che porta avanti la vicenda. E così, per esempio, la soprano Matilde Palazzesi la sostituiva con “Tu che voli” e “Non, qui morir degg’io” dalla "Fausta" dello stesso Donizetti. (In linea teorica, sarebbe possibile addirittura saltare interamente la scena, passando dal racconto di Raimondo all'arrivo di Enrico, o persino alla scena finale di Edgardo, senza che la comprensione della storia ne risenta in alcun modo!).
Clicca qui per il testo di "Il dolce suono - Ardon gli incensi".
(Lucia è in succinta e bianca veste: ha le chiome scarmigliate, ed il volto coperto da uno squallore di morte. È delirante.)CORO
(Oh, giusto cielo!
Par dalla tomba uscita!)
LUCIA
Il dolce suono
mi colpì di sua voce!…
Ah! quella voce
m’è qui nel cor discesa!…
Edgardo! Io ti son resa:
fuggita io son da’ tuoi nemici… – Un gelo
mi serpeggia nel sen!… trema ogni fibra!…
vacilla il piè!… Presso la fonte, meco
t’assidi alquanto… Ahimè!… sorge il tremendo
fantasma e ne separa!…
Qui ricovriamo, Edgardo, a piè dell’ara…
Sparsa è di rose!… Un’armonia celeste
di’, non ascolti? – Ah l’inno
suona di nozze!… Il rito
per noi, per noi s’appresta!… Oh me felice!
Oh gioia che si sente, e non si dice!
Ardon gl’incensi… splendon
le sacre faci intorno!…
Ecco il ministro! Porgimi
la destra… Oh lieto giorno!
Alfin son tua, sei mio,
a me ti dona un Dio…
Ogni piacer più grato
mi fia con te diviso…
del ciel clemente un riso
la vita a noi sarà!
RAIMONDO, ALISA, CORO
Abbi in sì crudo stato,
di lei, Signor, pietà.
Mariella Devia (Lucia)
dir: Stefano Ranzani (1992)
Maria Callas (1955) | Maria Callas (1959) |
Joan Sutherland (1959) | Anna Moffo (1966) |
Renata Scotto (1967)
Edita Gruberová (1978) | Natalie Dessay (2011) |
Joan Sutherland (1986)
L'incipit dell'aria "Il dolce suono" è intonato dalla cantante aliena (!) Diva Plavalaguna nel film "Il quinto elemento" (1997) di Luc Besson, con Bruce Willis e Milla Jovovich. L'attrice sotto il pesante trucco della cantante è Maïwenn Le Besco, ma la voce è quella del soprano Inva Mula.
da "Il quinto elemento" (1997) di Luc Besson
Qui invece c'è un (orribile) arrangiamento moderno, eseguito dal controtenore pop Vitas:
Lucia di Lammermoor (12) - "Dalle stanze ove Lucia"
Incuranti della tempesta notturna, nel castello di Ravenswood gli ospiti e gli invitati al matrimonio di Lucia e Arturo stanno continuando a festeggiare. Il loro coro, "D'immenso giubbilo / s'innanzi un grido" richiama inizialmente nel testo quello che era stato cantato nell'atto precedente ("Per te d'immenso giubbilo / tutto s'avviva intorno"): ma stavolta non è un augurio rivolto allo sposo bensì un inno che festeggia il ritrovato prestigio della casata degli Asthon, i cui membri, grazie a queste nozze combinate, si immaginano tornare in auge all'interno del delicato scacchiere politico della Scozia.
Di colpo, Raimondo, pallido in volto, entra nella sala, interrompendo le danze e i cori. Porta la notizia di una tragedia: udendo un grido provenire dalla camera nuziale, è lì accorso, trovando Arturo morto a terra e Lucia, in preda alla pazzia, con un pugnale insanguinato in mano. Anche se avevamo avuto tanti preavvisi e presagi di morte, ciò che ha fatto Lucia ci spiazza comunque: per l'aver ucciso Arturo (e non sé stessa), innanzitutto, ma anche per come l'evento giunge all’improvviso, peraltro non mostrato ma comunicatoci per bocca di altri. È un grande colpo di scena, che forse sugli spettatori dell'epoca (soprattutto su chi non aveva letto il romanzo di Walter Scott) avrà fatto lo stesso effetto di film come "Psyco" di Alfred Hitchcock.
(Qui a fianco: un disegno di Eugène Delacroix).
Grazie al racconto di questa "azione nascosta" (Dahlhaus), il pubblico in sala si trova nella medesima condizione di chi sta in scena, e ne condivide ansie e turbamenti. Il procedimento non è nuovo, basti pensare all’aria di Giorgio nei "Puritani" di Bellini (andati in scena a Parigi otto mesi prima di "Lucia"), «Cinta di rose e col bel crin disciolto», che precede l’ingresso di Elvira vaneggiante, «Qui la voce sua soave». Ma qui Donizetti la attua con una forza normativa superiore, che trova nell’annuncio «Eccola!» l’esito naturale di una profezia tragica.Si noti che non è il primo momento, in quest'opera, in cui un'azione non viene mostrata ma raccontata per bocca di qualcun altro: già all'inizio Normanno aveva narrato a Enrico del primo incontro fra Lucia ed Edgardo, e poi il coro dei cacciatori aveva riferito come aveva scoperto la vera identità di quest'ultimo. Si tratta di un artificio che distingue nettamente il lavoro di Donizetti dalle consuetudini del melodramma che vedevano, nei momenti "statici", i personaggi riflettere esclusivamente sul proprio stato d'animo, riservando invece a quelli "dinamici" la rappresentazione dell'azione drammatica. In questo caso, invece, accade frequentemente il contrario. Le "azioni" sono spesso interiori, mentre i "racconti" portano avanti la vicenda.(Michele Girardi)
Il racconto di Raimondo, "un ampio assolo che assume le dimensione della sezione lenta di un’aria", punteggiato dai commenti del coro, cambia totalmente il mood della scena, che era iniziata appunto all'insegna delle danze e delle feste (benché, come abbiamo detto, non si festeggiava tanto il matrimonio in sé – della felicità di Lucia, in fondo, ipocritamente non importa niente a nessuno – quanto i privilegi riconquistati di Enrico). E fa da prodromo al momento più celebre dell'opera, la lunga scena della pazzia, che segue immediatamente. Non appena infatti Bidebent ha terminato la sua narrazione, e dopo che il coro ha invocato una protezione ultraterrena, conscio forse di avere una parte di colpa nell'accaduto ("Ah! quella destra di sangue impura / l’ira non chiami su noi del ciel"), proprio Lucia si fa avanti nella sala.
Clicca qui per il testo di "D'immenso giubbilo - Dalle stanze ove Lucia".
(Sala come nell'atto primo. Dalle sale contigue si ascolta la musica di liete danze. Il fondo della scena è ingombro di paggi ed abitanti del Castello di Lammermoor. Sopraggiungono cavalieri che si uniscono in crocchio.)CORO
D'immenso giubbilo
s’innalzi un grido:
corra la Scozia
di lido in lido;
e avverta i perfidi
nostri nemici,
che più terribili,
che più felici
ne rende l’aura
d’alto favor;
che a noi sorridono
le stelle ancor.
RAIMONDO
(trafelato, ed avanzandosi a passi vacillanti)
Cessi… ah! cessi quel contento… [o: Ah! cessate quel contento…]
CORO
Sei cosparso di pallore!…
Ciel! che rechi?
RAIMONDO
Un fiero evento!
CORO
Tu ne agghiacci di terrore!
RAIMONDO (accenna con mano che tutti lo circondino)
Dalle stanze ove Lucia
tratta avea col suo consorte,
un lamento… un grido uscìa,
come d’uom vicino a morte!
Corsi ratto in quelle mura…
Ahi! terribile sciagura!
Steso Arturo al suol giaceva
muto freddo insanguinato!…
E Lucia l’acciar stringeva,
che fu già del trucidato!…
Ella in me le luci affisse…
«Il mio sposo ov’è?» mi disse:
e nel volto suo pallente
un sorriso balenò!
Infelice! Della mente
la virtude a lei mancò!
TUTTI
Oh! qual funesto avvenimento!…
Tutti ne ingombra cupo spavento!
Notte, ricopri la ria sventura
col tenebroso tuo denso vel.
Ah! quella destra di sangue impura
l’ira non chiami su noi del ciel.
RAIMONDO
Eccola!
"Dalle stanze ove Lucia"
Carlo Colombara (Raimondo)
(2004)
Ivo Vinco (1959) | Nicolai Ghiaurov (1971) |
Samuel Ramey (1993) | Alastair Miles (1997) |
Lucia di Lammermoor (11) - "Orrida è questa notte"
Il terzo e ultimo atto si apre con una scena che spesso viene esclusa dalle rappresentazioni (ne parliamo dopo). Siamo nella torre di Wolfcrag (contrazione di Wolf's Crag, "lo spuntone del lupo": la grafia Wolferag, che si legge talvolta, è in realtà un errore di trascrizione), antica fortezza che si erge su una scogliera sul mare, a poca distanza dal castello di Ravenswood. Il libretto di Cammarano descriveva così l'ambiente in dettaglio: "Salone terreno nella torre di Wolfcrag, adiacente al vestibulo. Una tavola spoglia d’ogni ornamento ed un vecchio seggiolone ne formano tutto l’arredo. Vi è nel fondo una porta che mette all’esterno: essa è fiancheggiata da due finestroni, che avendo infrante le invetriate, lasciano scorgere gran parte delle rovine di detta torre ed un lato della medesima sporgente sul mare. È notte: il luogo vien debolmente illuminato da una smorta lampada. Il cielo è orrendamente nero; lampeggia, tuona, ed i sibili del vento si mescono coi scrosci della pioggia".
«Temporale, tuoni, lampi, pioggia, saette, etc etc etc etc etc etc» scrive Donizetti nella partitura autografa. Effetti realizzati attraverso calcolate scelte orchestrali: rulli di timpani e gran cassa, tremoli degli archi, rapide folate di ottavino, flauto e clarinetto, scale cromatiche ascendenti, poderosi accordi a piena orchestra. L’inserimento del temporale va ben oltre la realizzazione di un semplice effetto atmosferico e nemmeno si limita a configurarsi come proiezione nella natura dell’ira e del dolore provati da Edgardo, solo in scena. Si è detto che il concertato del Finale centrale è il momento in cui i personaggi intuiscono di non avere più il controllo della situazione, e che Lucia sta pagando per il loro comportamento. La tormenta sta proprio a indicare che l’imminente dramma verrà condotto da una forza esterna non governabile dall’uomo.Qui Edgardo si è rifugiato dopo la conclusione della scena precedente. Lo troviamo "immerso ne’ suoi malinconici pensieri". E in effetti l'uragano notturno è quasi una proiezione dei suoi tumulti interiori nelle forze della natura ("Orrida è questa notte / come il destino mio!"). Ma in mezzo al furore degli elementi, si avvicina un cavaliere. A sorpresa, si tratta di Enrico, giunto fin lì per sfidare a duello il rivale, che vuole uccidere personalmente ("De’ miei la spada vindice / pende su te sospesa. / Ma ch’altri ti spenga? Mai… / Chi dee svenarti il sai!"). In un duetto fra tenore e baritono, non scevro da reminiscenze rossiniane (ma che in certe cose anticipa anche il primo Verdi: Donizetti si conferma frequentemente come l'anello di congiuzione fra gli stili di questi due maestri), i due acerrimi nemici si accordano per affrontarsi all'alba nel cimitero del castello di Ravenswood, proprio dove riposano gli antenati (padre compreso) di Edgardo.(Federico Fornoni)
Come dicevo, questa scena è frequentemente tagliata in molti allestimenti dell'opera (di fatto è la prima a essere eliminata, se ce ne fosse bisogno). I motivi? Sono più di uno. Innanzitutto è quasi del tutto superflua nell'economia della vicenda. Sappiamo già che Enrico ed Edgardo sono nemici, dunque la loro sfida non aggiunge nulla ai rispettivi caratteri. Anzi, nel caso di Enrico sembra anche contraddire il modo in cui il personaggio è stato finora presentato: pare strano che si rechi da solo a Wolfcrag a minacciare Edgardo, senza farsi accompagnare dai propri uomini e senza ucciderlo sul posto come aveva promesso di fare più volte in precedenza. Per di più, il duello qui preannunciato non si svolgerà mai, e dunque non se ne comprende il senso drammaturgico. Infine, questa scena è l'unica ad essere ambientata a Wolfcrag (con la successiva torneremo nel salone di Ravenswood) e dunque richiede l'allestimento di un nuovo set che non verrà riutilizzato in seguito: un dispendio di risorse artistiche ed economiche che non tutti i teatri possono permettersi. E in fondo la sequenza rappresenta un po' un'intrusione nel flusso naturale degli eventi, interrompendolo e sospendendo momentaneamente la tensione drammatica: tanto la scena precedente che quella seguente prevede sul palco gli abitanti di Ravenswood e gli invitati alla cerimonia nuziale, ed è dunque naturale che non ci sia alcuno stacco fra le due.
La sezione iniziale del duetto non rientra negli schemi canonici. (...) Il compositore fonde in un unico grande arco tempo d’attacco, sezione chiusa e tempo di mezzo perché la furia dei due contendenti non può essere racchiusa nei limiti formali tradizionali. La cabaletta ["O sole, più ratto a sorger t’appresta"] è il classico pezzo guerresco, caratterizzato dal procedere a due delle voci maschili, dall’accentuazione dei tempi deboli, dal ricorso a trombe, tromboni e percussioni, dal ritmo puntato tanto nella melodia quanto nell’accompagnamento. Va sottolineato che appena prima della ripresa della cabaletta la gran cassa richiama un lontano tuono, conferendo unità all’intera introduzione.Presente anche nel romanzo di Walter Scott, la torre di Wolfcrag sarebbe ispirata al castello di Fast, sulle coste sud-orientali della Scozia.(Federico Fornoni)
Clicca qui per il testo di "Orrida è questa notte - Qui del padre ancor respira".
(È notte, si sente il temporale.)EDGARDO
Orrida è questa notte
come il destino mio!
(scoppia un fulmine)
Sì, tuona o cielo…
imperversate o fulmini… sconvolto
sia l’ordin di natura, e pera il mondo…
Ma non m’inganno! Scalpitar d’appresso
odo un destrier! – S’arresta!
Chi mai della tempesta
fra le minacce e l’ire
chi puote a me venirne?
ENRICO (gettando il mantello)
Io.
EDGARDO
Quale ardire!…
Asthon!
ENRICO
Sì.
EDGARDO
Fra queste mura
osi offrirti al mio cospetto!
ENRICO
Io vi sto per tua sciagura.
EDGARDO
Per mia?
ENRICO
Non venisti nel mio tetto?
EDGARDO
Qui del padre ancor respira
l’ombra inulta… e par che frema!
Morte ogn’aura a te qui spira!
Il terren per te qui trema!…
Nel varcar la soglia orrenda
ben dovesti palpitar,
come un uom che vivo scenda
la sua tomba ad albergar!
ENRICO (con gioia feroce)
Fu condotta al sacro rito,
quindi al talamo Lucia.
EDGARDO
(Ei più squarcia il cor ferito!…
Oh tormento! Oh gelosia!)
Ebben… ebben…
ENRICO
Ascolta!
Di letizia il mio soggiorno,
e di plausi rimbombava;
ma più forte al cor d’intorno
la vendetta mi parlava!
Qui mi trassi… in mezzo ai venti
la sua voce udìa tuttor;
e il furor degli elementi
rispondeva al mio furor!
EDGARDO (con altera impazienza)
Da me che brami?
ENRICO
Ascoltami:
onde punir l’offesa,
de’ miei la spada vindice
pende su te sospesa.
Ma ch’altri ti spenga? Mai…
chi dee svenarti il sai!
EDGARDO
So che al paterno cenere
giurai strapparti il core.
ENRICO
Tu!…
EDGARDO (con nobile disdegno)
Quando?
ENRICO
Al primo sorgere
del mattutino albore.
EDGARDO
Ove?
ENRICO
Fra l’urne gelide
di Ravenswood.
EDGARDO
Verrò.
ENRICO
Ivi a restar preparati.
EDGARDO
Ivi… t’ucciderò.
(a due)
O sole, più ratto a sorger t’appresta…
ti cinga di sangue ghirlanda funesta…
con quella rischiara – l’orribile gara
d’un odio mortale, d’un cieco furor.
Farà di nostr’alme atroce governo
gridando vendetta, lo spirto d’Averno…
(L’oragano è al colmo.)
del tuono che mugge – del nembo che rugge
più l’ira è tremenda, che m’arde nel cor.
(Partono.)
Piotr Beczała (Edgardo), Mariusz Kwiecie (Enrico)
dir: Marco Armiliato (2009)
Carlo Bergonzi, Piero Cappuccilli (1970) | Chris Merritt, Leo Nucci (1992) |
Lucia di Lammermoor (10) - "T'allontana sciagurato"
Dopo il grande concertato, l'azione riprende fulminea. Enrico, spalleggiato da Arturo, da Normanno e dai suoi uomini, si scaglia contro Edgardo, che a sua volta sguaina la spada e si prepara alla lotta, con l'ovvia intenzione di morire sul posto. Raimondo si frappone tra le due parti e, con una citazione biblica ("E scritto sta: chi di ferro altrui ferisce, pur di ferro perirà", chiaro riferimento alla frase di Gesù dal vangelo di Matteo) riesce autorevolmente a convincere tutti a mettere le armi da parte, almeno per il momento.
Proprio Raimondo, a un Edgardo che rivendica il suo diritto ("Lucia la sua fede a me giurò"), mostra la firma della fanciulla sul contratto nuziale con Arturo. Incredulo, Ravenswood chiede conferma alla fanciulla, che non può che ammettere la propria colpa. Ma quando cerca di giustificarsi, l'uomo prorompe iracondo e furente, lanciandone l'anello che lei le aveva dato in pegno e riprendendosi il suo. Sordo a ogni sua supplica, sentendosi tradito, rinnega il suo amore e lancia un anatema contro lei e la sua famiglia, segno che dentro di sé non aveva mai perdonato la sua appartenenza alla "stirpe iniqua, abbominata" degli Asthon. In effetti qui Edgardo non ci fa proprio una bella figura: sarà pure un eroe, un coraggioso, un patriota, che in precedenza si era anche dichiarato disposto a fare pace con l'odiato Enrico per amore di Lucia... ma di fronte a un dubbio non prova nemmeno a comprendere quale sia la verità e ad ascoltare le giustificazioni o le spiegazioni della donna amata. Basta una firma su un foglio, in casa del nemico, per spingerlo a dubitare di lei.
(Curiosità mia: la frase musicale che accompagna le parole "Son tue cifre? A me rispondi!" ricorda il rossiniano "Sol due righe di biglietto" dal duetto fra Figaro e Rosina nel "Barbiere di Siviglia").
La contrapposizione scoppia tremenda nel tempo di mezzo, ben espressa attraverso lo scarto dall’accordo di Re su cui terminava il concertato al lontanissimo La (raggiunto per rapporto di terza, considerando enarmonicamente Re come Do). Si comincia dallo scontro politico. Arturo, Enrico e il coro sfoderano le spade e si avventano su Edgardo per cacciarlo. Il ritmo della linea vocale è molto scandito rispettando lo schema metrico lungabreve, con la nota lunga accentata. La stessa frase, leggermente variata, è ripresa da Ravenswood che a sua volta sguaina la propria arma. Il duello viene evitato solo grazie all’intervento risoluto di Bidebent che evoca la parola di Dio per calmare gli animi. Il conflitto si sposta allora sul piano privato e la scrittura musicale cambia. Viene infatti ripreso il parlante con cui si apriva il tempo d’attacco. I contendenti a questo punto sono ancora Enrico ed Edgardo. Quando questi osserva il contratto nuziale la sua attenzione si sposta finalmente verso Lucia, e in coincidenza con questo mutamento di prospettiva si colloca una nuova metamorfosi della intonazione. L’orchestra trasmette un senso di agitazione attraverso il contrattempo, la frammentazione fraseologica, l’implemento agogico. Dopo la conferma da parte di Lucia delle avvenute nozze, Edgardo scaglia una terribile invettiva contro l’amante. Una invettiva che poeticamente fa ancora parte del tempo di mezzo, ma che formalmente si può leggere senza difficoltà come strofa solistica di apertura della stretta conclusiva.L'atto si conclude con Enrico e i suoi uomini che scacciano Edgardo dal castello; con questi che, invece, vorrebbe farsi uccidere sul posto ("gettando la spada, ed offrendo il petto a’ suoi nemici", dice il libretto); con Raimondo ed Alisa che lo supplicano di andarsene, e con Lucia che sembra soffrire per lui (e la sua salvezza) tanto quanto per sé stessa. Il sipario cala, ma il dramma è tutt'altro che terminato.(Federico Fornoni)
Musicalmente la stretta compendia le posizioni drammatiche dell’opera. Da un lato abbiamo la fazione dei castellani comprendente Enrico, Arturo, il coro e anche Raimondo il quale, pur con i dovuti distinguo, è parte di quell’ambiente. Questi all’unisono aprono lo scorcio conclusivo dell’atto, mostrando estrema compattezza. Ad essi si contrappongono i due innamorati – soprano e tenore a distanza di ottava – che non possono coronare il loro sentimento proprio a causa di Asthon e compari. Grazie a questa netta separazione degli interventi, Donizetti sintetizza in pochi minuti il nucleo della vicenda.Di questo finale d'atto, con il gesto di rabbia di Edgardo in pubblico nei confronti di Lucia (le getta l'anello e la prende a male parole), seguito dalla riprovazione dei presenti, potrebbero essersi ricordati Giuseppe Verdi e Francesco Maria Piave per la conclusione del secondo atto della loro "Traviata".(Federico Fornoni)
Clicca qui per il testo di "T’allontana, sciagurato - Esci, fuggi il furor che mi accende".
ENRICO, ARTURO, NORMANNO, CAVALIERIT’allontana, sciagurato…
o il tuo sangue fia versato…
(scagliandosi con le spade contro Edgardo)
EDGARDO (traendo anch’egli la spada)
Morirò, ma insiem col mio
altro sangue scorrerà.
RAIMONDO
(mettendosi in mezzo alle parti avversarie, ed in tuono autorevole)
Rispettate in me di Dio
la tremenda maestà.
In suo nome io vel comando,
deponete l’ira e il brando.
Pace, pace… Egli abborrisce
l’omicida, e scritto sta:
chi di ferro altrui ferisce,
pur di ferro perirà.
(Tutti ripongono le spade. Un momento di silenzio.)
ENRICO (facendo qualche passo verso Edgardo)
Sconsigliato in queste porte
chi ti guida?
EDGARDO (altero)
La mia sorte,
il mio dritto… sì; Lucia
la sua fede a me giurò.
RAIMONDO
Ah! Questo amor funesto obblia:
ella è d’altri!…
EDGARDO
D’altri!… No!
RAIMONDO
Mira.
(gli presenta il contratto nuziale)
EDGARDO (dopo averlo rapidamente letto, e figgendo gli occhi in Lucia)
Tremi!… Ti confondi!
(mostrando la di lei firma)
Son tue cifre? A me rispondi!
LUCIA (singhiozzando)
Sì…
EDGARDO (furente)
Riprendi il tuo pegno, infido cor.
(le rende il di lei anello)
Il mio dammi.
LUCIA
Almen…
EDGARDO
Lo rendi.
(glielo strappa dal collo)
LUCIA
Edgardo! Edgardo!
EDGARDO
Hai tradito il cielo, e amor!
(getta l’anello e lo calpesta)
Maledetto sia l’istante
che di te mi rese amante…
Stirpe iniqua… abbominata,
io dovea da te fuggir!…
Ah! ma di Dio la mano irata
vi disperda…
ENRICO, ARTURO, NORMANNO, CAVALIERI
Insano ardir!…
Esci, fuggi il furor che mi accende,
solo un punto i suoi colpi sospende…
ma fra poco più atroce, più fiero
sul tuo capo abborrito cadrà…
Sì, la macchia d’oltraggio sì nero
col tuo sangue lavata sarà.
EDGARDO (gettando la spada, ed offrendo il petto a’ suoi nemici)
Trucidatemi, e pronubo al rito
sia lo scempio d’un core tradito…
del mio sangue coperta la soglia
dolce vista per l’empia sarà!…
Calpestando l’esangue mia spoglia
all’altare più lieta ne andrà!
LUCIA (cadendo in ginocchio)
Dio lo salva… in sì fiero momento
d’una misera ascolta il lamento…
è la prece d’immenso dolore
che più in terra speranza non ha…
è l’estrema domanda del core,
che sul labbro spirando mi sta!
RAIMONDO, ALISA, DAME (a Edgardo)
Infelice, t’invola… t’affretta…
i tuoi giorni… il suo stato rispetta.
Vivi… e forse il tuo duolo fia spento:
tutto è lieve all’eterna pietà.
Quante volte ad un solo tormento
mille gioie apprestate non ha!
Alfredo Kraus (Edgardo), Pablo Elvira (Enrico), Paul Plishka (Raimondo),
Joan Sutherland (Lucia), Jeffrey Stamm (Arturo)
dir: Richard Bonynge (1982)
Ferruccio Tagliavini, Piero Cappuccilli, Bernard Ładysz, Maria Callas, Leonard Del Ferro dir: Tullio Serafin (1959) | Carlo Bergonzi, Piero Cappuccilli, Justino Diaz, Beverly Sills, Adolf Dallapozza dir: Thomas Schippers (1970) |
Lucia di Lammermoor (9) - "Chi mi frena in tal momento"
L'inaspettato arrivo di Edgardo sembra quasi arrestare il tempo. Come congelati nei rispettivi sentimenti (furore, spavento o stupore), i personaggi si bloccano per dare vita a un sestetto (talvolta chiamato semplicemente quartetto: in effetti, dopo Enrico, Edgardo, Lucia e Raimondo, i restanti personaggi – ovvero Arturo e Alisa – formano insieme al coro e a Normanno quasi uno sfondo unico) che è sicuramente fra i brani più celebri dell'opera. Tra l'altro il grande concertato a più voci con cui i personaggi si fermano assorti in sé stessi, a commentare il proprio e l'altrui stato d'animo, è uno dei luoghi più tipici del melodramma italiano, buffo o serio che sia: basti pensare a certe pagine di Rossini ("Freddo e immobile come una statua" dal Barbiere di Siviglia) o di Verdi ("S'appressan gli istanti" dal Nabucco).
In una connessione tanto embricata di luoghi, episodi e tempi scenici, inclinata in modo da far rotolare a valanga gli eventi, il tableau improvvisamente statico del sestetto, col colpo di scena dell’arrivo di Edgardo, vira controcorrente e impone un arresto "innaturale": non solo il consueto distillato delle emozioni in campo, bloccate in un tempo sospeso, ma l’unico momento in cui la vicenda è immobilizzata (a forza), invece di precipitare.(Paolo Fabbri)
Il sestetto si apre con il canto all'unisono dei due rivali, Enrico ("Chi raffrena il mio furore") ed Edgardo ("Chi mi frena in tal momento"): cosa curiosa, visto che la musica sembra volerli accomunare anziché porli su piani contrapposti. In effetti, più che rivolgersi l'uno all'altro, entrambi vanno con il pensiero a Lucia: Enrico, per la prima volta, sembra pentirsi delle proprie azioni e provare pietà per la sorella ("È mio sangue! L’ho tradita!"). Edgardo, nonostante ritenga di trovarsi di fronte a un tradimento da parte della donna, è contrastato ("T’amo, ingrata, t’amo ancor!"). Pian piano si aggiungono poi gli altri personaggi, da Lucia stessa a Raimondo (che intonano la seconda strofa), e infine da Arturo ad Alisa, accompagnati dal coro (che ripete alcuni dei versi di Edgardo: "Come rosa inaridita / ella sta fra morte e vita!").
L’arrivo di Edgardo crea «scompiglio», dando luogo al celebratissimo concertato, tradizionalmente noto come quartetto o sestetto. Ognuno rimane paralizzato nei propri pensieri, tutti rivolti, però, verso Lucia. Per un attimo i vari personaggi si rendono conto di avere passato il segno: dopo che Lucia si è sposata gli eventi non possono che precipitare, uscendo da qualsivoglia controllo umano. Tutti sembrano presagire un epilogo tragico e Donizetti dilata tale percezione in questo straordinario momento di sospensione. Il cuore drammatico non è dunque individuabile nelle singole reazioni suscitate dall’arrivo del tenore, bensì nel senso di pietà nei confronti della protagonista, ormai distrutta dal comportamento di quanti la circondano. C’è un afflato comune nel brano, perfettamente realizzato dal compositore che ne affida l’apertura ai due grandi rivali le cui voci procedono in sintonia, pressoché parallele. Certo un avvio inaspettato non tanto per il confronto diretto fra i due, ma per il fatto che tale confronto non si configuri come scontro, cosa che sarebbe legittimo aspettarsi. La medesima melodia viene ripresa da Lucia e da Raimondo, mentre tenore e baritono si producono in figure contrappuntistiche. Segue il crescendo lirico condotto dai violini primi e, da prassi, ripetuto. Qui entrano anche Arturo, Alisa e il coro. Tutti sembrano trascinati da un unico impeto. Ulteriore elemento di unità è l’accompagnamento pizzicato degli archi che permane intatto lungo l’intero pezzo. Un concertato in qualche modo anomalo, perché, se la situazione avrebbe potuto originare posizioni fra loro in conflitto, la musica conferisce invece un senso di comunanza a figure totalmente opposte. È la classica quiete prima della tempesta, che imprime alla successiva catastrofe una forza ancora maggiore.(Federico Fornoni)
Clicca qui per il testo di "Chi mi frena in tal momento".
ENRICO(Chi raffrena il mio furore,
e la man che al brando corse?
Della misera in favore
nel mio petto un grido sorse!
È mio sangue! L’ho tradita!
Ella sta fra morte e vita!…
Ahi! che spegnere non posso
i rimorsi del mio cor!)
EDGARDO
(Chi mi frena in tal momento?…
Chi troncò dell’ire il corso?
Il suo duolo, il suo spavento
son la prova d’un rimorso!…
Ma, qual rosa inaridita,
ella sta fra morte e vita!…
Io son vinto… son commosso…
t’amo, ingrata, t’amo ancor!)
LUCIA (riavendosi, ad Alisa)
(Io sperai che a me la vita
tronca avesse il mio spavento…
ma la morte non m’aita…
vivo ancor per mio tormento!
Da’ miei lumi cadde il velo…
mi tradì la terra e il cielo!…
Vorrei piangere e non posso…
m'abbandona il pianto ancor!)
RAIMONDO, ARTURO, ALISA, NORMANNO E CORO
(Qual terribile momento!…
Più formar non so parole!…
Densa nube di spavento
par che copra i rai del sole!
Come rosa inaridita
ella sta fra morte e vita!…
Chi per lei non è commosso
ha di tigre in petto il cor.)
Alfredo Kraus (Edgardo), Pablo Elvira (Enrico), Joan Sutherland (Lucia),
Paul Plishka (Raimondo), Jeffrey Stamm (Arturo), Ariel Bybee (Alisa)
dir: Richard Bonynge (1982)
Joseph Calleja (Edgardo), Ludovic Tézier (Enrico), Natalie Dessay (Lucia),
Yuon Kwangchul (Raimondo), Matthew Plenk (Arturo), Theodora Hanslowe (Alisa)
dir: Patrick Summers (2011)
Giuseppe Di Stefano, Tito Gobbi, Maria Callas, Raffaele Arié, Valiano Natali, Anna Maria Canali dir: Tullio Serafin (1953) | Giuseppe Di Stefano, Rolando Panerai, Maria Callas, Nicola Zaccaria, Giuseppe Zampieri, Luisa Villa dir: Herbert von Karajan (1955), con bis! |
Renato Cioni, Robert Merrill, Joan Sutherland, Cesare Siepi, Kenneth MacDonald, Ana Raquel Satre dir: John Pritchard (1961) | Carlo Bergonzi, Piero Cappuccilli, Beverly Sills, Justino Diaz, Adolf Dallapozza, Patricia Kern dir: Thomas Schippers (1970) |
Un vero e proprio documento storico: una registrazione del sestetto con Enrico Caruso, sincronizzato con un video del 1908 (opera di Georges Mendel, pioniere del cinema sonoro, il cui phono-cinématographe, o phono-cinéthéâtre, permetteva di riprodurre insieme le registrazioni del cinematografo e del grammofono)
Una scena dal film "Il grande Caruso" (1951) di Richard Thorpe: il tenore, che apprende della nascita della figlia proprio mentre è impegnato nel sestetto, è interpretato da Mario Lanza.
Una scena dal film "The Departed - Il bene e il male" (2006) di Martin Scorsese, in cui il personaggio interpretato da Jack Nicholson assiste alla "Lucia di Lammermoor". Più tardi nel film, la suoneria del suo cellulare è appunto la melodia del sestetto.
Lucia di Lammermoor (8) - Il contratto nuziale
Il finale del secondo atto (ovvero del primo atto della seconda parte, se seguiamo la denominazione voluta dal librettista) si attiene alla struttura convenzionale del melodramma italiano, e ricorda in particolare quelli delle opere rossiniane. Siamo nella sala del castello destinata al ricevimento per le nozze di Lucia e Arturo. Tutto è pronto: Enrico accoglie lo sposo, dal cui favore dipende per risollevare le sorti del proprio casato. Non manca una sorta di coro nuziale ("Per te d'immenso giubbilo"), e Arturo stesso si presenta con una cavatina alquanto semplice ("Per poco fra le tenebre"). Sulla convenzionalità o, addirittura, la "grossolanità" di questa sezione dell'opera si può dire parecchio, vedi per esempio il seguente pezzo.
Secondo tradizione il Finale centrale si apre con un vasto coro. Si tratta del coro nuziale, anche se le parole di Cammarano lo delineano più che altro come la ratifica di un patto d’alleanza suggellato dalla stretta di mano fra i contraenti. Il compositore scrive comunque un pezzo brioso in Sol secondo lo schema ABA, con al centro l’intervento di Arturo alla dominante. L’assoluta simmetria formale, la banalità armonica, l’isoritmia, la strumentazione a piena orchestra, la condotta delle parti con costante raddoppio della melodia e accompagnamento regolarissimo, sono tutti elementi all’insegna della grossolanità. Ovviamente le scelte musicali riflettono la bassezza del mondo che tale musica rappresenta, ed è uno dei tanti tratti donizettiani che anticipano le strategie di Verdi [per esempio nel "Rigoletto"]. Inoltre la rozza gaiezza di questo brano crea un fortissimo contrasto con la complessità psicologica di Lucia e con il dramma che a breve seguirà.In attesa che giunga Lucia, Enrico utilizza a sua volta la scusa della madre da poco deceduta per giustificare in anticipo ad Arturo come mai vedrà la fanciulla in preda alla "mestizia" anziché lieta per le nozze: "Dal duolo oppressa e vinta / piange la madre estinta…" (quest'ultimo verso è addirittura ripetuto una seconda volta, al momento dell'ingresso della protagonista). Non pago di ciò, interrompe sbrigativamente l'accenno di dialogo fra Arturo e Lucia, per evitare che i due si parlino prima di aver siglato il contratto nuziale. Al personaggio di Arturo è riservato poco approfondimento, tanto dal punto di vista drammaturgico (sappiamo solo che sembra sinceramente innamorato di Lucia: "Ti piaccia i voti accogliere / del tenero amor mio…") che da quello musicale: il ruolo è quello del classico "tenorino amoroso", una figura che stava ormai sparendo dal panorama del melodramma italiano, destinato a essere soppiantato da tenori di ben più ampio volume vocale.(Federico Fornoni)
Il tempo d’attacco ha avvio con un dialogo tra Enrico ed Arturo che assume un tono di conversazione grazie al parlante, la cui melodia è affidata ai violini primi. La ripresa del parlante viene bruscamente interrotta dall’arrivo di Lucia. Non solo sono troncate le parole di Enrico, ma anche la frase musicale. L’ingresso della giovane è palesato da un repentino passaggio a do che bene esprime la sua condizione d’animo. Ancora una volta è lo strumento solista, in questo caso un violoncello (cui rispondono violini primi e oboe), a esprimere tutta l’angoscia interiore della sposa. Da notare che nella versione tradizionale la frase è affidata alla fila dei violoncelli, mentre Donizetti nella partitura autografa annota «solo». Il discorso melodico diviene pian piano meno frammentario, le voci si intrecciano sempre più finché la musica viene a configurarsi in guisa di concertato. È il momento delle nozze, "celebrate" con una struggente melodia discendente. Ciò dice tutto di questo matrimonio. Il tema viene mozzato su un accordo di settima di dominante, e Lucia firma l’atto su una pausa coronata in modo che l’attenzione sia convogliata sul suo gesto.A una Lucia che, fra sé e sé, si vede ormai come una vera e propria martire ("Io vado al sacrifizio!…"), Enrico impone di firmare l'atto di matrimonio, un documento (burocratico) che si contrappone ovviamente al giuramento che la fanciulla aveva fatto con Edgardo nel primo atto. E proprio Edgardo, pochi secondi dopo che il contratto è stato firmato ("La mia condanna ho scritta!", afferma Lucia), si presenta a sorpresa e precipitosamente alla porta del castello, di ritorno dalla Francia, "con intempestività tutta melodrammatica", annunciato dal fragore delle percussioni e suscitando grande scompiglio fra i presenti, molti dei quali (Arturo compreso) erano già al corrente delle sue presunte mire su Lucia.(Federico Fornoni)
Clicca qui per il testo di "Per te d’immenso giubbilo - Per poco fra le tenebre".
(Sala preparata pel ricevimento di Arturo. Nel fondo porta praticabile. Enrico, Arturo, Normanno, cavalieri e dame congiunti di Asthon, paggi, armigeri, abitanti di Lammermoor e domestici, tutti inoltrandosi dal fondo.)ENRICO, NORMANNO, CORO
Per te d’immenso giubbilo
tutto s’avviva intorno,
per te veggiam rinascere
della speranza il giorno.
Qui l’amistà ti guida,
qui ti conduce amor,
qual astro in notte infida,
qual riso nel dolor.
ARTURO
Per poco fra le tenebre
sparì la vostra stella;
io la farò risorgere
più fulgida e più bella.
La man mi porgi Enrico…
ti stringi a questo cor.
A te ne vengo amico,
fratello, e difensor.
Clicca qui per il testo di "Dov'è Lucia?".
ARTURODov’è Lucia?
ENRICO
Qui giungere or la vedrem…
(in disparte ad Arturo)
Se in lei
soverchia è la mestizia,
maravigliar non dei.
Dal duolo oppressa e vinta
piange la madre estinta…
ARTURO
M’è noto. – Or solvi un dubbio:
fama suonò, ch’Edgardo
sovr’essa temerario
alzare osò lo sguardo…
ENRICO
È vero… quel folle ardìa, ma…
NORMANNO, CORO
S’avanza qui Lucia.
ENRICO (ad Arturo)
Piange la madre estinta…
(Esce Lucia sostenuta da Raimondo ed Alisa, essa è nel massimo abbattimento.)
ENRICO (presentando Arturo a Lucia)
Ecco il tuo sposo…
(Lucia fa un movimento come per retrocedere)
ENRICO (sommessamente a Lucia)
Incauta!…
Perder mi vuoi?
LUCIA
(Gran Dio.)
ARTURO
Ti piaccia i voti accogliere
del tenero amor mio…
ENRICO
(accostandosi ad un tavolino su cui è il contratto nuziale, e troncando destramente le parole ad Arturo)
Omai si compia il rito.
(ad Arturo)
T’appressa.
ARTURO
Oh dolce invito!
(Avvicinandosi ad Enrico che sottoscrive il contratto, egli vi appone quindi la sua firma. Intanto Raimondo ed Alisa conducono la tremebonda Lucia verso il tavolino.)
LUCIA
(Io vado al sacrifizio!…)
RAIMONDO
(Reggi buon Dio l’afflitta.)
ENRICO
(piano a Lucia, e scagliandole tremende occhiate)
Non esitar. Scrivi!
LUCIA
(segna l’atto)
(Me misera!…
La mia condanna ho scritta!)
ENRICO
(Respiro!)
LUCIA
(Io gelo ed ardo!
Io manco!…)
(s'appoggia a Raimondo)
TUTTI
Qual fragor!…
Chi giunge?…
EDGARDO
(con voce terribile, ravvolto in gran mantello)
Edgardo.
GLI ALTRI
Edgardo!…
LUCIA
Oh fulmine!…
(cade svenuta in braccio di Bidebent e Alisa la soccorre)
GLI ALTRI
Oh terror!…
(Edgardo s’avanza lentamente. Lo scompiglio è universale. Alisa, col soccorso di alcune dame, solleva Lucia, e l’adagia su una seggiola.)
"Per te d’immenso giubbilo"
Jeffrey Stamm (Arturo)
dir: Richard Bonynge (1982)
"Dov'è Lucia?"
Jeffrey Stamm (Arturo), Pablo Elvira (Enrico), Joan Sutherland (Lucia)
dir: Richard Bonynge (1982)
"Per te d’immenso giubbilo" Adolf Dallapozza (1970) | "Dov'è Lucia?" Adolf Dallapozza, Piero Cappuccilli (1970) |
"Per te d’immenso giubbilo" Kenneth Collins (1972) | "Dov'è Lucia?" David Lee, Ludovic Tézier (2014) |
Lucia di Lammermoor (7) - "Ah! cedi, cedi"
Al duetto di Lucia con Enrico ne segue uno con Raimondo, in cui la pressione psicologica sulla protagonista prosegue senza soluzione di continuità. Insieme alla prima scena dell'ultimo atto (quella della torre di Wolfcrag, che mette a confronto Enrico con Edgardo), questa viene talvolta tagliata dall'opera. Ma è un peccato, e non solo perché è una delle poche – insieme alla cavatina di Arturo – a dare spazio a uno dei personaggi secondari, rompendo così l'egemonia pressoché totale del terzetto di protagonisti. Lo stesso librettista Cammarano, nel caso che il duetto venisse omesso, si raccomandava di mantenere almeno il recitativo fra Raimondo e Lucia che lo precede.
La scena ha infatti una notevole importanza nell'economia della vicenda. Innanzitutto ci mostra come Lucia sia davvero sola nella sua situazione: Edgardo è lontano (adesso anche spiritualmente), e persino l'unico abitante del castello che aveva mostrato per lei comprensione e simpatia, ovvero Raimondo, cerca di convincerla a "piegarsi al destino", proprio come, nell'atto precedente, aveva fatto la damigella Alisa ("Ah! Lucia, Lucia desisti / da un amor così tremendo": significativamente, in tutto il prosieguo dell'opera, quando Alisa sarà in scena canterà sempre gli stessi versi di Raimondo). Inoltre, è proprio durante questa scena che Lucia decide di accettare il matrimonio combinato con Arturo: alla fine del duetto precedente con Enrico, infatti, non era ancora convinta a volersi sposare, anzi invocava piuttosto la morte.
L'educatore Raimondo è per Lucia anche un confidente e un amico, eppure pare sordo ai suoi sentimenti, consigliandola (a fin di bene) di seguire i desideri del fratello. E non può che esser così, in quanto come uomo di chiesa è il custode dell'ordine costituito. Con parole che pesano come macigni, per esempio, le spiega come il giuramento da lei stretto con Edgardo (che ci era sembrato una vera e propria cerimonia di nozze davanti a Dio!) non ha alcun valore, in quanto "i nuzïali voti che il ministro di Dio non benedice, né il ciel né il mondo riconosce". Insomma, le istituzioni (e il diritto codificato) per lui hanno la precedenza sull'individuo (e i desideri personali). La povera Lucia, come plagiata dalla volontà altrui, non può che commentare: "Ah! cede persuasa la mente... / ma sordo alla ragion resiste il core".
Nel dialogo che precede il duetto viene approfondita la questione della mancata corrispondenza fra Lucia ed Edgardo. La ragazza sospettava che fossero le sue lettere a non giungere all'amato per via delle macchinazioni del fratello (tanto che proprio Raimondo, per aiutarla, ha fatto giungere in Francia "per secura mano" una sua missiva). E invece, come sappiamo, è il contrario: sono le lettere di Edgardo a non giungere a lei, essendo state tutte intercettate e bloccate da Normanno ed Enrico.
Infine, nel cantabile "Ah! cedi, cedi", per convincere Lucia ad accettare la mano di Arturo, Raimondo si appella ai valori della famiglia e al rimorso che ne seguirebbe se la fanciulla rifiutasse le nozze combinate. E tira in ballo addirittura "l’estinta genitrice", ossia la madre morta ("o la madre nell’avello / fremerà per te d’orror"). Come commentano i critici, il richiamo al dovere nei confronti della famiglia è "una carta spesso utilizzata nel melodramma italiano in occasioni simili", ovvero per per chiedere un sacrificio: basti pensare al duetto fra Germont e Violetta nel secondo atto della "Traviata".
Donizetti sottolinea la portata di questo passo non solo ripetendo le due parole fondamentali, «madre» e «fremerà», ma anche attraverso uno slittamento nell’area della dominante laddove ci si sarebbe piuttosto aspettati un ritorno alla tonica, qui anticipato nella frase contrastante. In questo modo quella che dovrebbe essere la frase conclusiva della forma lirica si configura piuttosto come un’entità autonoma, guadagnando in importanza e visibilità. (...) La sezione conclusiva dell’aria ristabilisce, almeno per il momento, l’ordine costituito che l’amore tra Lucia ed Edgardo aveva rischiato di compromettere. Si tratta di un brano che, grazie all’utilizzo del marziale ritmo puntato e al ricorso a trombe, tromboni, timpani e gran cassa, aggiunge un che di eroico alla scelta di Lucia. D’altra parte già i versi sembrano ritrarre il sacrificio di una martire.Lucia, infatti, si arrende ("Taci… taci: ah, vincesti… / non son tanto snaturata"). E il duetto (ormai quasi un'aria di Raimondo con i pertichini di Lucia: "Al ben de’ tuoi qual vittima") si conclude con un finale convenzionalmente "rossiniano". Si noti che la fanciulla, convinta che Edgardo l'abbia tradita e dunque di non aver più nessun punto di riferimento, in questo momento non parli più di morte ma solo di una lunga agonia ("Lungo, crudel supplizio / la vita a me sarà!").(Federico Fornoni)
Clicca qui per il testo di "Ebben? – Di tua speranza…".
LUCIA
(vedendo giungere Raimondo, gli sorge all’incontro ansiosissima)
Ebben?
RAIMONDO
Di tua speranza
l’ultimo raggio tramontò! Credei
al tuo sospetto, che il fratel chiudesse
tutte le strade, onde sul franco suolo
all’uom che amar giurasti
non giungesser tue nuove: io stesso un foglio
da te vergato, per secura mano
recar gli feci… invano!
Tace mai sempre… Quel silenzio assai
d’infedeltà ti parla!
LUCIA
E me consigli?…
RAIMONDO
Di piegarti al destino.
LUCIA
E il giuramento?…
RAIMONDO
Tu pur vaneggi! I nuzïali voti
che il ministro di Dio non benedice
né il ciel, né il mondo riconosce.
LUCIA
Ah! cede persuasa la mente…
ma sordo alla ragion resiste il core.
RAIMONDO
Vincerlo è forza.
LUCIA
Oh sventurato amore!
Clicca qui per il testo di "Ah! cedi, cedi - Al ben de' tuoi qual vittima".
RAIMONDOAh! Cedi, cedi, o più sciagure
ti sovrastano, infelice…
Per le tenere mie cure,
per l’estinta genitrice
il periglio d’un fratello
deh ti mova; e cangi il cor…
o la madre nell’avello
fremerà per te d’orror.
LUCIA
Taci… taci: ah, vincesti…
non son tanto snaturata.
RAIMONDO
Oh! qual gioia in me tu desti!
Oh qual nube hai dissipata!…
Al ben de’ tuoi qual vittima
offri, Lucia, te stessa;
e tanto sacrifizio
scritto nel ciel sarà.
Se la pietà degli uomini
a te non fia concessa,
v’è un Dio, v’è un Dio, che tergere
il pianto tuo saprà.
LUCIA
Guidami tu… tu reggimi…
son fuori di me stessa!…
Lungo, crudel supplizio
la vita a me sarà!
Sì, oh Dio. Son fuor di me.
Edgardo ingrato!
(partono)
Youn Kwangchul (Raimondo), Natalie Dessay (Lucia)
dir: Patrick Summers (2011)
Paul Plishka (Raimondo), Joan Sutherland (Lucia)
dir: Richard Bonynge (1982)
Cesare Siepi, Joan Sutherland (1961) | Justino Diaz, Beverly Sills (1970) |
Lucia di Lammermoor (6) - "Appressati, Lucia"
Il secondo e il terzo atto della "Lucia" formano la seconda parte dell'opera, quella che il librettista ha intitolato "Il contratto nuziale" e in cui, dopo le presentazioni dei personaggi nell'atto precedente, si svolge la vera e propria azione drammaturgica, in un susseguirsi di scene concatenate l'una all'altra. Si comincia nelle stanze private di Enrico, nel castello di Ravenswood, con il confronto fra Lord Asthon e la sorella. Questo è preceduto da un breve dialogo introduttivo fra lo stesso Enrico e l'infido Normanno, nel quale apprendiamo che durante l'assenza di Edgardo tutte le lettere da lui inviate a Lucia sono state intercettate per evitare che giungessero a destinazione. Per convincere la sorella a sposare immediatamente Arturo, l'uomo da lui scelto (nel castello stanno già arrivando tutti i parenti!), Enrico intende mostrarle una finta lettera, dalla quale si evincerebbe che Edgardo si è innamorato di un'altra donna. Un vero e proprio inganno, che ricorda quello ordito da Don Bartolo ai danni di Rosina ne "Il barbiere di Siviglia".
L'ingresso in scena di Lucia, che "avanza macchinalmente", era originariamente commentato così dal libretto: "La pallidezza del suo volto, il guardo smarrito, e tutto in lei annunzia i patimenti ch’ella sofferse, ed i primi sintomi d’un’alienazione mentale". L'assenza di notizie da parte dell'amato Edgardo, unico suo possibile conforto, l'ha evidentemente provata. Eppure non sembra aver perso la sua decisione di opporsi ai voleri del fratello, che nell'apertura del loro duetto ("Il pallor funesto, orrendo") accusa apertamente di crudeltà e insensibilità ("Perdonare ti possa Iddio / l’inumano tuo rigor").
Lucia [è] affranta e distrutta dal dolore. Lo dicono le didascalie di Cammarano, ma soprattutto lo dice la musica di Donizetti. La poveretta non riesce a proferir parola, così in suo luogo "parla" il clarinetto (nella versione tradizionale sostituito da un oboe) che, in poche battute, ci mette a parte delle pene patite dalla giovane con una languente melodia che riunisce tutte le caratteristiche del lamento: tonalità minore, arco melodico discendente, acciaccatura, semitono dolente. Di nuovo, lo strumento solista si fa carico di comunicare lo stato interiore della protagonista: in questo caso uno stato non tanto di alienazione, a dispetto delle indicazioni del libretto, ma di profonda prostrazione. [...] Lucia prova finalmente ad esprimere a parole la sua angoscia e lo fa con un parlante in cui accusa il fratello e grazie al quale cominciano a notarsi gli effetti prodotti su una mente già debole da tanta sofferenza. In fase cadenzale il soprano si lancia infatti in una serie di rapide scale di semicrome che richiamano la scrittura della cavatina. Enrico replica con identico parlante, ma alla dominante e con una vocalità alquanto meno fiorita. In questo tempo d’attacco Asthon dà il via alla terribile pressione psicologica sulla sorella per forzarla a dimenticare Edgardo e a maritarsi con il partito da lui scelto. Pertanto, dopo la tirata del baritono, il dialogo si intensifica. Enrico propone un «nobil sposo» e la reazione di Lucia è sottolineata da un brusco cambio di scrittura e da un intervallo semitonale nella voce che ricorrerà anche nella scena della pazzia. [...] L’aspro scontro armonico e melodico tra il Sol e il Fa è un cuneo piantato nell’anima di Lucia. La sua follia non è solo evasione dalla realtà, ma concreto e fisico dolore.La finta lettera di Edgardo, mostrata da Enrico a Lucia, fa precipitare questa nella disperazione (con il cantabile "Soffriva nel pianto"). Il suo dolore non sembra toccare il fratello, che "persiste nel suo intento, denigrando Edgardo e giocando sui sensi di colpa di Lucia". Pur cantando su un testo identico ("Quel core infedele ad altra si diè!"), i due personaggi esprimono stati d'animo quanto mai diversi, che la musica sottolinea con le sue differenti sfumature: "il lirismo del soprano è segno di ripiegamento interiore, il declamato del baritono del fatto che il personaggio sta esternando i propri pensieri".(Federico Fornoni)
La banda fuori scena annuncia l’arrivo al castello del promesso sposo. Enrico mette Lucia davanti al fatto compiuto. Le spiega inoltre che lei è la sola a poterlo salvare dall’annientamento politico, mentre la musica, con il tremolo degli archi, il pedale del primo fagotto e delle viole, e la figura nel registro grave del secondo fagotto e dei violoncelli, comunica l’ansia di cui sono portatrici le sue parole, ansia che probabilmente vuole trasmettere alla sorella per farla propendere verso la decisione a lui favorevole.Mentre Enrico la incalza ("Dal precipizio Arturo può sottrarmi (...) Salvarmi devi!"), Lucia tenta di resistere rimarcando ancora una volta il suo giuramento a Edgardo ("Ad altri giurai…"), come se la missiva appena letta non significasse nulla. E in effetti dentro di sé non ha ancora cambiato idea (nella scena successiva, dirà a Raimondo: "Ah! cede persuasa la mente… ma sordo alla ragion resiste il core"). Il duetto si conclude con una cabaletta ("Se tradirmi tu potrai") in cui Enrico, "con accento rapido, ma energico", "tenta il colpo finale: se Lucia non sposerà Arturo lui verrà condannato a morte e il suo fantasma tornerà a perseguitarla. L’intero duetto è dunque un crescendo drammatico all’interno del quale la protagonista si trova stritolata, senza poter avere altro sfogo che lo squilibrio mentale e il lamento dolente" (Fornoni). Si noti come Lucia in tutto il duetto parli ripetutamente di morte ("L’istante di morte è giunto per me", "La tomba a me s’appresta!", "Io son tanto sventurata, / che la morte è un ben per me!").(Federico Fornoni)
Clicca qui per il testo di "Lucia fra poco a te verrà".
(Appartamenti di Lord Asthon. Enrico è seduto presso un tavolino: Normanno sopraggiunge.)
NORMANNO
Lucia fra poco a te verrà.
ENRICO
Tremante l’aspetto.
A festeggiar le nozze illustri
già nel castello i nobili parenti
giunser di mia famiglia; in breve Arturo
qui volge…
(sorgendo agitatissimo)
E s’ella pertinace osasse
d’opporsi?…
NORMANNO
Non temer: la lunga assenza
del tuo nemico, i fogli
da noi rapiti, e la bugiarda nuova
ch’egli s’accese d’altra fiamma, in core
di Lucia spegneranno il vile amore.
ENRICO
Ella s’avanza!… Il simulato foglio
porgimi, ed esci sulla via che tragge
(Normanno gli dà un foglio)
alla città regina di Scozia;
e qui fra plausi e liete grida
conduci Arturo.
(Normanno esce.)
Clicca qui per il testo di "Appressati, Lucia - Il pallor funesto, orrendo - Soffriva nel pianto".
(Lucia si arresta presso la soglia.)ENRICO
Appressati, Lucia.
(Lucia si avanza macchinalmente, e figgendo lo sguardo immobile negli occhi di Enrico.)
ENRICO
Sperai più lieta in questo dì vederti,
in questo dì, che d’imeneo le faci
si accendono per te. – Mi guardi, e taci!
LUCIA
Il pallor funesto, orrendo
che ricopre il volto mio,
ti rimprovera tacendo
il mio strazio… il mio dolore.
Perdonare ti possa Iddio
l’inumano tuo rigor.
ENRICO
A ragion mi fe’ spietato
quel che t’arse indegno affetto…
Ma si taccia del passato…
tuo fratello io sono ancor.
Spenta è l’ira nel mio petto,
spegni tu l’insano amor.
Nobil sposo…
LUCIA
Cessa… cessa.
ENRICO
Come?
LUCIA
Ad altr’uom giurai mia fé.
ENRICO (iracondo)
Nol potevi…
LUCIA
Enrico!…
ENRICO (raffrenandosi)
Or basti.
Questo foglio appien ti dice,
(porgendole il foglio, ch’ebbe da Normanno)
qual crudel, qual empio amasti.
Leggi.
LUCIA
(legge: la sorpresa ed il più vivo affanno si dipingono nel suo volto, ed un tremito l’investe dal capo alle piante)
Il core mi balzò!
ENRICO
(accorrendo in di lei soccorso)
Tu vacilli!…
LUCIA
Me infelice!…
Ahi!… la folgore piombò!
Soffriva nel pianto… languia nel dolore…
la speme… la vita riposi in un core…
L’istante di morte è giunto per me.
Quel core infedele ad altra si diè!…
ENRICO
Un folle ti accese, un perfido core:
tradisti il tuo sangue per vil seduttore…
Ma degna dal cielo ne avesti mercé:
quel core infedele ad altra si diè!
(Si ascoltano echeggiare in lontananza festivi suoni.)
LUCIA
Che fia!…
ENRICO
Suonar di giubbilo
senti la riva?
LUCIA
Ebbene?
ENRICO
Giunge il tuo sposo.
LUCIA
Un brivido
mi corse per le vene!
ENRICO
A te s’appresta il talamo…
LUCIA
La tomba a me s’appresta!
ENRICO
Ora fatale è questa!
M’odi.
Spento è Guglielmo… ascendere
vedremo il trono Maria…
Prostrata è nella polvere
la parte ch’io seguìa…
LUCIA
AH, io tremo!…
ENRICO
Dal precipizio
Arturo può sottrarmi,
sol egli…
LUCIA
Ed io?…
ENRICO
Salvarmi devi.
LUCIA
Enrico…
ENRICO
Vieni allo sposo.
LUCIA
Ad altri giurai…
ENRICO
Devi salvarmi.
LUCIA
Ma!…
ENRICO (in atto di uscire)
Il devi.
LUCIA
Oh ciel!…
ENRICO (ritornando a Lucia, e con accento rapido, ma energico)
Se tradirmi tu potrai,
la mia sorte è già compita…
tu m’involi onore, e vita;
tu la scure appresti a me…
Ne’ tuoi sogni mi vedrai
ombra irata e minacciosa!…
Quella scure sanguinosa
starà sempre innanzi a te!
LUCIA (volgendo al cielo gli occhi gonfi di lagrime)
Tu che vedi il pianto mio…
tu che leggi in questo core,
se reietto il mio dolore
come in terra in ciel non è,
tu mi togli, eterno Iddio
questa vita disperata…
io son tanto sventurata,
che la morte è un ben per me!
(Enrico parte affrettatamente. Lucia si abbandona su d’una seggiola.)
Ludovic Tézier (Enrico), Natalie Dessay (Lucia)
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