10 maggio 2020

Lucia di Lammermoor (12) - "Dalle stanze ove Lucia"

Scritto da Christian

Incuranti della tempesta notturna, nel castello di Ravenswood gli ospiti e gli invitati al matrimonio di Lucia e Arturo stanno continuando a festeggiare. Il loro coro, "D'immenso giubbilo / s'innanzi un grido" richiama inizialmente nel testo quello che era stato cantato nell'atto precedente ("Per te d'immenso giubbilo / tutto s'avviva intorno"): ma stavolta non è un augurio rivolto allo sposo bensì un inno che festeggia il ritrovato prestigio della casata degli Asthon, i cui membri, grazie a queste nozze combinate, si immaginano tornare in auge all'interno del delicato scacchiere politico della Scozia.

Di colpo, Raimondo, pallido in volto, entra nella sala, interrompendo le danze e i cori. Porta la notizia di una tragedia: udendo un grido provenire dalla camera nuziale, è lì accorso, trovando Arturo morto a terra e Lucia, in preda alla pazzia, con un pugnale insanguinato in mano. Anche se avevamo avuto tanti preavvisi e presagi di morte, ciò che ha fatto Lucia ci spiazza comunque: per l'aver ucciso Arturo (e non sé stessa), innanzitutto, ma anche per come l'evento giunge all’improvviso, peraltro non mostrato ma comunicatoci per bocca di altri. È un grande colpo di scena, che forse sugli spettatori dell'epoca (soprattutto su chi non aveva letto il romanzo di Walter Scott) avrà fatto lo stesso effetto di film come "Psyco" di Alfred Hitchcock.
(Qui a fianco: un disegno di Eugène Delacroix).

Grazie al racconto di questa "azione nascosta" (Dahlhaus), il pubblico in sala si trova nella medesima condizione di chi sta in scena, e ne condivide ansie e turbamenti. Il procedimento non è nuovo, basti pensare all’aria di Giorgio nei "Puritani" di Bellini (andati in scena a Parigi otto mesi prima di "Lucia"), «Cinta di rose e col bel crin disciolto», che precede l’ingresso di Elvira vaneggiante, «Qui la voce sua soave». Ma qui Donizetti la attua con una forza normativa superiore, che trova nell’annuncio «Eccola!» l’esito naturale di una profezia tragica.
(Michele Girardi)
Si noti che non è il primo momento, in quest'opera, in cui un'azione non viene mostrata ma raccontata per bocca di qualcun altro: già all'inizio Normanno aveva narrato a Enrico del primo incontro fra Lucia ed Edgardo, e poi il coro dei cacciatori aveva riferito come aveva scoperto la vera identità di quest'ultimo. Si tratta di un artificio che distingue nettamente il lavoro di Donizetti dalle consuetudini del melodramma che vedevano, nei momenti "statici", i personaggi riflettere esclusivamente sul proprio stato d'animo, riservando invece a quelli "dinamici" la rappresentazione dell'azione drammatica. In questo caso, invece, accade frequentemente il contrario. Le "azioni" sono spesso interiori, mentre i "racconti" portano avanti la vicenda.

Il racconto di Raimondo, "un ampio assolo che assume le dimensione della sezione lenta di un’aria", punteggiato dai commenti del coro, cambia totalmente il mood della scena, che era iniziata appunto all'insegna delle danze e delle feste (benché, come abbiamo detto, non si festeggiava tanto il matrimonio in sé – della felicità di Lucia, in fondo, ipocritamente non importa niente a nessuno – quanto i privilegi riconquistati di Enrico). E fa da prodromo al momento più celebre dell'opera, la lunga scena della pazzia, che segue immediatamente. Non appena infatti Bidebent ha terminato la sua narrazione, e dopo che il coro ha invocato una protezione ultraterrena, conscio forse di avere una parte di colpa nell'accaduto ("Ah! quella destra di sangue impura / l’ira non chiami su noi del ciel"), proprio Lucia si fa avanti nella sala.

Clicca qui per il testo di "D'immenso giubbilo - Dalle stanze ove Lucia".

(Sala come nell'atto primo. Dalle sale contigue si ascolta la musica di liete danze. Il fondo della scena è ingombro di paggi ed abitanti del Castello di Lammermoor. Sopraggiungono cavalieri che si uniscono in crocchio.)

CORO
D'immenso giubbilo
s’innalzi un grido:
corra la Scozia
di lido in lido;
e avverta i perfidi
nostri nemici,
che più terribili,
che più felici
ne rende l’aura
d’alto favor;
che a noi sorridono
le stelle ancor.

RAIMONDO
(trafelato, ed avanzandosi a passi vacillanti)
Cessi… ah! cessi quel contento… [o: Ah! cessate quel contento…]

CORO
Sei cosparso di pallore!…
Ciel! che rechi?

RAIMONDO
Un fiero evento!

CORO
Tu ne agghiacci di terrore!

RAIMONDO (accenna con mano che tutti lo circondino)
Dalle stanze ove Lucia
tratta avea col suo consorte,
un lamento… un grido uscìa,
come d’uom vicino a morte!
Corsi ratto in quelle mura…
Ahi! terribile sciagura!
Steso Arturo al suol giaceva
muto freddo insanguinato!…
E Lucia l’acciar stringeva,
che fu già del trucidato!…
Ella in me le luci affisse…
«Il mio sposo ov’è?» mi disse:
e nel volto suo pallente
un sorriso balenò!
Infelice! Della mente
la virtude a lei mancò!

TUTTI
Oh! qual funesto avvenimento!…
Tutti ne ingombra cupo spavento!
Notte, ricopri la ria sventura
col tenebroso tuo denso vel.
Ah! quella destra di sangue impura
l’ira non chiami su noi del ciel.

RAIMONDO
Eccola!




"Dalle stanze ove Lucia"
Carlo Colombara (Raimondo)
(2004)


Ivo Vinco (1959)


Nicolai Ghiaurov (1971)


Samuel Ramey (1993)

Alastair Miles (1997)

7 maggio 2020

Lucia di Lammermoor (11) - "Orrida è questa notte"

Scritto da Christian


Il terzo e ultimo atto si apre con una scena che spesso viene esclusa dalle rappresentazioni (ne parliamo dopo). Siamo nella torre di Wolfcrag (contrazione di Wolf's Crag, "lo spuntone del lupo": la grafia Wolferag, che si legge talvolta, è in realtà un errore di trascrizione), antica fortezza che si erge su una scogliera sul mare, a poca distanza dal castello di Ravenswood. Il libretto di Cammarano descriveva così l'ambiente in dettaglio: "Salone terreno nella torre di Wolfcrag, adiacente al vestibulo. Una tavola spoglia d’ogni ornamento ed un vecchio seggiolone ne formano tutto l’arredo. Vi è nel fondo una porta che mette all’esterno: essa è fiancheggiata da due finestroni, che avendo infrante le invetriate, lasciano scorgere gran parte delle rovine di detta torre ed un lato della medesima sporgente sul mare. È notte: il luogo vien debolmente illuminato da una smorta lampada. Il cielo è orrendamente nero; lampeggia, tuona, ed i sibili del vento si mescono coi scrosci della pioggia".

«Temporale, tuoni, lampi, pioggia, saette, etc etc etc etc etc etc» scrive Donizetti nella partitura autografa. Effetti realizzati attraverso calcolate scelte orchestrali: rulli di timpani e gran cassa, tremoli degli archi, rapide folate di ottavino, flauto e clarinetto, scale cromatiche ascendenti, poderosi accordi a piena orchestra. L’inserimento del temporale va ben oltre la realizzazione di un semplice effetto atmosferico e nemmeno si limita a configurarsi come proiezione nella natura dell’ira e del dolore provati da Edgardo, solo in scena. Si è detto che il concertato del Finale centrale è il momento in cui i personaggi intuiscono di non avere più il controllo della situazione, e che Lucia sta pagando per il loro comportamento. La tormenta sta proprio a indicare che l’imminente dramma verrà condotto da una forza esterna non governabile dall’uomo.
(Federico Fornoni)
Qui Edgardo si è rifugiato dopo la conclusione della scena precedente. Lo troviamo "immerso ne’ suoi malinconici pensieri". E in effetti l'uragano notturno è quasi una proiezione dei suoi tumulti interiori nelle forze della natura ("Orrida è questa notte / come il destino mio!"). Ma in mezzo al furore degli elementi, si avvicina un cavaliere. A sorpresa, si tratta di Enrico, giunto fin lì per sfidare a duello il rivale, che vuole uccidere personalmente ("De’ miei la spada vindice / pende su te sospesa. / Ma ch’altri ti spenga? Mai… / Chi dee svenarti il sai!"). In un duetto fra tenore e baritono, non scevro da reminiscenze rossiniane (ma che in certe cose anticipa anche il primo Verdi: Donizetti si conferma frequentemente come l'anello di congiuzione fra gli stili di questi due maestri), i due acerrimi nemici si accordano per affrontarsi all'alba nel cimitero del castello di Ravenswood, proprio dove riposano gli antenati (padre compreso) di Edgardo.

Come dicevo, questa scena è frequentemente tagliata in molti allestimenti dell'opera (di fatto è la prima a essere eliminata, se ce ne fosse bisogno). I motivi? Sono più di uno. Innanzitutto è quasi del tutto superflua nell'economia della vicenda. Sappiamo già che Enrico ed Edgardo sono nemici, dunque la loro sfida non aggiunge nulla ai rispettivi caratteri. Anzi, nel caso di Enrico sembra anche contraddire il modo in cui il personaggio è stato finora presentato: pare strano che si rechi da solo a Wolfcrag a minacciare Edgardo, senza farsi accompagnare dai propri uomini e senza ucciderlo sul posto come aveva promesso di fare più volte in precedenza. Per di più, il duello qui preannunciato non si svolgerà mai, e dunque non se ne comprende il senso drammaturgico. Infine, questa scena è l'unica ad essere ambientata a Wolfcrag (con la successiva torneremo nel salone di Ravenswood) e dunque richiede l'allestimento di un nuovo set che non verrà riutilizzato in seguito: un dispendio di risorse artistiche ed economiche che non tutti i teatri possono permettersi. E in fondo la sequenza rappresenta un po' un'intrusione nel flusso naturale degli eventi, interrompendolo e sospendendo momentaneamente la tensione drammatica: tanto la scena precedente che quella seguente prevede sul palco gli abitanti di Ravenswood e gli invitati alla cerimonia nuziale, ed è dunque naturale che non ci sia alcuno stacco fra le due.

Perché Cammarano e Donizetti hanno scelto di inserirla, allora? Innanzitutto la scena aggiunge del colore "romantico" e scozzese alla vicenda (il castello in rovina, l'uragano, il mare in tempesta). Inoltre offre un'occasione al baritono e al tenore di esibirsi in un duetto senza l'ingombrante presenza del soprano. Infine, fornisce al soprano stesso la possibilità di rifiatare fra un momento di grande tensione (quello del contratto nuziale) e uno ancora più impegnativo (la scena della pazzia). È pur vero che "Lucia di Lammermoor" è, appunto, una storia incentrata su Lucia, e che ogni scena che non la vede presente può essere accolta con disinteresse dagli spettatori, che bramano spazientiti che il focus della narrazione ritorni subito su di lei. Tale punto di vista è condiviso anche da numerosi registi e direttori d'orchestra che, per questo motivo, non ci pensano più di tanto nell'eliminare completamente la scena (a differenza del duetto fra Raimondo e Lucia, anch'esso tradizionalmente tagliato ma un po' meno frequentemente). Talvolta può addirittura capitare che il desiderio del direttore di mantenere o meno la scena si scontri con quello dei cantanti (in un senso o nell'altro: ci sono baritoni e tenori che hanno piacere a cantare il duetto, e altri che sono così abituati a scartarlo che non conoscono bene il brano in questione e sono costretti a impararlo a tempo di record!).
La sezione iniziale del duetto non rientra negli schemi canonici. (...) Il compositore fonde in un unico grande arco tempo d’attacco, sezione chiusa e tempo di mezzo perché la furia dei due contendenti non può essere racchiusa nei limiti formali tradizionali. La cabaletta ["O sole, più ratto a sorger t’appresta"] è il classico pezzo guerresco, caratterizzato dal procedere a due delle voci maschili, dall’accentuazione dei tempi deboli, dal ricorso a trombe, tromboni e percussioni, dal ritmo puntato tanto nella melodia quanto nell’accompagnamento. Va sottolineato che appena prima della ripresa della cabaletta la gran cassa richiama un lontano tuono, conferendo unità all’intera introduzione.
(Federico Fornoni)
Presente anche nel romanzo di Walter Scott, la torre di Wolfcrag sarebbe ispirata al castello di Fast, sulle coste sud-orientali della Scozia.

Clicca qui per il testo di "Orrida è questa notte - Qui del padre ancor respira".

(È notte, si sente il temporale.)

EDGARDO
Orrida è questa notte
come il destino mio!
(scoppia un fulmine)
Sì, tuona o cielo…
imperversate o fulmini… sconvolto
sia l’ordin di natura, e pera il mondo…
Ma non m’inganno! Scalpitar d’appresso
odo un destrier! – S’arresta!
Chi mai della tempesta
fra le minacce e l’ire
chi puote a me venirne?

ENRICO (gettando il mantello)
Io.

EDGARDO
Quale ardire!…
Asthon!

ENRICO
Sì.

EDGARDO
Fra queste mura
osi offrirti al mio cospetto!

ENRICO
Io vi sto per tua sciagura.

EDGARDO
Per mia?

ENRICO
Non venisti nel mio tetto?

EDGARDO
Qui del padre ancor respira
l’ombra inulta… e par che frema!
Morte ogn’aura a te qui spira!
Il terren per te qui trema!…
Nel varcar la soglia orrenda
ben dovesti palpitar,
come un uom che vivo scenda
la sua tomba ad albergar!

ENRICO (con gioia feroce)
Fu condotta al sacro rito,
quindi al talamo Lucia.

EDGARDO
(Ei più squarcia il cor ferito!…
Oh tormento! Oh gelosia!)
Ebben… ebben…

ENRICO
Ascolta!
Di letizia il mio soggiorno,
e di plausi rimbombava;
ma più forte al cor d’intorno
la vendetta mi parlava!
Qui mi trassi… in mezzo ai venti
la sua voce udìa tuttor;
e il furor degli elementi
rispondeva al mio furor!

EDGARDO (con altera impazienza)
Da me che brami?

ENRICO
Ascoltami:
onde punir l’offesa,
de’ miei la spada vindice
pende su te sospesa.
Ma ch’altri ti spenga? Mai…
chi dee svenarti il sai!

EDGARDO
So che al paterno cenere
giurai strapparti il core.

ENRICO
Tu!…

EDGARDO (con nobile disdegno)
Quando?

ENRICO
Al primo sorgere
del mattutino albore.

EDGARDO
Ove?

ENRICO
Fra l’urne gelide
di Ravenswood.

EDGARDO
Verrò.

ENRICO
Ivi a restar preparati.

EDGARDO
Ivi… t’ucciderò.

(a due)
O sole, più ratto a sorger t’appresta…
ti cinga di sangue ghirlanda funesta…
con quella rischiara – l’orribile gara
d’un odio mortale, d’un cieco furor.
Farà di nostr’alme atroce governo
gridando vendetta, lo spirto d’Averno…
(L’oragano è al colmo.)
del tuono che mugge – del nembo che rugge
più l’ira è tremenda, che m’arde nel cor.
(Partono.)




Piotr Beczała (Edgardo), Mariusz Kwiecie (Enrico)
dir: Marco Armiliato (2009)


Carlo Bergonzi, Piero Cappuccilli (1970)

Chris Merritt, Leo Nucci (1992)

4 maggio 2020

Lucia di Lammermoor (10) - "T'allontana sciagurato"

Scritto da Christian

Dopo il grande concertato, l'azione riprende fulminea. Enrico, spalleggiato da Arturo, da Normanno e dai suoi uomini, si scaglia contro Edgardo, che a sua volta sguaina la spada e si prepara alla lotta, con l'ovvia intenzione di morire sul posto. Raimondo si frappone tra le due parti e, con una citazione biblica ("E scritto sta: chi di ferro altrui ferisce, pur di ferro perirà", chiaro riferimento alla frase di Gesù dal vangelo di Matteo) riesce autorevolmente a convincere tutti a mettere le armi da parte, almeno per il momento.

Proprio Raimondo, a un Edgardo che rivendica il suo diritto ("Lucia la sua fede a me giurò"), mostra la firma della fanciulla sul contratto nuziale con Arturo. Incredulo, Ravenswood chiede conferma alla fanciulla, che non può che ammettere la propria colpa. Ma quando cerca di giustificarsi, l'uomo prorompe iracondo e furente, lanciandone l'anello che lei le aveva dato in pegno e riprendendosi il suo. Sordo a ogni sua supplica, sentendosi tradito, rinnega il suo amore e lancia un anatema contro lei e la sua famiglia, segno che dentro di sé non aveva mai perdonato la sua appartenenza alla "stirpe iniqua, abbominata" degli Asthon. In effetti qui Edgardo non ci fa proprio una bella figura: sarà pure un eroe, un coraggioso, un patriota, che in precedenza si era anche dichiarato disposto a fare pace con l'odiato Enrico per amore di Lucia... ma di fronte a un dubbio non prova nemmeno a comprendere quale sia la verità e ad ascoltare le giustificazioni o le spiegazioni della donna amata. Basta una firma su un foglio, in casa del nemico, per spingerlo a dubitare di lei.

(Curiosità mia: la frase musicale che accompagna le parole "Son tue cifre? A me rispondi!" ricorda il rossiniano "Sol due righe di biglietto" dal duetto fra Figaro e Rosina nel "Barbiere di Siviglia").

La contrapposizione scoppia tremenda nel tempo di mezzo, ben espressa attraverso lo scarto dall’accordo di Re su cui terminava il concertato al lontanissimo La (raggiunto per rapporto di terza, considerando enarmonicamente Re come Do). Si comincia dallo scontro politico. Arturo, Enrico e il coro sfoderano le spade e si avventano su Edgardo per cacciarlo. Il ritmo della linea vocale è molto scandito rispettando lo schema metrico lungabreve, con la nota lunga accentata. La stessa frase, leggermente variata, è ripresa da Ravenswood che a sua volta sguaina la propria arma. Il duello viene evitato solo grazie all’intervento risoluto di Bidebent che evoca la parola di Dio per calmare gli animi. Il conflitto si sposta allora sul piano privato e la scrittura musicale cambia. Viene infatti ripreso il parlante con cui si apriva il tempo d’attacco. I contendenti a questo punto sono ancora Enrico ed Edgardo. Quando questi osserva il contratto nuziale la sua attenzione si sposta finalmente verso Lucia, e in coincidenza con questo mutamento di prospettiva si colloca una nuova metamorfosi della intonazione. L’orchestra trasmette un senso di agitazione attraverso il contrattempo, la frammentazione fraseologica, l’implemento agogico. Dopo la conferma da parte di Lucia delle avvenute nozze, Edgardo scaglia una terribile invettiva contro l’amante. Una invettiva che poeticamente fa ancora parte del tempo di mezzo, ma che formalmente si può leggere senza difficoltà come strofa solistica di apertura della stretta conclusiva.
(Federico Fornoni)
L'atto si conclude con Enrico e i suoi uomini che scacciano Edgardo dal castello; con questi che, invece, vorrebbe farsi uccidere sul posto ("gettando la spada, ed offrendo il petto a’ suoi nemici", dice il libretto); con Raimondo ed Alisa che lo supplicano di andarsene, e con Lucia che sembra soffrire per lui (e la sua salvezza) tanto quanto per sé stessa. Il sipario cala, ma il dramma è tutt'altro che terminato.
Musicalmente la stretta compendia le posizioni drammatiche dell’opera. Da un lato abbiamo la fazione dei castellani comprendente Enrico, Arturo, il coro e anche Raimondo il quale, pur con i dovuti distinguo, è parte di quell’ambiente. Questi all’unisono aprono lo scorcio conclusivo dell’atto, mostrando estrema compattezza. Ad essi si contrappongono i due innamorati – soprano e tenore a distanza di ottava – che non possono coronare il loro sentimento proprio a causa di Asthon e compari. Grazie a questa netta separazione degli interventi, Donizetti sintetizza in pochi minuti il nucleo della vicenda.
(Federico Fornoni)
Di questo finale d'atto, con il gesto di rabbia di Edgardo in pubblico nei confronti di Lucia (le getta l'anello e la prende a male parole), seguito dalla riprovazione dei presenti, potrebbero essersi ricordati Giuseppe Verdi e Francesco Maria Piave per la conclusione del secondo atto della loro "Traviata".

Clicca qui per il testo di "T’allontana, sciagurato - Esci, fuggi il furor che mi accende".

ENRICO, ARTURO, NORMANNO, CAVALIERI
T’allontana, sciagurato…
o il tuo sangue fia versato…
(scagliandosi con le spade contro Edgardo)

EDGARDO (traendo anch’egli la spada)
Morirò, ma insiem col mio
altro sangue scorrerà.

RAIMONDO
(mettendosi in mezzo alle parti avversarie, ed in tuono autorevole)
Rispettate in me di Dio
la tremenda maestà.
In suo nome io vel comando,
deponete l’ira e il brando.
Pace, pace… Egli abborrisce
l’omicida, e scritto sta:
chi di ferro altrui ferisce,
pur di ferro perirà.

(Tutti ripongono le spade. Un momento di silenzio.)

ENRICO (facendo qualche passo verso Edgardo)
Sconsigliato in queste porte
chi ti guida?

EDGARDO (altero)
La mia sorte,
il mio dritto… sì; Lucia
la sua fede a me giurò.

RAIMONDO
Ah! Questo amor funesto obblia:
ella è d’altri!…

EDGARDO
D’altri!… No!

RAIMONDO
Mira.
(gli presenta il contratto nuziale)

EDGARDO (dopo averlo rapidamente letto, e figgendo gli occhi in Lucia)
Tremi!… Ti confondi!
(mostrando la di lei firma)
Son tue cifre? A me rispondi!

LUCIA (singhiozzando)
Sì…

EDGARDO (furente)
Riprendi il tuo pegno, infido cor.
(le rende il di lei anello)
Il mio dammi.

LUCIA
Almen…

EDGARDO
Lo rendi.
(glielo strappa dal collo)

LUCIA
Edgardo! Edgardo!

EDGARDO
Hai tradito il cielo, e amor!
(getta l’anello e lo calpesta)
Maledetto sia l’istante
che di te mi rese amante…
Stirpe iniqua… abbominata,
io dovea da te fuggir!…
Ah! ma di Dio la mano irata
vi disperda…

ENRICO, ARTURO, NORMANNO, CAVALIERI
Insano ardir!…
Esci, fuggi il furor che mi accende,
solo un punto i suoi colpi sospende…
ma fra poco più atroce, più fiero
sul tuo capo abborrito cadrà…
Sì, la macchia d’oltraggio sì nero
col tuo sangue lavata sarà.

EDGARDO (gettando la spada, ed offrendo il petto a’ suoi nemici)
Trucidatemi, e pronubo al rito
sia lo scempio d’un core tradito…
del mio sangue coperta la soglia
dolce vista per l’empia sarà!…
Calpestando l’esangue mia spoglia
all’altare più lieta ne andrà!

LUCIA (cadendo in ginocchio)
Dio lo salva… in sì fiero momento
d’una misera ascolta il lamento…
è la prece d’immenso dolore
che più in terra speranza non ha…
è l’estrema domanda del core,
che sul labbro spirando mi sta!

RAIMONDO, ALISA, DAME (a Edgardo)
Infelice, t’invola… t’affretta…
i tuoi giorni… il suo stato rispetta.
Vivi… e forse il tuo duolo fia spento:
tutto è lieve all’eterna pietà.
Quante volte ad un solo tormento
mille gioie apprestate non ha!




Alfredo Kraus (Edgardo), Pablo Elvira (Enrico), Paul Plishka (Raimondo),
Joan Sutherland (Lucia), Jeffrey Stamm (Arturo)
dir: Richard Bonynge (1982)


Ferruccio Tagliavini, Piero Cappuccilli, Bernard Ładysz, Maria Callas, Leonard Del Ferro
dir: Tullio Serafin (1959)

Carlo Bergonzi, Piero Cappuccilli, Justino Diaz, Beverly Sills, Adolf Dallapozza
dir: Thomas Schippers (1970)

L'inaspettato arrivo di Edgardo sembra quasi arrestare il tempo. Come congelati nei rispettivi sentimenti (furore, spavento o stupore), i personaggi si bloccano per dare vita a un sestetto (talvolta chiamato semplicemente quartetto: in effetti, dopo Enrico, Edgardo, Lucia e Raimondo, i restanti personaggi – ovvero Arturo e Alisa – formano insieme al coro e a Normanno quasi uno sfondo unico) che è sicuramente fra i brani più celebri dell'opera. Tra l'altro il grande concertato a più voci con cui i personaggi si fermano assorti in sé stessi, a commentare il proprio e l'altrui stato d'animo, è uno dei luoghi più tipici del melodramma italiano, buffo o serio che sia: basti pensare a certe pagine di Rossini ("Freddo e immobile come una statua" dal Barbiere di Siviglia) o di Verdi ("S'appressan gli istanti" dal Nabucco).

In una connessione tanto embricata di luoghi, episodi e tempi scenici, inclinata in modo da far rotolare a valanga gli eventi, il tableau improvvisamente statico del sestetto, col colpo di scena dell’arrivo di Edgardo, vira controcorrente e impone un arresto "innaturale": non solo il consueto distillato delle emozioni in campo, bloccate in un tempo sospeso, ma l’unico momento in cui la vicenda è immobilizzata (a forza), invece di precipitare.
(Paolo Fabbri)


Il sestetto si apre con il canto all'unisono dei due rivali, Enrico ("Chi raffrena il mio furore") ed Edgardo ("Chi mi frena in tal momento"): cosa curiosa, visto che la musica sembra volerli accomunare anziché porli su piani contrapposti. In effetti, più che rivolgersi l'uno all'altro, entrambi vanno con il pensiero a Lucia: Enrico, per la prima volta, sembra pentirsi delle proprie azioni e provare pietà per la sorella ("È mio sangue! L’ho tradita!"). Edgardo, nonostante ritenga di trovarsi di fronte a un tradimento da parte della donna, è contrastato ("T’amo, ingrata, t’amo ancor!"). Pian piano si aggiungono poi gli altri personaggi, da Lucia stessa a Raimondo (che intonano la seconda strofa), e infine da Arturo ad Alisa, accompagnati dal coro (che ripete alcuni dei versi di Edgardo: "Come rosa inaridita / ella sta fra morte e vita!").
L’arrivo di Edgardo crea «scompiglio», dando luogo al celebratissimo concertato, tradizionalmente noto come quartetto o sestetto. Ognuno rimane paralizzato nei propri pensieri, tutti rivolti, però, verso Lucia. Per un attimo i vari personaggi si rendono conto di avere passato il segno: dopo che Lucia si è sposata gli eventi non possono che precipitare, uscendo da qualsivoglia controllo umano. Tutti sembrano presagire un epilogo tragico e Donizetti dilata tale percezione in questo straordinario momento di sospensione. Il cuore drammatico non è dunque individuabile nelle singole reazioni suscitate dall’arrivo del tenore, bensì nel senso di pietà nei confronti della protagonista, ormai distrutta dal comportamento di quanti la circondano. C’è un afflato comune nel brano, perfettamente realizzato dal compositore che ne affida l’apertura ai due grandi rivali le cui voci procedono in sintonia, pressoché parallele. Certo un avvio inaspettato non tanto per il confronto diretto fra i due, ma per il fatto che tale confronto non si configuri come scontro, cosa che sarebbe legittimo aspettarsi. La medesima melodia viene ripresa da Lucia e da Raimondo, mentre tenore e baritono si producono in figure contrappuntistiche. Segue il crescendo lirico condotto dai violini primi e, da prassi, ripetuto. Qui entrano anche Arturo, Alisa e il coro. Tutti sembrano trascinati da un unico impeto. Ulteriore elemento di unità è l’accompagnamento pizzicato degli archi che permane intatto lungo l’intero pezzo. Un concertato in qualche modo anomalo, perché, se la situazione avrebbe potuto originare posizioni fra loro in conflitto, la musica conferisce invece un senso di comunanza a figure totalmente opposte. È la classica quiete prima della tempesta, che imprime alla successiva catastrofe una forza ancora maggiore.
(Federico Fornoni)

Clicca qui per il testo di "Chi mi frena in tal momento".

ENRICO
(Chi raffrena il mio furore,
e la man che al brando corse?
Della misera in favore
nel mio petto un grido sorse!
È mio sangue! L’ho tradita!
Ella sta fra morte e vita!…
Ahi! che spegnere non posso
i rimorsi del mio cor!)

EDGARDO
(Chi mi frena in tal momento?…
Chi troncò dell’ire il corso?
Il suo duolo, il suo spavento
son la prova d’un rimorso!…
Ma, qual rosa inaridita,
ella sta fra morte e vita!…
Io son vinto… son commosso…
t’amo, ingrata, t’amo ancor!)

LUCIA (riavendosi, ad Alisa)
(Io sperai che a me la vita
tronca avesse il mio spavento…
ma la morte non m’aita…
vivo ancor per mio tormento!
Da’ miei lumi cadde il velo…
mi tradì la terra e il cielo!…
Vorrei piangere e non posso…
m'abbandona il pianto ancor!)

RAIMONDO, ARTURO, ALISA, NORMANNO E CORO
(Qual terribile momento!…
Più formar non so parole!…
Densa nube di spavento
par che copra i rai del sole!
Come rosa inaridita
ella sta fra morte e vita!…
Chi per lei non è commosso
ha di tigre in petto il cor.)




Alfredo Kraus (Edgardo), Pablo Elvira (Enrico), Joan Sutherland (Lucia),
Paul Plishka (Raimondo), Jeffrey Stamm (Arturo), Ariel Bybee (Alisa)
dir: Richard Bonynge (1982)


Joseph Calleja (Edgardo), Ludovic Tézier (Enrico), Natalie Dessay (Lucia),
Yuon Kwangchul (Raimondo), Matthew Plenk (Arturo), Theodora Hanslowe (Alisa)
dir: Patrick Summers (2011)


Giuseppe Di Stefano, Tito Gobbi, Maria Callas, Raffaele Arié, Valiano Natali, Anna Maria Canali
dir: Tullio Serafin (1953)


Giuseppe Di Stefano, Rolando Panerai, Maria Callas, Nicola Zaccaria, Giuseppe Zampieri, Luisa Villa
dir: Herbert von Karajan (1955), con bis!


Renato Cioni, Robert Merrill, Joan Sutherland, Cesare Siepi, Kenneth MacDonald, Ana Raquel Satre
dir: John Pritchard (1961)

Carlo Bergonzi, Piero Cappuccilli, Beverly Sills,
Justino Diaz, Adolf Dallapozza, Patricia Kern
dir: Thomas Schippers (1970)



Un vero e proprio documento storico: una registrazione del sestetto con Enrico Caruso, sincronizzato con un video del 1908 (opera di Georges Mendel, pioniere del cinema sonoro, il cui phono-cinématographe, o phono-cinéthéâtre, permetteva di riprodurre insieme le registrazioni del cinematografo e del grammofono)



Una scena dal film "Il grande Caruso" (1951) di Richard Thorpe: il tenore, che apprende della nascita della figlia proprio mentre è impegnato nel sestetto, è interpretato da Mario Lanza.



Una scena dal film "The Departed - Il bene e il male" (2006) di Martin Scorsese, in cui il personaggio interpretato da Jack Nicholson assiste alla "Lucia di Lammermoor". Più tardi nel film, la suoneria del suo cellulare è appunto la melodia del sestetto.

27 aprile 2020

Lucia di Lammermoor (8) - Il contratto nuziale

Scritto da Christian

Il finale del secondo atto (ovvero del primo atto della seconda parte, se seguiamo la denominazione voluta dal librettista) si attiene alla struttura convenzionale del melodramma italiano, e ricorda in particolare quelli delle opere rossiniane. Siamo nella sala del castello destinata al ricevimento per le nozze di Lucia e Arturo. Tutto è pronto: Enrico accoglie lo sposo, dal cui favore dipende per risollevare le sorti del proprio casato. Non manca una sorta di coro nuziale ("Per te d'immenso giubbilo"), e Arturo stesso si presenta con una cavatina alquanto semplice ("Per poco fra le tenebre"). Sulla convenzionalità o, addirittura, la "grossolanità" di questa sezione dell'opera si può dire parecchio, vedi per esempio il seguente pezzo.

Secondo tradizione il Finale centrale si apre con un vasto coro. Si tratta del coro nuziale, anche se le parole di Cammarano lo delineano più che altro come la ratifica di un patto d’alleanza suggellato dalla stretta di mano fra i contraenti. Il compositore scrive comunque un pezzo brioso in Sol secondo lo schema ABA, con al centro l’intervento di Arturo alla dominante. L’assoluta simmetria formale, la banalità armonica, l’isoritmia, la strumentazione a piena orchestra, la condotta delle parti con costante raddoppio della melodia e accompagnamento regolarissimo, sono tutti elementi all’insegna della grossolanità. Ovviamente le scelte musicali riflettono la bassezza del mondo che tale musica rappresenta, ed è uno dei tanti tratti donizettiani che anticipano le strategie di Verdi [per esempio nel "Rigoletto"]. Inoltre la rozza gaiezza di questo brano crea un fortissimo contrasto con la complessità psicologica di Lucia e con il dramma che a breve seguirà.
(Federico Fornoni)
In attesa che giunga Lucia, Enrico utilizza a sua volta la scusa della madre da poco deceduta per giustificare in anticipo ad Arturo come mai vedrà la fanciulla in preda alla "mestizia" anziché lieta per le nozze: "Dal duolo oppressa e vinta / piange la madre estinta…" (quest'ultimo verso è addirittura ripetuto una seconda volta, al momento dell'ingresso della protagonista). Non pago di ciò, interrompe sbrigativamente l'accenno di dialogo fra Arturo e Lucia, per evitare che i due si parlino prima di aver siglato il contratto nuziale. Al personaggio di Arturo è riservato poco approfondimento, tanto dal punto di vista drammaturgico (sappiamo solo che sembra sinceramente innamorato di Lucia: "Ti piaccia i voti accogliere / del tenero amor mio…") che da quello musicale: il ruolo è quello del classico "tenorino amoroso", una figura che stava ormai sparendo dal panorama del melodramma italiano, destinato a essere soppiantato da tenori di ben più ampio volume vocale.
Il tempo d’attacco ha avvio con un dialogo tra Enrico ed Arturo che assume un tono di conversazione grazie al parlante, la cui melodia è affidata ai violini primi. La ripresa del parlante viene bruscamente interrotta dall’arrivo di Lucia. Non solo sono troncate le parole di Enrico, ma anche la frase musicale. L’ingresso della giovane è palesato da un repentino passaggio a do che bene esprime la sua condizione d’animo. Ancora una volta è lo strumento solista, in questo caso un violoncello (cui rispondono violini primi e oboe), a esprimere tutta l’angoscia interiore della sposa. Da notare che nella versione tradizionale la frase è affidata alla fila dei violoncelli, mentre Donizetti nella partitura autografa annota «solo». Il discorso melodico diviene pian piano meno frammentario, le voci si intrecciano sempre più finché la musica viene a configurarsi in guisa di concertato. È il momento delle nozze, "celebrate" con una struggente melodia discendente. Ciò dice tutto di questo matrimonio. Il tema viene mozzato su un accordo di settima di dominante, e Lucia firma l’atto su una pausa coronata in modo che l’attenzione sia convogliata sul suo gesto.
(Federico Fornoni)
A una Lucia che, fra sé e sé, si vede ormai come una vera e propria martire ("Io vado al sacrifizio!…"), Enrico impone di firmare l'atto di matrimonio, un documento (burocratico) che si contrappone ovviamente al giuramento che la fanciulla aveva fatto con Edgardo nel primo atto. E proprio Edgardo, pochi secondi dopo che il contratto è stato firmato ("La mia condanna ho scritta!", afferma Lucia), si presenta a sorpresa e precipitosamente alla porta del castello, di ritorno dalla Francia, "con intempestività tutta melodrammatica", annunciato dal fragore delle percussioni e suscitando grande scompiglio fra i presenti, molti dei quali (Arturo compreso) erano già al corrente delle sue presunte mire su Lucia.

Clicca qui per il testo di "Per te d’immenso giubbilo - Per poco fra le tenebre".

(Sala preparata pel ricevimento di Arturo. Nel fondo porta praticabile. Enrico, Arturo, Normanno, cavalieri e dame congiunti di Asthon, paggi, armigeri, abitanti di Lammermoor e domestici, tutti inoltrandosi dal fondo.)

ENRICO, NORMANNO, CORO
Per te d’immenso giubbilo
tutto s’avviva intorno,
per te veggiam rinascere
della speranza il giorno.
Qui l’amistà ti guida,
qui ti conduce amor,
qual astro in notte infida,
qual riso nel dolor.

ARTURO
Per poco fra le tenebre
sparì la vostra stella;
io la farò risorgere
più fulgida e più bella.
La man mi porgi Enrico…
ti stringi a questo cor.
A te ne vengo amico,
fratello, e difensor.

Clicca qui per il testo di "Dov'è Lucia?".

ARTURO
Dov’è Lucia?

ENRICO
Qui giungere or la vedrem…
(in disparte ad Arturo)
Se in lei
soverchia è la mestizia,
maravigliar non dei.
Dal duolo oppressa e vinta
piange la madre estinta…

ARTURO
M’è noto. – Or solvi un dubbio:
fama suonò, ch’Edgardo
sovr’essa temerario
alzare osò lo sguardo…

ENRICO
È vero… quel folle ardìa, ma…

NORMANNO, CORO
S’avanza qui Lucia.

ENRICO (ad Arturo)
Piange la madre estinta…

(Esce Lucia sostenuta da Raimondo ed Alisa, essa è nel massimo abbattimento.)

ENRICO (presentando Arturo a Lucia)
Ecco il tuo sposo…

(Lucia fa un movimento come per retrocedere)

ENRICO (sommessamente a Lucia)
Incauta!…
Perder mi vuoi?

LUCIA
(Gran Dio.)

ARTURO
Ti piaccia i voti accogliere
del tenero amor mio…

ENRICO
(accostandosi ad un tavolino su cui è il contratto nuziale, e troncando destramente le parole ad Arturo)
Omai si compia il rito.
(ad Arturo)
T’appressa.

ARTURO
Oh dolce invito!

(Avvicinandosi ad Enrico che sottoscrive il contratto, egli vi appone quindi la sua firma. Intanto Raimondo ed Alisa conducono la tremebonda Lucia verso il tavolino.)

LUCIA
(Io vado al sacrifizio!…)

RAIMONDO
(Reggi buon Dio l’afflitta.)

ENRICO
(piano a Lucia, e scagliandole tremende occhiate)
Non esitar. Scrivi!

LUCIA
(segna l’atto)
(Me misera!…
La mia condanna ho scritta!)

ENRICO
(Respiro!)

LUCIA
(Io gelo ed ardo!
Io manco!…)
(s'appoggia a Raimondo)

TUTTI
Qual fragor!…
Chi giunge?…

EDGARDO
(con voce terribile, ravvolto in gran mantello)
Edgardo.

GLI ALTRI
Edgardo!…

LUCIA
Oh fulmine!…
(cade svenuta in braccio di Bidebent e Alisa la soccorre)

GLI ALTRI
Oh terror!…

(Edgardo s’avanza lentamente. Lo scompiglio è universale. Alisa, col soccorso di alcune dame, solleva Lucia, e l’adagia su una seggiola.)




"Per te d’immenso giubbilo"
Jeffrey Stamm (Arturo)
dir: Richard Bonynge (1982)


"Dov'è Lucia?"
Jeffrey Stamm (Arturo), Pablo Elvira (Enrico), Joan Sutherland (Lucia)
dir: Richard Bonynge (1982)


"Per te d’immenso giubbilo"
Adolf Dallapozza (1970)


"Dov'è Lucia?"
Adolf Dallapozza, Piero Cappuccilli (1970)


"Per te d’immenso giubbilo"
Kenneth Collins (1972)

"Dov'è Lucia?"
David Lee, Ludovic Tézier (2014)

24 aprile 2020

Lucia di Lammermoor (7) - "Ah! cedi, cedi"

Scritto da Christian

Al duetto di Lucia con Enrico ne segue uno con Raimondo, in cui la pressione psicologica sulla protagonista prosegue senza soluzione di continuità. Insieme alla prima scena dell'ultimo atto (quella della torre di Wolfcrag, che mette a confronto Enrico con Edgardo), questa viene talvolta tagliata dall'opera. Ma è un peccato, e non solo perché è una delle poche – insieme alla cavatina di Arturo – a dare spazio a uno dei personaggi secondari, rompendo così l'egemonia pressoché totale del terzetto di protagonisti. Lo stesso librettista Cammarano, nel caso che il duetto venisse omesso, si raccomandava di mantenere almeno il recitativo fra Raimondo e Lucia che lo precede.

La scena ha infatti una notevole importanza nell'economia della vicenda. Innanzitutto ci mostra come Lucia sia davvero sola nella sua situazione: Edgardo è lontano (adesso anche spiritualmente), e persino l'unico abitante del castello che aveva mostrato per lei comprensione e simpatia, ovvero Raimondo, cerca di convincerla a "piegarsi al destino", proprio come, nell'atto precedente, aveva fatto la damigella Alisa ("Ah! Lucia, Lucia desisti / da un amor così tremendo": significativamente, in tutto il prosieguo dell'opera, quando Alisa sarà in scena canterà sempre gli stessi versi di Raimondo). Inoltre, è proprio durante questa scena che Lucia decide di accettare il matrimonio combinato con Arturo: alla fine del duetto precedente con Enrico, infatti, non era ancora convinta a volersi sposare, anzi invocava piuttosto la morte.

L'educatore Raimondo è per Lucia anche un confidente e un amico, eppure pare sordo ai suoi sentimenti, consigliandola (a fin di bene) di seguire i desideri del fratello. E non può che esser così, in quanto come uomo di chiesa è il custode dell'ordine costituito. Con parole che pesano come macigni, per esempio, le spiega come il giuramento da lei stretto con Edgardo (che ci era sembrato una vera e propria cerimonia di nozze davanti a Dio!) non ha alcun valore, in quanto "i nuzïali voti che il ministro di Dio non benedice, né il ciel né il mondo riconosce". Insomma, le istituzioni (e il diritto codificato) per lui hanno la precedenza sull'individuo (e i desideri personali). La povera Lucia, come plagiata dalla volontà altrui, non può che commentare: "Ah! cede persuasa la mente... / ma sordo alla ragion resiste il core".

Nel dialogo che precede il duetto viene approfondita la questione della mancata corrispondenza fra Lucia ed Edgardo. La ragazza sospettava che fossero le sue lettere a non giungere all'amato per via delle macchinazioni del fratello (tanto che proprio Raimondo, per aiutarla, ha fatto giungere in Francia "per secura mano" una sua missiva). E invece, come sappiamo, è il contrario: sono le lettere di Edgardo a non giungere a lei, essendo state tutte intercettate e bloccate da Normanno ed Enrico.

Infine, nel cantabile "Ah! cedi, cedi", per convincere Lucia ad accettare la mano di Arturo, Raimondo si appella ai valori della famiglia e al rimorso che ne seguirebbe se la fanciulla rifiutasse le nozze combinate. E tira in ballo addirittura "l’estinta genitrice", ossia la madre morta ("o la madre nell’avello / fremerà per te d’orror"). Come commentano i critici, il richiamo al dovere nei confronti della famiglia è "una carta spesso utilizzata nel melodramma italiano in occasioni simili", ovvero per per chiedere un sacrificio: basti pensare al duetto fra Germont e Violetta nel secondo atto della "Traviata".

Donizetti sottolinea la portata di questo passo non solo ripetendo le due parole fondamentali, «madre» e «fremerà», ma anche attraverso uno slittamento nell’area della dominante laddove ci si sarebbe piuttosto aspettati un ritorno alla tonica, qui anticipato nella frase contrastante. In questo modo quella che dovrebbe essere la frase conclusiva della forma lirica si configura piuttosto come un’entità autonoma, guadagnando in importanza e visibilità. (...) La sezione conclusiva dell’aria ristabilisce, almeno per il momento, l’ordine costituito che l’amore tra Lucia ed Edgardo aveva rischiato di compromettere. Si tratta di un brano che, grazie all’utilizzo del marziale ritmo puntato e al ricorso a trombe, tromboni, timpani e gran cassa, aggiunge un che di eroico alla scelta di Lucia. D’altra parte già i versi sembrano ritrarre il sacrificio di una martire.
(Federico Fornoni)
Lucia, infatti, si arrende ("Taci… taci: ah, vincesti… / non son tanto snaturata"). E il duetto (ormai quasi un'aria di Raimondo con i pertichini di Lucia: "Al ben de’ tuoi qual vittima") si conclude con un finale convenzionalmente "rossiniano". Si noti che la fanciulla, convinta che Edgardo l'abbia tradita e dunque di non aver più nessun punto di riferimento, in questo momento non parli più di morte ma solo di una lunga agonia ("Lungo, crudel supplizio / la vita a me sarà!").


Clicca qui per il testo di "Ebben? – Di tua speranza…".

LUCIA
(vedendo giungere Raimondo, gli sorge all’incontro ansiosissima)
Ebben?

RAIMONDO
Di tua speranza
l’ultimo raggio tramontò! Credei
al tuo sospetto, che il fratel chiudesse
tutte le strade, onde sul franco suolo
all’uom che amar giurasti
non giungesser tue nuove: io stesso un foglio
da te vergato, per secura mano
recar gli feci… invano!
Tace mai sempre… Quel silenzio assai
d’infedeltà ti parla!

LUCIA
E me consigli?…

RAIMONDO
Di piegarti al destino.

LUCIA
E il giuramento?…

RAIMONDO
Tu pur vaneggi! I nuzïali voti
che il ministro di Dio non benedice
né il ciel, né il mondo riconosce.

LUCIA
Ah! cede persuasa la mente…
ma sordo alla ragion resiste il core.

RAIMONDO
Vincerlo è forza.

LUCIA
Oh sventurato amore!

Clicca qui per il testo di "Ah! cedi, cedi - Al ben de' tuoi qual vittima".

RAIMONDO
Ah! Cedi, cedi, o più sciagure
ti sovrastano, infelice…
Per le tenere mie cure,
per l’estinta genitrice
il periglio d’un fratello
deh ti mova; e cangi il cor…
o la madre nell’avello
fremerà per te d’orror.

LUCIA
Taci… taci: ah, vincesti…
non son tanto snaturata.

RAIMONDO
Oh! qual gioia in me tu desti!
Oh qual nube hai dissipata!…
Al ben de’ tuoi qual vittima
offri, Lucia, te stessa;
e tanto sacrifizio
scritto nel ciel sarà.
Se la pietà degli uomini
a te non fia concessa,
v’è un Dio, v’è un Dio, che tergere
il pianto tuo saprà.

LUCIA
Guidami tu… tu reggimi…
son fuori di me stessa!…
Lungo, crudel supplizio
la vita a me sarà!
Sì, oh Dio. Son fuor di me.
Edgardo ingrato!
(partono)




Youn Kwangchul (Raimondo), Natalie Dessay (Lucia)
dir: Patrick Summers (2011)


Paul Plishka (Raimondo), Joan Sutherland (Lucia)
dir: Richard Bonynge (1982)


Cesare Siepi, Joan Sutherland (1961)

Justino Diaz, Beverly Sills (1970)