14 dicembre 2015

Lohengrin (6) - Il cigno

Scritto da Marisa

In genere ci si sofferma poco sull'immagine del cigno, liquidandolo solo come “opera di magia” in senso generico, senza entrare nello specifico simbolismo proprio di questo elegante e bellissimo animale. Esso compare all'inizio e alla fine dell'opera e quindi si può dire che inquadra tutto il dramma, facendo da cornice; merita perciò un momento di attenzione perché è come se tutta l'avventura si svolgesse entro il suo immaginario simbolico. Conosceremo solo alla fine il suo mistero, quando Ortruda stessa confesserà di essere stata lei, con le sue arti magiche, a trasformare il giovane principe Goffredo, fratello di Elsa, in cigno. Ma come questi sia andato a finire nel mondo da cui proviene il cavaliere rimane un mistero. Il legame tra i due, comunque, è molto interessante dal punto di vista psicologico, perché tra fratello e cavaliere interno c'è spesso una corrispondenza e una sovrapposizione simbolica (fratello, amico, amante...).

La trasformazione ad opera di magia di un essere umano in animale fa anche da cornice e filo conduttore dell'opera di Apuleio “L'asino d'oro”, in cui è appunto inserita la fiaba di Amore e Psiche, e questo costituisce un altro anello di congiunzione tra le due storie. Ma mentre in Apuleio Lucio trasformato in asino rappresenta una chiara allusione al bisogno di prendere coscienza della propria natura libidinosa ed animalesca (l'asino dentro di noi), e tutto il percorso parte da lì per concludersi con l'iniziazione ai misteri di Iside e Osiride in una trasformazione sempre più elevata e spirituale, qui il cigno si mostra da subito come elemento sublime e “puro”, manifestazione di una forza spirituale nettamente separata dall'umano, e quindi si intuisce che non è possibile nessuna evoluzione perché ci si muove già in una sfera “sublimata” e troppo alta per permettere un'ulteriore trasformazione.

Il cigno compare in tante mitologie e racconti popolari, in virtù della suggestione che la sua bellezza, il suo candore e la sua eleganza hanno sempre esercitato sull'immaginazione. L'appartenenza ai tre regni (acqua, cielo e terra, in quanto uccello acquatico che nidifica sulla terra) e la sua trasmigrazione ne fanno un simbolo elusivo di capacità di rapporto tra “cielo e terra” e quindi di immanenza e trascendenza, così come di ermafroditismo (aspetto sia lunare che solare per la sua bianchezza lunare e per l'associazione agli dei diurni e solari come Apollo e Zeus).
Nel suo aspetto luminoso (o nel suo contrario, l'ombra, rappresentata dal cigno nero) è associato ad Apollo sia per il canto e la lira, sia per il suo viaggio annuale all'estremo Nord, il paese degli iperborei, luogo mitico, freddo e lontanissimo, come la morte e la sua pura sterilità, dove Apollo viene portato proprio da una navicella trainata da un cigno bianco (ricordiamo che Apollo, giovane dio del pantheon greco, viene comunque dal Nord). Oppure è associato a Zeus, che si trasforma in cigno per inseguire e fecondare Leda, a sua volta mutata in oca selvaggia. Da quest'accoppiamento nasceranno i divini gemelli, i dioscuri Castore e Polluce, e le due sorelle Elena e Clitennestra (veramente il mito si complica perché nella stessa notte Leda viene pure fecondata dal marito, il re Tindaro, e quindi da ogni uovo nasce un elemento divino e uno umano).
La costellazione del Cigno, che domina il cielo d'estate, è la trasposizione in cielo di questa metamorfosi divina.

In estremo oriente, il cigno è simbolo di purezza, eleganza, nobiltà e coraggio, mentre compare in numerose leggende e favole siberiane, nordiche e celtiche come trasformazione di fanciulle da parte di pratiche magiche. Il “Lago dei cigni” di Tschaikovskj ne è un bellissimo esempio. Nella popolare fiaba dei Fratelli Grimm “I dodici cigni” vediamo la trasformazione in cigni di dodici giovani principi da parte della matrigna-strega e la loro liberazione ad opera della “pura” sorella che per salvarli deve stare in assoluto silenzio per tutto il tempo che tesse per loro una camicia con le ortiche, anche se viene accusata lei stessa di stregoneria e portata sul rogo... In questa fiaba l'analogia con Elsa, innocente ed accusata di fratricidio, è del tutto evidente.

Tornando al "Lohengrin", alla fine della scena seconda del I atto, dopo l'accorata invocazione di Elsa, vediamo comparire un magnifico cigno bianco che conduce una navicella da cui scende uno splendido cavaliere con corazza argentea. L'animale viene salutato e ringraziato in modo sublime dal cavaliere stesso al momento del congedo, un canto quasi religioso, come la musica sottolinea ("Mein lieber Schwan!"). Siamo subito, quindi, avvertiti che si tratta di un animale speciale, un messaggero (le grandi ali e la purezza del bianco fanno subito pensare agli angeli e alla loro funzione di mediatori e viaggiatori celesti). Tutta la scena ispira solennità e sacro stupore, e contribuisce a elevare la vicenda su un piano soprannaturale, in cui l'intervento divino si mescola alle vicende umane.

All'accusa infamante e crudele che vorrebbe vedere Elsa aver commesso il fratricidio per sfrenata ambizione di potere e libidine, portata avanti da Federico su istigazione dell'inquietante moglie Ortruda, si risponde con un intervento “altissimo” e “purissimo”. La contrapposizione tra bassezza e altezza, tra vile intrigo e nobile lealtà, si pone subito come elemento costitutivo di tutta l'opera. E la contrapposizione inconciliabile degli opposti è proprio il tema dominante già dall'inizio, contrapposizione che si preciserà non solo fra innocenza e colpevolezza, ma anche come conflitto tra vecchia e nuova religione, estremizzate come portatrici di bene assoluto e male assoluto, inconciliabili e perciò fonte di estremo conflitto.

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(Die auf einer Erhöhung dem Ufer des Flusses zunächststehenden Männer gewahren zuerst die Ankunft Lohengrins, welcher in einem Nachen, von einem Schwan gezogen, auf dem Flusse in der Ferne sichtbar wird. Die vom Ufer entfernter stehenden Männer im Vordergrunde wenden sich zunächst ohne ihren Platz zu verlassen, mit immer regerer Neugier fragend an die dem Ufer näher stehenden; sodann verlassen sie in einzelnen Haufen den Vordergrund, um selbst am Ufer nachzusehen.)

DIE MÄNNER
Seht! Seht! Welch ein seltsam Wunder! Wie? Ein Schwan?
Ein Schwan zieht einen Nachen dort heran!
Ein Ritter drin hoch aufgerichtet steht!
Wie glänzt sein Waffenschmuck! Das Aug vergeht
vor solchem Glanz! - Seht, näher kommt er schon heran!
An einer goldnen Kette zieht der Schwan!

(Auch die Letzten eilen noch nach dem Hintergrunde; im Vordergrunde bleiben nur der König, Elsa, Friedrich, Ortrud und die Frauen. Von seinem erhöhten Platze aus überblickt der König alles; Friedrich und Ortrud sind durch Schreck und Staunen gefesselt; Elsa, die mit steigender Entzückung den Ausrufen der Männer gelauscht hat, verbleibt in ihrer Stellung in der Mitte der Bühne; sie wagt gleichsam nicht, sich umzublicken.)

DIE MÄNNER
(in höchster Ergriffenheit
nach vorn wieder stürzend
)
Ein Wunder! ein Wunder! ein Wunder ist gekommen,
ein unerhörtes, nie gesehnes Wunder!

DIE FRAUEN
(auf die Knie sinkend)
Dank, du Herr und Gott, der die Schwache beschirmet!

(Hier wendet sich der Blick aller wieder erwartungsvoll nach dem Hintergrunde.
Elsa hat sich umgewandt und schreit bei Lohengrins Anblick laut auf.
)

ALLE MÄNNER UND FRAUEN
Sei gegrüsst, du gottgesandter Mann!

(Der Nachen, vom Schwan gezogen, erreicht in der Mitte des Hintergrundes das Ufer; Lohengrin, in glänzender Silberrüstung, den Helm auf dem Haupte, den Schild im Rücken, ein kleines goldenes Horn zur Seite, steht, auf sein Schwert gelehnt, darin. - Friedrich blickt in sprachlosem Entsetzen auf Lohengrin hin. - Ortrud, die während des Gerichtes in kalter, stolzer Haltung verblieben, gerät bei dem Anblick des Schwanes in tödlichen Schrecken. Alles entblösst in höchster Ergriffenheit das Haupt. Sowie Lohengrin die erste Bewegung macht, den Kahn zu verlassen, tritt bei allen sogleich das gespannteste Stillschweigen ein.)

LOHENGRIN
(mit einem Fuss noch im Nachen,
neigt sich zum Schwan
)
Nun sei bedankt, mein lieber Schwan!
Zieh durch die weite Flut zurück,
dahin, woher mich trug dein Kahn,
kehr wieder nur zu unsrem Glück!
Drum sei getreu dein Dienst getan!
Leb wohl, leb wohl, mein lieber Schwan!

(Der Schwan wendet langsam den Nachen und schwimmt den Fluss zurück. Lohengrin sieht ihm eine Weile wehmütig nach.)

DIE MÄNNER UND FRAUEN
(voll Rührung und im leisen Flüsterton)
Wie fasst uns selig süsses Grauen!
Welch holde Macht hält uns gebannt!
Wie ist er schön und hehr zu schauen,
den solch ein Wunder trug ans Land!

(Gli Uomini che stanno vicinissimi alla riva del fiume sopra un'elevazione di terreno, vedono per primi l'arrivo di Lohengrin. Il quale si mostra, a distanza, sul fiume in una navicella tirata da un cigno. Coloro che stanno più lontani dalla riva sul proscenio, si voltano, dapprima senza abbandonare il loro posto, e chiedendo con sempre più viva curiosità, a quelli che stanno più vicini alla riva. Quindi, a gruppi staccati, abbandonano il proscenio, per guardare loro stessi lungo la riva.)

GLI UOMINI
Vedete! Vedete! Quale singolare miracolo! Come? Un cigno?
Un cigno tira laggiù verso di noi una navicella!
E un cavaliere v'è dentro ritto in piedi!
Come brilla la sua armatura! L'occhio s'abbaglia
di fronte a tale splendore!... Vedete, già egli s'appressa!
Il cigno tira ad una catena d'oro!

(Anche gli ultimi s'affrettano, a questo punto, verso il fondo; sul proscenio rimangono soltanto il Re, Elsa, Federico, Ortruda e le Donne. Dal suo luogo elevato il Re contempla tutto: Federico e Ortruda sono presi dallo stupore e dallo spavento; Elsa, che con gioia crescente ha prestato ascolto alle esclamazioni degli Uomini, rimane nel suo atteggiamento, al centro della scena, come se non osasse guardare intorno a sé.)

TUTTI GLI UOMINI
(ritornando a precipizio sul davanti
coi segni della più alta commozione
)
Miracolo! Miracolo! Un miracolo è avvenuto;
un miracolo inaudito, non mai visto!

LE DONNE
(cadendo in ginocchio)
Grazie, o Signore e Dio, che la debole proteggi!


(A questo punto, lo sguardo di tutti si volge nuovamente verso il fondo, pieno d'attesa.
Elsa si è voltata e lancia un alto grido alla vista di Lohengrin.
)

TUTTI GLI UOMINI E LE DONNE
Salute, o uomo inviato da Dio!

(La navicella tirata dal cigno tocca riva nel centro del fondo; Lohengrin in lucente armatura d'argento, l'elmo sul capo, lo scudo appeso alle spalle, un piccolo corno d'oro al fianco, vi sta dentro in piedi, appoggiato alla sua spada... Federico guarda verso Lohengrin con muto stupore. Ortruda, che durante il giudizio era rimasta in atteggiamento freddo e superbo, cade, alla vista del cigno, in terrore mortale. Tutti si scoprono il capo nella più profonda commozione. Come Lohengrin fa il primo movimento per lasciare la navicella, subito subentra in tutti il più ansioso dei silenzi.)

LOHENGRIN
(con un piede ancora sulla navicella,
si curva verso il cigno
)
Siano grazie a te, mio caro cigno!
Ritorna attraverso l'ampio flutto,
là onde mi portò la tua navicella.
Sia il tuo ritorno solo per il nostro bene!
Per il nostro bene il tuo servigio fedelmente adempi!
Addio, addio, mio caro cigno!

(Il cigno volge lentamente la navicella e nuota risalendo il fiume. Lohengrin lo guarda per un certo tempo malinconicamente.)

GLI UOMINI E LE DONNE
(pieni di commozione
e con sussurro molto sommesso
)
Quale dolce brivido gratamente ci prende!
quale dolce potenza ci tiene sotto il suo incanto!
Come è bello e nobile a vedersi,
colui che tale miracolo ha condotto alla nostra terra!




dir: Claudio Abbado (1990)
Placido Domingo (Lohengrin)


"Nun sei bedankt, mein lieber Schwan!"
Peter Seiffert (Lohengrin)

"Nun sei bedankt, mein lieber Schwan!"
Jess Thomas (Lohengrin)

8 dicembre 2015

Lohengrin (5) - Il sogno di Elsa

Scritto da Marisa

Invitata a discolparsi, Elsa compare trasognata e parla di un suo misterioso cavaliere difensore, visto in sogno. Il re propone un duello tra l'accusatore Federico di Telramondo e l'ipotetico campione disposto a battersi per Elsa. Dopo un drammatico momento di suspence, portato da una navicella condotta da uno splendido cigno, arriva un magnifico cavaliere in armatura argentea, che si dichiara pronto a sostenere l'innocenza di Elsa con le armi purché lei lo accetti poi come sposo senza però mai chiedergli chi sia o da dove venga. Elsa, commossa e prostrata ai suoi piedi, accetta con amore incondizionato.

Vediamo ora le principali linee guida di questa prima situazione.

Dal suo primo apparire, così trasognata e assorta, Elsa desta in tutti i presenti (e anche in noi spettatori, che attraverso la musica siamo subito catapultati nell'atmosfera quasi surreale dell'evento) una profonda impressione di empatia e pietà ("Ah! com'ella appare luminosa e pura!"). Ma ci meravigliamo altrettanto immediatamente come essa non si difenda in prima persona dall'accusa terribile di fratricidio proclamando la propria innocenza, e racconti invece il sogno in cui le si presenta, dopo tanto pregare, un luminoso cavaliere che dovrà discolparla. Perché?

Pur essendo di rango regale, evidentemente la condizione della donna non consente ad Elsa di poter affrontare alla pari le accuse di un uomo. Anche se il re in persona la sta invitando a discolparsi, sembra del tutto ovvio che il vero confronto può darsi solo tra due uomini e che il tutto dovrà decidersi col ricorso alla spada, una vittoria con le armi guidate dal giudizio divino... Elsa sembra completamente intrisa di tale mentalità, e la sua fede è tale da non tentare nemmeno una difesa individuale, rimettendo il proprio destino nelle mani di un maschile “superiore” e soccorrevole.

Ricordiamo che la storia si svolge in pieno medioevo, nel X secolo, un periodo in cui la condizione femminile è di assoluta dipendenza dal maschile, e in un contesto antropologico di recente conversione al cristianesimo. Ma qui Elsa sembra che si stacchi da tutti e dalle aspettative comuni per elevare e spostare il confronto ad un piano ancora più alto e quasi spirituale. Infatti non cerca nessun testimone che la conosce e che potrebbe garantire per lei, pur avendo tutti i sudditi dalla sua parte a giudicare dall'impressione che suscita, ma punta direttamente ad una evocazione altissima. L'asimmetria tra femminile bisognoso e maschile salvifico risulta ancor più evidente e sproporzionata.

È sicuramente molto importante, e un indizio prezioso, il fatto che Elsa non si aspetti un aiuto da un uomo qualsiasi ma da quello visto in sogno. Questo particolare ha dato adito alle interpretazioni che fanno di Elsa una povera allucinata e quindi un caso psichiatrico, una persona che è completamente fuori dalla realtà e vive solo nel suo mondo delirante, una psicotica insomma... Se invece rimaniamo più aderenti a come Wagner ci presenta la scena, possiamo osservare che nessuno prende Elsa per pazza, ma tutti restano impressionati dalla sua aria assorta, mistica e come rapita in una visione che diventa ben presto “preveggenza”, perché il cavaliere misterioso si manifesta veramente, a meno di non parlare di una psicosi collettiva... Questo ci conduce verso il riconoscimento di un mondo intrapsichico, una realtà dell'anima che opera e si rende manifesta nelle sue conseguenze anche sul piano della realtà fisica, una vera e propria corrispondenza tra interno ed esterno, microcosmo e macrocosmo...

In questo caso, ricorrendo a Jung, possiamo parlare di formazione di un Animus, l'aspetto maschile nella donna, che attraversa varie fasi di trasformazione (l'immagine del padre, del fratello e infine dell'amante e dello spirito) per confluire e dare forma a quell'ideale di uomo che ogni donna coltiva dentro di sé e che vorrebbe poi incontrare realmente. Ma c'è anche un aspetto sovrapersonale e collettivo. In tutta l'antichità ed ancora nel medioevo, a certi sogni veniva data particolare importanza, come se la divinità stessa si manifestasse attraverso essi e comunicasse con i mortali. Le chiamate vocazionali per adempiere particolari compiti assegnati da Dio stesso avvenivano attraverso i sogni, come nel caso di Samuele, risvegliato in piena notte dalla voce di Dio. Jung darà a questi sogni un significato archetipico perché si tratta di grandi sogni che coinvolgono non solo il destino personale, ma fanno da risonanza a tutto quello che confusamente si agita anche nell'inconscio deli altri e svelano delle tracce nascoste e latenti in tutta la comunità e nel suo sistema di valori. Il sogno di Elsa è sicuramente un grande sogno e rispecchia il sentimento profondo di tutti che la salvezza, individuale e collettiva (perché il disordine del regno riguarda tutta la collettività) non può che venire dall'alto, da un inviato del cielo.

Nella favola di Apuleio, Psiche non viene calunniata già dall'inizio come Elsa, ma è presentata come una fanciulla bellissima a cui tutti prestano omaggio, tanto da ingelosire Afrodite che pensa di punirla. Ed è qui che comincia il suo percorso e l'ammirazione si trasforma in espiazione. Il femminile è dunque inizialmente esaltato al massimo e il confronto parte subito tra una fanciulla e una grande dea. Elsa vive in una società ormai completamente patriarcale e deve far ricorso al suo mondo interiore, dove l'immagine di un maschile amorevole e soccorrevole vive ancora, mentre Psiche si muove in un mondo di grandi dee, dove quindi il femminile e il matriarcato hanno ancora un grande potere.

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(Elsa tritt auf in einem weissen, sehr einfachen Gewande; sie verweilt eine Zeitlang im Hintergrunde; dann schreitet sie sehr langsam und mit grosser Verschämtheit der Mitte des Vordergrundes zu; Frauen, sehr einfach weiss gekleidet, folgen ihr, diese bleiben aber zunächst im Hintergrunde an der äussersten Grenze des Gerichtskreises.)

DIE MÄNNER
Seht hin! Sie naht, die hart Beklagte!
Ha! wie erscheint sie so licht und rein!
Der sie so schwer zu zeihen wagte,
wie sicher muss der Schuld er sein!

KÖNIG
Bist du es, Elsa von Brabant?
(Elsa neigt das Haupt bejahend)
Erkennst du mich als deinen Richter an?
(Elsa wendet ihr Haupt nach dem König,
blickt ihm ins Auge und bejaht dann
mit vertrauensvoller Gebärde
)
So frage ich weiter: Ist die Klage dir bekannt,
die schwer hier wider dich erhoben?
(Elsa erblickt Friedrich und Ortrud, erbebt,
neigt traurig das Haupt und bejaht
)
Was entgegnest du der Klage?

(Elsa durch eine Gebärde: "Nichts!")

KÖNIG
(lebhaft)
So bekennst du deine Schuld?

ELSA
(blickt eine Zeitlang
traurig vor sich hin
)
Mein armer Bruder!

ALLE MÄNNER
(flüsternd)
Wie wunderbar! Welch seltsames Gebaren!

KÖNIG
(ergriffen)
Sag, Elsa! Was hast du mir zu vertraun?

(Erwartungsvolles Schweigen)

ELSA
(in ruhiger Verklärung
vor sich hinblickend
)
Einsam in trüben Tagen
hab ich zu Gott gefleht,
des Herzens tiefstes Klagen
ergoss ich im Gebet. -
Da drang aus meinem Stöhnen
ein Laut so klagevoll,
der zu gewalt'gem Tönen
weit in die Lüfte schwoll: -
Ich hört ihn fernhin hallen,
bis kaum mein Ohr er traf;
mein Aug ist zugefallen,
ich sank in süssen Schlaf.

ALLE MÄNNER
(leise)
Wie sonderbar! Träumt sie? Ist sie entrückt?

KÖNIG
(als wolle er Elsa aus dem Traume wecken)
Elsa, verteid'ge dich vor dem Gericht!

(Elsas Mienen gehen von dem Ausdruck träumerischen Entrücktseins zu dem schwärmerischer Verklärung über.)

ELSA
In Lichter Waffen Scheine
ein Ritter nahte da,
so tugendlicher Reine
ich keinen noch ersah:
Ein golden Horn zur Hüften,
gelehnet auf sein Schwert, -
so trat er aus den Lüften
zu mir, der Recke wert;
mit züchtigem Gebaren
gab Tröstung er mir ein; -
des Ritters will ich wahren,
er soll mein Streiter sein!

ALLE MÄNNER
(sehr gerührt)
Bewahre uns des Himmels Huld,
dass klar wir sehen, wer hier schuld!

KÖNIG
Friedrich, du ehrenwerter Mann,
(lebhafter)
bedenke wohl, wen klagst du an?

FRIEDRICH
Mich irret nicht ihr träumerischer Mut;
(immer leidenschaftlicher)
ihr hört, sie schwärmt von einem Buhlen!
Wes ich sie zeih, des hab ich sichren Grund.
Glaubwürdig ward ihr Frevel mir bezeugt;
doch eurem Zweifel durch ein Zeugnis wehren,
das stünde wahrlich übel meinem Stolz!
Hier steh ich, hier mein Schwert! - Wer wagt von euch / zu streiten wider meiner Ehre Preis!

DIE BRABANTER
(sehr lebhaft)
Keiner von uns! Wir streiten nur für dich!

FRIEDRICH
Und, König, du! Gedenkst du meiner Dienste,
wie ich im Kampf den wilden Dänen schlug?

KÖNIG
(lebhaft)
Wie schlimm, liess ich von dir daran mich mahnen!
Gern geb ich dir der höchsten Tugend Preis;
in keiner andern Hut, als in der deinen,
möcht ich die Lande wissen. -
(Mit feierlichem Entschluss)
Gott allein
soll jetzt in dieser Sache noch entscheiden!

ALLE MÄNNER
Zum Gottesgericht! Zum Gottesgericht! Wohlan!

KÖNIG
(zieht sein Schwert und stösst
feierlich vor sich in die Erde
)
Dich frag ich, Friedrich, Graf von Telramund!
Willst du durch Kampf auf Leben und auf Tod
im Gottesgericht vertreten deine Klage?

FRIEDRICH
Ja!

KÖNIG
Und dich nun frag ich, Elsa von Brabant!
Willst du, dass hier auf Leben und auf Tod
im Gottesgericht ein Kämpe für dich streite?

ELSA
(ohne die Augen aufzuschlagen)
Ja!

KÖNIG
Wen wählest du zum Streiter?

FRIEDRICH
(hastig)
Vernehmet jetzt
den Namen ihres Buhlen!

DIE BRABANTER
Merket auf!

ELSA
(hat Stellung und schwärmerische
Miene nicht verlassen, alles blickt mit
Gespanntheit auf sie; fest
)
Des Ritters will ich wahren,
er soll mein Streiter sein!
(ohne sich umzublicken)
Hört, was dem Gottgesandten
ich biete für Gewähr: -
In meines Vaters Landen
die Krone trage er;
mich glücklich soll ich preisen,
nimmt er mein Gut dahin, -
will er Gemahl mich heissen,
geb ich ihm, was ich bin!

ALLE MÄNNER
(für sich)
Ein schöner Preis, stünd er in Gottes Hand!
Wer für ihn stritt, wohl setzt er schweres Pfand!

KÖNIG
Im Mittag hoch steht schon die Sonne:
So ist es Zeit, dass nun der Ruf ergeh!

(Der Heerrufer tritt mit den vier Heerhornbläsern vor, die er den Himmelsgegenden zugewendet an die äussersten Grenzen des Gerichtskreises vorschreiten und so den Ruf blasen lässt.)


DER HEERRUFER
Wer hier im Gotteskampf zu streiten kam
für Elsa von Brabant, der trete vor!

(Langes Stillschweigen.
Elsa, welche bisher in ununterbrochen ruhiger Haltung verweilt, zeigt entstehende Unruhe der Erwartung.
)

ALLE MÄNNER
Ohn Antwort ist der Ruf verhallt!
Um ihre Sache steht es schlecht!

FRIEDRICH
(auf Elsa deutend)
Gewahrt, ob ich sie fälschlich schalt?
Auf meiner Seite bleibt das Recht!

ELSA
(etwas näher zum König tretend)
Mein lieber König, lass dich bitten,
noch einen Ruf an meinen Ritter!
(sehr unschuldig)
Wohl weilt er fern und hört ihn nicht.

KÖNIG
(zum Heerrufer)
Noch einmal rufe zum Gericht!

(Auf das Zeichen des Heerrufers richten die Heerhornbläser sich wieder nach den vier Himmelsgegenden.)

DER HEERRUFER
Wer hier im Gotteskampf zu streiten kam
für Elsa von Brabant, der trete vor!

(Wiederum langes, gespanntes Stillschweigen)

ALLE MÄNNER
In düstrem Schweigen richtet Gott!

(Elsa sinkt zu inbrünstigem Gebet auf die Knie. Die Frauen, in Besorgnis um ihre Herrin, treten etwas näher in den Vordergrund.)

ELSA
Du trugest zu ihm meine Klage,
zu mir trat er auf dein Gebot: -
o Herr, nun meinem Ritter sage,
dass er mir helf in meiner Not!
(in wachsender Begeisterung)
Lass mich ihn sehn, wie ich ihn sah,
(mit freudig verklärter Miene)
wie ich ihn sah, sei er mir nah!

DIE FRAUEN
(kniend)
Herr! Sende Hilfe ihr!
Herr Gott, höre uns!

(Elsa entra in veste bianca molto semplice; ella indugia un certo tempo nel fondo: quindi s'avanza molto lentamente e con grande pudore verso il centro del proscenio; alcune Donne vestite molto semplicemente di bianco la seguono. Esse tuttavia rimangono dapprima nel fondo, all'estremo limite della Corte di Giustizia.)

GLI UOMINI
Guardate! Ella s'avvicina la duramente accusata!
Ah! com'ella appare luminosa e pura!
Colui che così gravemente osò accusarla,
Come sicuro dev'essere della colpa!

IL RE
Sei tu Elsa di Brabante?
(Elsa accenna affermativamente col capo)
Mi riconosci tu come tuo giudice?
(Elsa volge il capo verso il Re,
lo guarda negli occhi, quindi afferma
con gesto pieno di fiducia
)
Dunque ancora ti chiedo: conosci l'accusa,
che grave qui contro di te si leva?
(Elsa guarda Federico e Ortruda, trema,
ed afferma chinando tristemente il capo
)
Che opponi all'accusa?

(Elsa con un gesto: "niente!")

IL RE
(vivamente)
Dunque riconosci la tua colpa?

ELSA
(guarda un certo tempo
avanti a sé con tristezza
)
Mio povero fratello!

TUTTI GLI UOMINI
(sussurrando)
Quale caso meraviglioso! Quale strano contegno!

IL RE
(commosso)
Dimmi Elsa! Che hai tu a confidarmi?

(Silenzio pieno d'attesa)

ELSA
(in tranquillo rapimento,
lo sguardo fisso innanzi a sé
)
Sola, in tristi giorni,
io supplicai il Signore;
il più profondo lamento del cuore
versai nella preghiera...
Allora uscì dal mio gemito
un così alto lamento,
che in suono potente
lungi crebbe per l'aria:...
Io l'udii lontano, lontano risuonare,
finché appena lo colse il mio orecchio;
il mio occhio si chiuse,
e caddi in dolce sonno.

TUTTI GLI UOMINI
(sommessamente)
Com'è strano! Sogna? È folle?

IL RE
(come volendo svegliare Elsa dal suo sogno)
Elsa, difenditi innanzi al Giudizio!

(L'espressione del viso di Elsa passa dall'estasi sognante ad un sovrumano esaltamento)

ELSA
Nello splendore delle armi lucenti,
s'appressò un cavaliere;
di così virtuosa purezza
nessuno ancora mai vidi:
un corno d'oro ai fianchi,
poggiato sulla spada...
così m'apparve, aerea visione,
a me il valoroso eroe;
con gesto rispettoso
conforto ei m'ispirò;...
quel cavaliere io attendo,
egli sarà il mio campione!

TUTTI GLI UOMINI
(molto commossi)
A noi conceda la clemenza del cielo,
che chiaro apprendiamo, chi sia qui il colpevole!

IL RE
Federico, uomo onorando,
(più vivacemente)
pensa bene, chi accusi tu?

FEDERICO
Non m'illude il suo animo delirante;
(con sempre maggiore passione)
voi l'udite, di un drudo ella s'esalta!
Della mia accusa, fondamento sicuro io ho.
Il suo delitto mi fu provato in modo degno di fede;
Ma una testimonianza opporre al vostro dubbio,
male davvero si converrebbe al mio orgoglio!
Eccomi qui; qui è la mia spada!... Chi osa tra voi
di combattere contro la posta del mio onore?

I BRABANTINI
(con molta vivacità)
Nessuno di noi! Solo per te noi combattiamo!

FEDERICO
E tu, Re, ricordi tu dei miei servigi,
come ruppi in battaglia il selvaggio danese?

IL RE
(vivamente)
Quale torto, se io da te me lo lasciassi ricordare!
Volentieri t'accordo il premio del più alto valore;
sotto la protezione di nessun altro, meglio che sotto la tua,
vorrei sapere questi paesi...
(con decisione solenne)
Dio solo
può ormai decidere ancora in questa causa!

TUTTI GLI UOMINI
Al giudizio di Dio! Al giudizio di Dio! Su via!

IL RE
(trae la sua spada, e la conficca
solennemente entro la terra avanti a sé
)
Io ti domando, Federico di conte di Telramondo!
Vuoi tu combattendo per la vita e per la morte
sostener la tua accusa nel giudizio di Dio?

FEDERICO
Sì!

IL RE
Ed ora io ti domando, Elsa di Brabante!
Vuoi tu, che qui per la vita e per la morte
nel giudizio di Dio per te si batta un campione?

ELSA
(senza aprire gli occhi)
Sì!

IL RE
Chi scegli tu per campione?

FEDERICO
(impetuosamente)
Udite ora
il nome del suo drudo!

I BRABANTINI
Fate attenzione!

ELSA
(non ha mutato né posizione né
espressione estatica; tutti guardano
a lei ansiosamente; con fermezza
)
Il cavaliere io voglio attendere
che sarà il mio campione!
(senza guardare intorno a sé)
Udite quel che al messo di Dio
io offro qual posta:...
che nelle terre dei miei padri
egli porti corona;
felice io mi chiamerò,
s'egli prenderà ogni mio avere...
se sua consorte mi vorrà chiamare,
a lui, quale io mi sia, mi dono!

TUTTI GLI UOMINI
(tra sé)
Bel premio, se fosse nelle mani di Dio
Bene chi per esso combattesse, grave posta arrischierebbe!

IL RE
Sul mezzogiorno già alto sta il sole!
È tempo dunque che si bandisca l'appello!

(L'Araldo di guerra s'avanza coi quattro Trombettieri, che fa procedere fino agli estremi limiti della Corte di Giustizia e volge verso i punti cardinali, facendo loro suonare l'appello in cotesta posizione.)

L'ARALDO DI GUERRA
Chi qui è venuto in campo, al giudizio di Dio,
per Elsa di Brabante, fuori s'avanzi!

(Lungo silenzio.
Elsa, che fin qui ha atteso in atteggiamento costantemente tranquillo, mostra la sorgente inquietudine dell'attesa.
)

TUTTI GLI UOMINI
Senza risposta si è spento l'appello!
La causa d'Elsa sta in pericolo!

FEDERICO
(accennando ad Elsa)
Osservate s'io falsamente l'ho accusata?
Sta dalla mia parte il diritto!

ELSA
(avvicinandosi un poco al Re)
Re mio caro, lascia ch'io ti preghi,
ancora un appello al mio cavaliere!
(molto ingenuamente)
Se ne sta così lontano, e non l'ha udito!

IL RE
(all'Araldo di guerra)
Ancora una volta chiama al giudizio!

(Ad un cenno dell'Araldo di guerra, i Trombettieri si volgono nuovamente verso i quattro punti cardinali.)

L'ARALDO DI GUERRA
Chi qui è venuto in campo, al giudizio di Dio
per Elsa di Brabante, fuori s'avanzi!

(Ancora una volta lungo, ansioso silenzio)

TUTTI GLI UOMINI
In cupo silenzio giudica Iddio!

(Elsa cade in ginocchio ardentemente pregando. Le Donne, in apprensione per la loro signora, s'avvicinano alquanto al proscenio.)

ELSA
Tu a lui hai portato il mio lamento,
per il tuo comando egli apparve a me:...
o Signore, di' dunque al mio cavaliere,
ch'egli m'aiuti nel mio periglio!
(con crescente esaltazione)
Fa' ch'io lo veda, come lo vidi,
(con viso trasfigurato dalla gioia)
come io lo vidi, così mi stia vicino!

LE DONNE
(inginocchiandosi)
Signore, inviale soccorso!
Signore Iddio, ascoltaci!




dir: Claudio Abbado (1990)
Cheryl Studer (Elsa), Robert Lloyd (König Heinrich),
Hartmut Welker (Friedrich), Georg Tichy (Der Heerrufer)


"Einsam in trüben Tagen"
dir: Walter Susskind (1956)
Elisabeth Schwarzkopf (Elsa)


"Einsam in trüben Tagen"
dir: Peter Schneider (1991)
Cheryl Studer (Elsa), Manfred Schenk (König)


"Einsam in trüben Tagen"
dir: Thomas Schuback (1973)
Catarina Ligendza (Elsa)

"Einsam in trüben Tagen"
dir: Leopold Ludwig (1958)
Birgit Nilsson (Elsa)

4 dicembre 2015

Lohengrin (4) - L'accusa

Scritto da Christian

L'opera comincia nella prateria lungo le sponde del fiume Schelda, nei pressi di Anversa (l'attuale Belgio), dove il re Enrico I di Sassonia è giunto a chiedere ai nobili brabantini un aiuto militare per la sua spedizione contro le popolazioni orientali, gli Ungari, che si stanno ribellando minacciosamente all'Impero. Federico di Telramondo, reggente del ducato del Brabante, rievoca davanti al re la confusa situazione del paese: Goffredo, il legittimo erede al trono, affidato alla tutela di Federico insieme alla sorella Elsa, è scomparso; e Federico, su testimonianza della moglie Ortruda, accusa proprio Elsa di fratricidio.

Abbiamo già detto come, negli anni in cui il "Lohengrin" fu composto e immediatamente prima della sua rappresentazione, Wagner fosse particolarmente attivo nella vita politica e sociale della Germania, al punto da partecipare ai moti di Dresda del 1949 (il che gli valse una condanna e lo costrinse a un lungo esilio: ecco perché non potè essere presente alla "prima" del 1850). Dunque, anche se la trama dell'opera è di chiara impronta fiabesca e leggendaria, il contesto storico della vicenda non può essere considerato semplicemente un dettaglio. Portando sul palcoscenico la figura di Enrico I, uno dei "padri fondatori" della nazione tedesca, e dando spazio alla sua invocazione all'unità dei tedeschi per contrapporsi alle "orde dell'est", Wagner intendeva da un lato criticare Federico Guglielmo IV di Prussia, che in quegli anni, invece di pensare a unire la Germania (nel 1849 l'Assemblea di Francoforte gli offerse la corona, ma lui rifiutò!) stava invece stipulando un'alleanza con lo zar Nicola I, e dall'altro auspicare l'avvento di un nuovo sovrano interessato a promuovere l'unificazione nazionale (pensava, per esempio, al giovane re di Baviera Ludovico II, che a sua volta era un grande ammiratore della sua musica).

Clicca qui per il testo.

(Eine Aue am Ufer der Schelde bei Antwerpen: Der Fluss macht dem Hintergrund zu eine Biegung, so dass rechts durch einige Bäume der Blick auf ihn unterbrochen wird und man erst in weiterer Entfernung ihn wieder sehen kann.
Im Vordergrunde links sitzt König Heinrich unter einer mächtigen alten Gerichtseiche; ihm zunächst stehen sächsische und thüringische Grafen, Edle und Reisige, welche des Königs Heerbann bilden. Gegenüber stehen die brabantischen Grafen und Edlen, Reisige und Volk, an ihrer Spitze Friedrich von Telramund, zu dessen Seite Ortrud. Mannen und Knechte füllen die Räume im Hintergrunde. Die Mitte bildet einen offnen Kreis. Der Heerrufer des Königs und vier Hornbläser schreiten in die Mitte. Die Bläser blasen den Königsruf.
)

DER HEERRUFER
Hört! Grafen, Edle, Freie von Brabant!
Heinrich, der Deutschen König, kam zur Statt,
mit euch zu dingen nach des Reiches Recht.
Gebt ihr nun Fried und Folge dem Gebot?

DIE BRABANTER
Wir geben Fried und Folge dem Gebot!
(an die Waffen schlagend)
Willkommen, willkommen, König, in Brabant!

KÖNIG HEINRICH
(erhebt sich)
Gott grüss euch, liebe Männer von Brabant!
Nicht müssig tat zu euch ich diese Fahrt;
(sehr wichtig)
der Not des Reiches seid von mir gemahnt!
(feierliche Aufmerksamkeit)
Soll ich euch erst der Drangsal Kunde sagen,
die deutsches Land so oft aus Osten traf?
In fernster Mark hiesst Weib und Kind ihr beten:
"Herr Gott, bewahr uns vor der Ungarn Wut!"
Doch mir, des Reiches Haupt, musst es geziemen,
solch wilder Schmach ein Ende zu ersinnen;
als Kampfes Preis gewann ich Frieden auf
neun Jahr, - ihn nützt ich zu des Reiches Wehr:
beschirmte Städt und Burgen liess ich baun,
den Heerbann übte ich zum Widerstand.
Zu End ist nun die Frist, der Zins versagt, -
mit wildem Drohen rüstet sich der Feind.
Nun ist es Zeit, des Reiches Ehr zu wahren;
ob Ost, ob West, das gelte allen gleich!
Was deutsches Land heisst, stelle Kampfesscharen,
dann schmäht wohl niemand mehr das Deutsche Reich!

DIE SACHSEN UND THÜRINGER
(an die Waffen schlagend)
Wohlauf! Mit Gott für Deutschen Reiches Ehr!

KÖNIG
(hat sich wieder gesetzt)
Komm ich zu euch nun, Männer von Brabant,
zur Heeresfolg nach Mainz euch zu entbieten,
wie muss mit Schmerz und Klagen ich ersehn,
dass ohne Fürsten ihr in Zwietracht lebt!
Verwirrung, wilde Fehde wird mir kund;
drum ruf ich dich, Friedrich von Telramund!
Ich kenne dich als aller Tugend Preis,
jetzt rede, dass der Drangsal Grund ich weiss.

FRIEDRICH
(feierlich)
Dank, König, dir, dass du zu richten kamst!
Die Wahrheit künd ich, Untreu ist mir fremd -
Zum Sterben kam der Herzog von Brabant,
und meinem Schutz empfahl er seine Kinder,
Elsa, die Jungfrau, und Gottfried, den Knaben;
mit Treue pflag ich seiner grossen Jugend,
sein Leben war das Kleinod meiner Ehre.
Ermiss nun, König, meinen grimmen Schmerz,
als meiner Ehre Kleinod mir geraubt!
Lustwandelnd führte Elsa den Knaben einst
zum Wald, doch ohne ihn kehrte sie zurück;
mit falscher Sorge frug sie nach dem Bruder,
da sie, von ungefähr von ihm verirrt,
bald seine Spur - so sprach sie - nicht mehr fand.
Fruchtlos war all Bemühn um den Verlornen;
als ich mit Drohen nun in Elsa drang,
da liess in bleichem Zagen und Erbeben
der grässlichen Schuld Bekenntnis sie uns sehn.
(sehr lebhaft)
Es fasste mich Entsetzen vor der Magd;
dem Recht auf ihre Hand, vom Vater mir
verliehn, entsagt ich willig da und gern,
und nahm ein Weib, das meinem Sinn gefiel:
(Er stellt Ortrud vor,
diese verneigt sich vor dem Könige
)
Ortrud, Radbods, des Friesenfürsten, Spross.
(Er schreitet feierlich einige Schritte vor)
Nun führ ich Klage wider Elsa von
Brabant; des Brudermordes zeih ich sie.
Dies Land doch sprech ich für mich an mit Recht,
da ich der Nächste von des Herzogs Blut,
mein Weib dazu aus dem Geschlecht, das einst
auch diesen Landen seine Fürsten gab. -
Du hörst die Klage, König! Richte recht!

ALLE MÄNNER
(in feierlichem Grauen)
Ha, schwerer Schuld zeiht Telramund!
Mit Grausen werd ich der Klage kund!

KÖNIG
Welch fürchterliche Klage sprichst du aus!
Wie wäre möglich solche grosse Schuld?

FRIEDRICH
(immer heftiger)
O Herr, traumselig ist die eitle Magd,
die meine Hand voll Hochmut von sich stiess.
Geheimer Buhlschaft klag ich drum sie an:
(immer mehr einen bitter
gereizten Zustand verratend
)
Sie wähnte wohl, wenn sie des Bruders ledig,
dann könnte sie als Herrin von Brabant
mit Recht dem Lehnsmann ihre Hand verwehren,
und offen des geheimen Buhlen pflegen.

KÖNIG
(durch eine ernste Gebärde
Friedrichs Eifer unterbrechend
)
Ruft die Beklagte her!
(sehr feierlich)
Beginnen soll nun das Gericht!
Gott lass mich weise sein!

(Der Heerrufer schreitet feierlich in die Mitte)

DER HEERRUFER
Soll hier nach Recht und Macht Gericht gehalten sein?

(Der König hängt mit Feierlichkeit den Schild an der Eiche auf)

KÖNIG
Nicht eh'r soll bergen mich der Schild,
bis ich gerichtet streng und mild!

ALLE MÄNNER
(die Schwerter entblössend,
welche die Sachsen und Thüringer vor sich
in die Erde stossen, die Brabanter
flach vor sich niederstrecken
)
Nicht eh'r zur Scheide kehr das Schwert,
bis ihm durch Urteil Recht gewährt!

HEERRUFER
Wo ihr des Königs Schild gewahrt,
dort Recht durch Urteil nun erfahrt!
Drum ruf ich klagend laut und hell:
Elsa, erscheine hier zur Stell!

(Una prateria lungo la Schelda presso Anversa. Il fiume fa una curva verso il fondo, così che a destra la vista su di esso rimane interrotta da alcuni alberi, e riappare nuovamente ad una certa distanza.
Sul proscenio, a sinistra, siede Re Enrico sotto una quercia antica e poderosa, ad uso di tribunale; a lui più prossimi stanno Conti, Nobili e cavalieri sassoni e turingi, che formano il seguito guerresco del Re. Di fronte stanno i brabantini, Conti e Nobili, cavalieri e popolo, con alla loro testa Federico di Telramondo, ed al fianco di lui, Ortruda. Vassalli e servi riempiono il fondo della scena. Il centro forma un cerchio aperto. L'Araldo di guerra del Re e quattro Trombettieri suonano il saluto reale.
)

L'ARALDO DI GUERRA
Udite! Conti, nobili e uomini liberi del Brabante!
Enrico, il re tedesco, in questo luogo è venuto,
per trattar con voi secondo il diritto dell'impero.
Or promettete pace ed obbedienza al suo comando?

I BRABANTINI
Promettiamo pace ed obbedienza al suo comando!
(battendo sugli scudi)
Benvenuto, benvenuto, o Re, in Brabante!

RE ENRICO
(si alza)
Che Dio vi guardi, o cari uomini di Brabante!
Non per ozio io compii a voi questo viaggio;
(molto solenne)
del periglio dell'Impero da me siate informati!
(religiosa attenzione)
Debbo io anzitutto di quella calamità darvi novella,
che alla terra tedesca così spesso venne d'oriente?
Nella marca più lontana voi faceste donna e fanciullo pregare: / Signore Iddio, guardaci dal furore degli Ungari! / Pure a me, capo dell'Impero, necessariamente convenne
escogitare una fine ad onta sì selvaggia;
premio alla mia guerra, pace io guadagnai
per nove anni... ne profittai a difesa dell'Impero:
fortificai città, e feci costruir fortezze,
e l'oste esercitai alla resistenza.
Spirato ormai è il termine, e il tributo si nega...
e s'arma il nemico con minaccia selvaggia.
Ora è giunto il tempo di salvaguardare l'onore dell'impero; / ad oriente o ad occidente, la causa valga per tutti! / Quel che si chiama terra tedesca, levi schiere a battaglia; / allora per certo nessuno più insulterà all'Impero tedesco!

I SASSONI E I TURINGI
(battendo sugli scudi)
Avanti! Con l'aiuto di Dio, per l'onore dell'impero tedesco!

IL RE
(s'è nuovamente messo a sedere)
Io vengo ora tra voi, uomini di Brabante, / a notificarvi, che mi facciate scorta fino a Magonza.
Ma con qual dolore e lamento debbo io vedere,
che senza príncipi voi vivete in discordia!
Confusione e selvaggia contesa mi si fa manifesta;
e perciò io ti chiamo, o Federico di Telramondo!
Io ti conosco come il fiore di tutte le virtù;
parla dunque, ch'io sappia la ragione della sciagura.

FEDERICO
(con solennità)
Io ti ringrazio, o Re, d'esser venuto al giudizio!
Verità io ti manifesto, m'è lungi fellonia...
A morte venne il duca di Brabante,
ed alla mia protezione affidò i suoi figli:
Elsa, la vergine, e Goffredo il garzoncello;
fedelmente io mi curai della sua tenera giovinezza,
la sua vita era la perla del mio onore.
Misura dunque, o Re, l'aspro mio dolore,
quando la perla del mio onore mi fu rapita!
Elsa condusse un giorno il fanciullo per diletto a zonzo / nella foresta; ma senza di lui tornò.
Con finta angoscia ella chiese del fratello,
perché ella, per caso smarritasi da lui,
-così ella disse- presto di lui non aveva trovato più traccia. / Vana fu ogni ricerca del perduto.
Quando io premetti con le minaccie Elsa,
ella lasciò pallida, smarrita, tremante, / a noi intravedere la confessione della colpa orrenda.
(con molta vivacità)
Orrore mi prese di fronte alla fanciulla;
al diritto sulla sua mano, a me dal padre
trasmesso, rinunziai io allora con pronta volontà,
e tolsi moglie, quale io ne avevo talento:
(Presenta Ortruda, la quale
s'inchina davanti al Re
)
Ortruda, la nata da Radbod, il principe dei Frisii.
(Egli avanza solennemente di qualche passo)
Ora io porto accusa contro Elsa di Brabante; di fratricidio io l'accuso. / Ma anche a questa terra con diritto io pretendo / perché di sangue io sono il più congiunto al duca, / e per soprappiù è la mia donna di quella schiatta che un giorno
dette i suoi príncipi anche a questa terra.
Tu odi l'accusa, o Re! Giudica giusto!

TUTTI GLI UOMINI
(con sacro orrore)
Ah! d'un grave delitto accusa Telramondo!
Con orrore io ascolto il piato!

IL RE
Quale terribile accusa tu pronunzi mai!
Come sarebbe possibile una sì grave colpa?

FEDERICO
(con sempre maggior forza)
O Signore, rapita in sogni è la vanitosa fanciulla,
che piena d'orgoglio da sé la mia mano respinse.
E perciò io l'accuso d'un amore segreto:
(tradendo sempre più uno stato d'animo
amaramente esasperato
)
ella certo pensò, se si fosse liberata del fratello,
che avrebbe potuto, quale signora del Brabante,
con diritto rifiutare la mano al proprio vassallo,
ed apertamente godersi l'amante suo segreto.

IL RE
(interrompendo con gesto severo
l'ardore di Federico
)
Chiamate qui l'accusata!
(con molta solennità)
Senz'altro deve il giudizio incominciare!
Dio, fa' ch'io sia saggio!

(L'Araldo s'avanza solennemente verso il centro)

L'ARALDO DI GUERRA
Dev'essere qui tenuto giudizio secondo potestà e diritto?

(Il Re appende con solennità lo scudo alla quercia)

IL RE
Non mi proteggerà lo scudo, prima
che con rigore e clemenza io abbia giudicato!

TUTTI GLI UOMINI
(snudando le spade, che i Sassoni
ed i Turingi conficcano nella terra
avanti a sé, ed i Brabantini posano
di piatto sul suolo avanti a sé
)
Non torni la spada entro il fodero,
prima che per sentenza a lui si renda giustizia!

L'ARALDO DI GUERRA
Dove voi vediate lo scudo del Re,
apprendete là pure diritto per sentenza!
E perciò io chiamo accusando a voce alta e spiegata: / Elsa, qui senza indugio appaia!




dir: Claudio Abbado (1990)
Georg Tichy (Der Heerrufer), Robert Lloyd (König Heinrich), Hartmut Welker (Friedrich)


dir: Wolfgang Sawallisch (1962)
Tom Krause (Der Heerrufer), Franz Crass (König Heinrich), Ramon Vinay (Friedrich)

dir: Rudolf Kempe (1963)
Gottlob Frick (Der Heerrufer), Otto Wiener (König Heinrich), Dietrich Fischer-Dieskau (Friedrich)

1 dicembre 2015

Lohengrin (3) - Il preludio

Scritto da Christian

Il brano con cui si apre l'opera è stato anche l'ultimo ad essere completato ed orchestrato da Wagner, benché alcuni dei temi in esso presenti fossero già stati pensati dall'inizio (il tema del cigno, per esempio, compare nel terzo atto, che il compositore scrisse per primo). Insieme al coro nuziale, è probabilmente il pezzo più noto del "Lohengrin". In un saggio scritto in francese, nell'anno stesso (il 1850) in cui diresse a Weimar la prima rappresentazione dell'opera, Franz Liszt, grande amico e sostenitore di Wagner, lo descrive così: «Una specie di formula magica che, come una misteriosa iniziazione, ci prepara alla comprensione di cose inconsuete, aventi un significato che trascende la nostra vita terrena. Questa introduzione racchiude in sé e rivela l’elemento mistico sempre presente e sempre nascosto nell’opera: segreto divino, forza soprannaturale, legge suprema del destino dei personaggi».

Berlioz lo descrisse come uno chef-d’oeuvre da ammirare in ogni suo aspetto, Baudelaire vi scorse la «solitudine assoluta» e «l’immensità con il solo sfondo di se stessa», in un bagno di luce sempre più intensa. Il preludio del Lohengrin è la trasfigurazione musicale del mistico Graal, che gradualmente appare, si rivela agli uomini e ne purifica il cuore in un’atmosfera celestiale. Impressiona il sapiente crescendo che dal suono impalpabile e quasi trasparente dei violini divisi in otto parti sprofonda lentamente nel registro grave; che si arricchisce nel frattempo del timbro dei legni, che raggiunge infine il culmine nell’accecante rivelazione del Graal agli occhi dei mortali, gloriosamente enunciata dagli ottoni. Ma la visione dura un istante: senza interruzione, la musica riprende la sua ascesa verso altezze ultraterrene e sonorità eteree per spegnersi là dove ha avuto inizio, in un pianissimo quasi impercettibile dei violini. Tutto è attentamente calibrato e finalizzato a rinforzare il disegno drammaturgico, con una perfezione che è quasi matematica: il punto in cui tutta l’energia gradualmente accumulata si sprigiona è posto in modo che ciò che lo precede duri esattamente il doppio del diminuendo che segue.
(Laura Mazzagufo)


dir: Georg Solti (1994)


dir: Otto Klemperer (1970)


dir: Wilhelm Furtwangler (1954)

dir: Arturo Toscanini (1951)

La musica del preludio è stata usata a volte anche al cinema. L'esempio più celebre è quello del film di Charles Chaplin "Il grande dittatore" (1940), in cui l'attore fa la parodia di Hitler (e forse, purtroppo, ha contribuito ad associare ulteriormente nell'immaginario popolare la musica di Wagner al nazismo).


27 novembre 2015

Lohengrin (2) - Premessa

Scritto da Marisa

Quando, per la prima del 7 dicembre 2012, la Scala ha messo in scena il "Lohengrin" con la direzione di Daniel Barenboim e la regia di Claus Guth, le aspettative erano tante e piuttosto confuse, ma mai mi sarei immaginata una realizzazione così “bassa” e “brutta”. Bassa perché il regista ha fatto di tutto per abbassare il piano “alto”, quasi sovrumano-misterioso, in cui si muove l'opera; brutta (nonostante il tenore Jonas Kaufmann, bello e bravo anche!) perché esteticamente ridicola e poverissima.
Da allora mi è nato il desiderio di rivisitare questa bellissima opera di Wagner per liberarla dalla brutta patina psichiatrica che le è stata gettata addosso (a detta dello stesso regista, per il luminoso cavaliere sconosciuto si è ispirato nientemeno che alla figura di Kaspar Hauser, il povero smemorato semiselvaggio, immortalato dal film di Herzog ma pur sempre un povero disgraziato, abbruttito dall'aver vissuto in semi-animalità) e restituirla a quel mondo mitico-archetipico senza spazio e tempo che è proprio della grande arte quando si occupa delle vicende umane esemplari, senza lasciarsi intrappolare dalla cronaca e proprio per questo diventando universale e altamente significativa come “rispecchiamento” di nodi cruciali dello sviluppo psichico di tutti.

Non intendo fare un lavoro sulla musica di Wagner, perché non ne ho le competenze e sarebbe comunque assurdo voler “spiegare” la musica, ma mi occuperò del contenuto, ricordando come la scelta dei temi mitici fosse essenziale per il grande artista, che non delegava a nessuno la stesura dei libretti, a conferma di come musica e parola fossero per lui strettamente legate, e di come alla solennità e sublimità della musica non può che corrispondere altrettanta altezza di contenuto. Nei suoi “Aforismi”, Wols (musicista oltre che grande pittore e fotografo) scrive: “Le parole sono camaleonti / la musica ha il diritto di essere astratta / l'esperienza dell'inspiegabilità delle cose conduce al sogno / non spiegate la musica / non spiegate i sogni. / L'inafferrabile pervade tutto / bisogna sapere che ogni cosa fa rima”. Non spiegherò quindi la musica, e ricordando che “le parole sono camaleonti” mi aspetto che esse continuamente mi facciano brutti scherzi cambiando colore e significato sotto i miei occhi e giochino a trasformarsi anche, a seconda di chi legge, in ulteriori ed imprevisti significati... Pazienza, è il rischio che si corre sempre, non solo scrivendo, ma anche parlando: quello di essere fraintesi, distorti, ma magari anche arricchiti. Figuriamoci in un argomento così sfuggente ed ambiguo come quello che pesca nelle favole e nei miti.

Bisogna saper che ogni cosa fa rima”. Come riassumere in modo più esatto e sintetico la legge dell'Analogia, quella misteriosa concordanza e corrispondenza che lega aspetti apparentemente così lontani ad un occhio e un orecchio superficiale, ma che è alla base della possibilità di cogliere il senso (non la spiegazione!) della vita che ci scorre davanti non in modo casuale e caotico, ma legata insieme e pervasa da “quell'Amor che muove il sole e l'altre stelle”? Ecco, è solo così, tenendo presente che “Tutto è simbolo e analogia” (come dice Pessoa nel suo “Faust”), che posso accingermi ad entrare nel mondo altamente simbolico del Lohengrin e restituire ad esso quei significati che possono essere ancora validi per la nostra coscienza.
“Gli dei cacciati diventano malattie”, ha detto Jung costatando già ai suoi tempi la perdita della capacità di accedere al mondo simbolico e di saper guardare ai contenuti dell'inconscio senza lasciarsene travolgere. È quello che è avvenuto psichiatrizzando i personaggi del Lohengrin, perché si è persa la capacità di accedere al modello archetipico, assistendo a come possa influenzare il comportamento umano ma distinguendo sempre i vari piani.

Tutta la costruzione dell'opera, anche se fa riferimento a fatti e personaggi storici (il re tedesco Enrico l'Uccellatore, Goffredo di Brabante...) e collocata nell'Anversa del X secolo, si organizza intorno a una vicenda leggendaria avente come protagonista il favoloso secondo figlio di Parsifal, di cui si parla nel finale del poema di Wolfram von Eschenbach, quel Garin il loreno (dal francese antico “le loheren Garin") che diventa Lohengrin già in un poema di un anonimo del XIII secolo e poi ripreso dal poema medioevale “Le chevalier au cygne”, ma si arricchisce di riferimenti mitologici classici (soprattutto la favola di Amore e Psiche raccontata da Apuleio) e suggestioni scaturite come rispecchiamenti nel tumultuoso animo di Wagner (autore e quindi necessariamente ri-creatore del mito), che ne rendono molto complessa e polivalente la lettura.

Riassumiamo brevemente la storia narrata da Wolfram von Eschenbach. Viveva in un paese (classico inizio di ogni favola!) una figlia di re, Elsa, principessa di Brabante, tanto pura, elevata e di nobile sentire, che non voleva accogliere nessuna passione umana ed aveva già rifiutato molti illustri pretendenti, attratti dalla sua virtù, ma che sentendosi rifiutati presero ad odiarla e calunniarla finché lei decise che avrebbe accettato come marito solo quell'uno che Dio le avrebbe mandato. Un cigno appare portando il cavaliere atteso, bello e splendente di valore, che si offre come sposo, ma chiede di non essere mai interrogato sulla sua identità, pena la perdita dell'amore e di sé stesso. Elsa promette, e le nozze avvengono allietate poi anche da “leggiadri figliuoli”. Solo dopo un certo tempo Elsa non resiste alla tentazione di conoscere l'identità dello sposo misterioso, e la sua richiesta provoca la ricomparsa del cigno che porta via il cavaliere che rivela di essere Loherangrin, cavaliere del Sacro Graal, figlio di Parsifal. Partendo, lascia come prezioso segno del suo passaggio un corno, una spada e un anello. Il racconto non parla della morte per crepacuore di Elsa, ma ne rimarca moralisticamente la mancanza di parola.

Ed ecco brevemente la favola di Amore e Psiche, contenuta nelle “Metamorfosi o l'Asino d'oro” di Apuleio e che ne costituisce il nucleo centrale, ponendosi come un vero modello di iniziazione in un romanzo che a sua volta è tutto centrato sul percorso di iniziazione di Lucio, che passa dallo stato di “asino” (succube della propria libidine) a quello di sacerdote di Iside, dopo la liberazione e l'iniziazione ai sacri misteri.
Psiche è la terzogenita figlia di un Re e una Regina, che supera per virtù e per la splendida bellezza le pur bellissime sorelle, e per questo viene acclamata da tutti come una “novella Venere” e venerata (appunto) come tale, tanto che tutti si recano da lei a renderle omaggio trascurando gli altari e i templi di Venere stessa. Questa, offesa, medita la vendetta affidando al figlio Eros l'incarico di colpire Psiche con le sue frecce e farla innamorare dell'uomo più brutto e abbietto che ci sia. I genitori di Psiche, allertati da un responso di Apollo che predice come la fanciulla sia destinata a nozze non umane ma mostruose, conducono Psiche su indicazione del dio su un'alta rupe e la lasciano esposta al suo destino. Eros però, contravvenendo agli ordini della madre Venere, si innamora di Psiche e ordina a Zefiro di condurla in un palazzo bellissimo, pieno di ogni ristoro e piacevolezze, dove lui la visita ogni notte gustando insieme le delizie dell'amore, ma dandole l'assoluto divieto di cercare di conoscere il suo aspetto e il suo nome. Psiche vive la propria condizione di isolamento e di “luna di miele” con piacere, fin quando la nostalgia e il desiderio di rivedere almeno le sorelle le fanno strappare al marito il permesso di vederle. Queste, mosse da invidia, la spingono a conoscere finalmente il volto dell'amato: insinuando velenosi sospetti su di lui, le suggeriscono di ucciderlo e le lasciano una lucerna e un pugnale. Psiche, dopo un tormentoso conflitto con sé stessa, si decide ad attuare il piano delle sorelle: dopo l'amplesso notturno vorrebbe ucciderlo, ma con la lucerna scopre che accanto a lei dorme il più bello e amabile degli dei, Eros in persona. Nell'agitazione dell'emozione, la ragazza si ferisce con una freccia del dio alato, mentre una goccia di olio bollente cade dalla lucerna sulla spalla di Eros che, svegliatosi per il dolore, scappa via in volo rimproverando all'ingenua consorte la propria disobbedienza.
Disperata, Psiche (che ora è realmente innamorata perché si è ferita con la freccia del dio) lo cerca per tutta la terra e, dopo avere anche tentato il suicidio, si reca nel palazzo di Venere per sottomettersi a lei e cercare di riacquistarne i favori in vista di un possibile ritrovamento di Eros. Venere la sottopone a durissime prove (separare in una sola notte un grandissimo mucchio di semi, recuperare fiocchi di lana d'oro dal vello di montoni feroci, riempire un'ampolla di acqua da una sorgente inaccessibile), che Psiche porta a buon fine con l'aiuto di animali soccorrevoli (le formiche, un'aquila) o di elementi della natura (le canne). C'è infine la prova più difficile, che la conduce addirittura nel regno dei morti per chiedere alla Regina degli inferi, Persefone, un vasetto della sua bellezza da portare a Venere, prova che Psiche porta a buon esito con l'aiuto di un elemento costruito dall'ingegno umano: una torre (il significato simbolico degli elementi che aiutano Psiche è ampiamente trattato da Neumann). Ma nel tornare nel mondo terreno Psiche incappa in un'altra trasgressione, perché apre il vasetto per avere anche lei un po' della bellezza di Persefone, sperando così di riconquistare il fuggitivo Eros. Ma appena aperto il vasetto, cade in un sonno “mortale” e viene salvata da Eros in persona che, finalmente guarito dalla bruciatura, stava cercandola per porre fine alla separazione e alle sofferenze dell'amata. Seguono il perdono di Venere, auspicato da Giove stesso, e le nozze celesti di Eros e Psiche, che viene divinizzata. Dalla loro unione nasce una figlia che era già stata concepita prima della fatale rivelazione e che viene chiamata “Voluttà”.

La lettura di una favola così complessa è stata tentata da diversi autori, ma io rimando a chi volesse addentrarsi in essa all'opera del suddetto Erich Neumann, “Amore e Psiche. Un'interpretazione nella psicologia del profondo” (ed. Astrolabio), e a quella di James Hillman, “Il mito dell'analisi” (ed. Adelphi). Per ora basti dire che Amore e Psiche è veramente la “madre” delle fiabe più famose della nostra tradizione (Cenerentola, La Bella e la Bestia, Biancaneve...) e che costituisce il modello archetipico più completo non solo dello sviluppo del femminile, ma – dal nome stesso della protagonista – di tutta la psiche umana e del suo lavoro per passare da una fase di inconsapevole godimento dell'istinto tout-court ad una più matura e sofferta “consapevolezza” dell'amore come sentimento individuativo.

Vedremo nel corso del lavoro sul Lohengrin le analogie (soprattutto il tema dell'amante sconosciuto) e le differenze con questa favola fondamentale, e soprattutto cercheremo di capire il nodo del diverso destino di Elsa rispetto alla felice conclusione delle sofferenze di Psiche.

23 novembre 2015

Lohengrin (1) - Introduzione

Scritto da Christian

Lohengrin
Opera romantica in tre atti
Libretto e musica di Richard Wagner

Prima rappresentazione: Weimar (Großherzögliches Hoftheater),
28 agosto 1850

Personaggi e voci:
- Heinrich der Vogler/Enrico l'Uccellatore (basso), Re di Germania
- Lohengrin (tenore)
- Elsa von Brabant/Elsa di Brabante (soprano)
- Friedrich von Telramund/Federico di Telramondo (baritono), Conte di Brabante
- Ortrud/Ortruda (soprano), sua moglie
- Der Heerrufer des Königs/L'araldo del Re (baritono o basso)
- Vier brabantische Edle/Quattro nobili di Brabante (tenori e bassi)
- Vier Edelknaben/Quattro paggi (soprani e contralti)
- Gottfried/Goffredo (ruolo muto), Duca di Brabante, fratello di Elsa
- Nobili sassoni, turingi e brabantini, dame, paggi, vassalli, servi (coro)


Finalmente Wagner (e più in generale, l'opera non in lingua italiana) debutta su questo blog! E lo fa con un'opera che, pur non facendo parte del successivo ciclo de "L'anello del Nibelungo" (indubbiamente il suo lavoro più famoso), è stata comunque assai importante per lo sviluppo del genere nella seconda metà dell'ottocento, nonché uno dei più accessibili punti di ingresso per comprendere il passaggio verso quella nuova forma operistica, caratterizzata dal concetto di Gesamtkunstwerk (opera totale), che Wagner stava contribuendo a creare. La sua analisi verrà effettuata da Marisa con una serie di post di approfondimento psicologico, mentre in questa introduzione io sintetizzerò qualche caratteristica dal punto di vista storico e musicale.

Il soggetto (il libretto è scritto dallo stesso Wagner) è tratto dal corpus delle saghe arturiane di tradizione germanica, e in particolare dal "Parzival" di Wolfram von Eschenbach, scritto nel tredicesimo secolo (che ispirerà successivamente anche l'ultima opera wagneriana, il "Parsifal", appunto). Lohengrin – chiamato Loherangrin nell'epica di Eschenbach – è infatti il figlio di Parsifal, uno dei cavalieri di Re Artù inviato alla ricerca del Santo Graal. Il personaggio è a sua volta ispirato alla leggenda medievale del Cavaliere del Cigno, di origine francese e legata alla figura storica di Goffredo di Buglione, uno dei conquistatori di Gerusalemme durante la prima crociata, fusa in seguito con la chanson de geste di Garin le Loherain (Garin di Lorena, da cui deriva appunto il nome Loherangrin, poi "condensato" in Lohengrin).

Alla leggenda, il libretto affianca gli eventi storici legati alla figura del re Enrico I di Sassonia, detto "L'Uccellatore", che nel ducato di Brabante (nei pressi di Anversa, nell'attuale Belgio) arruolò un esercito da opporre agli invasori ungari. Nel 926 il sovrano era riuscito a ottenere una tregua decennale con corresponsione di tributi, un periodo di pace che sfruttò per costruire nuove fortezze, armare un esercito con cavalleria pesante e assoggettare le tribù slave insediate a est dell'Elba. Molte di queste fortificazioni divennero in seguito città, motivo per cui Enrico è spesso detto "il fondatore". In quanto riunificatore dei ducati tedeschi sotto una sola bandiera, Enrico è stato a lungo considerato (anche dai gerarchi nazisti, per esempio) come il vero padre della nazione tedesca, ancor più di Carlo Magno.

L'opera, la sesta di Wagner, a volte è citata come il suo ultimo lavoro prima della grande rivoluzione che sarebbe esplosa con il successivo "L'oro del Reno". In realtà il compositore aveva già intrapreso da alcuni anni il percorso verso una forma operistica differente da quelle che la precedevano. Con "L'olandese volante" e il "Tannhäuser" aveva già cominciato ad allontanarsi dagli stilemi dell'opera romantica tedesca e della grand opera francese che avevano caratterizzato le sue prime composizioni, rinunciando alla divisione in numeri circoscritti e fondendo totalmente la musica, il testo, il dramma e la psicologia dei personaggi in un flusso continuo. Ma il pubblico non aveva reagito positivamente, lasciando cadere Wagner in una profonda crisi artistica e personale.

L'idea di realizzare un'opera sulla leggenda di Lohengrin, il Cavaliere del Cigno, gli venne nell'estate del 1845, durante un soggiorno alle terme di Marienbad. Scrisse il libretto nel giro di pochi mesi (nonostante le perplessità di Robert Schumann, che riteneva il soggetto impossibile da mettere in musica) e iniziò a comporre la partitura dall'anno successivo, terminando il lavoro in meno di due anni (dall'estate del 1846 alla primavera del 1848). Da notare che l'opera non fu composta in ordine cronologico: Wagner si dedicò prima al terzo atto, poi lavorò al primo, e solo per ultimo realizzò il secondo atto (e il preludio).

Quando l'opera fu rappresentata per la prima volta, a Weimar nel 1850, venne diretta da Franz Liszt, grande amico del compositore, su sua richiesta. Wagner infatti non era presente perché l'anno prima era rimasto coinvolto nei moti rivoluzionari di Dresda del 1849, durante i quali aveva combattuto al fianco di Bakunin. Raggiunto da un mandato d'arresto, fu costretto a lasciare prima la Sassonia (dove era direttore del Teatro di Corte) e poi Weimar per andare in esilio a Zurigo e in seguito a Parigi. Rimase lontano dalla Germania per i successivi dodici anni. Liszt stesso lo invitò ad abbandonare le velleità politiche per dedicarsi esclusivamente all'arte ("Basta con la politica e con le chiacchiere socialiste. Occorre rimettersi al lavoro con ardore, il che non sarà difficile, col vulcano che Ella ha nel cervello", gli scrisse).

L'opera riscosse subito un grande successo (nonostante, pare, l'inadeguatezza del tenore che interpretò il ruolo di Lohengrin alla prima rappresentazione). Già nel 1855 fu proposta anche all'estero (a Riga). Nel decennio successivo venne allestita anche a Vienna (dove lo stesso Wagner vi poté assistere per la prima volta!), Monaco e Berlino. In Italia giunse nel 1871, al Teatro Comunale di Bologna, in una versione tradotta in italiano: si trattò anche della prima opera di Wagner mai proposta in assoluto nel nostro paese. Fra i presenti c'era anche Giuseppe Verdi, che annotò le sue opinioni su una copia dello spartito. Sembra che il compositore parmigiano non gradì particolarmente l'opera: molte delle sue annotazioni sono negative. Eppure, a giudicare dalla quantità di osservazioni e di commenti che si è premurato di scrivere, il lavoro doveva aver comunque suscitato il suo interesse. Nel 1883, alla morte di Wagner, Verdi scrisse: "La sua musica, per quanto lontana dal nostro sentimento fatta eccezione pel solo Lohengrin, è musica dove c’è vita, sangue e nervi; dunque è musica che ha diritto di restare".

L'opera di Wagner rese nuovamente popolare la storia del Cavaliere del Cigno, ispirando artisti e personaggi di ogni tipo. Per tutti basti ricordare il re Ludwig II di Baviera, non a caso soprannominato "Der Märchenkönig" ("Il re delle fiabe"), per la sua passione per le antiche leggende, o addirittura "Re Lohengrin", come nella caricatura d'epoca mostrata qui a fianco. Lodovico, grande amante dell'arte e della musica, divenne amico e mecenate di Wagner, al punto da sostenerlo economicamente e da finanziare persino la costruzione del Festspielhaus di Bayreuth, il teatro dove ebbero luogo le prime rappresentazioni delle opere del ciclo dell'Anello del Nibelungo. E non a caso la parola "cigno" ("Schwan" in tedesco) compare nel nome dei due celebri castelli associati al re: quello di Hohenschwangau (letteralmente: castello della "contea alta del cigno"), fatto restaurare da suo padre Maximilian II e decorato con scene che si ispiravano proprio alla leggenda di Lohengrin, e quello – spettacolare e fiabesco – di Neuschwanstein (letteralmente: "Nuova roccaforte del cigno"), fatto costruire dallo stesso Ludwig alla fine dell'800. Al proposito, consiglio la visione del bel film di Luchino Visconti, "Ludwig", del 1972.

Con il "Lohengrin", Wagner abbraccia definitivamente la tecnica del Durchkomponiert, ovvero della "composizione continua" ed "estesa", senza la divisione della partitura in numeri ben definiti (arie, duetti, recitativi...) che caratterizzava lo stile precedente (per esempio, nell'opera italiana). La musica diventa così un flusso continuo, e si fonde con il testo in maniera ben più profonda, dando vita a un'opera che può ricordare un poema sinfonico con le voci dei cantanti usate come strumenti. Ciò non toglie che è possibile isolare alcuni frammenti, a volte anche abbastanza estesi, come fossero dei brani a sé stanti: tre esempi su tutti: il sogno di Elsa ("Einsam in trüben Tagen"), il racconto del Graal ("In fernem Land"), e quello che è senza dubbio il brano più noto dell'opera: il coro nuziale all'inizio del terzo atto, tema che – insieme alla marcia composta da Mendelssohn – è uno dei due brani oggi tradizionalmente eseguiti in occasione dei matrimoni. Da non dimenticare, infine, il Preludio del primo atto, un'introduzione musicale che anticipa in maniera suggestiva il motivo del Graal e quello del cigno. Rispetto ai lavori successivi, è comunque ancora limitato l'uso dei leitmotiv (temi conduttori), in favore di un'estensione ariosa delle melodie che dona un'aura "luminosa" e leggera alla partitura, che ben si confà al tono fiabesco della vicenda.


Alcune delle incisioni più celebri:















Link utili:

Articolo su Wikipedia in inglese
Articolo su Wikipedia in italiano
Saggio di Maurizio Tagliabue [pdf]
Libretto completo (anche in italiano)
Partiture