Non si può sorvolare sulla presenza dei Tre Fanciulli senza chiedersi quale sia il loro significato nell'economia di tutta l'opera, perché, come ha sottolineato Christian, la loro comparsa costella dei momenti altamente significativi e il loro ruolo è fondamentale nell'indirizzare, guidare e sorreggere i nostri eroi nel loro cammino.
Pur essendo inviati dalla Madre, la Regina della Notte (ma presto vediamo come essi siano svincolati da tale regno e ricompaiano in quello di Sarastro per incoraggiare e continuare a guidare nel percorso iniziatico), essi ci appaiono subito come esseri luminosi, puri, eterei. E la loro estrema fanciullezza non può non richiamare l'immagine di quegli angioletti che nell'iconografia cristiana proteggono e accompagnano soprattutto i giovani. Gli angeli custodi, insomma.
Ma qual è il fondamento archetipico di tali figure?
Ebbene, bisogna ricorrere alla psicologia archetipica di Jung per riconoscere in essi raffigurazioni dell'archetipo del Puer Aeternus.
“Il concetto di Puer Aeternus si riferisce a quella dominante archetipica che personifica o è in relazione speciale con le forze spirituali trascendenti dell'inconscio collettivo”, dice Hillman.
Esso si attiva quando c'è bisogno di un rinnovamento, di una svolta, di un nuovo inizio (l'iniziazione, appunto), quando il richiamo alla trascendenza e all'ideale si fanno sentire e si accende il desiderio di elevazione. La dimensione del Puer è infatti la verticalità, il volo, la purezza... E in questi elementi stanno anche i suoi pericoli: la caduta, l'impulsività, l'inesperienza, la mancanza di concretezza e di costanza (Icaro insegna...). Per questo il Puer deve essere sempre in contatto con il suo contraltare, il Senex, il Vecchio Saggio, che rappresenta e incarna i valori opposti: l'esperienza, la ponderazione, la lentezza.
Muovendosi nel regno di Sarastro, che rappresenta proprio il Senex, i Tre Fanciulli (una trinità che in realtà rimanda all'unità, come tutte le triadi) possono conservare la forza propulsiva del Puer senza partecipare ai suoi pericoli.
I miti nel flauto magico/4 - Puer aeternus
I miti nel flauto magico/3 - Amore e Psiche
Un altro tema mitologico che sottende “Il flauto magico” è quello di Amore e Psiche, per lo meno per quanto riguarda Pamina. Lei è una bellissima fanciulla che corre un grande pericolo, rapita, tenuta prigioniera e sul punto di essere violentata. Le viene annunciata una possibile salvezza e, al solo sentire di un giovane principe incaricato di salvarla e innamorato di lei, arde già d'amore ed è pronta a seguirlo dovunque. Dunque si innamora senza averlo mai visto.
Questa situazione ci ricorda il mito di Psiche, che si unisce a Eros senza conoscerlo e anzi con la proibizione persino di vederne il volto e saperne il nome (è il motivo dello sposo sconosciuto che permea anche il "Lohengrin" di Wagner). Ma questo primo trasporto d'amore, del tutto proiettivo e motivato dal bisogno di essere salvata, è destinato a subire un grave trauma. Psiche infatti infrange la promessa di non cercare di conoscere il proprio amante: e non appena scopre, munita di una fiaccola, che lo sposo nascosto è nientemeno che Eros stesso, viene punita con l'abbandono immediato. Per il dolore tenta più volte il suicidio, e dovrà affrontare delle difficili prove che alla fine la condurranno a ricongiungersi con l'amato. L'ultima prova la porta addirittura nel mondo infero; ne esce che sta morendo per una nuova trasgressione, e viene salvata finalmente da Eros stesso, che ottiene da Zeus di renderla degna di accedere all'Olimpo. Un percorso iniziatico, quindi, che la rende simile agli dei.
Anche Pamina deve sperimentare quello che a lei si presenta come un abbandono totale. Il silenzio di Tamino, che ha accettato di affrontare le prove imposte dai sacerdoti, viene interpretato come disamore e indifferenza nei suoi confronti: e anche Pamina pensa al suicidio.
Dopo la prima beatitudine d'amore vissuta in completa ignoranza dell'altro, arrivano la disperazione e la paura dell'abbandono. Soltanto dopo aver superato tale pericolo anche Pamina potrà accedere alle prove iniziatiche, e lo farà insieme all'amato, cosa ancora impensabile per la povera Psiche che deve affrontare tutte le prove da sola – ma in realtà avrà aiuti insperati da varie forze della natura – e soltanto alla fine rivedrà lo sposo.
Psiche deve superare delle prove difficilissime impostale da Venere, la madre di Eros (quindi la suocera...), ostile alla scelta del figlio e nemica della fanciulla che incarna una nuova concezione dell'amore, un rapporto più “psicologico” per l'appunto rispetto ad un'unione solamente biologica affidata all'attrazione sessuale.
Anche Pamina è in fondo messa nella situazione più difficile proprio dalla madre che, prima amorevole, diventa poi sempre più ostile fino a progettare di rapirla lei stessa con l'aiuto proprio di quel Monostatos che stava già per violentarla e promettendogliela in sposa, continuando a credere di poter disporre della figlia a suo piacimento, senza tener assolutamente conto dei desideri e del percorso diverso che Pamina ha deciso di intraprendere.
Il tema simile alla favola di Amore e Psiche ci parla dunque di un percorso pericoloso ma importantissimo per arrivare a una relazione erotica in cui non agisce solo l'attrazione iniziale (il colpo di fulmine) ma il bisogno di conoscersi veramente, superando grandi difficoltà e uscendo dall'illusione del primo amore romantico e inconscio, dove si dà tutto per scontato.
Conoscersi, superare insieme grandi percoli e rinforzare l'amore con un reale reciproco aiuto non è cosa da tutti. Spesso si preferisce rimanere nell'illusione della “luna di miele” e, quando la vita costringe ad uscirne, le cose vanno molto male e la delusione spesso prevale, distruggendo le possibilità di una relazione consapevole e più solida.
I miti nel flauto magico/2 - Demetra e Kore
Ed eccoci al fatto che sottende tutta l'opera, il motore che attiva l'azione, come ci viene presentato nella versione delle Tre Dame, che per prime ne informano il principe Tamino.
Pamina, figlia amatissima della regina della Notte, Astrifiammante, è stata fatta rapire da un uomo potente, il malvagio Sarastro, che la tiene prigioniera contro la sua volontà nei sotterranei del castello. La madre, non potendo raggiungere personalmente il regno di Sarastro, addolorata e furente per la perdita della figlia amata, vuole incaricare del suo salvataggio Tamino, il giovane principe bello e virtuoso. A tale scopo, smarritosi nel suo regno, gli manda contro il dragone-serpente e, dopo averlo fatto salvare dalle Tre Dame, sue ancelle, gli fa consegnare una immagine della figlia, di cui Tamino si innamora immediatamente. Subito dopo lei stessa, in una celeberrima apparizione, gli ordina di liberare la figlia promettendogliela in moglie.
L'intreccio ripropone dunque (per lo meno nella prima parte, perché vedremo che l'evoluzione segue poi uno schema diverso) il tema fondamentale del celebre mito del ratto di Kore, che tanta parte ha nella mitologia e in tutta la cultura del mondo greco, essendo il mito fondante dei Misteri Eleusini, centro iniziatico e spirituale di tutta l'antichità.
Brevemente riassumiamo il mito: Kore, la “fanciulla”, figlia amatissima di Demetra, la grande dea della fecondità della terra e delle messi, è rapita dal potente dio degli inferi Ade, fratello di Zeus e della stessa Demetra, per farla sua sposa. Il rapimento avviene mentre Kore sta cogliendo fiori, e sprofonda la madre in un dolore terribile e un desiderio di vendetta che attua facendo inaridire e rendendo sterile la terra con tutti i suoi frutti e gli animali. Finalmente Demetra, nel suo vagabondaggio in cerca della figlia, accompagnata da Ecate, la terribile e triplice dea della notte, riesce a sapere del ratto da Elio, il sole che tutto vede, e chiede a Zeus di costringere Ade a restituirle la figlia. Per placare la furia della dea e riportare sulla terra la fertilità Zeus acconsente, ma il ritorno è parziale perché, avendo la fanciulla mangiato tre chicchi di melograno offerti da Ade, sarà costretta a passare comunque una parte dell'anno nel mondo infero con lo sposo: e da allora il suo nome sarà Persefone, la potente dea degli inferi. Il ritorno sulla terra della figlia sarà celebrato con l'istituzione dei celebri misteri di Eleusi, in cui le due dee, madre e figlia, saranno per sempre riunite nelle iniziazioni più segrete e sacre dell'antichità, quelle che hanno come tema centrale i segreti della vita, della morte e della beatitudine eterna...
Come si vede, il tema della figlia legata alla madre e rapita da un potere maschile è centrale, e prosegue con la madre addolorata e vendicativa che si mette in moto. Sono altresì evidenti la passività e l'innocenza iniziale delle due fanciulle, la loro totale dedizione e dipendenza dalla madre, la dea potente, e la segregazione forzata in un mondo tenebroso da parte di maschile strapotente. Si delinea quindi un conflitto terribile tra i due princìpi fondamentali, il materno-femminile e il maschile-patriarcale che reclama la fanciulla per sé.
Ad una prima lettura naturalistica che vede nel mito una semplice rappresentazione dei cicli della natura, l'inaridimento invernale e il ritorno della fecondità segnata dal ricongiungimento della figlia con la madre, ovvero l'eterno ciclo di morte e rinascita della vegetazione, si è sovrapposto un significato simbolico psichico e spirituale, che ha fatto dell'iniziazione ad Eleusi l'esperienza misterica di morte e rinascita universale, con la speranza di una vita oltre la morte e la beatitudine eterna.
Analogie e differenze fondamentali rendono “Il flauto magico” archetipicamente fedele, ma anche portatore di uno sviluppo inaudito e moderno.
Demetra è una grande dea-madre anche con caratteristiche diurne, perché presiede la crescita e la fecondità che hanno bisogno del calore solare, ed è infatti amica del sole, Elio, che le rivela il ratto, mentre la regina Astrifiammante ha tutte le caratteristiche che la renderanno celebre come “Regina della Notte”, e la parte solare è rappresentata soltanto dall'uomo rapitore, Sarastro.
Ma tale differenza è ingannevole, perché gli aspetti positivi e negativi, luminosi e oscuri, si invertono continuamente e si sovrappongono. Demetra, nella sua ricerca, è infatti accompagnata da una potente dea notturna, Ecate, che con le sue torce le indica il cammino. Ecate, antica dea di origine tracia (“Colei che detiene le chiavi del cosmo”, secondo Epiteto), è sempre rappresentata nel suo triplice aspetto (celeste, terrestre e marino) e spesso con tre teste e con una fiaccola in mano. Regnava sulla notte, i fantasmi, i demoni e i morti. Era anche la dea della negromanzia e del parto e, conservando pur sempre l'aspetto della Luna nella sua fase calante, è stata poi sostituita da Artemide nel suo aspetto di Luna crescente e da Selene come Luna piena. Il numero tre legato ad Ecate ritorna nelle tre ancelle della regina e nei tre fanciulli. Dunque la simbologia notturna e lunare del femminile viene riconfermata, così come la fecondità ritorna nel mondo della Regina del “Flauto magico” attraverso la figura di Papageno e il suo legame con la natura.
Nel mito, Kore viene rapita per diventare la sposa del dio rapitore, mentre lo scopo di Sarastro è solo quello di allontanarla dalla madre e da un rapporto troppo esclusivo e dipendente. In realtà, però, nel regno luminoso e virtuoso di Sarastro vediamo che Pamina è insidiata e molestata dalle attenzioni erotiche di Monostatos. Quindi la sessualità non solo non è esclusa, ma compare in modo ambiguo e minaccioso, come “ombra”, il servo nero. Di fronte a tale assalto la passività di Pamina comincia a diminuire e la fanciulla oppone una netta resistenza, mentre Kore rimane nell'assoluto dominio di Ade e solo l'azione della madre riuscirà a liberarla parzialmente. Nell'opera di Mozart si delinea quindi un possibile sviluppo diverso, in cui la fanciulla potrà giocare una parte attiva e non essere una semplice pedina di scambio.
Il mito è tutto volto alla riunificazione del femminile nel suo aspetto di madre e figlia, e culmina nella celebrazione dell'unità fondamentale delle due dee, in quanto riconoscimento della pienezza del femminile nel mistero della nascita: la madre che contiene la figlia, e la figlia che diventando madre essa stessa (il culmine dei misteri eleusini era rappresentato dalla nascita di Jacco da Persefone, con le tre spighe di grano mostrate ai fedeli) si identifica con lei.
Nel “Flauto magico” alla situazione iniziale simile fa invece seguito uno svolgimento molto diverso.
Pamina non solo non viene riconsegnata alla madre, ma essa stessa – dopo una dura lotta interiore, lacerata dall'amore verso la madre e da un inizio di consapevolezza della giustezza del mondo di Sarastro che la madre le ordina di uccidere – sceglie di seguire comunque il proprio amore per il giovane principe. Dopo aver superato persino un tentativo di suicidio per la disperazione di non sentirsi amata, viene a sua volta resa degna di accedere all'iniziazione insieme a lui, per concludere a pari merito il cammino. A giusto riconoscimento della regina Astrifiammante c'è da dire che è lei stessa a individuare il giovane che può diventare il partner della figlia: non è quindi del tutto ostile a un possibile matrimonio, purché si faccia come vuole lei... Diventa decisamente ostile e rappresentante a pieno titolo della parte negativa del materno solo quando la situazione le sfugge dalle mani.
La fanciulla strappata alla madre con la quale viveva simbioticamente, per crescere deve comunque sperimentare il dolore della frattura dal mondo protettivo e la possibile violenza di un maschile che si presenta con richieste sessuali a cui non è preparata. Ma se esiste un universo paterno superiore e diversamente protettivo dall'esclusivo e totalizzante amore materno, riesce a trovare quella via di sviluppo che la rende una degna compagna dell'uomo amato e non semplicemente una replica del modello femminile di sola figlia o madre...
Il mito, modello archetipico dell'antichità e, purtroppo, ancora di tante donne schiacciate dal passaggio dalla madre a un matrimonio di stampo patriarcale, viene qui riproposto con un possibile sviluppo della donna in piena sintonia con la sempre crescente esigenza di una parità non fittizia e un superamento del conflitto uomo-donna, sempre ancora in agguato.
Il fascino che ancora tante donne, fanciulle o non più, subiscono da parte di un uomo potente e molto più anziano, parla purtroppo e pur sempre della possibilità di un novello Ade che, con il suo potere, riesce ad impossessarsi di Kore, soprattutto se la fanciulla è rimasta per troppo tempo legata a una madre, anch'essa potente, che la mantiene in uno stato di “beata ignoranza”... o se comunque conosce solo rapporti di forza tra femminile e maschile.
Il nuovo modello che permette alla coppia di affrontare insieme un percorso di maturazione, dopo una crisi in cui ognuno dei due ha potuto sperimentare l'impossibilità di aderire completamente ai propri desideri e a quelli dell'amata o dell'amato, resta ancora da introiettare e maturare. E sicuramente una lettura più profonda del “Flauto magico” potrebbe aiutare, perché simile capolavori non sono solo un godimento estetico ma motori di sviluppo psicologico in quanto portatori di intuizioni che i grandi artisti hanno sempre saputo cogliere, anticipando i grandi movimenti della coscienza.
I miti nel flauto magico/1 - Il tema dell'eroe
La grande complessità del “Flauto magico” permette vari livelli di lettura e offre molteplici suggestioni, già quasi tutte esplorate e analizzate. In questa serie di post cercherò di mettere in risalto i filoni mitologici e archetipici che affiorano, tralasciando quelli inerenti ai significati simbolici legati al mondo della massoneria e ai suoi riti di iniziazione, pur presenti ma di cui non ho nessuna esperienza.
A mio parere sette sono i principali motivi mitologici che si intrecciano e si rincorrono lungo tutta l'opera, contribuendo alla ricchezza incommensurabile di questo capolavoro perché, in maniera sotterranea e proprio per questo tanto più potente, fanno risuonare le corde più intime dell'anima come solo loro possono fare. La musica è per sua natura il mezzo più potente per veicolare i contenuti mitologici e archetipici, e quella di Mozart è particolarmente efficace e felicemente adatta.
I sette filoni sono questi:
1) Il tema dell'eroe
2) Il mito di Demetra e Kore
3) Amore e Psiche
4) Puer aeternus
5) Orfeo, Pan e Krishna
6) Iside e l'iniziazione ai misteri
7) il Vecchio Saggio
Il tema dell'eroe è il primo che compare nell'opera, perché essa si apre con il giovane principe Tamino alle prese con un drago. La lotta col drago, sotto qualsiasi forma si presenti (serpente, toro, leone...), costituisce il punto centrale di tutti i miti che caratterizzano l'eroe e lo definiscono come tale: da Teseo che deve uccidere il Minotauro, a Sigfrido che uccide il drago a guardia del tesoro, passando per Eracle con le sue dodici imprese, e Perseo che libera Andromeda. Persino nell'iconografia cristiana troviamo un santo eroe, San Giorgio, alle prese con un drago per liberare una fanciulla. Il tema non manca nemmeno nei poemi cavallereschi con in testa “L'Orlando furioso”, poema eroico per eccellenza, dove assistiamo alla liberazione di Angelica da parte di Ruggiero, che piomba sul drago a cavallo dell'Ippogrifo.
In tutti questi miti e leggende naturalmente l'eroe sconfigge il drago, e quasi sempre la vittoria porta alla liberazione di una fanciulla, spesso destinata ad appartenergli.
Il coraggio del giovane è indiscutibile e proprio il suo coraggio e la vittoria sul mostro lo qualificano come eroe.
Nel “Flauto magico”, però, le cose si svolgono diversamente perché assistiamo, al primo apparire del drago, alla fuga del principe, in preda ad una paura che lo porta persino a svenire, e al suo salvataggio a opera di tre donne...
Che smacco per un aspirante eroe! Ma poi Tamino è un aspirante eroe o semplicemente un giovane ricco e inesperto, un figlio di papà in cerca di avventure e forse di guai?
La risposta l'avremo da tutto lo svolgimento successivo, e impareremo a conoscere una figura completamente nuova di eroe, un eroe che non uccide il drago ma che impara a vincere la paura e fa crescere il proprio coraggio attraverso prove diverse, motivato dall'amore e dal desiderio di acquisire saggezza: e lo strumento non sarà la spada, ma un flauto, cioè la musica...
Quest'opera spariglia completamente le carte. A prima vista sembra solo una fiaba, per giunta del tutto assurda e paradossale, e forse solo l'estrema bellezza della musica (il genio incomparabile di Mozart!) l'ha salvata dal dimenticatoio.
Ritorniamo alla situazione iniziale: un giovane che, dice la didascalia, "scende da una roccia in splendido abito da caccia giavanese, con un arco ma senza freccia; un serpente lo insegue".
Quindi si tratta di un cacciatore, un principe esotico, che si è allontanato dai suoi territori e si ritrova in un altro regno, in quelle terre che scopriremo appartenere a una Regina. Il suo arco è – cosa inedita persino per un cacciatore – senza frecce. E non appena il serpente-drago si avvicina, dopo aver invocato aiuto, cade svenuto!
È quindi praticamente inerme ed ha estremo bisogno di aiuto. Per fortuna l'aiuto arriva immediatamente, ma per opera di donne, le Tre Dame mandate proprio dalla Regina per salvarlo.
Il tema dell'eroe è completamente sovvertito! Il principe non solo non ha frecce al proprio arco e ha paura, ma viene salvato da... donne... che hanno, loro sì, un arco con frecce; anzi un arco d'argento.
L'argento è il metallo simbolicamente legato al femminile e alla Luna, mentre l'oro è associato al Sole e al potere regale maschile. Dunque è perfettamente in linea che le frecce delle Tre Dame siano d'argento: ma che le donne abbiano frecce e l'uomo no, è una realtà che si trova soltanto presso le Amazzoni e nelle mitologie più arcaiche, dove il potere femminile e della Grande Dea Madre è del tutto preponderante.
E qui, nella prima scena, ci troviamo proprio nel regno dove il femminile è preponderante e potente. Tutto è preordinato dalla grande Regina che domina in questo strano paese ed è lei che ha attirato il giovane nei suoi domini, ha mandato il drago e inviato le tre dame a soccorrerlo (vedremo in seguito il significato di questa triade femminile, così come della triade maschile composta dai tre fanciulli: sempre tre, numero magico, la trinità...).
Siamo dunque ritornati nel periodo mitico del matriarcato, la favolosa età mai dimostrata storicamente, ma presente nella stratificazione più profonda della psiche e delle religioni arcaiche?
Questo comunque è solo l'inizio, e il giovane è naturalmente ancora legato al mondo materno; si è appena allontanato dalla propria casa e dal proprio ambiente in cerca di avventure, e sta tentando il primo passo verso l'autonomia... ma è ben lungi dalla determinazione maschile dell'eroe pronto a combattere e ad uccidere. Il tema dell'eroe è sempre stato visto come la vittoria del bene sul male, del patriarcato sul matriarcato, della cultura sulla natura... L'Io eroico ha connotazioni maschili di coraggio e determinazione e si serve della forza e di un'arma fallica (spesso proprio la lancia o le frecce) per uccidere il mostro che raffigura un aspetto arcaico della natura da civilizzare e da dominare. Apollo ne è il modello per eccellenza, l'archetipo della natura eroica, perché la caratteristica principale che lo consacra signore di Delphi e dell'oracolo deriva proprio dall'uccisione del grande Pitone (da cui il nome di Apollo Pizio), evento che instaura il predominio maschile e solare (Apollo è anche Elio, il condottiero del carro solare) sul vecchio potere matriarcale e i suoi oracoli, rappresentati appunto dal dragone-serpente che occupava il suolo di Delphi.
Dal punto di vista psicoanalitico la vicenda dell'eroe è vista come la lotta dell'Io e della coscienza sul caos dell'inconscio, sul regno dell'istintualità bestiale e del complesso materno negativo, forze che tenderebbero sempre a far regredire e ad ostacolare la luce della razionalità. Valgano per tutti il grande lavoro di Erich Neumann (“Storia delle origini della coscienza”, “La psicologia del femminile”, “La grande Madre”) e il sapiente testo di Joseph Campbell “L'eroe dai mille volti”.
Ma ora che tale distacco è stato fatto e la coscienza maschile-patriarcale si è affermata da più millenni, siamo sicuri che il primordiale strato femminile-matriarcale non vada recuperato, e con esso tutta la ricchezza di una sapienza fondata sulla Natura e gli strati più originali e profondi della psiche?
Le gravi conseguenze di un'eccessiva valorizzazione del patriarcato e della coscienza centrata sulla razionalità (che spesso diventa semplice razionalizzazione), l'eccessiva differenziazione e l'utilizzo egoistico di ogni bene, con la conseguente svalorizzazione del femminile e della natura, stanno ormai sotto gli occhi di tutti. Sempre più si sente il bisogno di sanare tali fratture e di sviluppare un nuovo modello, recuperando e integrando quello che è stato rimosso. E forse il modello dell'eroe che uccide il drago andrebbe sostituito con una nuova figura di eroe che protegge, ripara e integra... Il “Flauto magico” sembra proprio anticipare tale modello.
Il giovane principe senza frecce al suo arco, soccorso e amato dalle Tre Dame, può diventare il nuovo eroe che salva la fanciulla in altro modo, e ne seguiremo le tracce.
Intanto non si presenta come nemico e oppositore del materno. Viene anzi prescelto proprio dalla Madre, addolorata per la perdita della figlia, come possibile salvatore, e, per compiere tale impresa, munito di un flauto, dono prezioso, molto diverso dalle usuali armi maschili. Gli viene anche consegnata un'immagine della figlia con l'evidente intento di indurlo a innamorarsene per motivarlo più pressantemente all'azione. Da ultimo, gli si dà come compagno uno strano personaggio suddito del suo regno, Papageno, l'uomo-uccello, tutt'altro che coraggioso ed eroico ma molto vicino alla natura e ai suoi istinti, uno che partecipa della natura aerea degli uccelli, da sempre però rappresentanti dello Spirito... Papageno non è una semplice macchietta che ha il compito di alleggerire la serietà dell'opera rinforzandone la parte umoristica, ma realmente un altro aspetto del nuovo eroe, la parte più umana e meno retorica, che non nega mai di avere paura e che si sottopone alle prove solo se proprio non ne può fare a meno. Anche lui mira alla conquista di una compagna, l'anima gemella che sogna da tanto tempo, sentendo che senza di essa la propria esistenza è come dimezzata, priva di un vero valore o di fecondità; già, perché Papageno intuisce che il femminile è la controparte essenziale, la portatrice di “anima” a cui il principe anela senza saperlo, ma che viene riconosciuta e proiettata sulla donna non appena ne vede l'immagine...
L'eroe del “Flauto magico”, Tamino, non parte per uccidere un mostro, che è già stato fatto fuori da tre donne. E l'unione con la sposa, di cui si è già innamorato solo vedendone l'immagine, avverrà in seguito a delle prove iniziatiche che hanno come fondamento l'autocontrollo e la capacità di mantenere il silenzio anche di fronte al dolore di lei (che credendosi rifiutata arriverà persino sull'orlo del suicidio) e proseguono con quella che è una vera e propria discesa agli inferi per vincere le potenze del fuoco e dell'acqua. Queste imprese finali verranno affrontate insieme alla donna amata e con l'aiuto della musica del flauto che dà il nome all'intera opera. Il tutto distaccandosi dal dominio pulsionale e possessivo della Madre negativa, e scegliendo come modello ideale le virtù dell'autocontrollo e della conoscenza legate alla saggezza del mondo sacerdotale che Sarastro incarna.
In questo viene riconfermato il cammino dell'eroe che pretende che esso segni la vittoria sul materno primordiale e l'affermazione della coscienza centrata sul “Logos”, ma non si uccide più nessun drago. Il femminile diventato troppo ostile viene relegato e sprofondato nei regni sotterranei insieme alla parte oscura del mondo luminoso di Sarastro, quel Monostatos che insidiava Pamina e che pur di averla passa al servizio della Regina. Per il momento gli aspetti negativi vengono quindi “rimossi” e ricacciati nell'inconscio, passibili perciò di nuove escursioni e ritorni (è quello che Goethe immagina scrivendo un possibile seguito dell'opera). Ma vedremo che non tutto il femminile è maledetto, perché l'iniziazione avviene con la consacrazione a Iside, una dea molto potente ma con caratteristiche diverse da quelle della Regina della Notte, incarnando la faccia misericordiosa e positiva dell'archetipo della Grande Madre.
Ricordo per inciso che un'altra opera lirica inizia con l'uccisione di un mostro, un terribile toro (anche se l'evento è solo raccontato come antefatto), da parte del protagonista eroe, per salvare la fanciulla di cui si innamora e ne è subito riamato. Si tratta di Edgardo della “Lucia di Lammermoor”, e sappiamo che la cosa non finisce bene...
Il flauto magico (29) - "Nur stille! stille! stille! stille!"
Sistemati Tamino e Pamina (che torneranno in scena soltanto per unirsi al coro finale dei sacerdoti), e ora anche Papageno e Papagena, chi rimane? Rimangono i "cattivi", ovvero la Regina della Notte e le sue Tre Dame, alle quali – un po' a sorpresa (ma non troppo: in fondo era inevitabile) – si è unito Monostatos, che in seguito alle continue punizioni ricevute da Sarastro ha deciso di tradire il suo padrone e di aiutare Astrifiammante a penetrare nel tempio. In cambio, la Regina gli ha promesso la mano di Pamina (dopo che all'inizio dell'opera l'aveva promessa a Tamino!).
Il quintetto "Nur stille! stille!" è l'unico dedicato esclusivamente ai cinque antagonisti dell'opera: in precedenza la Regina, oltre alle sue due meravigliose arie, aveva scambiato delle frasi soltanto con Tamino e Pamina, nemmeno mai con le Tre Dame, che qui (insieme a Monostatos) le si inginocchiano attorno, intonando una specie di preghiera a lei rivolta ("A te, grande Regina della Notte, la nostra vendetta sia portata in offerta!").
Ma all'improvviso (e in maniera forse anticlimatica) "tuoni, lampi, tempesta" prorompono nei sotterranei del tempio dove i cinque si trovavano, spazzandoli via e facendo sprofondare definitivamente il male, ricacciandolo nelle tenebre ("Annientata, annullata è la nostra forza, noi tutti precipitiamo nella notte eterna!", è il loro commento). È la forza della luce, impersonificata dai sacerdoti e da Sarastro, che, tramutata la scena con un grande sole che illumina e scalda tutti, possono infine intonare il loro canto di giubilo.
La scena che conclude l'opera è infatti riservata a Sarastro. "Die Strahlen der Sonne vertreiben die Nacht" ("I raggi del sole dissipano la notte, annullano il potere carpito con frode da ipocriti") è il suo monito arioso, rivolto forse più agli spettatori che agli altri personaggi sul palcoscenico (non si riferisce tanto ai malvagi appena sconfitti, ma a tutti coloro che, nel mondo reale, si oppongono al progresso personale, sociale e culturale). Al suo recitativo accompagnato segue il coro dei sacerdoti (ma Mozart vi inserisce anche voci femminili, che a questo punto sono evidentemente accettate all'interno di quello che era un rigido mondo maschile) che inneggiano a Iside e Osiride. E al canto finale partecipano, a seconda degli allestimenti, anche Tamino, Pamina ed eventualmente Papageno, Papagena e i Tre Fanciulli, che tornano in scena tutti insieme per salutare gli spettatori prima della calata del sipario. La morale finale che celebra il trionfo della luce è esplicita:
Es siegte die Stärke Und krönet zum Lohn Die Schönheit und Weisheit Mit ewiger Kron’! |
La fermezza ha vinto, E incorona quale premio La bellezza e la saggezza Con lode eterna! |
Alcuni registi approfittano anche per mostrare qui un (nuovo) incontro o confronto fra Sarastro e la Regina della Notte, in certi casi suggerendo addirittura una riconciliazione degli opposti, anche se di questo non vì è traccia nel libretto di Schikaneder.
Il grande coro finale, che in apparenza loda Iside e Osiride per aver penetrato i recessi della tenebra con la loro luce sfolgorante, è un inno di lode alla virtù ed alla saggezza di qualunque credenza religiosa o filosofica.(Charles Osborne)
Meravigliosa favola; e tale è, in sostanza, il «Flauto magico». Quella che nel libretto era sbozzatura grossolana dei più elementari caratteri e dei più elementari moti dell'anima, diventa nell'opera in musica la preziosa definizione di sentimenti e di atti che sono alla radice di ogni uomo: e la favola diventa apologo. In essa tutti ci troviamo, felici di assistere al facile trionfo del bene sul male, della luce della verità sull'oscurantismo, al raggiungimento della felicità. Se nelle «Nozze di Figaro» il chiudersi della vicenda ha un amaro sapore, se nel «Don Giovanni» la tragica scomparsa del protagonista malvagio lascia i personaggi in un'ombra nella quale invano cercheranno gioia, se in «Così fan tutte» il chiarirsi della burla svela la infedeltà di Fiordiligi e Dorabella, qui nel «Flauto Magico» la conclusione è davvero nella felicità. Favola anche per questo, ché solo la fantasia può darci quello che la realtà materiale ci nega.(Mario Labroca)
Clicca qui per il testo di "Nur stille! stille! stille! stille!".
(Der Mohr, die Königin mit allen ihren Damen kommen von beiden Versenkungen; sie tragen schwarze Fackeln in der Hand.) MONOSTATOS, DIE KÖNIGIN UND DIE DAMEN Nur stille! stille! stille! stille! Bald dringen wir im Tempel ein! MONOSTATOS Doch, Fürstin! halte Wort! erfülle! Dein Kind muß meine Gattin sein! - KÖNIGIN Ich halte Wort! es ist mein Wille, Mein Kind soll deine Gattin sein! DIE DREI DAMEN Ihr Kind soll deine Gattin sein! (Man hört dumpfen Donner und Wassergeräusch) MONOSTATOS Doch still, ich höre schrecklich Rauschen, Wie Donnerton und Wasserfall. - KÖNIGIN UND DIE DREI DAMEN Ja, fürchterlich ist dieses Rauschen, Wie fernen Donners Widerhall! - MONOSTATOS Nun sind sie in des Tempels Hallen. ALLE Dort wollen wir sie überfallen, Die Frömmler tilgen von der Erd’ Mit Feuersglut und mächt’gem Schwert! DIE DREI DAMEN UND MONOSTATOS (kniend) Dir, große Königin der Nacht, Sei unsrer Rache Opfer gebracht! (Donner, Blitz, Sturm) MONOSTATOS, KÖNIGIN UND DIE DREI DAMEN Zerschmettert, zernichtet ist unsere Macht, Wir alle gestürzet in ewige Nacht! - (Sie versinken. Sogleich verwandelt sich das ganze Theater in eine Sonne.) |
(Il moro, la Regina con tutte le sue dame giungono da entrambe le botole; portano in mano fiaccole nere.) MONOSTATO, LA REGINA E LE TRE DAME Ma zitti, zitti, zitti, zitti! Tra poco penetriamo nel Tempio. MONOSTATO Però, Regina! mantieni la parola! Sii leale! Tua figlia deve essere mia sposa! - REGINA Io mantengo la parola! è mia volontà: Mia figlia sarà tua sposa! LE TRE DAME Sua figlia sarà tua sposa! (S’ode un tuono cupo e rumore d’acqua) MONOSTATO Ma silenzio, io sento un rumore tremendo, Come di tuoni e cascate. - REGINA E LE TRE DAME Sì, questo rumore è spaventoso Come eco di tuono lontano! - MONOSTATO Ora si trovano nelle sale del Tempio. TUTTI Là li vogliamo sorprendere, Cancellare i bigotti dalla Terra Con fiamme infuocate e spada potente! LE TRE DAME E MONOSTATO (in ginocchio) A te, grande Regina della Notte, La nostra vendetta sia portata in offerta! (Tuoni, lampi, tempesta) MONOSTATO, LA REGINA E LE TRE DAME Annientata, annullata è la nostra forza, Noi tutti precipitiamo nella notte eterna! - (Sprofondano. Tosto l’intera scena si trasforma in un sole.) |
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(Sarastro steht erhöht; Tamino, Pamina, beide in priesterlicher Kleidung. Neben ihnen die ägyptischen Priester auf beiden Seiten. Die drei Knaben halten Blumen.) SARASTRO Die Strahlen der Sonne vertreiben die Nacht, Zernichten der Heuchler erschlichene Macht. CHOR VON PRIESTERN Heil sei euch Geweihten! Ihr dränget durch Nacht! Dank sei dir, Osiris! Dank dir Isis gebracht! Es siegte die Stärke Und krönet zum Lohn Die Schönheit und Weisheit Mit ewiger Kron’! |
(Sarastro sta in alto; Tamino, Pamina, entrambi in abito sacerdotale. Accanto a loro i sacerdoti egizi da entrambi i lati. I tre fanciulli reggono fiori.) SARASTRO I raggi del sole dissipano la notte, Annullano il potere carpito con frode da ipocriti. CORO DI SACERDOTI Sia salve a voi consacrati! Voi penetraste attraverso la notte! Sia grazie a te, Osiride! Si rechi grazie a te, Iside! La fermezza ha vinto, E incorona quale premio La bellezza e la saggezza Con lode eterna! |
Adrian Thompson (Monostatos), Diana Damrau (Regina della Notte), Franz-Josef Selig (Sarastro),
Gillian Webster (Prima Dama), Christine Rice (Seconda Dama), Yvonne Howard (Terza Dama)
dir: Colin Davis (2003)
Heinz Zednik (Monostatos), Luciana Serra (Regina della Notte), Kurt Moll (Sarastro),
Juliana Gondek (Prima Dama), Mimi Lerner (Seconda Dama), Judith Christin (Terza Dama)
dir: James Levine (1991)
Gerhard Unger, Lucia Popp, Gottlob Frick dir: Otto Klemperer (1964) | Steven Cole, Natalie Dessay, Reinhard Hagen dir: William Christie (1996) |
Uwe Peper, Cyndia Sieden, Harry Peeters dir: John Eliot Gardiner (1995) | Burkhard Ulrich, Diana Damrau, René Pape dir: Riccardo Muti (2006) |
Con questo post, termina la trattazione della parte musicale dell'opera. Nelle prossime settimane, come già anticipato, lascerò la parola a Marisa per un'analisi dei miti alla base del "Flauto magico".
Il flauto magico (28) - "Pa-pa-pa-pa"
Il gioioso duetto fra Papageno e Papagena è probabilmente il secondo brano più noto dell'intero "Flauto magico" dopo l'aria della Regina della Notte "Der Hölle Rache". In esso anche il simpatico uccellatore ottiene il proprio meritato lieto fine: per lui, a differenza del traguardo spiritualmente elevato di Tamino (e Pamina), si tratta di soddisfare quel desiderio più terreno e "materiale" che sin dall'inizio aveva espresso, ovvero trovare una compagna ("[Alla] mia preferita / darei volentieri uno zuccherino. Lei allora mi bacerebbe affettuosa, sarebbe mia moglie ed io suo marito", cantava già nella sua aria introduttiva). Ma la ragazza promessagli, Papagena, gli è stata fatta balenare davanti per un attimo, prima di essergli portata via. E adesso, in preda alla disperazione, Papageno si sente abbandonato da tutti e medita addirittura il suicidio.
La scena che precede il duetto è dunque drammatica. O meglio, lo sarebbe se, visto il personaggio, Mozart e Schikaneder non la colorassero di tinte vagamente umoristiche, pur restando nell'alveo di una "commovente dignità". D'altronde la scelta di suicidarsi sembra un po' fuori personaggio per un Papageno che fino ad adesso non ha mai preso nulla sul serio e ha sempre vissuto alla giornata, contando su quello che la natura gli regala. Rispetto al precedente tentativo di suicidio di Pamina, pertanto, l'atmosfera è ben diversa, anche se Mozart ricorre ancora una volta alla tonalità di sol minore con cui accompagna le sue pagine più tragiche. Un Papageno che si dichiara "stanco della vita" si rivolge così direttamente al pubblico ("Gridate solo Sì o No": e chissà se non sia mai capitato durante una rappresentazione che qualche ragazza in platea, impietosita, non abbia risposto "Sì") e, prima di impiccarsi, afferma di voler "contare fino a tre" per attendere l'arrivo in extremis della sua bella. Intermezzando il conteggio con lo zufolo, lo protrae il più possibile, ma invano. All'ultimo momento, tuttavia, come nel caso di Pamina, a fermare la sua mano arrivano i Tre Fanciulli.
I tre spiriti salvifici ricordano a Papageno – che non sembra volerli prendere sul serio per via della loro apparente giovane età ("Se vi ardesse il cuore come a me, andreste anche voi in cerca di ragazze", dice loro) – che ha ancora un'ultima risorsa a sua disposizione: i campanelli d'argento. L'uccellatore (come forse anche noi spettatori) aveva completamente dimenticato il Glockenspiel! Tirato fuori "l'aggeggio magico" ("der Zauberdinge"), lo suona e invoca l'arrivo della sua bella. E infatti, condotta per mano dai Tre Fanciulli, ecco apparire Papagena, senza che stavolta nessuno dei sacerdoti di Sarastro abbia da ridire.
Il duetto "Pa-pa-pa-pa" celebra dunque l'unione fra due personaggi simili. Di Papagena, a dire il vero, non sappiamo praticamente nulla (chi è? da dove viene?), se non l'età (18 anni) e il fatto che si veste come Papageno ed è pertanto la perfetta sposa per lui. D'altronde, a parte la breve comparsata precedente nei finti panni di una vecchia, essa appare in scena quando ormai l'opera sta volgendo alla conclusione. Fra la gioia e l'estasi, la coppia non perde tempo a fare progetti di vita, ovvero a immaginare una numerosissima famiglia composta da tanti piccoli Papageni e Papagene: è come se da essi, novelli Adamo ed Eva, debba sorgere un'umanità pronta a ripopolare la terra (il testo, con quel "Pa-pa-pa-pa" ripetuto, ci ricorda il canto degli uccelli – persino i nomi Papageno e Papagena richiamano in italiano quello di un volatile, il pappagallo, così come il loro piumaggio colorato – e di conseguenza quello delle creature della natura), mentre a Tamina e Pamino è riservato un mondo più "elevato", quello degli iniziati, illuminati dalla saggezza.
Si tratta di una delle pagine più celebri e divertenti della Zauberflöte, nella quale la musica dispiega un’irresistibile vis comica. Lo stupore iniziale dei due personaggi, che rimangono sbalorditi senza riuscire a parlare, viene sottolineato da un motivo staccato e saltellante degli archi di otto battute, che forma un ritornello ripetuto altre due volte di seguito. A partire dalla seconda entrata i cantanti iniziano a balbettare le prime sillabe del loro nome («Pa-pa-pa»), alternandosi e imitandosi, ma con entrate sempre più rapide, fino ad arrivare a una raffica di crome ribattute («pa-pa-pa-pa-pa-Pa-pa-ge-no/a»), un vero scioglilingua o, se si preferisce, un assaggio di poesia dadaista con più di un secolo d’anticipo. Poiché anche i figli avranno i nomi dei genitori, e si prevede una prole assai numerosa, Papageno e Papagena continuano a sciorinare cascate di «Pa-pa-pa» fino alla fine del pezzo. In uno dei passaggi musicalmente più divertenti i violini rispondono all’elenco dei nuovi nati con delle scale ascendenti di crome in Re maggiore, sempre uguali, che a noi ascoltatori del XXI secolo fanno pensare a una catena di montaggio. I compositori italiani degli anni successivi, Rossini in primo luogo, sfrutteranno a piene mani la possibilità di creare una situazione comica grazie alla ripetizione ossessiva di un semplice inciso melodico, accompagnato da frasi prive di senso dei cantanti e da una scansione delle sillabe accelerata all’estremo. Le oltre 350 battute dedicate a Papageno nel finale II, sommate alle due arie solistiche nel primo e nel secondo atto, finiscono per farne il protagonista assoluto dell’opera, almeno sul piano musicale. Ciò in parte si spiega col fatto che il ruolo fu scritto per l’autore del libretto, Schikaneder, che era un brillante attore comico e che pertanto si è riservato una parte principale; del resto, l’opera è una farsa popolaresca, e pertanto è più che giustificato il fatto che il registro comico abbia una grande importanza nell’economia complessiva della Zauberflöte. Ma è indubbio anche che la lunga parentesi comica del finale II assume un significato speciale, come trionfo dello spirito vitale e della pura gioia musicale sulla gravità del mondo etico e fin troppo ascetico di Sarastro, al quale si sono votati – o forse sarebbe meglio dire condannati? – Tamino e Pamina.(Marco Marica)
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PAPAGENO (pfeift) Papagena! Papagena! Papagena! (pfeift) Weibchen! Täubchen! meine Schöne! - Vergebens! Ach, sie ist verloren! Ich bin zum Unglück schon geboren! - Ich plauderte - und das war schlecht, Und drum geschieht es mir schon recht! - Seit ich gekostet diesen Wein - Seit ich das schöne Weibchen sah, So brennt’s im Herzenskämmerlein, So zwicket’s hier, so zwicket’s da! Papagena! Herzensweibchen! Papagena! Liebes Täubchen! ’S ist umsonst, es ist vergebens, Müde bin ich meines Lebens! Sterben macht der Lieb’ ein End’, Wenn’s im Herzen noch so brennt. (nimmt einen Strick von seiner Mitte) Diesen Baum da will ich zieren, Mir an ihm den Hals zuschnüren, Weil das Leben mir mißfällt; Gute Nacht, du schwarze Welt! - Weil du böse an mir handelst, Mir kein schönes Kind zubandelst, So ist’s aus, so sterbe ich. Schöne Mädchen, denkt an mich! - Will sich eine um mich Armen, Eh’ ich hänge, noch erbarmen - Wohl, so laß’ ich’s diesmal sein! Rufet nur, Ja, oder Nein. - Keine hört mich! alles stille! (sieht sich um) Also ist es euer Wille! Papageno frisch hinauf, Ende deinen Lebenslauf. (sieht sich um) Nun! ich warte noch! es sei - Bis man zählet: eins, zwei, drei!… (sieht sich um, pfeift) Nun wohlan! es bleibt dabei! Weil mich nichts zurücke hält, Gute Nacht, du falsche Welt! (will sich hängen) DIE DREI KNABEN (fahren herunter) Halt ein! o Papageno, und sei klug! Man lebt nur einmal, dies sei dir genug! PAPAGENO Ihr habt gut reden, habt gut scherzen; Doch brennt’ es euch, wie mich im Herzen, Ihr würdet auch nach Mädchen gehn. DIE DREI KNABEN So lasse deine Glöckchen klingen, Dies wird dein Weibchen zu dir bringen. PAPAGENO Ich Narr vergaß der Zauberdinge! - (nimmt sein Instrument heraus) Erklinge Glockenspiel, erklinge, Ich muß mein liebes Mädchen sehn! (Die drei Knaben laufen die zu ihrem Flugwerk und bringen das Weib heraus) Klinget Glöckchen klinget, Schafft mein Mädchen her! - Klinget Glöckchen klinget, Bringt mein Weibchen her! - DIE DREI KNABEN Nun, Papageno, sieh dich um! | PAPAGENO (zufola) Papagena! Papagena! Papagena! (zufola) Mogliettina! colombella! mia bellezza! - Inutile! - Ah! ella è perduta! Io già son nato alla sfortuna! - Ho chiacchierato - e questo era male, E perciò mi sta proprio bene! - Da quando ho assaggiato quel vino - Da quando ho visto quella bella ragazza, Ecco sento ardermi nel profondo del cuore, Ecco pizzica qui, ecco pizzica là. Papagena! fanciulla del cuore! Papagena! cara colombella! È inutile, è perduta, Stanco son della mia vita! La morte pone fine all’amore, Quando nel cuore s’arde ancor così. (prende una corda dalla sua cintola) Ecco, voglio adornare quest’albero, Legandomi il collo a lui, Giacché la vita non mi piace; Buona notte, mondo nero! - Poiché sei cattivo con me, E non mi mandi una bella bambina, La faccio finita, allora io muoio. Bella fanciulla, pensa a me! - Se almeno una vorrà ancora impietosirsi Di me poveretto, prima ch’io m’appenda - Ebbene, per questa volta lascio perdere! Gridate solo Sì o No! - Nessuna mi ode, tutto tace! (si guarda intorno) Dunque è questo che volete! Papageno, sbrìgati! Poni fine alla tua esistenza! (si guarda intorno) Ecco! io aspetto ancora che succeda, Finché si conti: uno, due, tre!… (si guarda intorno, zufola) Dunque orsù, è deciso! Poiché niente mi trattiene, Buona notte, mondo bugiardo! (fa per impiccarsi) I TRE FANCIULLI (giungono dall’alto) Ferma! Papageno, e sii assennato! Si vive solo una volta, ciò ti basti. PAPAGENO Avete un bel parlare, ben da scherzare; Ma se vi ardesse il cuore come a me, Andreste anche voi in cerca di ragazze. I TRE FANCIULLI Allora fai risuonare i tuoi campanelli, Essi ti porteranno la tua mogliettina. PAPAGENO Che stupido, ho dimenticato l’aggeggio magico! - (prende fuori il suo strumento) Risuona, cassettina, risuona! Io devo vedere la mia cara fanciulla. (I tre fanciulli corrono alla loro macchina volante e portano fuori la donna) Suonate, campanelli, suonate! Conducete qui la mia fanciulla! - Suonate, campanelli, suonate! Portate qui la mia mogliettina! I TRE FANCIULLI Ora, Papageno, guàrdati attorno! |
Clicca qui per il testo di "Pa-Pa-Pa-Pa".
PAPAGENO Pa-Pa-Pa-Pa-Papagena! PAPAGENA Pa-Pa-Pa-Pa-Papageno! PAPAGENO Bist du mir nun ganz gegeben? - PAPAGENA Nun bin ich dir ganz gegeben. PAPAGENO Nun so sei mein liebes Weibchen! PAPAGENA Nun so sei mein Herzenstäubchen! BEIDE Welche Freude wird das sein, Wenn die Götter uns bedenken, Unsrer Liebe Kinder schenken, So liebe, kleine Kinderlein! PAPAGENO Erst einen kleinen Papageno! PAPAGENA Dann eine kleine Papagena! PAPAGENO Dann wieder einen Papageno! PAPAGENA Dann wieder eine Papagena! BEIDE Es ist das höchste der Gefühle, Wenn viele, viele Papageno/Papagena Der Eltern Segen werden sein. |
PAPAGENO Pa-Pa-Pa-Pa-Papagena! PAPAGENA Pa-Pa-Pa-Pa-Papageno! PAPAGENO Mi sei data ora completamente? - PAPAGENA Ti son data ora completamente. PAPAGENO Allora, sii dunque la mia cara mogliettina! PAPAGENA Allora, sii dunque il colombello del mio cuore! A DUE Quale gioia sarà, Se gli dèi ci terranno cari E manderanno bambini al nostro amore, Tanti cari piccoli bambinelli! PAPAGENO Prima un piccolo Papageno! PAPAGENA Poi una piccola Papagena! PAPAGENO Poi di nuovo un Papageno! PAPAGENA Poi di nuovo una Papagena! A DUE È la cosa più bella, Se tanti/e e tanti/e Papageni/e Saranno la benedizione dei genitori. |
Detlef Roth (Papageno), Gaële Le Roi (Papagena)
dir: Iván Fischer (2001)
Manfred Hemm, Barbara Kilduff dir: James Levine (1991) | Simon Keenlyside, Lisa Larsson dir: Riccardo Muti (1995) |
Wolfgang Brendel (Papageno), Gudrun Sieber (Papagena)
dir: Wolfgang Sawallisch (1983)
Christian Gerhaher (Papageno), Irena Bespalovaote (Papagena)
dir: Riccardo Muti (2006)
Roderick Williams, Christina Gansch dir: Julia Jones | Bryn Terfel, Cecilia Bartoli dir: Myung-Whun Chung |
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