31 agosto 2011

La traviata (21) - "Parigi, o cara"

Scritto da Christian

Inviata da Violetta a portare del denaro in chiesa, Annina ritorna precipitosa nella camera della sua padrona, recandole la notizia tanto attesa (la serva è addirittura preoccupata che tanta gioia possa sconvolgere Violetta, e cerca di prepararla in anticipo alla rivelazione): Alfredo è tornato in città, ed è qui per vederla. I due amanti si possono così riabbracciare e, soprattutto, rappacificare. Alfredo infatti ormai sa tutto: il padre gli ha rivelato il sacrificio di Violetta, e le chiede perdono. Nel duetto che intonano quasi all'unisono (le parole del brano sono le stesse per entrambi i personaggi), i due si abbandonano all'illusione che tutto possa ricominciare, che sarà possibile tornare a vivere felici in campagna come una volta, e che la salute di Violetta "rifiorirà". Ma tanto pietoso ottimismo è destinato naturalmente a rivelarsi vano. Ci avviamo verso la conclusione della tragedia.

Duetto memorabile, tra i brani più noti del repertorio verdiano e non solo, "Parigi, o cara" ha ispirato fra le altre cose i titoli di un libro di Antonio Arbasino del 1960; di un film di Vittorio Caprioli del 1962, con Franca Valeri; e di una canzone di Roberto Vecchioni, "Parigi (o cara)", dall'album "Hollywood Hollywood" (1982).


Clicca qui per il testo del brano.

ALFREDO
Parigi, o cara, noi lasceremo,
la vita uniti trascorreremo.
De' corsi affanni compenso avrai,
la tua salute rifiorirà.
Sospiro e luce tu mi sarai,
tutto il futuro ne arriderà.

VIOLETTA
Parigi, o caro, noi lasceremo,
la vita uniti trascorreremo.
De' corsi affanni compenso avrai,
la mia salute rifiorirà.
Sospiro e luce tu mi sarai,
tutto il futuro ne arriderà.



Placido Domingo e Teresa Stratas


Luciano Pavarotti e Mirella Freni

Jose Carreras e Renata Scotto


Giuseppe Filianoti e Mariella Devia


Nella clip sottostante, il brano viene intonato "a sorpresa" da alcuni cantanti, mescolati fra i venditori e gli acquirenti, nel mercato centrale di Valencia. Anche in questo caso (vedi il post sul brindisi) si tratta di un'operazione promozionale per diffondere l'opera fra il grande pubblico.

28 agosto 2011

La traviata (20) - "Largo al quadrupede"

Scritto da Christian

Mentre nella sua stanza Violetta si strugge di dolore, dall'esterno giungono i canti gioiosi dei parigini che festeggiano il Carnevale, con un baccanale dedicato al corteo popolare del "bue grasso" che contrasta in maniera fin troppo netta con l'indigenza in cui versa la ragazza. La quale, poco prima, aveva infatti commentato "Ah, nel comun tripudio, sallo Iddio quanti infelici soffron!", pensando più a sé stessa che a quei poveri ai quali fa portare in dono – tramite Annina – la metà dei pochi denari che le sono rimasti.

Il romanzo originale di Dumas, "La signora delle Camelie", collocava la morte della protagonista nell'ultimo giorno dell'anno: lo spostamento deciso da Verdi e dal librettista Piave (da ricordare che la prima rappresentazione de "La traviata" al teatro La Fenice di Venezia fu programmata proprio a Carnevale, il 6 marzo 1853) contribuisce ad amplificare il contrasto fra l'infelicità della protagonista e la felicità superficiale, gaudente e un po' ipocrita del mondo esterno, in maniera non dissimile da quanto si era già visto negli atti precedenti attraverso la messa in scena delle feste mondane, dei brindisi, del gioco, delle danze delle zingarelle e dei toreri.

Due parole sul corteo del "bue grasso" (che era già stato citato nel secondo atto dell'opera: "Di Madride noi siam mattadori / Siamo i prodi del circo de' tori / Testé giunti a godere del chiasso / che a Parigi si fa pel bue grasso", cantavano Gastone e i toreador). Si trattava di un'usanza in voga nella capitale francese nei giorni di Carnevale (fu istituita ufficialmente e regolamentata a partire dal 1805, anche se le sue origini affondano in tempi ben più antichi e sarebbero da ricondurre addirittura a riti pagani), una vera e propria moda negli anni ’40 e ’50 dell'Ottocento, la cui citazione nell'opera di Verdi non fa che confermare come il compositore e il librettista Piave intendessero collocare la vicenda del loro dramma in epoca contemporanea, in barba agli allestimenti che già allora ne retrodatavano l'ambientazione di un secolo. A questo proposito, citerei alcuni interessanti passaggi dal libro "Il valzer delle camelie: echi di Parigi nella Traviata" di Emilio Sala:

La centralità del contesto parigino nella Traviata verdiana emerge anche nel già citato Baccanale del "bue grasso" la cui sonorizzazione, insolitamente dettagliata, rinvia a un luogo arcicaratteristico del carnevale della capitale francese di quegli anni. [...] Solo inforcando gli occhiali deformanti del "Verdi-contadino" o della "volgarità-di-Verdi" si può affermare che il Baccanale "non può essere il carnevale di Parigi ma piuttosto un carnevale paesano, con la banda [e può darsi che qualcosa di simile il Verdi abbia udito a Busseto o alle Roncole]" (Alfredo Bonaccorsi, 1951).

Una prova
e contrario (se ce ne fosse bisogno) della pariginità del "bue grasso" è un articolo pubblicato nella "Gazzetta musicale di Milano" il 28 dicembre 1859 che – intitolato appunto Il baccanale del Bue grasso a Milano – esalta la festa così come si svolge nella capitale francese e si augura "che, per il prossimo futuro carnevale, si debba anche a Milano celebrare la baldoria del Bue grasso". Una festa che dovette apparire a Verdi non propriamente entusiasmante, a giudicare dal modo in cui la fa intervenire nell'ultimo atto della Traviata; secondo Berlioz, quello del "bue grasso" è uno di quegli spettacoli "che fanno dell'uomo soi-disant civilisé il più vile e il più atroce degli animali malvagi". Nel carnevale 1852, i parigini provarono un certo stupore (e forse Verdi con loro) nel vedere il carro del "bue grasso" tappezzato di manifesti pubblicitari. Nonostante l'ascendente antico, all'inizio del Secondo Impero il corteo del "bue grasso" appare più sotto il segno della Modernità che della Tradizione. Così, è nel giusto il parigino Camille Bellaigue, quando sottolinea (nel 1911) la "ricerca dell'attualità" nell'opera di Verdi, scagliandosi "contro le rappresentazioni Luigi XIII o Luigi XV della contemporaneissima Traviata. Qui [nel Baccanale] è la strada dell'epoca nostra, del nostro Parigi quasi di ieri; nel fango, nella neve di febbraio o di marzo, ecco il carnevale che la nostra infanzia ha conosciuto, e nulla è più sinistro che udirlo scorrere, grossolano, ignobile, da dietro le imposte chiuse e grigie della camera di morte". Altro che "contadino delle Roncole"; altro che naïf.

Clicca qui per il testo del brano.

CORO DI MASCHERE
Largo al quadrupede
sir della festa,
di fiori e pampini
cinto la testa.
Largo al più docile
d'ogni cornuto,
di corni e pifferi
abbia il saluto.
Parigini, date passo
al trionfo del Bue grasso!
L'Asia, né l'Africa
vide il più bello,
vanto ed orgoglio
d'ogni macello.
Allegre maschere,
pazzi garzoni,
tutti plauditelo
con canti e suoni.
Parigini, date passo
al trionfo del Bue grasso!




31 luglio 2011

La traviata (19) - "Addio del passato"

Scritto da Christian

Fatta uscire Annina dalla stanza, Violetta rimane sola e legge (o forse rilegge, come chissà quante volte ha già fatto) una missiva che custodiva in seno. In essa Giorgio Germont le chiede perdono per le sue azioni, e la informa di aver svelato egli stesso il suo sacrificio ad Alfredo, che nel frattempo è stato costretto a fuggire all'estero dopo aver ferito il Barone a duello. Germont le promette che sia lui che il figlio verranno presto a farle visita: ma il tempo passa, e Violetta, che sente la fine avvicinarsi, comincia a perdere ogni speranza di poter rivedere il suo amato. Nasce qui uno dei momenti più toccanti e dolorosi dell'intera opera, con una romanza che è al tempo stesso uno struggente grido di nostalgia per il passato e un'invocazione a una fine precoce. Da sottolineare che è anche l'unico momento, in tutto il dramma, che viene pronunciata la parola "traviata": a usarla, per ironia della sorte, è proprio Violetta per definire sé stessa.

Il brano è diviso in due parti: dapprima un recitativo in cui Violetta legge ad alta voce la lettera di Germont ("Teneste la promessa...") – la convenzione operistica vuole che le lettere vengano recitate senza cantare – e poi, introdotta da un oboe, l'aria vera e propria, di cui talvolta viene eseguita soltanto la prima parte, tralasciando quella che comincia con "Le gioie, i dolori tra poco avran fine". Le prime parole del brano, "Addio del passato", hanno dato il titolo a romanzi (di Valeria Mazzarelli, 2006 ma scritto negli anni settanta) e film (di Marco Bellocchio, 2000, mediometraggio dedicato proprio alla "Traviata" e ambientato a Busseto e nei luoghi verdiani).

Clicca qui per il testo del brano.

VIOLETTA
(trae dal seno una lettera)
"Teneste la promessa...
La disfida ebbe luogo.
Il barone fu ferito, però migliora...
Alfredo è in stranio suolo;
il vostro sacrifizio io stesso gli ho svelato.
Egli a voi tornerà pel suo perdono;
io pur verrò. Curatevi...
Meritate un avvenir migliore.
Giorgio Germont".
(desolata)
È tardi!
(si alza)
Attendo, attendo,
né a me giungon mai!...
(si guarda allo specchio)
Oh, come son mutata!
Ma il dottore a sperar pure m'esorta!
Ah, con tal morbo ogni speranza è morta.

Addio, del passato bei sogni ridenti,
le rose del volto già sono pallenti;
l'amore d'Alfredo pur esso mi manca,
conforto, sostegno dell'anima stanca.
Ah, della traviata sorridi al desio;
a lei, deh, perdona; tu accoglila, o Dio.
Or tutto finì.
Le gioie, i dolori tra poco avran fine,
la tomba ai mortali di tutto è confine!
Non lagrima o fiore avrà la mia fossa,
non croce col nome che copra quest'ossa!
Ah, della traviata sorridi al desio;
A lei, deh, perdona; tu accoglila, o Dio.
Or tutto finì!



Anna Netrebko


Maria Callas


Renata Tebaldi


Renata Scotto

Anna Moffo


Ancora qualche parola, in conclusione, sulla lettura della lettera di Germont padre da parte di Violetta. Come fa notare Marco Beghelli in un saggio, "Letture operistiche", pubblicato nel fascicolo che presentava la rappresentazione de "La traviata" al teatro La Fenice di Venezia nella stagione 2004/2005, "sopra un tappeto melodico evocatore, reminiscenza del primo incontro con Alfredo ("Di quell'amor ch'è palpito") [...] la voce si riduce improvvisamente alla dimensione parlata. Per qual mai sortilegio non è ben chiaro, in un contesto di finzione teatrale come quello dell'opera italiana, in cui tutto si può dire e fare cantando in versi, la retorica operistica sentiva evidentemente il bisogno di differenziare il proferimento di parole lette, abbassandone il livello linguistico rispetto al contesto musicale in cui si trovava inserito: all'interno di un recitativo secco, la lettura retrocede pertanto quasi sempre al grado di un'enunciazione parlata, con parole che abbandonano ben spesso la versificazione metrica per affidarsi eccezionalmente alla prosa, mentre in un contesto musicalmente ricco la lettura cantata s'abbassa almeno all'intonazione recitativa su nota più o meno fissa, se non alla totale perdita della dimensione canora".

28 luglio 2011

La traviata (18) - Preludio dell'atto III

Scritto da Christian

Ambientato interamente nella camera da letto dove Violetta giace malata, a Parigi, il terzo e ultimo atto dell'opera si svolge circa un mese dopo la conclusione del precedente e si apre con un intermezzo musicale che riprende le atmosfere e gli accordi del preludio del primo atto, venandoli però di ancora maggiore tristezza (non c'è più traccia degli accenni al ballo e alle feste che si potevano udire in apertura dell'opera, né del tema passionale di "Amami, Alfredo"). La vita di Violetta è prossima alla fine, la sua malattia l'ha ormai consumata, e la lontananza di Alfredo (che, come apprenderemo, è dovuto fuggire all'estero dopo aver ferito – ma non ucciso – il Barone in duello) ha fatto il resto. Il senso di morte imminente, che già aleggiava sulla protagonista sin dal principio (ricordiamo i mancamenti che già la affliggevano nel primo atto, subito dopo il brindisi), è ormai impossibile da scacciare.

La musica che apre il terzo atto è dunque triste, dolorosa e piena di rimpianti. Il libretto descrive così l'ambiente nel quale si svolge l'ultima parte dell'opera: "Camera da letto di Violetta. Nel fondo è un letto con cortine mezze tirate; una finestra chiusa da imposte interne; presso il letto uno sgabello su cui una bottiglia di acqua, una tazza di cristallo, diverse medicine. A metà della scena una toilette, vicino un canapé; più distante un altro mobile, sui cui arde un lume da notte; varie sedie ed altri mobili. La porta è a sinistra; di fronte v'è un caminetto con fuoco acceso. Violetta dorme sul letto. Annina, seduta presso il caminetto, è pure addormentata". È l'alba del giorno di Carnevale: i primi raggi di sole entrano dalle finestre, dalle quali si udranno più tardi i canti e un baccanale ("Largo al quadrupede") della gente che festeggia il Bue Grasso per le strade della città. A fare visita a Violetta è per primo il Dottore di Grenvil, che cerca di consolarla, di tirarle su il morale e di invitarla a sperare ancora ("Coraggio, la convalescenza non è lontana"). Ma Violetta, che la sera prima ha già ricevuto la visita di un prete, sa bene che si tratta di pietose bugie. E infatti il Dottore rivela sottovoce ad Annina, mentre lo sta accompagnando alla porta, che "la tisi non le accorda che poche ore".

Sorge spontaneo, naturalmente, un confronto fra l'atto conclusivo de "La traviata" e quello che Giacomo Puccini comporrà, 42 anni più tardi, per "La Bohème". Le analogie sono moltissime: entrambi ambientati a Parigi, nella camera di una fanciulla che sta morendo consunta dalla tubercolosi; entrambi connotati da una dimensione intimistica e colmi di brani ricchi di pathos che comunicano il rimpianto, le vane illusioni, il dolore e la fine di ogni speranza. Le due opere (e i loro autori) sono così diverse, eppure hanno così tanto in comune! Forse non a caso "La traviata" si staglia a tal punto, rispetto al resto della produzione di Verdi, da essere l'opera "popolare" per eccellenza: c'è anche chi l'ha definita la prima opera "realista" della storia, e non c'è dubbio che rappresenti uno spartiacque verso quel nuovo modo di intendere il dramma lirico che troverà proprio in Puccini uno dei migliori rappresentanti.



direttore: Carlo Rizzi


direttore: Lorenzo Molajoli

direttore: Georg Solti

23 luglio 2011

La traviata (17) - Alfredo

Scritto da Marisa

L'importanza della figura di Alfredo viene fuori solo se si tiene conto anche dei suoi limiti: di quella immaturità e impulsività di base che gli permettono, sia pure inconsciamente, di toccare le corde più nascoste e profonde dell'anima, quelle zone rimosse e negate che solo i bambini o i puri di cuore come il principe Myškin sanno toccare.
Ma Alfredo non è né un bambino né un mistico. È un giovane della buona borghesia, avvezzo ai piaceri e con un grosso complesso di padre. Normalmente quelli come lui, dopo aver corso la cavallina e data qualche preoccupazione al genitore benpensante, rientrano nei ranghi delle convenzioni e finiscono per assomigliare sempre più a quel padre a cui in gioventù avevano trasgredito, ma dal quale non hanno mai preso veramente le distanze in modo cosciente e responsabile.

Alfredo però non è solo questo. Pur non essendo un eroe, ha qualcosa di insolito e di straordinario: una genuina apertura alla “Visione”, un innato senso della Bellezza e dell'Armonia che mettono le ali all'Amore e alla Speranza, qualità estremamente contagiose e trasformative. Non è un eroe, come Calaf per esempio, perché non ha la consapevolezza né il coraggio determinato che spingono l'azione eroica verso l'impresa della liberazione della fanciulla prigioniera del mostro-drago e della trasformazione di un livello di coscienza ad un altro attraverso il superamento dei pericoli.
A suo modo comunque anche Alfredo libera Violetta dalle spirali di un drago: dalla rassegnazione a vivere una vita di comodità, ma estraniata dalla sua parte più vitale e profonda, dal centro di sé stessa da cui scaturisce la vera gioia di vivere. Ma lo fa senza un vero progetto e senza affrontare delle prove; anzi, quando la vicenda si trasforma in prova, lui non la riconosce e si adegua all'apparenza: crede subito quel che Violetta vuol fargli credere e si comporta di conseguenza, senza intuire minimamente la verità. Un vero eroe non si lascia distogliere dalle apparenze...

Lo vediamo però già all'inizio portatore di qualcosa di diverso dagli altri ammiratori di Violetta, qualcosa che non sappiamo definire, ma che l'amico Gastone intuisce e identifica in un modo d'amare insolito per quell'ambiente, dove dominano i desideri immediatamente soddisfatti e un tipo di piacere del tutto materialistico e legato alla soddisfazione raggiunta. Presentandolo a Violetta, Gastone usa dei termini come “Molto vi onora... sempre a voi pensa... ogni dì con affanno qui volò, di voi chiese...”: descrive cioè un tipo di interesse molto diverso dalla concupiscenza e dal bisogno di possedere subito l'oggetto amato, trattandosi soprattutto di una cortigiana dichiarata. E Violetta si stupisce, ma sul momento crede che si tratti di un'esagerazione e di un complimento un po' eccessivo ma niente di più.
E nel celebre brindisi Alfredo stupisce tutti e li trascina in un vortice d'entusiasmo che va oltre la semplice ebbrezza dell'alcol. Comincia a profilarsi qualcosa di più vasto ed arioso, qualcosa che coinvolge non solo i sensi, ma l'anima stessa...

Ma è nell'aria seguente (“Un dì felice, eterea...”) che viene fuori la vera particolarità di Alfredo, la sua dote più importante. Nell'inno all'amore che dispiega, raggiunge un vertice assoluto (grazie ovviamente alla sublime musica di Verdi, in stato di assoluta grazia) e pone il sentimento amoroso in un contesto cosmico e universale che trascende qualsiasi definizione (“Quell'amor ch'è palpito dell'universo intero...”). Sembra quasi di sentire Dante che parla dell'“Amor che move il sole e l'altre stelle...”. Ma Dante parla di Dio.
Alfredo è talmente ispirato che non può non contagiare chi lo ascolta e attivare una profonda nostalgia e desiderio. Ed è esattamente quello che succede a Violetta, che aveva rimosso la possibilità di un amore del genere, ma che ora è profondamente scossa e turbata da uno che fino a pochi momenti prima nemmeno conosceva...
Ecco, Alfredo può essere immaturo e impulsivo finché si vuole, ma è in grado di attivare e mettere in moto una forza d'amore e un'apertura d'anima straordinarie. Probabilmente avviene tutto inconsciamente, ma avviene. Probabilmente qualcosa di lui è in contatto con la sorgente dell'energia più nascosta e preziosa della Vita, e per lui accedervi è un fatto del tutto naturale e spontaneo, per cui non si rende nemmeno conto dell'eccezionalità di tale dono. Ma c'è, e Violetta ne viene risvegliata. La ragazza non potrà più essere come prima, e tale amore, anche se le porterà grandi sofferenze, le permetterà però di recuperare la propria autostima e di assaporare una felicità mai provata prima.

Nel secondo atto vediamo dispiegarsi il carattere di Alfredo esattamente come ce lo aspettavamo: si abbandona alla gioia come un bambino, senza porsi nessun problema pratico; poi si vergogna nel sentirsi mantenuto dalla donna amata, e infine si abbandona alla rabbia e alla vendetta credendosi tradito. Manifesta cioè tutti quegli aspetti di mancanza di riflessione e di maturità tipici del “figlio con complesso di padre”: e con il padre che vediamo in azione, non c'è da meravigliarsi. Reagisce a tanto conformismo e paternalismo cercando di sfuggirgli e rimanendo adolescente il più possibile.

Ritroviamo quella peculiare capacità di attivare la forza della “Vita” alla fine, nel terzo atto, quando Alfredo si precipita da Violetta malata e con il suo entusiasmo le riaccende, se pur per breve tempo, il desiderio di guarire e di vivere, cioè la Speranza (“Parigi, o cara...”). Non importa se Violetta muore (Alfredo non può certamente fare miracoli): quello che conta è che muore felice, in un momento di grazia, con la speranza e l'amore che hanno riacceso la sua anima, preparandola all'infinito...
La speranza infatti non è solo la proiezione nel futuro di qualcosa di bello che deve realizzarsi ma, nel suo significato più alto, uno stato d'animo, un'apertura che va oltre le aspettative concrete perché apre al trascendente, anche se non lo sappiamo e spesso confondiamo i piani. Di questa eccezionale capacità Alfredo è portatore e bisogna dargliene atto.

19 luglio 2011

La traviata (16) - Finale dell'atto II

Scritto da Christian

Subito dopo tante scene di gioia e di danza, arriva il momento di massima tensione dell'opera. Alfredo, giunto alla festa di Flora in cerca di Violetta, la ritrova accompagnata dal Barone Douphol (il precedente protettore della ragazza) e si convince che lei lo abbia abbandonato per tornare ai suoi antichi piaceri. Reso cieco dall'amore, dall'impulsività e dall'ingenuità, ignaro non solo della promessa fatta da Violetta a Giorgio Germont ma anche del suo grave stato di salute, Alfredo sfida apertamente il Barone (inizialmente soltanto al gioco, vincendo forti somme: "Sfortuna nell'amore / fortuna reca al gioco"; ma è già sottintesa una futura sfida a duello). Mentre i convitati si spostano in un'altra sala per la cena, Violetta chiede ad Alfredo di potergli parlare in privato ("Mi chiamaste? Che bramate?") per supplicarlo di andarsene immediatamente e di non battersi con Douphol. Alfredo, pur sprezzante nei suoi confronti ("S'ei cadrà per mano mia / un sol colpo vi torrìa / coll'amante il protettore"), la invita ancora, per un'ultima volta, a seguirlo; ma lei – fedele alla promessa che ha fatto a suo padre – rifiuta e gli confessa di amare il Barone. A quel punto, il giovane non ci vede più: riconvoca tutti nel salone e pubblicamente dà il "benservito" a Violetta, gettando ai suoi piedi il denaro che ha appena vinto al gioco ("Or testimon vi chiamo / che qui pagata io l'ho").

Il secondo atto si conclude con un concertato, ovvero un pezzo in cui (per dirla con Wikipedia) "i personaggi e il coro intrecciano le loro linee vocali in forma polifonica". L'atto di disprezzo di Alfredo nei confronti di Violetta, e il suo trattarla così apertamente da prostituta, suscitano l'indignazione di tutti i presenti ("Oh, infamia orribile"): lo stesso Alfredo se ne pente all'istante ("Ah sì, che feci! Ne sento orrore!"), e contemporaneamente giunge anche suo padre, Giorgio Germont, che lo rimprovera aspramente ("Di sprezzo degno sé stesso rende / chi pur nell'ira la donna offende"), pur non potendo rivelare la verità e il proprio ruolo nella vicenda. La scena si chiude con il Barone Douphol che sfida, stavolta in maniera aperta, Alfredo a duello, mentre Violetta – riacquistati i sensi dopo essere svenuta – si dispera per non poter spiegare ad Alfredo la grandezza del proprio amore, che lui non può comprendere ("Alfredo, Alfredo, di questo core").

Da notare che nel testo teatrale di Dumas cui si ispira l'opera ("La signora delle camelie"), il personaggio di Duval (ossia Giorgio Germont) non compare più dopo il lungo colloquio con Margherita/Violetta (a dire il vero fa una piccola comparsata, ma senza pronunciare battute, nel punto in cui Verdi e Piave hanno inserito l'aria "Di Provenza il mar, il suol"). Non era però pensabile che il baritono, uno dei tre cantanti principali, sparisse nel nulla a metà dell'opera: per questo ne "La traviata" è stato aggiunto il suo arrivo alla festa di Flora e poi, nel terzo atto, quello nella camera di Violetta morente. Sono scene che rafforzano, anziché indebolirlo, il nucleo drammatico della vicenda: dopotutto il vero contrasto de "La traviata" è quello fra Violetta e Germont, o meglio fra i mondi che i due personaggi rappresentano (il sentimento libero autentico, contro la morale e le convenzioni sociali): in questo senso, Alfredo è – drammaturgicamente – quasi subalterno rispetto agli altri due personaggi, molto più in balia degli eventi e dipendente dalle decisioni altrui.

Clicca qui per il testo da "Alfredo! Voi!".

TUTTI
Alfredo! Voi!

ALFREDO
Sì, amici.

FLORA
Violetta?

ALFREDO
Non ne so.

TUTTI
Ben disinvolto! Bravo!
Or via, giuocar si può.

FLORA
(andando incontro a Violetta, che entra al braccio del Barone)
Qui desiata giungi.

VIOLETTA
Cessi al cortese invito.

FLORA
Grata vi son, barone,
d'averlo pur gradito.

BARONE
(piano a Violetta)
Germont è qui! Il vedete?

VIOLETTA
(fra sé)
Cielo! Gli è vero!
(piano al Barone)
Il vedo.

BARONE
(cupo)
Da voi non un sol detto
si volga a questo Alfredo.

VIOLETTA
(fra sé)
Ah, perché venni, incauta!
Pietà, gran Dio, di me!

FLORA
(a Violetta, facendola sedere presso di sé sul divano)
Meco t'assidi: narrami.
Quai novità vegg'io?
(Il Dottore si avvicina ad esse, che sommessamente conversano. Il Marchese si trattiene a parte col Barone, Gastone taglia, Alfredo ed altri puntano, altri passeggiano.)

ALFREDO
Un quattro!

GASTONE
Ancora hai vinto.

ALFREDO
Sfortuna nell'amore
fortuna reca al giuoco!
(punta e vince)

TUTTI
È sempre vincitore!

ALFREDO
Oh, vincerò stasera; e l'oro guadagnato
poscia a goder tra' campi ritornerò beato.

FLORA
Solo?

ALFREDO
No, no, con tale che vi fu meco ancora,
poi mi sfuggìa.

VIOLETTA
(Mio Dio!)

GASTONE
(ad Alfredo, indicando Violetta)
Pietà di lei!

BARONE
(ad Alfredo, con mal frenata ira)
Signor!

VIOLETTA
(al Barone)
Frenatevi, o vi lascio.

ALFREDO
(disinvolto)
Barone, m'appellaste?

BARONE
Siete in sì gran fortuna,
che al giuoco mi tentaste.

ALFREDO
(ironico)
Sì? la disfida accetto.

VIOLETTA
(Che fia? morir mi sento.
Pietà, gran Dio, di me!)

BARONE
(puntando)
Cento luigi a destra...

ALFREDO
(puntando)
Ed alla manca cento.

GASTONE
Un asso... un fante...
(ad Alfredo)
Hai vinto!

BARONE
Il doppio?

ALFREDO
Il doppio sia.

GASTONE
(tagliando)
Un quattro... un sette...

TUTTI
Ancora!

ALFREDO
Pur la vittoria è mia!

CORO
Bravo davver! La sorte
è tutta per Alfredo!

FLORA
Del villeggiar la spesa
farà il baron, già il vedo.

ALFREDO
(al Barone)
Seguite pur!

SERVO
La cena è pronta.

TUTTI
(avviandosi)
Andiamo.

VIOLETTA
(Che fia? morir mi sento.
Pietà, gran Dio, di me!)

ALFREDO
(al Barone)
Se continuar v'aggrada...

BARONE
Per ora nol possiamo:
Più tardi la rivincita.

ALFREDO
Al gioco che vorrete.

BARONE
Seguiam gli amici. Poscia...

ALFREDO
Sarò qual bramerete. Andiam.

BARONE
Andiam.

(Tutti entrano nella porta di mezzo: la scena rimane un istante vuota. Poi Violetta ritorna affannata.)

VIOLETTA
Invitato a qui seguirmi,
verrà desso? Vorrà udirmi?
Ei verrà, ché l'odio atroce
puote in lui più di mia voce...

Clicca qui per il testo da "Mi chiamaste? Che bramate?".

ALFREDO
Mi chiamaste? Che bramate?

VIOLETTA
Questi luoghi abbandonate;
un periglio vi sovrasta.

ALFREDO
Ah, comprendo! Basta, basta!
E sì vile mi credete?

VIOLETTA
Ah no, no, mai!

ALFREDO
Ma che temete?

VIOLETTA
Temo sempre del Barone.

ALFREDO
È tra noi mortal quistione.
S'ei cadrà per mano mia,
un sol colpo vi torrìa
coll'amante il protettore.
V'atterrisce tal sciagura?

VIOLETTA
Ma s'ei fosse l'uccisore?
Ecco l'unica sventura
ch'io pavento a me fatale!

ALFREDO
La mia morte! Che ven cale?

VIOLETTA
Deh, partite, e sull'istante!

ALFREDO
Partirò, ma giura innante
che dovunque seguirai,
seguirai i passi miei...

VIOLETTA
Ah! no, giammai!

ALFREDO
No! giammai!

VIOLETTA
Va', sciagurato.
Scorda un nome ch'è infamato!
Va', mi lascia sul momento
di fuggirti un giuramento
sacro io feci.

ALFREDO
A chi? Dillo, chi potea?

VIOLETTA
Chi diritto pien ne avea.

ALFREDO
Fu Douphol?

VIOLETTA
(con supremo sforzo)
Sì.

ALFREDO
Dunque l'ami?

VIOLETTA
Ebben... l'amo!

ALFREDO
(corre furente alla porta e grida)
Or tutti a me!

TUTTI
(ritornano confusamente)
Ne appellaste? Che volete?

ALFREDO
(additando Violetta che abbattuta si appoggia al tavolino)
Questa donna conoscete?

TUTTI
Chi? Violetta?

ALFREDO
Che facesse non sapete?

VIOLETTA
Ah, taci!

TUTTI
No.

ALFREDO
Ogni suo aver tal femmina
per amor mio sperdea
Io cieco, vile, misero,
tutto accettar potea.
Ma è tempo ancora! Tergermi
da tanta macchia bramo.
Or testimoni vi chiamo
che qui pagata io l'ho.
(Getta con furente sprezzo una borsa ai piedi di Vloletta, che sviene tra
le braccia di Flora e del Dottore. In tal momento entra il padre.
)

TUTTI
Oh, infamia orribile
tu commettesti!
Un cor sensibile
Così uccidesti!
Di donne ignobile
insultator,
di qui allontanati,
ne desti orror.

Clicca qui per il testo da "Di sprezzo degno".

GERMONT
(con dignitoso fuoco)
Di sprezzo degno sé stesso rende
chi pur nell'ira la donna offende.
Dov'è mio figlio? Più non lo vedo:
in te più Alfredo trovar non so.

ALFREDO
(fra sé)
Ah sì, che feci! Ne sento orrore!
Gelosa smania, deluso amore
mi strazia l'alma, più non ragiono...
Da lei perdono più non avrò.
Volea fuggirla, non ho potuto.
Dall'ira spinto son qui venuto!
Or che lo sdegno ho disfogato,
me sciagurato, rimorso n'ho!

FLORA, GASTONE, DOTTORE, MARCHESE, CORO
(a Violetta)
Oh, quanto peni! Ma pur fa cor!
Qui soffre ognuno del tuo dolor;
fra cari amici qui sei soltanto,
rasciuga il pianto che t'inondò.

GERMONT
(fra sé)
Io sol fra tanti so qual virtude
di quella misera il sen racchiude.
Io so che l'ama, che gli è fedele;
eppur, crudele, tacer dovrò!

BARONE
(piano ad Alfredo)
A questa donna l'atroce insulto
qui tutti offese, ma non inulto
fia tanto oltraggio. Provar vi voglio
che tanto orgoglio fiaccar saprò.

VIOLETTA
(riavendosi)
Alfredo, Alfredo, di questo core
non puoi comprendere tutto l'amore;
tu non conosci che fino a prezzo
del tuo disprezzo provato io l'ho!
Ma verrà giorno, in che il saprai
com'io t'amassi, confesserai...
Dio dai rimorsi ti salvi allora!
Io spenta ancora pur t'amerò.



Giuseppe Filianoti, Mariella Devia
(direttore: Bruno Campanella)


Alfredo Kraus, Elena Mauti-Nunziata, Vicente Sardinero
(direttore: Francis Balagna)


Gianni Poggi, Renata Tebaldi, Aldo Protta
dir: F. Molinari Pradelli

Carlo Bergonzi, Montserrat Caballe, Sherrill Milnes
dir: Georges Pretre