10 agosto 2020

Il flauto magico (2) - Ouverture

Scritto da Christian

Fra gli ultimi brani dell'opera a essere stati composti, l'ouverture del "Flauto magico" rispecchia al suo interno la molteplicità di suggestioni e di stati d'animo che pervaderà anche l'opera stessa. L'apertura lenta e solenne (adagio) suggerisce che stiamo per inoltrarci in un mondo magico e misterioso, ricco di simboli e di significati allegorici. La sezione principale (allegro), invece, è vivace e finanche frenetica (a seconda delle esecuzioni), in stile contrappuntistico e fugato, come una fiaba indiavolata che segue personaggi che non stanno mai fermi e situazioni che si avvicendano.

Da notare inoltre il triplice accordo (anzi, si tratta di tre gruppi di tre accordi!) che a un certo punto interrompe l'azione, e che sembra quasi dare una conclusione anticipata al brano, prima che questo riprenda con il tema dell'allegro. Il numero tre (che ricorrerà in molteplici modi in tutta l'opera, sia nella musica – che in gran parte è scritta nella tonalità di mi bemolle maggiore, ovvero con tre bemolle nell'armatura di chiave – sia nel testo del libretto: tre sono le porte del Tempio della Saggezza, e a guidarci nella storia ci sono addirittura "terne" di personaggi, come i Tre Fanciulli o le Tre Dame), naturalmente portatore di numerosi significati simbolici, era particolarmente importante per la massoneria e i suoi rituali: tre, per esempio, sono i colpi con cui i membri della setta vengono ammessi alla cerimonia di iniziazione. Nel secondo atto, in particolare, sentiremo più volte esempi di triplici accordi.


dir: Colin Davis


dir: Riccardo Muti


Il critico musicale Charles Osborne associa la severità dell'adagio iniziale a uno degli aspetti dell'opera, la sua "serietà morale", e la vivacità dell'allegro all'elemento "clownesco Schikanederiano che costituisce ugualmente una parte dello Zauberflöte". Nel film "Amadeus", il passaggio improvviso dalla solennità dell'uno alla vivacità dell'altro viene utilizzato per sottolineare dinamicamente la varietà di stati d'animo (ai limiti della pazzia) del compositore:


dal film "Amadeus" (1984) di Miloš Forman

Nelle trasposizioni cinematografiche, la scelta di come rendere sullo schermo l'ouverture (in cui, di fatto, l'azione scenica non è ancora cominciata) è sempre molto interessante. Ingmar Bergman, nel suo film del 1975, ha scelto di mostrare i primi piani del pubblico che, nella sala di un teatro, sta assistendo all'esecuzione. Kenneth Branagh, invece, ne approfitta per introdurre il particolare setting che ha scelto per la sua pellicola, quello di un conflitto fiabesco (fra eserciti immaginari) che ricorda nell'iconografia la prima guerra mondiale e le sue trincee. La scena è degna di nota perché si tratta di un unico, elaborato piano sequenza (sia pure realizzato digitalmente).


dal film "Il flauto magico" (2006) di Kenneth Branagh

Il tema principale dell'ouverture sembra rifarsi a quello della sonata per pianoforte in si bemolle maggiore (op. 24 n. 2) di Muzio Clementi, su cui Mozart costruisce una ricca serie di variazioni. Il compositore salisburghese aveva conosciuto Clementi dieci anni prima, nel 1781, quando l'italiano, in tourneé per le corti europee, aveva raggiunto Vienna. Il 24 dicembre di quell'anno, infatti, i due si resero protagonisti di un "duello pianistico" alla presenza dell'imperatore Giuseppe II. Queste sfide erano competizioni assai frequenti all'epoca, un modo per mettere a confronto due musicisti nell'interpretazione di brani più o meno virtuosistici o nell'esibizione delle proprie capacità compositive o di improvvisazione. Cito da Wikipedia:
In una [...] lettera al padre datata 16 gennaio 1782 Mozart racconta come si è svolto il duello con Clementi. I due, dopo essersi scambiati reciprocamente i complimenti di rito, assecondarono le richieste da parte dei reali. L'Imperatore Giuseppe II decise che a cominciare sarebbe stato Clementi, il quale preludiò ed eseguì per intero una sonata. A seguire Mozart suonò una serie di variazioni su un tema. Al termine delle due esibizioni la granduchessa Sofia Dorotea di Württemburg presentò ai due sfidanti lo spartito da lei trascritto di alcune sonate di Giovanni Paisiello, suo maestro di musica a San Pietroburgo. Mozart dovette suonare il tempo Allegro della sonata mentre Clementi l'Andante e il Rondò. Infine i due si alternarono su due pianoforti nell'esecuzione di una serie di variazioni sul tema. Nella lettera Mozart sottolinea come l'imperatore avesse voluto mettere alla prova il maestro italiano assegnandogli uno strumento scordato e con tre tasti bloccati. Secondo il compositore austriaco l'unica dote di Clementi era una solida capacità tecnica. Al contrario Clementi si espresse in termini più generosi. Sebbene Mozart fosse considerato il vincitore del duello ciò non lo aiutò ad ottenere lo sperato incarico presso la corte viennese.
Non è chiaro se la sonata eseguita da Clementi fosse quella in si bemolle maggiore: se così fosse, evidentemente rimase impressa a Mozart al punto da riutilizzarne le battute iniziali nell'ouverture del "Flauto magico".


Sonata in si bemolle maggiore, op. 24 n. 2, di Muzio Clementi

5 agosto 2020

Il flauto magico (1) - Introduzione

Scritto da Christian

Die Zauberflöte (Il flauto magico)
Singspiel in due atti
Libretto di Emanuel Schikaneder
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart (K. 620)

Prima rappresentazione: Vienna (Theater auf der Wieden),
30 settembre 1791

Personaggi e voci:
- Tamino (tenore), giovane principe
- Papageno (baritono), uccellatore
- Pamina (soprano), giovane amata da Tamino
- Königin der Nacht/Regina della Notte (soprano di coloratura), madre di Pamina
- Sarastro (basso), gran sacerdote del Regno della Saggezza
- Drei Damen/Le tre dame (due soprano, un contralto), damigelle della Regina
- Drei Knaben/I tre fanciulli (voci bianche o soprano), genietti
- Monostatos/Monostato (tenore), moro, capo degli schiavi
- Papagena (soprano)
- Sprecher/Oratore del tempio (basso o baritono)
- Drei Priester/Tre sacerdoti (un basso, un tenore, un ruolo parlato)
- Zwei Geharnischten/Due armigeri (un tenore, un basso)
- Drei Sklaven/Tre schiavi (ruoli parlati)
- Coro di sacerdoti, schiavi, seguito di Sarastro


A fianco delle tre opere "italiane" composte sui libretti di Lorenzo Da Ponte ("Le nozze di Figaro", "Don Giovanni" e "Così fan tutte"), "Il flauto magico" è considerato il capolavoro operistico di Wolfgang Amadeus Mozart, superbo musicalmente e affascinante a livello di contenuti, con la sua fusione fra favola (ci sono principi, draghi, magia), scenario esotico (un Egitto fiabesco), comicità, solennità, teatro popolare e l'incredibile ricchezza di letture simboliche e psicanalitiche, senza parlare dei molti rimandi alla massoneria (di cui Mozart faceva parte: era entrato nella Loggia poco dopo il suo arrivo a Vienna). In effetti, una semplice esposizione della trama non può rendergli giustizia (il principe Tamino, inviato – in compagnia dell'uccellatore Papageno – dalla regina Astrifiammante a salvare sua figlia Pamina dalla prigionia di Sarastro, scopre che quest'ultimo è invece il custode del Tempio della Saggezza: e insieme alla fanciulla, si sottopone alle prove di elevamento spirituale per essere ammesso ai suoi misteri): sono troppe le sfaccettature musicali e le suggestioni che si nascondono in ogni cantuccio del testo e della partitura. Nei prossimi post cercheremo di far luce su alcune di queste.

In ogni caso, il contesto in cui nacque "Die Zauberflöte" è molto diverso da quello dei lavori precedenti. Realizzato per conto dell'amico e impresario Emanuel Schikaneder (anche librettista e primo interprete del personaggio di Papageno), da rappresentarsi nel teatro di periferia Auf der Wieden, da lui gestito e aperto a un pubblico assai più "ordinario" rispetto a quello che frequentava i luoghi di corte o le sedi più nobili o istituzionali come il Burgtheater, il teatro nazionale voluto degli Asburgo, "Il flauto magico" poteva sembrare all'apparenza un lavoro di poche pretese. A parte il soggetto favolistico, la forma stessa non è quella dell'opera colta italiana: si tratta di un Singspiel, una sorta di teatro musicale "popolare" in lingua tedesca, che unisce parti recitate (parlate, ovvero senza accompagnamento musicale, come nel teatro di prosa, a differenza dei recitativi dell'opera italiana che erano invece sempre accompagnati dal clavicembalo se non dall'ìntera orchestra) e brani cantati, di solito assai orecchiabili e strutturati in strofe. Spesso di genere comico, fiabesco o parodistico, può essere considerato un antesignano dell'operetta. Proprio le opere di Mozart (ricordiamo anche "Il ratto del serraglio") contribuirono però a dargli dignità, rendendolo la forma per antonomasia del teatro lirico tedesco (come dimostreranno i lavori successivi di Beethoven, "Fidelio", e Weber, "Il franco cacciatore"), almeno fino all'avvento di Wagner. Nel "Flauto magico", comunque, il compositore salisburghese contamina il genere con citazioni e riferimenti a numerose altre forme musicali: dai virtuosismi dell'opera italiana, sia quella seria che quella buffa (si pensi per esempio alle arie della Regina della Notte e di Monostatos), alla musica sacra (il coro dei sacerdoti) e ai corali luterani alla Bach (il duetto degli armigeri), dal Lied bipartito di stampo viennese (le arie di Papageno, il duetto con Pamina) alla forma sonata (l'Ouverture).

Mozart aveva conosciuto Schikaneder già nel 1780, quando questi era passato per Salisburgo con la sua compagnia teatrale in tournée. E lo aveva ritrovato a Vienna, dove dal 1789 aveva preso in gestione il teatro Auf der Wieden. Fra i membri della troupe spiccava il tenore e compositore Benedikt Schack, grande amico di Mozart (sarà anche il primo Tamino). Tramite lui, Amadeus cominciò a frequentare sempre di più il teatro, la cui atmosfera popolaresca e giocosa, così distante da quella di corte, gli piaceva molto, al punto da contribuire occasionalmente alle sue rappresentazioni (nel 1790 scrisse per esempio un duetto per l'opera collaborativa "La pietra filosofale", una favola che per molti versi anticipa proprio "Il flauto magico"). Si trattava di spettacoli dove "si mescolavano elementi popolari come le «macchine» teatrali, la comicità dialettale e naturalmente la musica. Vi si raccoglievano gli ultimi rivoli di una tradizione molto antica, risalente al secolo precedente, in cui le «macchine» avevano costituito una meraviglia del teatro barocco" (Claudio Casini). I maggiori successi di Schikaneder furono del resto "quei lavori teatrali nei quali poté spiegare effetti scenici grandiosi, sia facendo appello attraverso i suoi attori e attrici alle reazioni emotive del pubblico, di cui immediatamente e ovunque indovinava i desideri, sia anche con l'uso dei più svariati macchinari, di giochi di luce, fuochi d'artificio, effetti sonori" (Wolfgang Hildesheimer).

Quando Schikaneder propose a Mozart di comporre per lui una "Zauberoper" (opera magica), inserì nel libretto suggestioni provenienti dalle fonti più disparate, spesso senza badare troppo alla coerenza dell'insieme: dal legame fra i misteri egizi e i rituali di iniziazione alla massoneria, alle citazioni dalle molte opere a carattere favolistico che aveva già portato in scena (su tutti "Oberon" di Paul Wranitzky, il cui libretto di Karl Ludwig Giesecke – in realtà plagiato da quello di Friederike Sophie Seyler – era tratto da un poema del massone Christoph Martin Wieland, che Mozart aveva conosciuto di persona). Altre fonti di ispirazione furono le raccolte di fiabe pubblicate dallo stesso Wieland (fra cui "Lulu, o il flauto magico" di August Jacob Liebeskind) e il romanzo francese "Séthos" di Jean Terrasson. Nonostante non manchino critici che sostengono che il vero valore del "Flauto magico" sia dato dalla musica e non dal libretto, è indubbio che questa contaminazione di elementi popolari ed esotici, quotidiani e fiabeschi, un collage di allegorie e situazioni che prendono da più culture (Papageno, per esempio, è una sorta di Hanswurst, personaggio comico del teatro popolare viennese, mentre la musica che incanta gli uomini e gli animali ricorda sia il mito greco di Orfeo che quello indù di Krishna) può contribuire a spiegare il suo duraturo successo. Forse da un insieme di cose diverse è venuto fuori (casualmente?) un capolavoro. In fondo le contaminazioni sono sempre esistite nel mondo dell'arte, da Omero ad Ariosto, da Shakespeare a "Guerre stellari".

Al carattere fiabesco contribuisce, inoltre, il suono strumentale: un suono soffice, liquido, una vera fantasmagoria di timbri trasparenti, che distinguono nettamente l'orchestrazione del "Flauto magico" da quella corposa e plastica del "Don Giovanni": voci di corni che si dischiudono come bolle iridescenti, cascatene di flauti che scrosciano come sprazzi di luce, il tintinnare dei campanelli che nasce improvviso, come da un tocco di bacchetta magica, il pulsare dei bassi, carico di mistero e di presagio, i violoncelli che dispensano carezze vellutate nelle pagine religiose, e così via.
(Paolo Gallarati)
Commissionata probabilmente nel maggio del 1791, l'opera venne composta durante l'estate. Molte parti furono scritte su misura per quelli che ne sarebbero stati i primi interpreti: in particolare Schikaneder per Papageno, uno ruolo comico e non particolarmente impegnativo, e Josepha Hofer, cognata del compositore (era la sorella di sua moglie Constanze), per la Regina della Notte, una parte difficile che richiedeva grande agilità ed estensione vocale. Si spiega così anche la forte differenza stilistica e strutturale fra i diversi brani al suo interno. Il 30 settembre lo stesso Mozart ne diresse la prima rappresentazione: il successo di pubblico fu subito notevolissimo, tanto che nei mesi successivi l'opera rimase in cartellone praticamente ogni sera. Dopo la replica del 7 ottobre, alla quale aveva assistito da un palco, Mozart scrisse a Constanze: «Sono appena ritornato dall'opera, che era piena come sempre. [...] Ma quello che mi dà più piacere è l'approvazione silenziosa. Si può vedere come quest'opera venga sempre più apprezzata».
Mozart morì due mesi dopo, il 5 dicembre, e non poté così assistere al successo anche critico del suo lavoro, mai venuto meno, tanto che da allora "Il flauto magico" non è più uscito dal repertorio. Goethe, che curò una produzione dell'opera a Weimar, l'amava moltissimo (dichiarò che solo Mozart avrebbe potuto scrivere una musica per il "Faust"), al punto da provare addirittura a scriverne un seguito, rimasto incompiuto. Lo stesso Schikaneder realizzò invece un sequel ufficiale, "Das Labyrinth, oder Der Kampf mit den Elementen", con musica di Peter von Winter, che mise in scena nel 1798.
Che «Die Zauberflöte» fosse qualcosa di più di una mera, sciocca pantomima, gratificata dalla sublime musica di Mozart, fu riconosciuto fin dall'inizio. Fin dal 1794 cominciarono ad apparire articoli sul significato del lavoro. Fu descritto come una parabola della lotta tra il bene e il male e come un'allegoria politica, con la Regina della Notte che rappresentava Luigi XIV, Tamino il popolo francese e Pamina "la liberté". Comunque non fu che verso la metà dell'Ottocento che si cominciò a discutere apertamente sui riferimenti massonici dell'opera e fu nel 1866 che Moritz Alexander Zille, un massone di Lipsia, decise che Pamina rappresentava il popolo austriaco, Maria Teresa la Regina della notte e Tamino (non Sarastro) l'imperatore Giuseppe II (anch'egli massone).
(Charles Osborne)
Molti dei brani più celebri dell'opera sono noti anche al grande pubblico. Chi non ha mai sentito la virtuosistica aria "Der Hölle Rache" della Regina della Notte, o il duetto "Pa-Pa-Pa-Pa" fra Papageno e Papagena, utilizzati frequentemente anche in pubblicità? Inoltre, essendo l'ambientazione dell'opera così fantastica e densa di significati allegorici universali, le varianti negli allestimenti e nelle regie che si possono vedere a teatro sono innumerevoli: si va da un'aula scolastica alla cucina di un albergo, da un setting fantascientifico alla prima guerra mondiale (come nel film di Kenneth Branagh del 2006, uno dei due celebri adattamenti cinematografici dell'opera: l'altro è quello firmato da Ingmar Bergman nel 1975, e curiosamente nessuno dei due è cantato nella versione originale tedesca, essendo rispettivamente in inglese e in svedese). Da ricordare anche il cartone animato di Emanuele Luzzati e Giulio Gianini del 1978. D'altronde, il Singspiel mozartiano in duecento anni non ha mai cessato di ispirare artisti di ogni tipo, da Beethoven (che scrisse delle variazioni per piano e violoncello su brani come "Ein Mädchen oder Weibchen" e "Bei Männern welche Liebe fühlen") a Sarasate (un cui brano per violino include molti temi dell'opera), dal citato Goethe al pittore Marc Chagall, da Lotte Reiniger ("Papageno", film d'animazione in silhouette del 1935) a Marion Zimmer Bradley (il romanzo di fantascienza "Night's Daughter", 1985).
È difficile affermare che «Il flauto magico» rappresenti soltanto una fase del teatro musicale tedesco; in realtà, è un'opera nazionale in virtù di tutti gli elementi popolareschi, fiabeschi, meravigliosi che sono anche strettamente legati alla lingua e alla forma del Singspiel; ma dal punto di vista musicale è il riepilogo dell'esperienza mozartiana, ne contiene tutti gli aspetti sublimati e, come la restante arte dell'ultimo Mozart, non ebbe eredi immediati né diretti. Rappresenta soltanto la perfezione di una breve e fulminante carriera d'artista, con la quale si conclude il secondo Settecento e se ne celebra la straordinaria varietà di generi musicali in una sintesi universale.
(Claudio Casini)

Alcune delle incisioni più celebri:















Link utili:

Articolo su Wikipedia in italiano
Articolo su Wikipedia in inglese
Pagina con diversi saggi e articoli
Libretto (con traduzione in italiano) [in PDF]
Partitura

26 maggio 2020

Lucia di Lammermoor - Riepilogo

Scritto da Christian
22 maggio 2020

Lucia di Lammermoor (15) - "Tombe degli avi miei"

Scritto da Christian

La conclusione è riservata a Edgardo che, ignaro della tragedia occorsa, sta attendendo nel cimitero di famiglia che sorga l'alba per affrontare Enrico in duello. La sua intenzione, in realtà, è quella di lasciarsi uccidere dal rivale ("Cessò dell’ira il breve foco… sul nemico acciaro abbandonar mi vo’"): ora che la sua amata Lucia si è (felicemente, almeno così crede) sposata con un altro uomo, la vita per lui non ha infatti più valore. L'intera scena, sin dall'introduzione musicale al recitativo, è ammantata di toni lugubri e funerei.

L’aria finale di Edgardo costituisce il pendant della precedente scena di pazzia. Là vi era una profonda analisi interiore della protagonista femminile e si narrava il suo approssimarsi alla morte; qui la stessa operazione è proiettata sull’eroe maschile. (...) Ciò risulta evidente sin dal recitativo di apertura grazie ai lamentosi interventi dei tromboni, ai semitoni discendenti di violini e fagotto e al languido squarcio in do nel momento in cui il pensiero corre alla diletta («Per me la vita è orrendo peso»). Che tutta questa sofferenza non possa che condurre a un epilogo tragico lo si comprende dal topos ritmico della morte ossessivamente scandito dai timpani nell’introduzione strumentale.
(Federico Fornoni)
Nel cantabile "Fra poco a me ricovero", in cui la voce del tenore è accompagnata da corni e fagotti con un lento ritmo, quasi da marcia funebre, Edgardo si rivolge direttamente all'amata, chiedendole di non passare mai a versare una lacrima sulla sua tomba, magari al fianco del marito.



"Tombe degli avi miei" - "Fra poco a me ricovero"
Vincenzo La Scola (Edgardo)
dir: Stefano Ranzani (1992)

Intonando un coro funebre ("Oh meschina!"), gli abitanti escono dal castello commiserando la sorte di Lucia. Da loro Edgardo viene dunque messo al corrente del fatto che la ragazza versa in fin di vita. Dalle mura "rimbomba la squilla in suon di morte". E quasi subito giunge anche Raimondo, che reca la ferale notizia: Lucia è spirata. Nella cabaletta che conclude l'opera, "Tu che a Dio spiegasti l'ali", Edgardo le dà l'addio e auspica di rivederla all'altro mondo, prima di pugnalarsi e di cadere morto a sua volta.
L’opera termina con la cabaletta lenta di Edgardo, una cabaletta tanto celebre quanto particolare per via del fatto che, immediatamente prima della ripresa, l’eroe si ferisce a morte andando a condizionare la ripresa stessa. La voce del moribondo non è più in grado di sostenere la linea melodica e indugia su brevi frasi frammezzate da pause che trasmettono la fatica con cui pronuncia le ultime parole. L’andamento melodico viene raccolto da due violoncelli che veicolano il pensiero del protagonista rivolto sempre alla sua Lucia (si è già detto che lo strumento solista è manifestazione sonora delle riflessioni dei personaggi). Se Lucia aveva lasciato la vita dopo un lungo e progressivo processo di distacco dal mondo, prima mentale e poi fisico, Edgardo muore compiendo un gesto improvviso e violento. Uniti nella sofferenza e nel tragico destino, i due eroi li affrontano in maniera opposta e inesorabilmente divisi.
(Federico Fornoni)
Il gesto di Edgardo suggella drammaticamente la tragedia, con il commento di Raimondo ("Sciagurato! Pensa al ciel!") che ne sottolinea ancora una volta le connotazioni anti-istituzionali. Edgardo, spiega Paolo Fabbri, è "un ‘tenore della malasorte’ dalla vocalità appassionata e disperata, emblema di romantico e byroniano maledettismo la cui fine compendia esemplarmente il suo profilo di deraciné, autore di un gesto empio – il suicidio – in ambiente consacrato, e perdipiù sacrario della sua stirpe ma in mano altrui (come se il suo rivale gli avesse sottratto storia e passato, oltreché titoli e beni presenti)".
La scelta di concludere l'opera con la morte di Edgardo ne sancisce lo status di eroe romantico. È un vinto e un perseguitato che non abbandona mai fierezza, dignità, speranza, passione, neppure negli ultimi istanti della sua vita. La scelta di morire è vissuta come un gesto supremo d'amore, la sola possibilità che gli resta per congiungersi finalmente a Lucia: "Se divisi fummo in terra / ne congiunga il Nume in ciel".
(da Wikipedia)
Come nel già citato "Romeo e Giulietta", i due innamorati muoiono entrambi dichiarando che si incontreranno nuovamente in cielo. A differenza della tragedia shakesperiana, però, manca il contorno con la pace che le due fazioni stringeranno per onorarne la memoria. Gli ultimi eventi si dipanano davanti a Raimondo e al coro (che rappresentano forse anche noi spettatori), mentre di Enrico non abbiamo più notizie. Si era congedato nella scena precedente in preda al rimorso e alla costernazione ("Vita di duol, di pianto / serba il rimorso a me!"), ma le sue sorti, quelle del casato degli Asthon o persino dell'intera Scozia, restano irrisolte e sembrano di colpo irrilevanti di fronte alla tragedia umana di Lucia ed Edgardo.

Clicca qui per il testo di "Tombe degli avi miei - Fra poco a me ricovero".

(Parte esterna del castello di Wolfcrag. Tombe dei Ravenswood. È notte.)

EDGARDO
Tombe degli avi miei, l’ultimo avanzo
d’una stirpe infelice
deh! raccogliete voi. – Cessò dell’ira
il breve foco… sul nemico acciaro
abbandonar mi vo’. Per me la vita
è orrendo peso!… l’universo intero
è un deserto per me senza Lucia!…
Di faci tuttavia splende il castello! Ah! scarsa
fu la notte al tripudio!… Ingrata donna!
Mentr’io mi struggo in disperato pianto,
tu ridi, esulti accanto
al felice consorte!
Tu delle gioie in seno, io… della morte!

Fra poco a me ricovero
darà negletto avello…
una pietosa lagrima
non scenderà su quello!…
Fin degli estinti, ahi misero!
manca il conforto a me!
Tu pur, tu pur dimentica
quel marmo dispregiato:
mai non passarvi, o barbara
del tuo consorte a lato…
rispetta almen le ceneri
di chi morìa per te.

Clicca qui per il testo di "Oh meschina! Oh fato orrendo!".

CORO (uscendo dal castello)
Oh meschina! Oh fato orrendo!
Più sperar non giova omai!…
Questo dì che sta sorgendo
tramontar più non vedrai!

EDGARDO
Giusto cielo!… Ah! rispondete:
di chi mai, di chi piangete?

CORO
Di Lucia.

EDGARDO (esterrefatto)
Lucia diceste! Su, parlate. Ah!

CORO
Sì; la misera sen muore.
Fur le nozze a lei funeste…
di ragion la trasse amore…
s’avvicina alle ore estreme,
e te chiede… per te geme…

EDGARDO
Ah! Lucia! Lucia!… muore!
Questo dì che sta sorgendo
tramontar più non vedrà la mia Lucia?

CORO
Rimbomba già la squilla in suon di morte!

EDGARDO
Ahi!… quel suono in cor mi piomba!
È decisa la mia sorte!…
Rivederla ancor vogl’io…
rivederla, e poscia…
(incamminandosi)

CORO (trattenendolo)
Oh Dio!…
Qual trasporto sconsigliato!…
Ah! desisti… ah! riedi in te…

RAIMONDO
Dove corri sventurato?
Ella in terra più non è.

EDGARDO
In terra più non è… Ella dunque…

RAIMONDO
È in cielo.

EDGARDO
Lucia più non è?
(scuotendosi)

Clicca qui per il testo di "Tu che a Dio spiegasti l’ali".

EDGARDO
Tu che a Dio spiegasti l’ali,
o bell’alma innamorata,
ti rivolgi a me placata…
teco ascenda il tuo fedel.
Ah! se l’ira de’ mortali
fece a noi sì cruda guerra,
se divisi fummo in terra,
ne congiunga il Nume in ciel.
Io ti seguo…

RAIMONDO
Forsennato!…

RAIMONDO, CORO
Ah che fai!

EDGARDO
Morir voglio.

RAIMONDO, CORO
Ritorna in te.

EDGARDO
No, no, no!
(si ferisce)

RAIMONDO
Che facesti?

EDGARDO (con voce fioca)
A te vengo… o bell’alma…

RAIMONDO
Sciagurato! Pensa al ciel!

EDGARDO
Ti rivolgi, ah! al tuo fedel.
Ah se l’ira… dei mortali…
sì cruda guerra… o bell’alma…
ne congiunga il nume in ciel.
(cade e muore)

RAIMONDO, CORO
Quale orror!

CORO
Ahi tremendo!… ahi nero fato!…

RAIMONDO
Dio, perdona un tanto error.



"Oh meschina!" - "Tu che a Dio spiegasti l'ali"
Vincenzo La Scola (Edgardo), Carlo Colombara (Raimondo)
dir: Stefano Ranzani (1992)


Giuseppe Di Stefano (1955)


Luciano Pavarotti (1976)


"Tombe degli avi miei"
Carlo Bergonzi (1967)


"Tu che a Dio spiegasti l'ali"
Carlo Bergonzi (1967)


"Tombe degli avi miei"
José Carreras (1982)


"Tu che a Dio spiegasti l'ali"
José Carreras (1982)


"Tombe degli avi miei"
Alfredo Kraus (1982)

"Tu che a Dio spiegasti l'ali"
Alfredo Kraus (1982)


Segnalo infine che anche questo finale, e in generale le modalità della morte di Edgardo, è uno dei punti in cui il libretto dell'opera si discosta dal romanzo originale di Walter Scott:
È in Cammarano che quel gesto estremo si compie al cospetto delle tombe dei Ravenswood, così come a Donizetti e a lui si deve l’idea di dedicare per intero il "numero" finale alla morte volontaria del tenore: un suicidio dapprima passivo (il proposito di offrirsi all’arma di Enrico, che lo ha sfidato a duello), e poi attivamente perseguito alla notizia della morte di Lucia. Nel romanzo, andando a raggiungere Ashton che lo attende sul litorale per il duello, Edgar attraversava intenzionalmente una zona di sabbie mobili, finendo inghiottito. Ducange [autore di un adattamento teatrale nel 1828] lo faceva sommergere dal mare in tempesta insieme con Lucie, mentre in Livini [traduttore del suddetto dramma] Lucia moriva di schianto subito dopo che Edgardo (che poi si consegnava ai suoi nemici) le aveva gettato ai piedi il suo pegno d’amore. In Balocchi [librettista dell'opera di Michele Carafa del 1829], Lucia si era avvelenata e spirava dopo la firma del contratto e l’arrivo di Edgardo, il cui successivo suicidio è poco più di un gesto fulmineo nello scorrere dell’azione.
(Paolo Fabbri)

18 maggio 2020

Lucia di Lammermoor (14) - "Spargi d'amaro pianto"

Scritto da Christian

La scena della pazzia prosegue con una serie di scambi e di dialoghi fra gli altri personaggi. In particolare giunge Enrico, di ritorno da Wolfcrag e già informato dei tragici eventi. Sta per scagliarsi contro Lucia, vorrebbe punirla, quando si avvede forse per la prima volta delle sue condizioni. Nel frattempo la fanciulla, nel suo delirio, continua a rivivere i dolorosi eventi della giornata precedente, con il coro e la musica di Donizetti a sottolineare ogni passaggio e a rendere anche noi spettatori partecipi di tale rievocazione.

La firma dell’atto di nozze è rammentata con una melodia discendente nel relativo minore che richiama quella della stipula nel Finale centrale, mentre l’immagine di Edgardo che calpesta l’anello è affidata a un passaggio in recitativo, così come il nome di Arturo. Scelte vicine alla messa in musica della visione del fantasma, volte a sottolineare l’angoscia provata da Lucia a causa della tangibile concretezza delle sue allucinazioni. Nel belcanto nulla è più vicino alla parola, e dunque alla realtà rappresentata, del recitativo.
(Federico Fornoni)
L'intera sequenza culmina (anche emotivamente) nella cabaletta conclusiva, "Spargi d'amaro pianto", con cui Lucia esce definitivamente di scena. Il brano era preceduto, nel libretto originario di Cammarano, da alcuni versi per Lucia che Donizetti aveva cominciato a porre in musica, per poi cambiare idea e cancellarli anche dalla partitura stampata:
Presso alla tomba io sono…
odi una prece ancor.
Deh! tanto almen t’arresta,
ch’io spiri a te d’appresso…
già dall’affanno oppresso
gelido langue il cor!
Un palpito gli resta…
è un palpito d’amor.
Lucia si sente dunque "presso alla tomba", sa che sta per morire, e rivolgendosi ancora all'amato Edgardo (che vede davanti a sé) gli chiede di piangere per lei ("Spargi d'amaro pianto / il mio terrestre velo, / mentre lassù nel cielo / io pregherò per te…"), nell'attesa di reincontrarsi tutti e due nell'aldilà. Al termine del suo canto, la ragazza cade a terra priva di sensi e viene portata via da Alisa e dalle altre dame. Non la rivedremo più: qualche ora più tardi, all'alba, ci sarà detto che è morta ("Ella in terra più non è"). Lucia muore (o si lascia morire) di crepacuore? Pare proprio così. Alcuni allestimenti mostrano in scena addirittura un suo suicidio, ma né il libretto nè il romanzo di Walter Scott – dove comunque la protagonista si spegneva non subito, ma qualche giorno più tardi – consentono di validare questa interpretazione.
Con la cabaletta ricompaiono le soluzioni già osservate nel cantabile. L’armonica a bicchieri torna protagonista, qui supportata dall’ottavino e dai flauti, mentre la voce della protagonista si districa fra acciaccature, note staccate, trilli, appoggiature, scale ascendenti e scale discendenti cromatiche e diatoniche. Il tutto appare ancor più coerente se si pensa che Lucia non solo sta delirando, ma è anche in procinto di morire. L’allontanamento dal mondo non è solo psichico ma anche fisico, o meglio, l’uno sta conducendo all’altro. Donizetti consegna alla storia un ritratto psicologico straordinariamente complesso, fatto di alienazione, di dolore, di scompensi, di incapacità, di allucinazioni, ricorrendo a tutto l’armamentario a sua disposizione – l’orchestrazione, la scrittura vocale, l’armonia, la forma, le ricorrenze tematiche –, dimostrandosi per l’ennesima volta superbo indagatore della psiche dei suoi personaggi.
(Federico Fornoni)
L'opera però non termina con l'uscita di scena della protagonista. Segue infatti un breve recitativo ("Si tragga altrove..."), spesso omesso, in cui congediamo Enrico e dove Raimondo accusa Normanno di essere la causa primaria di tutto. E poi c'è la scena finale riservata ad Edgardo, il cui suicidio (lui sì!) fa calare definitivamente il sipario. Nel tardo diciannovesimo secolo (più o meno nello stesso periodo in cui si comincia ad aggiungere la lunga cadenza accompagnata con il flauto a "Il dolce suono"), anche questa scena era tradizionalmente omessa (o magari riposizionata più indietro) e l'opera si concludeva con la scena della pazzia. Si trattava di un cosiddetto "vanity cut", ovvero di un taglio effettuato con lo scopo di offrire alla diva di turno l'onore della calata del sipario. Pare che il problema fosse già sorto durante le prove della prima rappresentazione. Dice William Ashbrook:
Questa disposizione delle scene provocò una certa tensione durante le prove perché Fanny Persiani, la prima Lucia, pensava, essendo lei la "prima donna", che la sua aria dovesse concludere l'opera; ma Donizetti e Duprez, il primo Edgardo, insistettero che la conclusione più appropriata dell'opera fosse la scena della tomba affidata al tenore e non la scena della pazzia.

Clicca qui per il testo di "S’avanza Enrico! - Non mi guardar sì fiero".

RAIMONDO
S’avanza Enrico!…

ENRICO (accorrendo)
Ditemi:
vera è l’atroce scena?

RAIMONDO
Vera, purtroppo!

ENRICO
Ah! perfida!…
(scagliandosi contro Lucia)
Ne avrai condegna pena…

RAIMONDO, ALISA, CORO
T’arresta… Oh ciel!…

RAIMONDO
Non vedi lo stato suo?

LUCIA (sempre delirando)
Che chiedi?…

ENRICO (fissando Lucia)
Oh qual pallor!

LUCIA
Me misera!…

RAIMONDO
Ha la ragion smarrita.

ENRICO
Gran Dio!…

RAIMONDO
Tremare, o barbaro,
tu dei per la sua vita.

LUCIA
Non mi guardar sì fiero…
Segnai quel foglio, è vero…
Nell’ira sua terribile
calpesta, oh Dio! l’anello!…
Mi maledice!… Ah! vittima
fui d’un crudel fratello,
ma ognor t’amai… lo giuro…
Chi mi nomasti? Arturo!
Ah! non fuggir… Ah! Perdon!
(s’inginocchia)
Ah! No, non fuggir, Edgardo!

GLI ALTRI
Qual notte di terror!

Clicca qui per il testo di "Spargi d'amaro pianto".

LUCIA
Spargi d'amaro pianto
il mio terrestre velo,
mentre lassù nel cielo
io pregherò per te…
Al giunger tuo soltanto
fia bello il ciel per me!
(cade svenuta fra le braccia delle dame che via la portano)

RAIMONDO, ALISA, CORO
Più raffrenare il pianto
possibile non è!

ENRICO
(Giorni d’amaro pianto
serba il rimorso a me!)

Clicca qui per il testo di "Si tragga altrove...".

ENRICO
Si tragga altrove… Alisa,
(a Raimondo)
uom del Signor, deh voi
la misera vegliate…
Io più me stesso
in me non trovo!…
(parte nella massima costernazione)

RAIMONDO
Delator! gioisci dell’opra tua.

NORMANNO
Che parli?

RAIMONDO
Sì, dell’incendio che divampa e strugge
questa casa infelice hai tu destata
la primiera scintilla.

NORMANNO
Io non credei…

RAIMONDO
Tu del versato sangue, empio, tu sei
la ria cagion!… Quel sangue
al ciel t’accusa, e già la man suprema
segna la tua sentenza… Or vanne, e trema.

(Egli segue Lucia; Normanno esce per l’opposto lato)




Mariella Devia (Lucia), Renato Bruson (Enrico), Carlo Colombara (Raimondo)
dir: Stefano Ranzani (1992)


Renata Scotto (Lucia), Mario Zanasi (Enrico), Plinio Clabassi (Raimondo)
dir: Bruno Bartoletti (1967)


Maria Callas (1953)


Maria Callas (1959)


Joan Sutherland (1959)

Beverly Sills (1970)

12 maggio 2020

Lucia di Lammermoor (13) - "Il dolce suono"

Scritto da Christian

© Ken Howard | Metropolitan Opera

La cosiddetta "scena della pazzia" rappresenta il climax di quest'opera. Dopo la descrizione della tragedia da parte di Raimondo, è Lucia stessa a scendere nella sala delle feste, presentandosi davanti a tutti con l'abito bianco nuziale ricoperto di sangue e rendendosi protagonista di una lunga serie di vaneggiamenti e deliri. La scena è musicalmente complessa e assai lunga, appunto, ma oltre a rendere evidente a tutti lo stato in cui si trova Lucia ("Il di lei sguardo impietrito, i moti convulsi, e fino un sorriso malaugurato manifestano non solo una spaventevole demenza, ma ben anco i segni di una vita, che già volge al suo termine", recitava il libretto originale), che "vaneggia, confonde desideri e realtà, mischia passato e presente sia nei tempi verbali utilizzati, sia nelle reminiscenze musicali di eventi trascorsi" (ci sono richiami a melodie precedenti, come a quella del felice duetto con Edgardo "Verranno a te sull'aure", ma anche alla cavatina "Regnava del silenzio"), in essa non accade nulla dal punto di vista dell'azione. Gli eventi tragici di questa notte erano già stati raccontati da Raimondo, appunto, e sono noti a tutti.
La scena rimanda musicalmente alla cavatina iniziale, che a sua volta rimanda all'incontro col fantasma: questa catena di rimandi consente di capire che il destino della poveretta era segnato, che quanto accaduto per decisione umana non era altro che la maniera di compierlo.
(da Wikipedia)
Momento fra i più celebri del repertorio operistico di ogni tempo, l’aria della pazzia di Lucia riprende, dilatandole a dismisura, le strategie musicali già messe in atto nei numeri precedenti che avevano visto protagonista il soprano. Ciò significa che questa scena va considerata come la logica e tragica conclusione di un percorso interiore che è stato prospettato molto precisamente sin dalla prima uscita dell’eroina.
(Federico Fornoni)
Inconsapevole della situazione, delle proprie azioni e della presenza della gente intorno a lei, Lucia si rivolge direttamente ad Edgardo, come se fosse lì (magari scambiando uno degli astanti per l'amato), e immagina di essersi riunita a lui ("Edgardo! Io ti son resa: / fuggita io son da’ tuoi nemici"). Il personaggio è certamente precipitato in questo stato a causa degli eventi, e in particolare dalle azioni e dalle pressioni sociali che gli uomini che l'hanno circondata (Enrico, Normanno, Raimondo e lo stesso Edgardo) hanno esercitato su di lei. E a farne le spese è innanzitutto lo sposo Arturo, che tutto sommato era forse uno dei più innocenti (anche se causa originale delle sue sciagure). Ma che Lucia già fosse fragile e sull'orlo della follia ci era stato suggerito più volte in precedenza, attraverso sottili allusioni musicali ma anche più esplicitamente nelle didascalie del libretto, che anche in questo si distingue dalla fonte originale (il romanzo di Walter Scott).
Questo delirio, attraversato (...) anche da echi danteschi, petrarcheschi, leopardiani ecc., è il vertice della radicale trasformazione della Lucia scottiana, figura che Cammarano presenta da subito agitata e in preda a visioni, poi – nel duetto con Enrico – tale da mostrare «i primi sintomi d’un’alienazione mentale», quindi smarrita tanto che «la mente turbata della infelice intende appena ciò che fa», e infine affatto impazzita, col «volto coperto da uno squallore di morte». Ben poco di questo è nel romanzo di Scott, in cui Lucia solo dopo il contratto di nozze mostra preoccupanti «sintomi, che annunziavano un principio di follìa», e soltanto in ultimo quelli «di un delirio pervenuto al massimo grado». Nel tesissimo clima di angoscia permanente, di visione sinistra, di oscurità gotica e luttuosa creato dal poeta napoletano, la sofferenza psichica della protagonista, dilatata e amplificata, è invece l’innovativo fulcro drammatico, l’elemento morboso che estende la sua opaca natura di incubo all’intera vicenda.
(Emanuele D'Angelo)
La Lucia di Donizetti e Cammarano non perde la ragione per uno choc improvviso. È mentalmente instabile fin dall’inizio (viene significativamente trasferita a lei la visione del fantasma alla fontana, che in Scott toccava invece ad Edgar), manifesta i «primi sintomi d’un’alienazione mentale» già al diverbio col fratello, dimostra «mente turbata» alla firma del contratto nuziale: giunge insomma progressivamente a quella «spaventevole demenza» che la sua stessa mise priva di ogni decoro rivelerà a colpo d’occhio («succinta […] veste», «chiome scarmigliate», colorito spettrale). Ben diversamente dai lirici, melodiosi vaneggiamenti di Elvira nei recenti Puritani, quello di Lucia è un delirio più vicino alle follie del teatro parlato, con le sue allucinazioni discontinue e sconnesse. Come prefigurato già nelle scene finali di Anna Bolena, Donizetti materializza in orchestra i fantasmi di quella mente malata. E differentemente anche da quanto si ascolta nella Sonnambula, dove Amina in trance rievoca le fasi della sua vicenda puntualmente richiamate dai rispettivi motivi caratteristici, solo uno degli spezzoni melodici che "appaiono" a Lucia può dirsi davvero in sé eloquente, in quanto già sentito e legato a una situazione nodale: il motivo del giuramento d’amore («Verranno a te sull’aure»). L’ipotetica «voce» di Edgardo, l’«armonia celeste», «l’inno […] di nozze» sono invece tutti materiali che si ascoltano per la prima volta, fantasmi melodici resi eloquenti sul momento, evocazioni ma non reminiscenze. Per il canto nuziale sarebbero stati disponibili i cori «Per te d’immenso giubilo» e «Di vivo giubilo», ma Donizetti preferì abbozzare un brandello di motivo, un flash sonoro che affiora appena, incompiuto. Scelse di evitare una logica drammatico-musicale troppo coerente per una forsennata? Se l’ipotesi paresse azzardata, un’altra è certa. In quella scena, l’unica memoria davvero riconoscibile perché già udita è proprio quella del fidanzamento con Edgardo: un caposaldo nella vita di Lucia, anche nel vacillare della sua mente. Per i due giovani innamorati, l’inizio della rovina era stato proprio l’averlo creduto possibile: anzi, vero.
(Paolo Fabbri)
Va segnalata una citazione, in un passaggio del testo ("Un gelo / mi serpeggia nel sen!… trema ogni fibra!… / Vacilla il piè!…"), da un'opera precedente, "La morte di Cleopatra" (1791) di Sebastiano Nasolini, su libretto di Antonio Sografi, ritoccato da Gaetano Rossi in occasione di una ripresa alla Fenice di Venezia nel 1800 ("Ohimè!… Qual gelo / mi ricerca ogni fibra!… Già il veleno / mi serpeggia nel seno… qual crucciosa / smania m’assale?… / Qual tremito mortale!… Il piè vacilla").
Nel costruire la manifestazione di un totale crollo psichico, Cammarano attribuisce alla mortale follia di Lucia i sintomi tipici di un avvelenamento, incastonando nella sua struggente fuga dal dolore, «grande creazione psichica» che alterna angoscia e felicità, un geniale e agghiacciante inciso realistico («i segni di una vita, che già volge al suo termine») che conferisce una macabra definita fisicità, impressionante e commovente, alla «spaventevole demenza» della protagonista, fatta quasi incorporea e spettrale («simile ad uno spettro, anzicché ad una creatura vivente»).
(Emanuele D'Angelo)
Naturalmente la scena è notevolissima anche dal punto di vista musicale, vero banco di prova per tante soprano sin dalla sua composizione. Nel corso degli anni, molte dive l'hanno interpretata a modo loro (d'altronde il brano è talmente complesso da rendere quasi inevitabile l'apparizione di varianti e versioni che ne mettono in evidenza le più diverse sfaccettature). Tradizionale, per esempio, è la scelta di abbassare l'intera aria di un tono (in Mi bemolle) rispetto alla partitura. Si noti poi come Donizetti prosegua ad accompagnare la voce di Lucia con uno strumento solista. Dopo l'arpa della cavatina "Regnava nel silenzio", tocca qui al flauto, con cui la voce della cantante è protagonista di un vero e proprio dialogo, in particolare nella celebre cadenza (che però sarebbe apparsa soltanto a partire dal 1889, quando Nellie Melba interpretò il personaggio all'Opéra Garnier di Parigi). E come ricordato in un precedente post, l'avvento di Maria Callas a metà del ventesimo secolo rivoluzionò il ruolo restituendogli la profondità tragica anche dal punto di vista vocale: prima di lei, infatti, si era soliti affidare la parte a soprani assai virtuosi ma leggeri, che accentuavano gli aspetti più "pudici" e "innocenti" del personaggio.
L’alienazione non può naturalmente rinunciare alle fioriture vocali, presenti abbondantemente persino nel recitativo, alle quali si sommano suoni mantenuti a lungo, che proprio in virtù della loro durata risultano inarticolati, e dunque eterei. (...) Se il distacco psichico dal mondo che la circonda è forse il sintomo più evidente della follia della protagonista, ciò non significa che sia il solo. Donizetti dipinge simultaneamente una condizione di vero e proprio dolore fisico. Il passo in cui viene rievocato il fantasma combina i nervosi tremoli degli archi con una sequenza impressionante di accordi dissonanti a piena orchestra. La voce si limita a note ribattute, salti di ottava e passaggi semitonali dovuti all’abbassamento dei gradi della scala (...). Queste scelte riflettono un’angoscia reale che porta ad un’altrettanto reale sofferenza, quasi le dissonanze armoniche fossero tangibile sonorizzazione dei tormenti che pungono l’animo di Lucia. Grazie alla musica abbiamo la netta sensazione che la giovane si trovi il fantasma davanti agli occhi. Altro aspetto importante è l’incapacità della demente di associare i propri pensieri agli eventi corretti. Così il ritorno del tema della cabaletta del duetto tra Edgardo e Lucia, sarebbe a dire del tema d’amore, non si situa in coincidenza della rievocazione dell’amato, ma tra il ricordo della fonte e la visione dello spettro. O ancora il motivo che accompagnava le nozze con Arturo viene ripreso e modificato dalla psiche di Lucia, riferendolo alle nozze con Edgardo. Infine andrà detto che la stessa sproporzione fra le varie sezioni che compongono il numero è sintomatica della mancanza di equilibrio. Il recitativo è eccezionalmente lungo e complesso nel contesto di un’aria. Lo scompenso formale corrisponde allo scompenso interiore di Lucia. (...) Anche la sezione lenta [("Ardon gli incensi")] principia con un dissesto della forma. Lucia immagina la sua cerimonia nuziale con Edgardo, prolungando così l’ultimo pensiero toccato nel recitativo. E infatti la sua vocalità permane nell’ambito del recitativo. L’orchestra ci informa però che siamo ormai entrati nel cantabile. Solo dopo l’esposizione dell’intera prima frase, anche la titolare dell’aria sembra accorgersene riprendendo il motivo principale. Cuore drammatico del pezzo è il vagheggiamento della vita insieme all’amato ed è dunque naturale che gli elementi dominanti siano quelli caratterizzanti il concetto di lontananza mentale dalla realtà. Perciò (...) la coloratura giunge ben presto a raggiungere inaudite vette qualitative e quantitative. In tal senso la famosissima cadenza scritta diversi decenni più tardi (...), pur essendo stilisticamente lontana, sotto il profilo drammatico non è insensata, né tanto meno è da considerare un puro esercizio di bravura. È piuttosto la deflagrazione dei due principi musicali e drammatici sui quali Donizetti ha puntato in questo pezzo: lo strumento solista e la coloratura. Perfino la sua lunghezza, eccessiva rispetto alle dimensioni dell’aria, ben si coniuga con le scelte di squilibrio formale adottate dall’autore. Ciò non toglie che la cadenza possa essere sostituita con altre soluzioni dato che la partitura autografa in quel punto prevede solo un arpeggio di settima di dominante.
(Federico Fornoni)
Una nota a parte merita proprio l'accompagnamento con lo strumento solista. Il flauto non era stato la prima scelta di Donizetti: per accentuare il senso di alienazione e sottolineare la follia del personaggio, il compositore aveva pensato a uno strumento alquanto insolito, la glassarmonica (o armonica a bicchieri), inventato nella sua forma moderna (una versione più maneggevole dei tradizionali bicchieri musicali) nientemeno che da Benjamin Franklin nel 1761. Tale strumento "produce un suono insolito, che evoca l'‘ultraterreno’ e che nell’immaginario collettivo dell’epoca di Donizetti veniva associato alla pazzia". "Permane dunque fortissimo, ed è destinato a crescere, il distacco della mente di Lucia dalla concretezza terrena". Come si legge in un programma di scena del teatro La Fenice:
Non era la prima volta che il compositore introduceva questo strumento: lo aveva utilizzato anche nel 1829 nel "Castello di Kenilworth", sempre in associazione a una ‘vittima’ femminile. Prima del debutto della "Lucia" a Napoli, Donizetti cancellò quella parte e la sostituì con un flauto. Le ragioni di questa scelta sono state chiarite solo recentemente: Donizetti scrisse la parte per uno specifico esecutore, Domenico Pezzi. Il musicista però era in lite giudiziaria con il teatro, ed è lecito pensare che la direzione del San Carlo avesse chiesto a Donizetti – seppur le prove di Lucia fossero già cominciate – di escluderlo dall’organico. Non essendo disponibili altri musicisti esperti, il compositore dovette propendere per il flauto.
Oggi sarebbe impensabile un allestimento della "Lucia di Lammermoor" privo di questa scena (anzi, spesso si eliminano scene precedenti – come quella della torre di Wolfcrag, come abbiamo visto – pur di giungere più rapidamente al momento culminante). Eppure in passato, nei primi anni di circolazione dell'opera (1836-1837), anch'essa era soggetta all'abitudine diffusa, da parte delle interpreti, di sostituirla con altre arie del proprio repertorio, approfittando del fatto che dal punto di vista degli eventi in essa "non accade nulla" che porta avanti la vicenda. E così, per esempio, la soprano Matilde Palazzesi la sostituiva con “Tu che voli” e “Non, qui morir degg’io” dalla "Fausta" dello stesso Donizetti. (In linea teorica, sarebbe possibile addirittura saltare interamente la scena, passando dal racconto di Raimondo all'arrivo di Enrico, o persino alla scena finale di Edgardo, senza che la comprensione della storia ne risenta in alcun modo!).

Clicca qui per il testo di "Il dolce suono - Ardon gli incensi".

(Lucia è in succinta e bianca veste: ha le chiome scarmigliate, ed il volto coperto da uno squallore di morte. È delirante.)

CORO
(Oh, giusto cielo!
Par dalla tomba uscita!)

LUCIA
Il dolce suono
mi colpì di sua voce!…
Ah! quella voce
m’è qui nel cor discesa!…
Edgardo! Io ti son resa:
fuggita io son da’ tuoi nemici… – Un gelo
mi serpeggia nel sen!… trema ogni fibra!…
vacilla il piè!… Presso la fonte, meco
t’assidi alquanto… Ahimè!… sorge il tremendo
fantasma e ne separa!…
Qui ricovriamo, Edgardo, a piè dell’ara…
Sparsa è di rose!… Un’armonia celeste
di’, non ascolti? – Ah l’inno
suona di nozze!… Il rito
per noi, per noi s’appresta!… Oh me felice!
Oh gioia che si sente, e non si dice!
Ardon gl’incensi… splendon
le sacre faci intorno!…
Ecco il ministro! Porgimi
la destra… Oh lieto giorno!
Alfin son tua, sei mio,
a me ti dona un Dio…
Ogni piacer più grato
mi fia con te diviso…
del ciel clemente un riso
la vita a noi sarà!

RAIMONDO, ALISA, CORO
Abbi in sì crudo stato,
di lei, Signor, pietà.




Mariella Devia (Lucia)
dir: Stefano Ranzani (1992)


Maria Callas (1955)


Maria Callas (1959)


Joan Sutherland (1959)

Anna Moffo (1966)


Renata Scotto (1967)


Edita Gruberová (1978)

Natalie Dessay (2011)


Joan Sutherland (1986)


L'incipit dell'aria "Il dolce suono" è intonato dalla cantante aliena (!) Diva Plavalaguna nel film "Il quinto elemento" (1997) di Luc Besson, con Bruce Willis e Milla Jovovich. L'attrice sotto il pesante trucco della cantante è Maïwenn Le Besco, ma la voce è quella del soprano Inva Mula.


da "Il quinto elemento" (1997) di Luc Besson

Qui invece c'è un (orribile) arrangiamento moderno, eseguito dal controtenore pop Vitas: