23 novembre 2015

Lohengrin (1) - Introduzione

Scritto da Christian

Lohengrin
Opera romantica in tre atti
Libretto e musica di Richard Wagner

Prima rappresentazione: Weimar (Großherzögliches Hoftheater),
28 agosto 1850

Personaggi e voci:
- Heinrich der Vogler/Enrico l'Uccellatore (basso), Re di Germania
- Lohengrin (tenore)
- Elsa von Brabant/Elsa di Brabante (soprano)
- Friedrich von Telramund/Federico di Telramondo (baritono), Conte di Brabante
- Ortrud/Ortruda (soprano), sua moglie
- Der Heerrufer des Königs/L'araldo del Re (baritono o basso)
- Vier brabantische Edle/Quattro nobili di Brabante (tenori e bassi)
- Vier Edelknaben/Quattro paggi (soprani e contralti)
- Gottfried/Goffredo (ruolo muto), Duca di Brabante, fratello di Elsa
- Nobili sassoni, turingi e brabantini, dame, paggi, vassalli, servi (coro)


Finalmente Wagner (e più in generale, l'opera non in lingua italiana) debutta su questo blog! E lo fa con un'opera che, pur non facendo parte del successivo ciclo de "L'anello del Nibelungo" (indubbiamente il suo lavoro più famoso), è stata comunque assai importante per lo sviluppo del genere nella seconda metà dell'ottocento, nonché uno dei più accessibili punti di ingresso per comprendere il passaggio verso quella nuova forma operistica, caratterizzata dal concetto di Gesamtkunstwerk (opera totale), che Wagner stava contribuendo a creare. La sua analisi verrà effettuata da Marisa con una serie di post di approfondimento psicologico, mentre in questa introduzione io sintetizzerò qualche caratteristica dal punto di vista storico e musicale.

Il soggetto (il libretto è scritto dallo stesso Wagner) è tratto dal corpus delle saghe arturiane di tradizione germanica, e in particolare dal "Parzival" di Wolfram von Eschenbach, scritto nel tredicesimo secolo (che ispirerà successivamente anche l'ultima opera wagneriana, il "Parsifal", appunto). Lohengrin – chiamato Loherangrin nell'epica di Eschenbach – è infatti il figlio di Parsifal, uno dei cavalieri di Re Artù inviato alla ricerca del Santo Graal. Il personaggio è a sua volta ispirato alla leggenda medievale del Cavaliere del Cigno, di origine francese e legata alla figura storica di Goffredo di Buglione, uno dei conquistatori di Gerusalemme durante la prima crociata, fusa in seguito con la chanson de geste di Garin le Loherain (Garin di Lorena, da cui deriva appunto il nome Loherangrin, poi "condensato" in Lohengrin).

Alla leggenda, il libretto affianca gli eventi storici legati alla figura del re Enrico I di Sassonia, detto "L'Uccellatore", che nel ducato di Brabante (nei pressi di Anversa, nell'attuale Belgio) arruolò un esercito da opporre agli invasori ungari. Nel 926 il sovrano era riuscito a ottenere una tregua decennale con corresponsione di tributi, un periodo di pace che sfruttò per costruire nuove fortezze, armare un esercito con cavalleria pesante e assoggettare le tribù slave insediate a est dell'Elba. Molte di queste fortificazioni divennero in seguito città, motivo per cui Enrico è spesso detto "il fondatore". In quanto riunificatore dei ducati tedeschi sotto una sola bandiera, Enrico è stato a lungo considerato (anche dai gerarchi nazisti, per esempio) come il vero padre della nazione tedesca, ancor più di Carlo Magno.

L'opera, la sesta di Wagner, a volte è citata come il suo ultimo lavoro prima della grande rivoluzione che sarebbe esplosa con il successivo "L'oro del Reno". In realtà il compositore aveva già intrapreso da alcuni anni il percorso verso una forma operistica differente da quelle che la precedevano. Con "L'olandese volante" e il "Tannhäuser" aveva già cominciato ad allontanarsi dagli stilemi dell'opera romantica tedesca e della grand opera francese che avevano caratterizzato le sue prime composizioni, rinunciando alla divisione in numeri circoscritti e fondendo totalmente la musica, il testo, il dramma e la psicologia dei personaggi in un flusso continuo. Ma il pubblico non aveva reagito positivamente, lasciando cadere Wagner in una profonda crisi artistica e personale.

L'idea di realizzare un'opera sulla leggenda di Lohengrin, il Cavaliere del Cigno, gli venne nell'estate del 1845, durante un soggiorno alle terme di Marienbad. Scrisse il libretto nel giro di pochi mesi (nonostante le perplessità di Robert Schumann, che riteneva il soggetto impossibile da mettere in musica) e iniziò a comporre la partitura dall'anno successivo, terminando il lavoro in meno di due anni (dall'estate del 1846 alla primavera del 1848). Da notare che l'opera non fu composta in ordine cronologico: Wagner si dedicò prima al terzo atto, poi lavorò al primo, e solo per ultimo realizzò il secondo atto (e il preludio).

Quando l'opera fu rappresentata per la prima volta, a Weimar nel 1850, venne diretta da Franz Liszt, grande amico del compositore, su sua richiesta. Wagner infatti non era presente perché l'anno prima era rimasto coinvolto nei moti rivoluzionari di Dresda del 1849, durante i quali aveva combattuto al fianco di Bakunin. Raggiunto da un mandato d'arresto, fu costretto a lasciare prima la Sassonia (dove era direttore del Teatro di Corte) e poi Weimar per andare in esilio a Zurigo e in seguito a Parigi. Rimase lontano dalla Germania per i successivi dodici anni. Liszt stesso lo invitò ad abbandonare le velleità politiche per dedicarsi esclusivamente all'arte ("Basta con la politica e con le chiacchiere socialiste. Occorre rimettersi al lavoro con ardore, il che non sarà difficile, col vulcano che Ella ha nel cervello", gli scrisse).

L'opera riscosse subito un grande successo (nonostante, pare, l'inadeguatezza del tenore che interpretò il ruolo di Lohengrin alla prima rappresentazione). Già nel 1855 fu proposta anche all'estero (a Riga). Nel decennio successivo venne allestita anche a Vienna (dove lo stesso Wagner vi poté assistere per la prima volta!), Monaco e Berlino. In Italia giunse nel 1871, al Teatro Comunale di Bologna, in una versione tradotta in italiano: si trattò anche della prima opera di Wagner mai proposta in assoluto nel nostro paese. Fra i presenti c'era anche Giuseppe Verdi, che annotò le sue opinioni su una copia dello spartito. Sembra che il compositore parmigiano non gradì particolarmente l'opera: molte delle sue annotazioni sono negative. Eppure, a giudicare dalla quantità di osservazioni e di commenti che si è premurato di scrivere, il lavoro doveva aver comunque suscitato il suo interesse. Nel 1883, alla morte di Wagner, Verdi scrisse: "La sua musica, per quanto lontana dal nostro sentimento fatta eccezione pel solo Lohengrin, è musica dove c’è vita, sangue e nervi; dunque è musica che ha diritto di restare".

L'opera di Wagner rese nuovamente popolare la storia del Cavaliere del Cigno, ispirando artisti e personaggi di ogni tipo. Per tutti basti ricordare il re Ludwig II di Baviera, non a caso soprannominato "Der Märchenkönig" ("Il re delle fiabe"), per la sua passione per le antiche leggende, o addirittura "Re Lohengrin", come nella caricatura d'epoca mostrata qui a fianco. Lodovico, grande amante dell'arte e della musica, divenne amico e mecenate di Wagner, al punto da sostenerlo economicamente e da finanziare persino la costruzione del Festspielhaus di Bayreuth, il teatro dove ebbero luogo le prime rappresentazioni delle opere del ciclo dell'Anello del Nibelungo. E non a caso la parola "cigno" ("Schwan" in tedesco) compare nel nome dei due celebri castelli associati al re: quello di Hohenschwangau (letteralmente: castello della "contea alta del cigno"), fatto restaurare da suo padre Maximilian II e decorato con scene che si ispiravano proprio alla leggenda di Lohengrin, e quello – spettacolare e fiabesco – di Neuschwanstein (letteralmente: "Nuova roccaforte del cigno"), fatto costruire dallo stesso Ludwig alla fine dell'800. Al proposito, consiglio la visione del bel film di Luchino Visconti, "Ludwig", del 1972.

Con il "Lohengrin", Wagner abbraccia definitivamente la tecnica del Durchkomponiert, ovvero della "composizione continua" ed "estesa", senza la divisione della partitura in numeri ben definiti (arie, duetti, recitativi...) che caratterizzava lo stile precedente (per esempio, nell'opera italiana). La musica diventa così un flusso continuo, e si fonde con il testo in maniera ben più profonda, dando vita a un'opera che può ricordare un poema sinfonico con le voci dei cantanti usate come strumenti. Ciò non toglie che è possibile isolare alcuni frammenti, a volte anche abbastanza estesi, come fossero dei brani a sé stanti: tre esempi su tutti: il sogno di Elsa ("Einsam in trüben Tagen"), il racconto del Graal ("In fernem Land"), e quello che è senza dubbio il brano più noto dell'opera: il coro nuziale all'inizio del terzo atto, tema che – insieme alla marcia composta da Mendelssohn – è uno dei due brani oggi tradizionalmente eseguiti in occasione dei matrimoni. Da non dimenticare, infine, il Preludio del primo atto, un'introduzione musicale che anticipa in maniera suggestiva il motivo del Graal e quello del cigno. Rispetto ai lavori successivi, è comunque ancora limitato l'uso dei leitmotiv (temi conduttori), in favore di un'estensione ariosa delle melodie che dona un'aura "luminosa" e leggera alla partitura, che ben si confà al tono fiabesco della vicenda.


Alcune delle incisioni più celebri:















Link utili:

Articolo su Wikipedia in inglese
Articolo su Wikipedia in italiano
Saggio di Maurizio Tagliabue [pdf]
Libretto completo (anche in italiano)
Partiture

10 febbraio 2015

La pietra del paragone - Riepilogo

Scritto da Christian
4 febbraio 2015

23. Finale II: "Voi, Clarice?"

Scritto da Christian

Siamo al finale. Di fronte alla concreta prospettiva di perderla, il Conte si è finalmente reso conto di amare Clarice e, come ultima risorsa, chiede al suo gemello Lucindo (in realtà la stessa Clarice, travestita) di poterla sposare. "De' comuni affetti / stato ei sarebbe ad onta sua tiranno / s'io non compìa questo felice inganno", commenta la donna fra sé. Dopo un divertente siparietto fuori programma con Fulvia e Aspasia (che si sono invaghite a prima vista del giovane militare), "Lucindo" acconsente al matrimonio della sorella con il Conte. E infine, con sorpresa di tutti, svela la propria identità: "Lucindo non tornò, Clarice io sono".

"Voi, Clarice?" è il grido di stupore di tutti. Al colmo della gioia, Asdrubale e la Marchesa si domandano perdono a vicenda per gli scherzi che si sono giocati, mentre anche Giocondo – che a sua volta era innamorato di Clarice – sembra accettare la felice conclusione con una certa rassegnazione (in precedenza, in un recitativo che solitamente viene omesso, Lucindo aveva offerto anche a lui la mano della sorella; ma Giocondo aveva rifiutato per via dell'amicizia che lo lega al Conte, dichiarando di essere "amico prima che amante").

Anche Donna Fulvia e la Baronessa Aspasia riconoscono la sconfitta: Clarice le ha battute nel conquistare la mano del Conte. E pensando all'imminente matrimonio della coppia ("Veder chi si marita / e starli a contemplar...") le due dame tornano all'ovile, ovvero da Pacuvio e Macrobio, che però – memori del loro recente comportamento, quando erano pronte ad abbandonarli in favore del capitano Lucindo – ne approfittano per vendicarsi tenendole un po' sulle spine ("Madama, l'ho capita: / son grato al vostro affetto; / ma per parlarvi schietto, / ci voglio un po' pensar").

L'opera si conclude con l'inevitabile lieto fine, ovvero con un canto di gioia ("Il cor di giubilo / brillar mi sento") intonato da tutti i personaggi, che si preparano a festeggiare le "nozze portentose" fra il Conte e la Marchesa. Secondo alcuni commentatori, è proprio in questo finale che Rossini fa uso per la prima volta in maniera evidente del tipico "crescendo" che diverrà presto un suo marchio di fabbrica e che si ritroverà sempre più spesso in quasi tutte le sue future composizioni. Un altro motivo per celebrare "La pietra del paragone" come una pietra miliare nella storia dell'opera italiana. Sempre di pietre si parla, in fondo. ^^

Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

BARONESSA (a Clarice)
Siete alfin solo: impaziente io stava
aspettando il momento...

FULVIA (correndo spaventata)
Se non era il cavalier Giocondo,
il Conte si uccidea.

CLARICE (con somma agitazione)
(Che sento!) Ed ora?

FULVIA
Scrive.

CLARICE
(Respiro.)

BARONESSA (a donna Fulvia)
E perché mai?

FULVIA
Si crede,
che il signor capitan gli abbia intimato...

FABRIZIO (correndo)
Ah! signor capitan...

CLARICE
Che cosa è stato?

FABRIZIO
Leggete, e poi firmatevi:
«Lucindo per Clarice sua sorella»,
o il padron si dà fuoco alle cervella.

BARONESSA
Caspita! il caso è serio.

[CLARICE
(Oh me felice!
Scrivo il mio nome: ei stupirà. «Clarice».)

FABRIZIO
Grazie.

BARONESSA (a Fulvia)
Che nuova c'è?]

FULVIA (alla Baronessa)
Credo che sia carta di matrimonio.

CLARICE
A queste dame domando mille scuse.

BARONESSA (in aria di galanteria)
Io più di mille ne domando anzi a voi,
se forse troppo importuna vi son.

FULVIA (egualmente)
Volano l'ore in vostra compagnia.

BARONESSA (come sopra)
Sembrano istanti.

CLARICE
Siete troppo gentili. (Anzi sguaiate.)

[FULVIA (come sopra)
Oh grazie.

BARONESSA (come sopra)
È sua bontà.

CLARICE
(Quando sapranno quel che so io.)

FABRIZIO (al Conte nell'uscire)
La marchesina? Oh bella!
Non l'ho neppur veduta.

CONTE (mostrando il foglio che ha in mano)
Ed io ti dico
che questo è suo carattere.

PACUVIO (osservando il foglio)
Senz'altro.

CONTE
Io lo conosco.

GIOCONDO (facendo lo stesso)
Non v'è dubbio.

MACROBIO (a Fabrizio osservando anch'esso)
Hai torto.

FABRIZIO
Or lo vedremo. Il capitan Lucindo
per me risponda.

CLARICE
Io parlerò. Fabrizio
non ne ha né torto, né ragion; mi spiego:]
Conte, io spero che siate
disposto a perdonarmi.

CONTE
Io si.

CLARICE
Ne chieggo la destra in pegno.

CONTE
Eccola, o caro; io tutto,
or che ottenni Clarice, a voi perdono.

CLARICE (scoprendosi)
Lucindo non tornò: Clarice io sono.

(stupore universale)

Clicca qui per il testo del brano.

CONTE E GIOCONDO
Voi, Clarice?

BARONESSA E FULVIA
Qual inganno!

MACROBIO E PACUVIO
Qual sorpresa!

FABRIZIO E CORO
Qual portento!

TUTTI
Questo nobile ardimento
chi poteva immaginar?

CLARICE
Trasformando al fin me stessa
aguzzai d'amor lo strale:
la sorpresa universale
mi fa l'alma in sen brillar.

BARONESSA E FULVIA
Che improvviso temporale!
Ci avrei fatta una scommessa:
ah! purtroppo è dessa, è dessa,
e ci seppe corbellar.

PACUVIO
Donna Fulvia...

MACROBIO
Baronessa...

MACROBIO E PACUVIO
È venuto il temporale,
si è smorzato il mio fanale,
cesso alfin di smoccolar.

CONTE E GIOCONDO
Da stupor, da gioia eguale
non fu mai quest'alma oppressa:
ma la gioia omai prevale;
già non so che giubilar.

FABRIZIO E CORO (verso il Conte)
Or la gioia in lui prevale,
e non sa che giubilar.

CONTE (a Clarice)
Cara, perdon ti chiedo.

CLARICE (al Conte)
Perdon ti chiedo anch'io.

GIOCONDO (con brio a Clarice e al Conte)
Ragion per me non vedo
di starsi a supplicar.

CONTE (a Giocondo)
Quanto vi deggio, amico!

GIOCONDO
Lo stesso ancor vi dico:
lasciamo i complimenti.

MACROBIO E PACUVIO
Piuttosto andiamo a pranzo:
pria che la lingua, i denti
bisogna esercitar.

MACROBIO, PACUVIO E GIOCONDO
E sopra l'altre cose
con pompa ed allegria
le nozze portentose
si pensi a festeggiar.

BARONESSA E FULVIA (la Baronessa a Macrobio, donna Fulvia a Pacuvio)
Veder chi si marita,
e starli a contemplar...

MACROBIO E PACUVIO (interrompendole)
Madama, l'ho capita:
son grato al vostro affetto;
ma per parlarvi schietto,
ci voglio un po' pensar.

[MACROBIO (veggendo che la Baronessa se ne rammarica, le porge la destra)
Via su, sia per non detto,
vi voglio contentar.]

CONTE
Finor di stima io fui
verso le donne avaro:
da questo giorno imparo
le donne a rispettar.

CLARICE, MACROBIO, GIOCONDO E CONTE, TUTTI
Il cor di giubilo
brillar mi sento:
non so reprimere
quel sentimento,
che in petto l'anima
mi fa balzar.
[Del paragon la pietra
a tempo usar conviene:
chi prova e non risolve,
un seccator diviene;
si rende altrui ridicolo
per farsi singolar.]



Sonia Prina, François Lis, José Manuel Zapata, Joan Martin-Royo, Christian Senn,
Jennifer Holloway, Laura Giordano, Filippo Polinelli, dir: Jean-Christophe Spinosi


Marie-Ange Todorovich, Marco Vinco, Raul Giménez, Pietro Spagnoli, Paolo Bordogna,
Laura Brioli, Patrizia Biccirè, Tomeu Bibiloni, dir: Alberto Zedda


Julia Hamari, Justino Diaz, Ugo Benelli, Claudio Desderi, Alessandro Corbelli,
Antonella Pianezzola, Daniela Dessì, Armando Ariostini, dir: Piero Bellugi

1 febbraio 2015

22. Aria: "Ah! Se destarti in seno"

Scritto da Christian

Il piano di Clarice procede. Nei falsi panni del capitano Lucindo, la donna spiega al Conte Asdrubale che intende condurre con sé la sorella, "lungi da questi lidi per lei funesti". Davanti alla prospettiva di non veder mai più la Marchesa, il Conte prende finalmente coscienza del proprio amore per lei. Ogni supplica a Lucindo affinché torni sui suoi passi si rivela inutile: e al Conte non resta che lamentarsi per la propria sorte, osservando come la somiglianza di Lucindo e Clarice si limiti al volto ("Oh, quanto mai Natura sotto eguali sembianze vi distinse nel cor", e poi ancora: "Ah, di lei, per mio tormento, / le sembianze in te ravviso: / il tuo volto in due diviso / m'innamora, e orror mi fa").

Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

CONTE
Scusate, capitan...

CLARICE (in abito militare)
Tutto m'è noto.

CONTE
Ch'io sappia almen da lei...

CLARICE
No, mia sorella più non vedrete.
[(a Giocondo)
Cavaliere, a voi la destra io n'offro.

GIOCONDO
Io la ricuso: amico
prima che amante, io fui.

CLARICE
La vostra ammiro non volgare amistà.]
Lungi da questi lidi per lei funesti
Clarice io condurrò.

[CONTE (con sorpresa ed affanno)
Voi?

CLARICE (con forza)
Sì.

CONTE (smanioso a Giocondo)
Me stesso in me non trovo.

CLARICE
(In quelle smanie io veggo il mio trionfo.)

CONTE (a Clarice quasi piangendo)
E partirà Clarice per non tornar mai più?

CLARICE
D'avervi amato arrossirà, quando ragione e tempo
resa le avran la sospirata calma.

CONTE (appoggiandosi a Giocondo)
Oh dio!... Qual su quest'alma piomba improvviso gel!...
D'amarla tanto io non credea.

CLARICE
Né pianto a lei giovò, né tolleranza e fede
anche in mezzo ai disastri.

CONTE
Ah! sì, conosco per mia pena maggior
tutte in un punto le sue virtù.
(A Clarice in aria supplichevole)
Deh...

CLARICE (con enfasi)
No.]

CONTE
Crudel!... Se fosse Clarice qui...
Se me vedesse... Oh, quanto...

CLARICE
(Resisto appena.)

CONTE
Oh, quanto mai Natura
sotto eguali sembianze
vi distinse nel cor!

GIOCONDO
Deh! alfin vi basti
il pentimento, il suo rossor...

CLARICE (con enfasi, come sopra)
No.

CONTE (a Giocondo)
Cessa...
Lasciami, amico, a quel destino in preda,
che a me stesso io formai.
Da te Clarice sappia almen ch'io l'adoro,
che le follie, che il mio rigor condanno,
e che forse per lei morrò d'affanno.

Clicca qui per il testo del brano.

CONTE
(a Clarice)
Ah! Se destarti in seno
per me pietà non senti,
lascia ch'io speri almeno
dall'idol mio pietà.
(a Giocondo)
Caro amico, ah! tu lo vedi...
ah! di me che mai sarà?
(a Clarice)
Al mio duol se tu non cedi,
mostro sei di crudeltà.
(all'uno e all'altra)
Non vedrò mai più Clarice:
e fia vero?... oh me infelice!
(a Clarice fissando in lei lo sguardo)
Ah, di lei, per mio tormento,
le sembianze in te ravviso:
il tuo volto in due diviso
m'innamora, e orror mi fa.
Più bramar non so che morte;
altra speme a me non resta:
l'ora estrema, oh dio! fu questa
della mia felicità.
(parte furiosamente e Giocondo lo segue)



Marco Vinco


François Lis


Justino Diaz

Natale de Carolis

26 gennaio 2015

21. Marcia e aria: "Se per voi le care io torno"

Scritto da Christian

Avevamo lasciato Clarice mentre fingeva di recarsi in città per incontrare il suo gemello Lucindo e invitarlo nella villa del Conte. La ritroviamo ora in abiti militari, ovvero nei panni del "capitano Lucindo". Anche la marchesina, infatti, ha deciso di ricorrere a un travestimento per mettere alla prova i veri sentimenti del Conte, rendendogli dunque pan per focaccia. Accompagnata da una vivace marcia soldatesca, in un'aria scoppiettante e ricchissima di infiorettature, Clarice/Lucindo esprime la propria felicità per essere tornato in patria, frammista a quella per aver potuto rivedere finalmente la sorella, all'insegna del motto "Marte trionfi, e Amor".

L'aria patriottica di Clarice "Se per voi le care io torno" [...] anticipa il "Pensa alla Patria" dell'Italiana in Algeri. Il giovane musicista rivela così, per la prima volta, la sua sensibilità alla causa nazionale, in linea sia con l'ideologia liberale dominante nel napoleonico regno d'Italia, sia con le simpatie giacobine paterne.
(da "Storia dell'opera italiana", di Fabrizio Dorsi e Giuseppe Rausa)
A osservare il tutto, c'è il quartetto composto da Macrobio, Pacuvio, Fulvia e Aspasia, con le due donne che si lasciano catturare dal fascino dell'uniforme e non perdono tempo ad abbandonare i rispettivi "cavalier serventi" per andare a corteggiare il nuovo venuto, ignorando naturalmente la sua vera identità. Il giornalista e il poeta non possono che commentare amaramente: "Il marzial aspetto / val più assai che un articolo e un sonetto".


Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

FABRIZIO
Eccolo.

FULVIA
Chi?

FABRIZIO
Lucindo.

BARONESSA
Il capitano?

PACUVIO
Il gemello germano?...

FABRIZIO
Sì, della marchesina.

MACROBIO
Io volentieri,
qualunque militar, l'avrei veduto
nel caso mio.

FULVIA
Le somiglianze rare
fra la sorella e lui
di veder son curiosa.

BARONESSA
Se a lei somiglia non avrà gran cosa.

FABRIZIO
(Che pettegole!)
Io vado per ordine del Conte ad incontrarlo.
(parte)

FULVIA
Che fai, Pacuvio?

PACUVIO
Io parlo con Demetrio Evergete.

BARONESSA (a Pacuvio)
Zitto: s'avanza il capitan.

FULVIA (al medesimo)
Tacete.

BARONESSA
Tiriamoci in disparte.

MACROBIO
Oggi d'esser mi sembra un altro Marte.
(si ritirano senza partir dalla scena)

Clicca qui per il testo del brano.

CLARICE
(ai soldati)
Se l'itale contrade,
che in fanciullesca etade abbandonai,
preme il mio piè;
se vidi il ciel natio;
se dell'amata suora
sulle stanche pupille io tersi il pianto,
valorosi compagni, è vostro il vanto.

Se per voi le care io torno
patrie sponde a vagheggiar,
grato a voi di sì bel giorno
il mio cor saprò serbar.

CORO DI SOLDATI
L'esempio, il tuo periglio
a noi servi di sprone;
né bomba, né cannone
potevaci arrestar.

CLARICE
Viva il desio di gloria,
che all'alme amar non vieta.
Ciascuno con me ripeta:
«Marte trionfi, e Amor».

CORO
Ciascun di noi ripeta:
«Marte trionfi, e Amor».

CLARICE
(Sotto l'intrepida
viril sembianza
sento risorgere
la mia speranza:
fra i dolci palpiti
s'infiamma il cor.)

CORO
Qual volto amabile,
vivace e nobile!
Che ardir magnanimo
gl'infiamma il cor!

Clicca qui per il testo del recitativo che segue il brano.

BARONESSA
Che ne dite, Macrobio? io non ci trovo
questa gran somiglianza.

MACROBIO
Io son d'avviso,
che non v'è differenza in quanto al viso.

BARONESSA
Diamine! Siete cieco? Il capitano
è assai di lei più bello.

FULVIA (a Pacuvio)
Sembra che non le sia neppur fratello.

[PACUVIO
Eppur...

FULVIA
Non v'è confronto. Baronessa,
è ver, che non somigliano?

BARONESSA
Lo stesso dico anch'io.

FULVIA (a Pacuvio)
Lo sentite?

BARONESSA (a Macrobio)
Vedete, se ho ragion?

MACROBIO
Signora, sì.

FULVIA (a Pacuvio)
Siete convinto ancor?]

PACUVIO
Sarà così.

BARONESSA
Voglio a lui presentarmi
prima che torni il Conte.
(a Macrobio)
Con permesso.

MACROBIO
Si accomodi.
(la Baronessa entra in casa del Conte)

FULVIA (osservando la Baronessa)
(Ho capito.)
Addio, Pacuvio.

PACUVIO
Si serva.

FULVIA
(Anche a me piace il militare;
né mi lascio da un'altra soverchiare.)
(entra anch'essa in casa del Conte)

PACUVIO
Le nostre dame, amico,
ci hanno qui piantato.

MACROBIO
Il marziale aspetto
val più assai che un articolo e un sonetto.
(partono)




Sonia Prina


Marie-Ange Todorovich


Julia Hamari


Cecilia Bartoli


Agata Bienkowska


Jennifer Larmore

Martine Dupuy


In realtà anche la marcia e l'aria di Clarice nei panni di Lucindo, come molti altri brani di questo secondo atto, venne riciclata più o meno integralmente da Rossini (probabilmente per mancanza di tempo) da un pezzo analogo della sua precedente opera "L'equivoco stravagante", che aveva scritto appositamente per la sua musa di allora, la contralto Marietta Marcolini, prima interprete anche della "Pietra".
La Marcolini eccelleva nelle parti en travesti, e, nell’Equivoco stravagante, Rossini le dedica una pagina di parodia dell’opera seria. La protagonista dell’opera, Ernestina, è destinata in sposa a un uomo che non ama, il volgare Buralicchio: con la complicità dei servi, fa credere al promesso sposo ch’ella in realtà non sia una donna ma un castrato vestito da donna sin dalla più tenera età. Per ripicca, però, Buralicchio fa arrestare il supposto castrato, poiché, con questo stratagemma, ha disertato la leva militare. Ernestina viene però fatta scappare dall’amato Ermanno, che la fa uscire di carcere vestendola da soldato: l’aria “Se per te lieta torno” [...] mette in scena un’Ernestina, in veste militare, che pensa a ritornare tra le braccia dell’amato Ermanno, mentre il Coro la sprona a prodezze militari.
(Martino Pinali)


Ann Hallenberg
da "L'equivoco stravagante"

23 gennaio 2015

20. Terzetto: "Prima fra voi coll'armi"

Scritto da Christian

Il Conte Asdrubale è pronto per un altro dei suoi scherzi: con la complicità del cavalier Giocondo, questa volta intende prendersi gioco di Macrobio, che aveva promesso alla Baronessa Aspasia di battersi a duello con lui. Sapendo che il pavido giornalista non ne avrà mai il coraggio ("Io far duelli?"), tanto il Conte quanto Giocondo fingono di volerlo sfidare contemporaneamente, litigandosi addirittura il diritto di affrontarlo per primo. In un divertente terzetto, Macrobio propone loro una soluzione: dapprima dovranno battersi fra loro; lui poi duellerà "con quel che resta ucciso"!

Boutade a parte, il Conte e Giocondo sembrano accettare la proposta, con gran sollievo del giornalista che spera che si feriscano a vicenda per evitare così di battersi. Ma quasi subito i due finti contendenti depongono le armi, accordandosi tra loro: tocca a Giocondo, in quanto ospite del Conte, affrontare per primo Macrobio. Questi, terrorizzato, si domanda se "un mezzo non vi sia / d'aggiustar questa faccenda"; e infine, pur di evitare il duello, rinuncia al proprio orgoglio e accetta di dichiararsi non solo sconfitto, ma pure "un poltrone", "un uom venale", "un cicisbeo ridicolo", e "il fior degli ignoranti".

Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

MACROBIO
Io far duelli? io, che a' miei giorni mai
né pistola adoprai, né spada o stocco
per onor di nessuno? io, che una sola
volta, né mi sovvien se bene o male,
mi son battuto a pugni
per onor del giornale?
Io?...

GIOCONDO (in aria fiera)
Macrobio.

MACROBIO
Signor.

GIOCONDO (gli dà una pistola)
Prendi.

MACROBIO (incomincia a sgomentarsi)
Obbligato.
Che n'ho da far?

GIOCONDO
Sopra di me spararla quando ti toccherà,
come io quest'altra sopra te sparerò.
(gli mostra un'altra pistola)

MACROBIO
(Lupus in fabula.)
Ma non veggo il perché...

GIOCONDO
Perch'hai tu sparso
che a Pacuvio io cercai la vita in dono.

MACROBIO
L'ho detto senza crederlo.

GIOCONDO
Peggio! Su via...

MACROBIO
Se vi calmate, io sempre
dirò bene di voi sul mio giornale.

GIOCONDO
Potentissimi dèi! Sarebbe questa
una ragion più forte per ammazzarti subito.
Alle corte!

[MACROBIO
Vengo... aspettate... (Il Conte è fuor di casa...
altro scampo non v'è... tempo si prenda...)
(Macrobio va pensando, e frattanto Giocondo fa dei cenni a qualcuno che si suppone dentro la scena)

GIOCONDO (a Macrobio)
Terminiamo sì o no, questa faccenda?

MACROBIO
Lo volete saper?... Da uom d'onore
qual mi dichiaro e sono...

GIOCONDO
Salvo errore.

MACROBIO
Io non posso accettar, perché un impegno
egual mi sono assunto col Conte, e l'ho sfidato.

GIOCONDO (osservandolo)
Eccolo appunto.

MACROBIO
Maledetta fortuna!]

CONTE
Olà, Macrobio.
Giacché tu di sfidarmi non hai coraggio, io te disfido.

GIOCONDO (a Macrobio fingendo meraviglia)
Come? Dunque...

MACROBIO (sommamente imbarazzato)
Dirò...

GIOCONDO
Conte, scusate; il primo son io.

CONTE
Non cedo: ad ogni costo ei deve battersi meco.

GIOCONDO
A' miei diritti invano, ch'io rinunzi, sperate.

MACROBIO
(Oh bella! a gara fanno per ammazzarmi.)
(al Conte)
Una parola...

CONTE (voltandogli le spalle)
Io non desisto.

MACROBIO (a Giocondo)
Udite...

GIOCONDO (egualmente)
Non serve.

MACROBIO
Io comporrò la vostra lite.

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MACROBIO
Prima fra voi coll'armi
il punto sia deciso:
con quel che resta ucciso,
io poi mi batterò.

GIOCONDO (al Conte accennando Macrobio)
Quando quel cor malnato
dal sen gli avrò diviso,
fra noi vedrem se ucciso
a torto io l'abbia o no.

CONTE (a Giocondo accennando Macrobio)
Quando l'avrò mandato
a passeggiar l'Eliso,
fra noi vedrem se ucciso
a torto io l'abbia o no.

CONTE (risoluto a Macrobio)
Andiam.

MACROBIO (a Giocondo per ischernirsi dell'altro)
Voi che ne dite?

GIOCONDO (risoluto a Macrobio)
Su via.

MACROBIO (al Conte come sopra)
Voi lo soffrite?

CONTE (prendendolo per un braccio)
Orsù...

MACROBIO (al Conte accennando Giocondo)
Quest'altro freme.

GIOCONDO (prendendolo egualmente per un braccio)
Non più...

MACROBIO (a Giocondo accennando il Conte)
Quest'altro grida.

CONTE E GIOCONDO (l'uno all'altro dopo avere alquanto pensato)
Ebben; l'acciar decida
chi primo ha da pugnar.

MACROBIO (tirandosi da parte)
Comincio a respirar.

(ad un cenno del Conte si avanzano i due domestici, uno verso il Conte medesimo, l'altro verso Giocondo, presentando loro le rispettive spade)

CONTE E GIOCONDO (con le spade medesime)
Ecco i soliti saluti.
(Del duello inaspettato
si consola il maledetto;
e non sa che per diletto
lo faremo ancor tremar.)

MACROBIO
(Son quei ferri molto acuti;
far potriano un bell'effetto:
sol due colpi in mezzo al petto,
e finisco di tremar.)

CONTE (dopo essersi messi in positura, ed incrocicchiate le spade il Conte volge la punta a terra)
Con permesso...

GIOCONDO (egualmente)
Io fo lo stesso...

MACROBIO (titubante)
Che vuol dir? Che nuova c'è?

CONTE
Il padrone della casa
ceder deve al forestiero:
(a Giocondo accennando Macrobio)
e con lui pugnar primiero
tocca a voi, non tocca a me.

MACROBIO
Non è vero, non è vero;
io protesto, per mia fé.

GIOCONDO
Quest'è vero, quest'è vero;
senza dubbio tocca a me.

MACROBIO (al Conte in aria supplichevole)
Ma che un mezzo non vi sia
d'aggiustar questa faccenda?

CONTE (fingendo di pensare)
Per esempio... si potria...

GIOCONDO (invitando Macrobio)
Presto, a noi; che più pensar?

MACROBIO (a Giocondo)
Via, lasciatelo pensar.

CONTE (al medesimo)
Quando il forte a noi si arrenda,
si potria capitolar.

GIOCONDO (fingendo di rifletterci)
Capitolar?

MACROBIO (applaudendo al Conte con sommo trasporto)
Bravissimo!

GIOCONDO
Per me son contentissimo
d'usar facilità.

CONTE
In termine brevissimo
l'affar si aggiusterà.

MACROBIO
Ripiego arcibellissimo!
Di meglio non si dà.

CONTE (a Giocondo accennando Macrobio)
Per prima condizione
fissiam ch'egli è un poltrone.

MACROBIO
Si accorda.

GIOCONDO
Un uom venale.

MACROBIO
Si accorda; non c'è male.

CONTE
Un cicisbeo ridicolo.

MACROBIO
Si accorda il terzo articolo.

GIOCONDO
Il fior degli ignoranti.

MACROBIO (offeso)
Adagio...

CONTE E GIOCONDO (con forza)
Avanti!

MACROBIO
Distinguo: in versi, o in prosa?

CONTE E GIOCONDO
S'intende in ogni cosa.

MACROBIO
Eppur...

CONTE E GIOCONDO (minacciando)
Che dir vorresti?

MACROBIO
Che articoli sì onesti
non posso ricusar.

CONTE E GIOCONDO
Gli articoli son questi;
non v'è da replicar.
(il Conte e Giocondo rendono le spade ai rispettivi domestici)

CONTE, GIOCONDO E MACROBIO
Fra tante disfide
la piazza è già resa.
Giammai non si vide
più nobile impresa;
d'accordo noi siamo;
cantiamo, balliamo:
la gioia sul viso
ritorni a brillar.



Joan Martin-Royo (Macrobio), François Lis (Conte), José Manuel Zapata (Giocondo)


Pietro Spagnoli (Macrobio), Marco Vinco (Conte), Raul Giménez (Giocondo)


Claudio Desderi (Macrobio), Justino Diaz (Conte), Ugo Benelli (Giocondo)