4 febbraio 2015

23. Finale II: "Voi, Clarice?"

Scritto da Christian

Siamo al finale. Di fronte alla concreta prospettiva di perderla, il Conte si è finalmente reso conto di amare Clarice e, come ultima risorsa, chiede al suo gemello Lucindo (in realtà la stessa Clarice, travestita) di poterla sposare. "De' comuni affetti / stato ei sarebbe ad onta sua tiranno / s'io non compìa questo felice inganno", commenta la donna fra sé. Dopo un divertente siparietto fuori programma con Fulvia e Aspasia (che si sono invaghite a prima vista del giovane militare), "Lucindo" acconsente al matrimonio della sorella con il Conte. E infine, con sorpresa di tutti, svela la propria identità: "Lucindo non tornò, Clarice io sono".

"Voi, Clarice?" è il grido di stupore di tutti. Al colmo della gioia, Asdrubale e la Marchesa si domandano perdono a vicenda per gli scherzi che si sono giocati, mentre anche Giocondo – che a sua volta era innamorato di Clarice – sembra accettare la felice conclusione con una certa rassegnazione (in precedenza, in un recitativo che solitamente viene omesso, Lucindo aveva offerto anche a lui la mano della sorella; ma Giocondo aveva rifiutato per via dell'amicizia che lo lega al Conte, dichiarando di essere "amico prima che amante").

Anche Donna Fulvia e la Baronessa Aspasia riconoscono la sconfitta: Clarice le ha battute nel conquistare la mano del Conte. E pensando all'imminente matrimonio della coppia ("Veder chi si marita / e starli a contemplar...") le due dame tornano all'ovile, ovvero da Pacuvio e Macrobio, che però – memori del loro recente comportamento, quando erano pronte ad abbandonarli in favore del capitano Lucindo – ne approfittano per vendicarsi tenendole un po' sulle spine ("Madama, l'ho capita: / son grato al vostro affetto; / ma per parlarvi schietto, / ci voglio un po' pensar").

L'opera si conclude con l'inevitabile lieto fine, ovvero con un canto di gioia ("Il cor di giubilo / brillar mi sento") intonato da tutti i personaggi, che si preparano a festeggiare le "nozze portentose" fra il Conte e la Marchesa. Secondo alcuni commentatori, è proprio in questo finale che Rossini fa uso per la prima volta in maniera evidente del tipico "crescendo" che diverrà presto un suo marchio di fabbrica e che si ritroverà sempre più spesso in quasi tutte le sue future composizioni. Un altro motivo per celebrare "La pietra del paragone" come una pietra miliare nella storia dell'opera italiana. Sempre di pietre si parla, in fondo. ^^

Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

BARONESSA (a Clarice)
Siete alfin solo: impaziente io stava
aspettando il momento...

FULVIA (correndo spaventata)
Se non era il cavalier Giocondo,
il Conte si uccidea.

CLARICE (con somma agitazione)
(Che sento!) Ed ora?

FULVIA
Scrive.

CLARICE
(Respiro.)

BARONESSA (a donna Fulvia)
E perché mai?

FULVIA
Si crede,
che il signor capitan gli abbia intimato...

FABRIZIO (correndo)
Ah! signor capitan...

CLARICE
Che cosa è stato?

FABRIZIO
Leggete, e poi firmatevi:
«Lucindo per Clarice sua sorella»,
o il padron si dà fuoco alle cervella.

BARONESSA
Caspita! il caso è serio.

[CLARICE
(Oh me felice!
Scrivo il mio nome: ei stupirà. «Clarice».)

FABRIZIO
Grazie.

BARONESSA (a Fulvia)
Che nuova c'è?]

FULVIA (alla Baronessa)
Credo che sia carta di matrimonio.

CLARICE
A queste dame domando mille scuse.

BARONESSA (in aria di galanteria)
Io più di mille ne domando anzi a voi,
se forse troppo importuna vi son.

FULVIA (egualmente)
Volano l'ore in vostra compagnia.

BARONESSA (come sopra)
Sembrano istanti.

CLARICE
Siete troppo gentili. (Anzi sguaiate.)

[FULVIA (come sopra)
Oh grazie.

BARONESSA (come sopra)
È sua bontà.

CLARICE
(Quando sapranno quel che so io.)

FABRIZIO (al Conte nell'uscire)
La marchesina? Oh bella!
Non l'ho neppur veduta.

CONTE (mostrando il foglio che ha in mano)
Ed io ti dico
che questo è suo carattere.

PACUVIO (osservando il foglio)
Senz'altro.

CONTE
Io lo conosco.

GIOCONDO (facendo lo stesso)
Non v'è dubbio.

MACROBIO (a Fabrizio osservando anch'esso)
Hai torto.

FABRIZIO
Or lo vedremo. Il capitan Lucindo
per me risponda.

CLARICE
Io parlerò. Fabrizio
non ne ha né torto, né ragion; mi spiego:]
Conte, io spero che siate
disposto a perdonarmi.

CONTE
Io si.

CLARICE
Ne chieggo la destra in pegno.

CONTE
Eccola, o caro; io tutto,
or che ottenni Clarice, a voi perdono.

CLARICE (scoprendosi)
Lucindo non tornò: Clarice io sono.

(stupore universale)

Clicca qui per il testo del brano.

CONTE E GIOCONDO
Voi, Clarice?

BARONESSA E FULVIA
Qual inganno!

MACROBIO E PACUVIO
Qual sorpresa!

FABRIZIO E CORO
Qual portento!

TUTTI
Questo nobile ardimento
chi poteva immaginar?

CLARICE
Trasformando al fin me stessa
aguzzai d'amor lo strale:
la sorpresa universale
mi fa l'alma in sen brillar.

BARONESSA E FULVIA
Che improvviso temporale!
Ci avrei fatta una scommessa:
ah! purtroppo è dessa, è dessa,
e ci seppe corbellar.

PACUVIO
Donna Fulvia...

MACROBIO
Baronessa...

MACROBIO E PACUVIO
È venuto il temporale,
si è smorzato il mio fanale,
cesso alfin di smoccolar.

CONTE E GIOCONDO
Da stupor, da gioia eguale
non fu mai quest'alma oppressa:
ma la gioia omai prevale;
già non so che giubilar.

FABRIZIO E CORO (verso il Conte)
Or la gioia in lui prevale,
e non sa che giubilar.

CONTE (a Clarice)
Cara, perdon ti chiedo.

CLARICE (al Conte)
Perdon ti chiedo anch'io.

GIOCONDO (con brio a Clarice e al Conte)
Ragion per me non vedo
di starsi a supplicar.

CONTE (a Giocondo)
Quanto vi deggio, amico!

GIOCONDO
Lo stesso ancor vi dico:
lasciamo i complimenti.

MACROBIO E PACUVIO
Piuttosto andiamo a pranzo:
pria che la lingua, i denti
bisogna esercitar.

MACROBIO, PACUVIO E GIOCONDO
E sopra l'altre cose
con pompa ed allegria
le nozze portentose
si pensi a festeggiar.

BARONESSA E FULVIA (la Baronessa a Macrobio, donna Fulvia a Pacuvio)
Veder chi si marita,
e starli a contemplar...

MACROBIO E PACUVIO (interrompendole)
Madama, l'ho capita:
son grato al vostro affetto;
ma per parlarvi schietto,
ci voglio un po' pensar.

[MACROBIO (veggendo che la Baronessa se ne rammarica, le porge la destra)
Via su, sia per non detto,
vi voglio contentar.]

CONTE
Finor di stima io fui
verso le donne avaro:
da questo giorno imparo
le donne a rispettar.

CLARICE, MACROBIO, GIOCONDO E CONTE, TUTTI
Il cor di giubilo
brillar mi sento:
non so reprimere
quel sentimento,
che in petto l'anima
mi fa balzar.
[Del paragon la pietra
a tempo usar conviene:
chi prova e non risolve,
un seccator diviene;
si rende altrui ridicolo
per farsi singolar.]



Sonia Prina, François Lis, José Manuel Zapata, Joan Martin-Royo, Christian Senn,
Jennifer Holloway, Laura Giordano, Filippo Polinelli, dir: Jean-Christophe Spinosi


Marie-Ange Todorovich, Marco Vinco, Raul Giménez, Pietro Spagnoli, Paolo Bordogna,
Laura Brioli, Patrizia Biccirè, Tomeu Bibiloni, dir: Alberto Zedda


Julia Hamari, Justino Diaz, Ugo Benelli, Claudio Desderi, Alessandro Corbelli,
Antonella Pianezzola, Daniela Dessì, Armando Ariostini, dir: Piero Bellugi

2 commenti:

Giga Dino ha detto...

Ti vorrei far notare come Rossini abbia "riciclato" anche questo finale, sempre dall'Equivoco Stravagante, nella fattispecie nel terzetto "Volgi le amabili".


Christian ha detto...

Grazie della precisazione, è vero! Questo secondo atto de "La pietra del paragone" è senza dubbio meno originale del primo, quasi un riciclaggio continuo! ^^