30 dicembre 2012

La Cenerentola (18) - "Questo è un nodo avviluppato"

Scritto da Christian

Rossini si è certamente divertito nel mettere in musica questo sestetto, che gioca sulla pronuncia delle consonanti per creare un effetto comico e rafforzare il senso di stupore e di straniamento che segue alla rivelazione delle rispettive identità del Principe e di Cenerentola. Forse il brano più famoso dell'opera, è un tipico momento di “stasi” drammaturgica, in cui l'azione si arresta e tutti i personaggi – sbalorditi, perplessi o frastornati – si fermano a manifestare i propri pensieri (ne abbiamo già visti alcuni esempi in precedenza: “Nel volto estatico”, “Parlar, pensar, vorrei” e la stretta del finale del primo atto, “Mi par d'essere sognando”), per poi riprendere con impeto ancora maggiore.

Percepiamo la consistenza fonica del groviglio, con tutti quei gr, tr, pp... Ma al tempo stesso il concertato, col suo contrappunto, ci parla con la massima lucidità anche del groviglio della trama dell'opera, con i suoi affetti contraddittori e i suoi imbrogli, generatori di confusione e abbagli, che si scioglieranno infine con l'apoteosi di Cenerentola.
(Fausto Petrella)
Per la sua struttura insolita, il sestetto può dare qualche grattacapo ai registi durante l'allestimento, oppure – al contrario – permettere loro di scatenarsi nelle più fantasiose scenografie, mostrando visivamente quello stesso "intreccio aggrovigliato" di cui parla il testo.

Clicca qui per il testo del brano.

RAMIRO
Siete voi?

CENERENTOLA
Voi prence siete?

CLORINDA, TISBE
Qual sorpresa!

DANDINI
Il caso è bello!

DON MAGNIFICO
Ma...

RAMIRO
Tacete!

DON MAGNIFICO
Addio cervello!
Se...

RAMIRO, DANDINI
Silenzio!

TUTTI
Che sarà?

TUTTI
Questo è un nodo avviluppato,
questo è un gruppo rintrecciato.
Chi sviluppa più inviluppa,
chi più sgruppa, più raggruppa;
ed intanto la mia testa
vola, vola e poi s'arresta;
vo tenton per l'aria oscura,
e comincio a delirar.



Frederica Von Stade, Claudio Desderi, Francisco Araiza, Paolo Montarsolo,
Margherita Guglielmi, Laura Zannini – dir: Claudio Abbado


Giulietta Simionato, Sesto Bruscantini, Ugo Benelli, Paolo Montarsolo, Dora Carral, Miti Truccato Pace – dir: Oliviero de Fabritiis


Cecilia Bartoli, Alessandro Corbelli, Raúl Giménez, Enzo Dara, Laura Knoop, Jill Grove – dir: Bruno Campanella


Sonia Ganassi, Marco Vinco, Alfonso Antoniozzi, Antonino Siragusa, Paola Gardina, Carla Di Censo – dir: Renato Palumbo

Joyce DiDonato, David Menéndez, Juan Diego Flórez, Bruno de Simone, Cristina Obregón, Itxaro Mentxaca – dir: Patrick Summers


Il sestetto “Questo è un nodo avviluppato” è stato utilizzato da Pascal Roulin nel film “L'Opéra Imaginaire”, una sorta di cartone animato simile a “Fantasia” della Disney ma con brani d'opera anziché sinfonici (la versione che si ascolta è quella con Simionato, Bruscantini e Benelli).


26 dicembre 2012

La Cenerentola (17) - Il temporale

Scritto da Christian

Il secondo atto è narrativamente diviso in due da un piccolo brano, solo strumentale, che evoca un "temporale", spezza momentaneamente l'azione e prepara la scena per il gran finale. Non si tratta di un caso unico nelle opere di Rossini: basti ricordare il temporale del “Barbiere di Siviglia” (a sua volta ripreso da quello di un'opera giovanile, “La pietra del paragone”, riciclato poi anche ne “L'occasione fa il ladro”), così come alcuni passaggi dell'ouverture del “Guglielmo Tell”. La furia degli elementi e il successivo ritorno del sereno sono descritti musicalmente dal compositore con la consueta maestria. Da notare che giusto qualche anno prima, probabilmente nel 1813, Rossini aveva già scritto una serie di brevi brani strumentali che richiamavano proprio le forze e le atmosfere della natura (“La notte, temporale, preghiera, caccia”), nel solco delle suggestioni romantiche e pastorali che non avevano mai abbandonato la musica e l'arte nei due secoli precedenti e che nell'Ottocento trovavano ancora maggior spazio in seguito ai nuovi sviluppi della tecnica sinfonica. In quegli stessi anni, per esempio, avevano fatto la loro comparsa in Italia le sinfonie di Beethoven: proprio nel 1813 a Milano erano state eseguite la Quarta, la Quinta e soprattutto la Sesta (la “Pastorale”), alcuni echi della quale sembrano riecheggiare proprio nelle ultime note del temporale della “Cenerentola”, quando cessa la tormenta e torna finalmente il sereno.

La scena è cambiata, e siamo nuovamente nella cadente villa di Don Magnifico. Tornati a casa irati e furibondi, il patrigno e le due sorellastre si scagliano contro Cenerentola (che ovviamente ha avuto il tempo di precederli e di cambiarsi nuovamente d'abito), “colpevole” soltanto di assomigliare alla misteriosa dama il cui arrivo nella casa del principe ha scombussolato i loro piani. L'impaziente Ramiro, nel frattempo, sta battendo la campagna con la propria carrozza, alla disperata ricerca della donna che ha rapito il suo cuore. Approfittando della tempesta, e con la complicità di Dandini, il saggio Alidoro inscena un incidente, ovvero il ribaltamento della carrozza reale, proprio dinnanzi alla villa di Don Magnifico, costringendo così Ramiro a cercare riparo al suo interno e dandogli la possibilità di riconoscere in Cenerentola la donna da lui amata.

Al cessar del temporale, ecco dunque battere alla porta della villa. Don Magnifico, vedendo ricomparire il principe così presto, intuisce che c'è sotto qualcosa: sussurra a Clorinda e Tisbe “Non senza un perché venuto è qua”, essendo ancora convinto che intenda sposare una delle due figlie, e ordina a Cenerentola di portare al principe la “sedia nobile” – ovvero la poltrona imbottita, con i braccioli, destinata agli ospiti più importanti. La ragazza, ancora ignara della vera identità di Ramiro, si appresta a portare la sedia a Dandini, quando il patrigno la corregge. Contemporaneamente il principe si accorge dello smaniglio al suo polso: è il momento del reciproco riconoscimento fra Ramiro e Angelina, che lascia tutti senza parole.


Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

CENERENTOLA
Una volta c'era un re,
che a star solo s'annoiò;
cerca, cerca, ritrovò!
Ma il volean sposar in tre.
Cosa fa?
Sprezza il fasto e la beltà,
e alla fin scelse per sé
l'innocenza e la bontà.
La la là
li li lì
la la là.

(guarda lo smaniglio)
Quanto sei caro!
E quello cui dato ho il tuo compagno,
è più caro di te. Quel signor principe
che pretendea con quelle smorfie? Oh bella!
Io non bado a' ricami, ed amo solo
bel volto e cor sincero,
e do la preferenza al suo scudiero.
Le mie sorelle intanto... ma che occhiate!
Parean stralunate!
(s'ode bussare fortemente, ed apre)
Qual rumore! (Uh? chi vedo! che ceffi!)
Già di ritorno?
Non credea che tornaste avanti giorno.

CLORINDA
(entrando, accennando Cenerentola)
Ma ve l'avevo detto...

DON MAGNIFICO
Ma cospetto, cospetto!
Similissime sono affatto affatto.
Quella è l'original, questa è il ritratto.
(a Cenerentola)
Hai fatto tutto?

CENERENTOLA
Tutto.
Perché quel ceffo brutto
voi mi fate così?

DON MAGNIFICO
Perché, perché...
per una certa strega
che rassomiglia a te!

CLORINDA
Sulle tue spalle
quasi mi sfogherei.

CENERENTOLA
Povere spalle mie,
cosa c'hanno a che far?

(Cominciano lampi e tuoni.)

TISBE
Oh, fa mal tempo!
Minaccia un temporale.

DON MAGNIFICO
Altro che temporale!
Un fulmine vorrei che incenerisse il cameriere!

CENERENTOLA
Ma dite, cosa è accaduto?
Avete qualche segreta pena?

DON MAGNIFICO
Sciocca! Va' là, va' a preparar la cena.

CENERENTOLA
Vado sì, vado. (Ah, che cattivo umore.
Ah! Lo scudiero mio mi sta nel core.)


Clicca qui per il testo del recitativo che segue il brano.

DANDINI
Scusate, amici.
La carrozza del principe ribaltò...
(riconoscendo don Magnifico)
Ma chi vedo?

DON MAGNIFICO
Uh! Siete voi!
Ma il principe dov'è?

DANDINI
(accennando Ramiro)
Lo conoscete!

DON MAGNIFICO
(rimanendo sorpreso)
Lo scudiero? Oh, guardate.

RAMIRO
Signore, perdonate
se una combinazione...

DON MAGNIFICO
Che dice! Si figuri! Mio padrone!
(sottovoce, a Clorinda e Tisbe)
Eh, non senza perché venuto è qua.
La sposa, figlie mie, fra voi sarà.
(a Cenerentola)
Ehi, presto, Cenerentola,
porta la sedia nobile!

RAMIRO
No, no: pochi minuti.
Altra carrozza pronta ritornerà.

DON MAGNIFICO
Ma che! Gli pare!

CLORINDA
Ti sbriga, Cenerentola!

CENERENTOLA
(recando la sedia a Dandini, che crede il principe)
Son qui.

DON MAGNIFICO
Dalla al principe, bestia, eccolo lì.

CENERENTOLA
Questo! Ah, che vedo! Principe!
(sorpresa, riconoscendo per principe don Ramiro, si pone le mani sul volto e vuol fuggire)

RAMIRO
T'arresta!
Che? Lo smaniglio!...
È lei! Che gioia è questa!




direttore: Claudio Abbado



direttore: Vladimir Jurowski



direttore: Sergio Renan

direttore: Walter Attanasi

20 dicembre 2012

La Cenerentola (16) - "Un segreto d'importanza"

Scritto da Christian

E Dandini? Ricevuto da Ramiro l'ordine di cessare la mascherata, ha un'ultima opportunità per fingersi principe quando Don Magnifico, ancora ignaro dell'accaduto, lo approccia per “sollecitare la scelta” della sposa fra le sue due figlie. Il valletto approfitta della situazione per prendersi gioco ancora una volta del barone. In questo divertente duetto (non meno movimentato e ironico di altri celebri duetti rossiniani, a partire da quello del “Barbiere di Siviglia” fra Figaro e Almaviva, “All'idea di quel metallo”), ecco finalmente i due personaggi prettamente comici dell'opera impegnati direttamente l'uno contro l'altro.


Numerosi i momenti esilaranti: dall'equivoco, nel recitativo, con cui Don Magnifico inizia a sospettare che il “principe” voglia “maritarsi” con lui (si ripensi, a tal proposito, agli eccessivi complimenti che Dandini aveva fatto in precedenza proprio al barone, paragonando per esempio le due figlie a lui: “son tutte papà!”), al buffissimo verso “Sua eccellenza – Bestia! – Altezza” in cui il barone interpola un epiteto rivolto a sé stesso fra i due titoli destinati al principe.

Dandini è sincero, all'inizio, nel dire che il "segreto d'importanza" che sta per rivelare al barone lo farà "strasecolar". Ma non come Don Magnifico intende. La tira per le lunghe e lo prende in giro definendolo "uomo saggio e stagionato", mentre lui si ritiene consigliere "già stampato". Divertente anche la lista delle pretese di Don Magnifico ("Abbia sempre pronti in sala / trenta servi in piena gala, / centosedici cavalli, / duchi, conti e mareschialli...") quando Dandini gli chiede come dovrà essere lo stile di vita delle figlie, cui il valletto risponde confessando finalmente al barone la verità. E nel finale, Dandini si rivela "collega" di Figaro, non solo musicalmente ma anche per via degli stessi strumenti di lavoro ("Se vuol rasoio, / sapone e pettine, / saprò arricciarla, / sbarbificarla"). Da notare che per questo brano il libretto originale di Jacopo Ferretti presentava molti versi in più rispetto a quelli musicati da Rossini e compresi nell'edizione critica.


Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

DANDINI
Ma dunque io sono un ex?
Dal tutto al niente
precipito in un tratto?
Veramente ci ho fatto una bella figura!

DON MAGNIFICO
(entra premuroso)
Scusi la mia premura...
ma quelle due ragazze
stan con la febbre a freddo.
Si potrebbe... sollecitar la scelta?

DANDINI
È fatta, amico.

DON MAGNIFICO
(con sorpresa)
È fatta! Ah! Per pietà! Dite, parlate...
È fatta! E i miei germogli
in queste stanze a vegetar verranno?

DANDINI
Tutti poi lo sapranno;
per ora è un gran segreto.

DON MAGNIFICO
E quale, e quale?
Clorindina o Tisbetta?

DANDINI
Non giudicate in fretta.

DON MAGNIFICO
Lo dica ad un papà.

DANDINI
Ma silenzio.

DON MAGNIFICO
Si sa; via, dica presto.

DANDINI
Non ci ode alcuno?

DON MAGNIFICO
In aria non si vede una mosca.

DANDINI
È un certo arcano
che farà sbalordir.

DON MAGNIFICO
(smaniando)
Sto sulle spine.

DANDINI
Poniamoci a sedere.

DON MAGNIFICO
Presto, per carità.

DANDINI
Voi sentirete
un caso assai bizzarro.

DON MAGNIFICO
(Che volesse
maritarsi con me?)

DANDINI
Mi raccomando.

DON MAGNIFICO
(con smania che cresce)
Ma si lasci servir.

DANDINI
Sia sigillato
quanto ora udrete dalla bocca mia.

DON MAGNIFICO
Io tengo in corpo una segreteria.

Clicca qui per il testo del brano.

DANDINI
Un segreto d'importanza,
un arcano interessante
io vi devo palesar.
È una cosa stravagante,
vi farà strasecolar.

DON MAGNIFICO
Senza battere le ciglia,
senza manco trarre il fiato
io mi pongo ad ascoltar.
Starò qui pietrificato,
ogni sillaba a contar.

DANDINI
Uomo saggio e stagionato
sempre meglio ci consiglia.
Se sposassi una sua figlia,
come mai l'ho da trattar?

DON MAGNIFICO
(Consiglier son già stampato!)
Ma che eccesso di clemenza!
Mi stia dunque Sua eccellenza...
(Bestia!)... Altezza, ad ascoltar.
Abbia sempre pronti in sala
trenta servi in piena gala,
cento sedici cavalli,
duchi, conti e marescialli
a dozzine convitati,
pranzi sempre coi gelati
poi carrozze, poi bombè.

DANDINI
Vi rispondo senza arcani
che noi siamo assai lontani.
Io non uso far de' pranzi;
mangio sempre degli avanzi,
non m'accosto a' gran signori,
tratto sempre servitori.
Me ne vado sempre a piè.

DON MAGNIFICO
Mi corbella?

DANDINI
Gliel prometto.

DON MAGNIFICO
Questo dunque...?

DANDINI
È un romanzetto.
È una burla il principato,
sono un uomo mascherato.
Ma venuto è il vero principe,
m'ha strappata alfin la maschera.
Io ritorno al mio mestiere:
son Dandini il cameriere.
Rifar letti, spazzar abiti,
far la barba e pettinar.

DON MAGNIFICO
Far la barba... e pettinar...?
Di quest'ingiuria,
di quest'affronto
il vero principe
mi renda conto.

DANDINI
Oh, non s'incomodi,
non farà niente.
Ma parta subito,
immantinente.

DON MAGNIFICO
Non partirò.

DANDINI
Lei partirà.

DON MAGNIFICO
Sono un barone.

DANDINI
Pronto è il bastone.

DON MAGNIFICO
Ci rivedremo,
ci parleremo!

DANDINI
Ci rivedremo,
ci parleremo!

DON MAGNIFICO
Tengo nel cerebro
un contrabbasso
che basso basso
frullando va.
Da cima a fondo,
poter del mondo!
Che scivolata,
che gran cascata!
Eccolo eccolo,
tutti diranno,
mi burleranno
per la città.

DANDINI
Povero diavolo!
È un gran sconquasso
che d'alto in basso
piombar lo fa.
Vostr'eccellenza
abbia prudenza.
Se vuol rasoio,
sapone e pettine,
saprò arricciarla,
sbarbificarla.
Ah ah! Guardatelo,
l'allocco è là.




Claudio Desderi e Paolo Montarsolo


Pietro Spagnoli e Alessandro Corbelli


Marco Vinco e Alfonso Antoniozzi


Sesto Bruscantini
e Alfredo Mariotti

Alessandro Corbelli
ed Enzo Dara


Vi segnalo infine questo interessantissimo filmato che mostra due grandi interpreti dell'opera italiana, Roberto De Candia e Alfonso Antoniozzi, esibirsi nel duetto in questione durante un seminario.

15 dicembre 2012

La Cenerentola (15) - "Sì, ritrovarla io giuro"

Scritto da Christian

Non solo Ramiro è rimasto fulminato dalla bellezza di Cenerentola: “anche Dandini ne sembra innamorato”. Ma il corteggiamento del falso principe alla dama non ha successo: a differenza delle sorellastre arrampicatrici, Angelina gli confessa di essere innamorata del suo “scudiero”. Tanto basta a Ramiro per farsi avanti a sua volta e chiedere alla ragazza di sposarlo: Cenerentola però, consapevole del proprio stato (e cioè di essere una serva, nonostante i lussuosi abiti che indossa), non può accettare su due piedi, e spiega al giovane che dovrà prima conoscerla meglio, ed “esaminare la sua fortuna”. Ma come, senza svelare immediatamente la sua identità?

È questo un altro punto in cui la trama dell'opera di Rossini differisce in maniera sensibile dalla fiaba tradizionale: non c'è la celebre scarpetta di cristallo, né la fuga obbligata a mezzanotte, ma uno “smaniglio” (ovvero “un braccialetto prezioso in oro e gemme su una fascia di velluto nero”) che Angelina dona di sua iniziativa al pretendente, prima di eclissarsi dal palazzo. Per ritrovarla, afferma, gli basterà cercare la donna che ne indossa uno identico al braccio destro. “E allor... se non ti spiaccio... allor m'avrai”.

Quella di farsi cercare attraverso questo stratagemma è una scelta precisa della protagonista, dettata dalla sua grande sensibilità: credendo che Ramiro sia un semplice scudiero, vuole dare anche a lui la possibilità di decidere se accettarla come sposa o meno. Quando vedrà lo smaniglio al suo braccio e la riconoscerà, se rimarrà deluso, potrà far finta di nulla ed evitare spiegazioni imbarazzanti: “un gesto di estrema delicatezza”. Alcuni critici hanno fatto notare, comunque, come la trovata porti con sé alcuni problemi di incongruenza scenica: se tanto Angelina – nei panni della dama elegante e ingioiellata – e Cenerentola – vestita di stracci – indossano un identico smaniglio, “uno dei due dovrebbe stonare”!.

L'aria “Sì, ritrovarla io giuro”, che Ramiro canta – accompagnato dal coro – dopo aver ripreso il proprio ruolo di principe, rappresenta il momento di bravura per il tenore, che oltre a questo brano ha a disposizione in tutta l'opera solo un paio di duetti (con Cenerentola e con Dandini, nel primo atto) per mettersi in mostra in scena: un po' poco. Musicalmente il pezzo è diviso in tre parti: un incipit virtuosistico (dopo il quale partono talvolta i primi applausi degli spettatori, ignari che l'aria deve proseguire), un secondo “movimento” più lento ("Pegno adorato e caro"), e il finale vivace ("Noi voleremo, domanderemo") con il coro dei cortigiani che accompagna l'impeto del principe e la sua decisione di andare alla ricerca della misteriosa donna amata.


Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

RAMIRO
Ah! Questa bella incognita,
con quella somiglianza all'infelice
che mi colpì stamane,
mi va destando in petto
certa ignota premura...
Anche Dandini ne sembra innamorato.
Eccoli: udirli or qui potrò celato.
(si nasconde)

DANDINI
Ma non fuggir, per Bacco! quattro volte
mi hai fatto misurar la galleria.

CENERENTOLA
O mutate linguaggio, o vado via.

DANDINI
Ma che? Il parlar d'amore
è forse una stoccata?

CENERENTOLA
Ma se d'un altro io sono innamorata!

DANDINI
E me lo dici in faccia?

CENERENTOLA
Ah! mio signore,
deh! non andate in collera
col mio labbro sincero.

DANDINI
Ed ami?

CENERENTOLA
Scusi...

DANDINI
Ed ami?

CENERENTOLA
Il suo scudiero.

RAMIRO
(palesandosi)
Oh gioia! Anima mia!

ALIDORO
(Va a meraviglia!)

RAMIRO
Ma il grado e la ricchezza
non seduce il tuo core?

CENERENTOLA
Mio fasto è la virtù, ricchezza è amore.

RAMIRO
Dunque saresti mia?

CENERENTOLA
Piano, tu devi pria
ricercarmi, conoscermi, vedermi,
esaminar la mia fortuna.

RAMIRO
Io teco, cara, verrò volando.

CENERENTOLA
Fermati: non seguirmi. Io te 'l comando.

RAMIRO
E come dunque?

CENERENTOLA
(gli dà un smaniglio)
Tieni.
Cercami; e alla mia destra
il compagno vedrai.
E allor... se non ti spiaccio... allor m'avrai.
(parte)

(momento di silenzio)

RAMIRO
Dandini, che ne dici?

DANDINI
Eh! Dico che da principe
sono passato a far da testimonio.

RAMIRO
«E allor... se non ti spiaccio... allor m'avrai.»
Quali enigmi son questi?
(ad Alidoro)
Ah! Mio sapiente, venerato maestro.
Il cor m'ingombra misterioso amore.
Che far degg'io?

ALIDORO
Quel che consiglia il core.

RAMIRO
(a Dandini)
Principe più non sei:
di tante sciocche si vuoti il mio palazzo.
(chiamando i seguaci che entrano)
Olà, miei fidi,
sia pronto il nostro cocchio, e fra momenti...
così potessi aver l'ali dei venti.

Clicca qui per il testo del brano.

RAMIRO
Sì, ritrovarla io giuro.
Amore, amor mi muove:
se fosse in grembo a Giove,
io la ritroverò.

(contempla lo smaniglio)
Pegno adorato e caro
che mi lusinghi almeno.
Ah, come al labbro e al seno,
come ti stringerò!

CORO
Oh! Qual tumulto ha in seno
comprenderlo non so.

RAMIRO E CORO
Noi voleremo, domanderemo,
ricercheremo, ritroveremo.
Dolce speranza, freddo timore
dentro al mio/suo cuore stanno a pugnar.
Amore, amore, m'hai/l'hai da guidar.


Da notare, nelle clip qui sotto, le notevoli variazioni presenti nella versione di Matteuzzi.



Francisco Araiza



Juan Diego Flórez


Raul Gimenez


William Matteuzzi

Luigi Alva

9 dicembre 2012

La Cenerentola (14) - "Sia qualunque delle figlie"

Scritto da Christian

Nel libretto originale, il secondo atto de “La Cenerentola” si apriva con un coro musicato da Luca Agolini, “Ah! Della bella incognita”, in cui i cortigiani commentavano con ilarità l'effetto che l'arrivo della misteriosa dama aveva avuto su Clorinda e Tisbe. In ossequio alle edizioni critiche sorte nella seconda metà del ventesimo secolo, tale coro è solitamente omesso dalle rappresentazioni moderne dell'opera, ma ne resta un accenno nel recitativo successivo di Don Magnifico, in cui il padre spiega collericamente alle figlie “Mi par che quei birbanti / ridessero di noi sotto cappotto”, aggiungendo poi un'espressione insolita e colorita, “Corpo del mosto cotto” (che storpia “Corpo mistico del Cristo”, naturalmente – visto il personaggio – in chiave enologica).

Nello scambio di battute che segue, Don Magnifico accenna al fatto di essersi impadronito in maniera fraudolenta del patrimonio di Angelina. La figliastra aveva evidentemente ereditato i beni del defunto padre; ma la madre, risposandosi con Magnifico, ha nominato il secondo marito tutore di Angelina. E il barone ne ha dilapidato il capitale (addirittura nascondendone l'esistenza alla figliastra, che in precedenza aveva infatti spiegato ad Alidoro di non aver “mezzo soldo”). Don Magnifico teme che qualcuno scopra il suo misfatto: l'espressione “avrei trovato il resto del Carlino” non fa riferimento al quotidiano bolognese ma a un'antica moneta, coniata da Carlo d'Angiò, che valeva pochissimo e il cui resto era dunque ben poca cosa, indi per cui la locuzione significa "sarei agli sgoccioli".

Clorinda e Tisbe lo rassicurano: con la supponenza che le accompagna, sono certe che il principe sia già cotto di loro e che le abbia scelte come consorti (il buffo è che ne sono convinte entrambe, cosa evidentemente impossibile, come Dandini stesso aveva osservato: “Maritarmi a due sorelle / tutte insieme non si può”). Il padre, a sua volta, comincia a immaginarsi nel ruolo di genitore di una “figlia reale”, figurandosi di fare mercato delle richieste di audizione presso il sovrano: il clientelismo, le tangenti e i favori, per chi ne dubitasse, erano pratiche comuni già agli inizi dell'ottocento! Esilaranti, comunque, le varie richieste che Don Magnifico si prefigura, provenienti da chi “ha torto e vuol ragione” o da chi aspira a “una cattedra” (universitaria, si capisce) ma è un “ciuccio” (ossia un asino!), per non parlare dei campi più disparati, dall'“appalto delle spille” alla “pesca delle anguille”.

L'aria “Sia qualunque delle figlie” è già la terza (dopo “Miei rampolli femminini” e “Conciossiacosaché”) che Ferretti e Rossini riservano a Don Magnifico, più di ogni altro personaggio (principe e Cenerentola compresi): quale miglior indicazione del fatto che ci troviamo di fronte a un'opera buffa (seppur il libretto indichi “dramma giocoso”), dove le figure di contorno – soprattutto se caricaturali o ridicole – hanno spazio quanto e più di quelle centrali, ed è a loro che vanno le maggiori simpatie degli autori? Il tema delle “vanterie” (dove cioè un personaggio sbruffone e vanesio già pregusta un momento di gloria futura in cui tutti accorreranno a chiedere i suoi favori, e della qual situazione se ne approfitterà in maniera più o meno lecita), peraltro, è tipico dell'opera buffa in generale e di Rossini in particolare: ricordiamo, per esempio, l'aria del giornalista Macrobio “Chi è colei che s'avvicina?” ne “La pietra del paragone” (ma anche certi passaggi della cavatina di Figaro: "Tutti mi cercano / tutti mi vogliono / ...")

Il brano non è facile da cantare, per via della velocità e della dizione richiesta da certi passaggi, e può rivelarsi ostico per un cantante non a proprio agio con la lingua italiana. Non a caso il ruolo di Don Magnifico (così come anche quello di Dandini) è solitamente riservato a cantanti di madrelingua italiana anche nelle produzioni internazionali (mentre invece la parte di Ramiro, meno impegnativa, è spesso appannaggio di cantanti stranieri). La performance richiesta al basso buffo in quest'occasione è naturalmente paragonabile a quella di un altro celebre pezzo rossiniano, vale a dire “A un dottor della mia sorte”, l'aria di Don Bartolo nel “Barbiere di Siviglia”.


Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

[CORO DI CAVALIERI
Ah! Della bella incognita
l'arrivo inaspettato
peggior assai del fulmine
per certe ninfe è stato.
La guardano, e taroccano;
sorridono, ma fremono;
hanno una lima in core
che a consumar le va.
Guardate! Già regnavano!
Ci ho gusto. Ah ah ah.
(partono deridendole)]

DON MAGNIFICO
(in collera caricata)
Mi par che quei birbanti
ridessero di noi sotto cappotto.
Corpo del mosto cotto!
Fo un cavaliericidio.

TISBE
Papà, non v'inquietate.

DON MAGNIFICO
Ho nella testa quattromila pensieri.
Ci mancava quella madama anonima.

CLORINDA
E credete che del principe
il core ci contrasti?
Somiglia Cenerentola e vi basti.

DON MAGNIFICO
Somiglia tanto e tanto
che son due gocce d'acqua.
[E quando a pranzo
faceva un certo verso con la bocca,
brontolavo fra me: per Bacco, è lei.
Ma come dagli Ebrei
prender l'abito a nolo!
Aver coraggio di venire fra noi?
E poi parlar coi linci e squinci? E poi
starsene con sì gran disinvoltura,
e non temere una schiaffeggiatura?]

TISBE
Già già questa figliastra
fino in chi la somiglia è a noi funesta.

DON MAGNIFICO
Ma tu sai che tempesta
mi piomberebbe addosso,
se scuopre alcun come ho dilapidato
il patrimonio suo! Per abbigliarvi,
al verde l'ho ridotta. È diventata
un vero sacco d'ossa. Ah, se si scopre,
avrei trovato il resto del carlino.

CLORINDA
E paventar potete a noi vicino?

DON MAGNIFICO
Vi son buone speranze?

TISBE
Eh! niente niente.
Posso dir ch'è certezza.

CLORINDA
Io quasi quasi
potrei dar delle cariche.

TISBE
In segreto mi ha detto: anima mia,
ha fatto un gran sospiro, è andato via.

CLORINDA
Un sospiro cos'è?
Quando mi vede, subito ride.

DON MAGNIFICO
(riflettendo e guardando ora l'una ora l'altra)
Ah! dunque,
qui sospira, e qui ride.

CLORINDA
Dite, papà barone
voi che avete un testone:
qual è il vostro pensier? Ditelo schietto.

DON MAGNIFICO
Giocato ho un ambo e vincerò l'eletto.
Da voi due non si scappa. [Oh come, oh come,
figlie mie benedette,
si parlerà di me nelle gazzette!
Questo è il tempo opportuno
per rimettermi in piedi. Lo sapete,
io sono indebitato.
Fino i stivali a tromba ho ipotecato.
Ma che flusso e riflusso
avrò di memoriali! Ah, questo solo
è il paterno desìo.
Che facciate il rescritto a modo mio.]
C'intenderem fra noi;
viscere mie, mi raccomando a voi.

Clicca qui per il testo del brano.

DON MAGNIFICO
Sia qualunque delle figlie
che fra poco andrà sul trono,
ah! non lasci in abbandono
un magnifico papà.

Già mi par che questo e quello,
conficcandomi a un cantone
e cavandosi il cappello,
incominci: "Sor barone:
alla figlia sua reale
porterebbe un memoriale?"
Prende poi la cioccolata, ["Prenda, per la cioccolata"]
e una doppia ben coniata
faccia intanto scivolar.

Io rispondo: "Eh sì, vedremo.
Già è dipeso. Parleremo,
da palazzo può passar."

Mi rivolto, e vezzosetta,
tutta odori e tutta unguenti,
mi s'inchina una scuffietta
fra sospiri e complimenti:
"Baroncino! Si ricordi
quell'affare", e già m'intende;
senza argento parla ai sordi.
La manina alquanto stende,
fa una piastra sdrucciolar.

Io galante: "Occhietti bei!
Ah! Per voi che non farei!
Io vi voglio contentar!"

Mi risveglio a mezzo giorno:
suono appena il campanello,
che mi vedo al letto intorno
supplichevole drappello:
questo cerca protezione,
quello ha torto e vuol ragione,
chi vorrebbe un impieguccio,
chi una cattedra ed è un ciuccio;
chi l'appalto delle spille,
chi la pesca dell'anguille,
ed intanto in ogni lato
sarò zeppo e contornato
di memorie e petizioni,
di galline, di sturioni,
di bottiglie, di broccati,
di candele e marinati,
di ciambelle e pasticcetti,
di canditi e di confetti,
di piastroni, di dobloni,
di vaniglia e di caffè.

Basta basta, non portate!
Terminate, ve n'andate!
Serro l'uscio a catenaccio.
Importuni, seccatori,
fuori fuori, via da me!

Clicca qui per il testo del recitativo che segue il brano.

TISBE
(accostandosi in confidenza)
Di': sogni ancor che il principe
vada pensando a te?

CLORINDA
Me lo domandi?

TISBE
Serva di vostr'altezza.

CLORINDA
A' suoi comandi.

(partono, scostandosi e complimentandosi ironicamente)




Alessandro Corbelli



Alfonso Antoniozzi



Enzo Dara


Paolo Montarsolo


Bruno Praticò

Luciano Miotto

5 dicembre 2012

La Cenerentola (13) – Finale dell'atto I

Scritto da Christian



Cenerentola, mascherata e a bordo della carrozza di Alidoro, giunge finalmente al palazzo del principe: anche attraverso il velo la sua bellezza è tale che i cortigiani – su ordine del saggio filosofo – la fanno passare pur in assenza del sovrano (“Anticamera non v'è”) e ne lodano la beltà (“Ah! se velata ancor / dal seno il cor ci hai tolto, / se svelerai quel volto / che sarà?”).

Ramiro, Dandini e le due sorellastre, udendo il trambusto, chiedono ad Alidoro cosa stia accadendo. Il filosofo fa il finto tonto: spiega che è giunta una “dama incognita” ma che ignori chi sia. Tanto basta, però, per incuriosire tutti gli astanti (e per ingelosire Clorinda e Tisbe, che temono che si tratti di una rivale per la conquista del principe). Da notare, nel quintetto che ne segue, la comica differenza fra l'aulica reazione del nobile Ramiro (“Un ignoto arcano palpito / ora m'agita, perché?”) e quella ben più prosaica del servo Dandini (“Diventato son di zucchero: / quante mosche intorno a me”).

Introdotta la misteriosa dama, Dandini le chiede di togliersi il velo: il suo volto, così bello e simile a quello di Angelina, crea un “momento di sorpresa, di riconoscimento, di incertezza” che si esplica nella felice melodia di “Parlar, pensar, vorrei” (intonata dapprima dai vari personaggi separatamente, e poi da tutti insieme). A questo punto ricompare Don Magnifico, reduce dal “tour” nelle cantine, e anche lui rimane stupefatto dalla somiglianza della nuova arrivata con la figliastra. Ma gli abiti sfarzosi ed eleganti, e la certezza che Angelina sia ancora a casa “fra la polvere”, convincono tanto il patrigno quanto le sorellastre che si tratti soltanto di una curiosa coincidenza. Per di più, Clorinda e Tisbe affermano che in fondo “non è una Venere / da farci spaventar”: la loro supponenza è così forte che sono davvero convinte di non avere rivali!

Dandini invita tutti a tavola (e tanto per ribadire la propria natura, spiega a sé stesso e agli spettatori che approfitterà del fatto di recitare il ruolo di principe per mangiare, una volta tanto, a crepapelle), preannunciando il futuro ballo. Il verso "Poi balleremo il taice" merita però una spiegazione:

Per tradizione, nelle rappresentazioni fino all’apparire dell’edizione critica firmata da Alberto Zedda, alla fine degli anni Settanta del Novecento, Dandini cantava “poi balleremo il valzer”. La battuta non ha mai posto problemi, perché il valzer è una danza che nasce nell’Ottocento appunto, ma, confrontando il libretto originale e la partitura, Zedda ha rilevato che la parola non è “valzer”, bensì “taice”. Si tratta di una danza simile al valzer, ma non ancora identificata con questi. Rossini utilizzerà il termine valzer soltanto nel 1823, dedicando un’omonima composizione a Francesca Barbaja, sorella del celebre impresario Domenico.
(Bruno Belli)
Il primo atto si conclude con una stretta in cui tutti i personaggi esprimono la sensazione di trovarsi in un sogno (per motivi diversi: avidità per Don Magnifico e le sorellastre, appetito per Dandini, amore per Ramiro e Cenerentola, desiderio di giustizia per Alidoro), con il timore che “un certo foco” stia covando sotto terra e che alla fine il proprio sogno svanisca (o meglio... vada in fumo). La melodia, con il tipico “crescendo” rossininano, riprende qui un tema già presentato nell'ouverture.

Clicca qui per il testo del brano.

CORO
(dietro le scene)
Venga, inoltri, avanzi il piè:
anticamera non v'è.

RAMIRO
Sapientissimo Alidoro,
questo strepito cos'è?

ALIDORO
Dama incognita qui vien,
sopra il volto un velo tien.

CLORINDA E TISBE
Una dama!

ALIDORO
Signor sì.

RAMIRO E DANDINI
Ma chi è?

ALIDORO
Nol palesò.

CLORINDA E TISBE
Sarà bella?

ALIDORO
Sì e no.

RAMIRO E DANDINI
Chi sarà?

ALIDORO
Ma non si sa.

CLORINDA
Non parlò?

ALIDORO
Signora no.

TISBE
E qui vien?

ALIDORO
Chi sa perché?

TUTTI
Chi sarà? Chi è? Perché?
Non si sa. Si vedrà.

CLORINDA E TISBE
(Gelosia già già mi lacera,
già il cervel più in me non è.)

ALIDORO
(Gelosia già già le rosica,
più il cervello in lor non è.)

RAMIRO
(Un ignoto arcano palpito
ora m'agita; perché?)

DANDINI
(Diventato son di zucchero!
Quante mosche intorno a me!)

(Cavalieri che precedono, e Schierani in doppia fila per ricevere Cenerentola, che in abito ricco ed elegante avanzasi velata.)

CORO
Ah! se velata ancor
dal seno il cor ci hai tolto,
se svelerai quel volto,
che sarà?

CENERENTOLA
Sprezzo quei don che versa
fortuna capricciosa;
m'offra, chi mi vuol sposa,
rispetto, amor, bontà.

RAMIRO
(Di quella voce il suono
ignoto al cor non scende;
perché la speme accende,
di me maggior mi fa.)

DANDINI
Begli occhi, che dal velo
vibrate un raggio acuto,
svelatevi un minuto
almen per civiltà.

CLORINDA E TISBE
(Vedremo il gran miracolo
di questa rarità.)

(Cenerentola svelasi. Momento di sorpresa, di riconoscimento, d'incertezza.)

TUTTI
Ah!

CENERENTOLA, RAMIRO
(Parlar ~ pensar ~ vorrei,
parlar ~ pensar ~ non so.
Quest'è un incanto, oh dèi!
Quel volto m'atterrò.)

CLORINDA, TISBE, DANDINI
(Parlar ~ pensar ~ vorrei,
parlar ~ pensar ~ non so.
Quest'è un inganno, oh dèi!
Quel volto m'atterrò.)

ALIDORO
(Parlar ~ pensar ~ vorrebbe,
parlar ~ pensar ~ non può.
Amar già la dovrebbe:
il colpo non sbagliò.)

DON MAGNIFICO
(accorrendo)
Signora altezza, è in tavola...
che... co... chi... sì, che bestia!
Quando si dice i simili!
Non sembra Cenerentola?

CLORINDA E TISBE
Pareva ancor a noi,
ma a riguardarla poi,
la nostra è goffa e attratta,
questa è un po' più ben fatta;
ma poi non è una Venere
da farci spaventar.

DON MAGNIFICO
Quella sta nella cenere;
ha stracci sol per abiti.

CENERENTOLA
(Il vecchio guarda e dubita.)

RAMIRO
(Mi guarda e par che palpiti.)

DANDINI
Ma non facciam le statue,
patisce l'individuo:
andiamo, andiamo a tavola,
poi balleremo il taice
e quindi la bellissima
con me s'ha da sposar.

TUTTI
(meno Dandini)
Andiamo, andiamo a tavola,
si voli a giubilar.

DANDINI
(Oggi che fo da principe
per quattro vo' mangiar.)

TUTTI
Mi par d'essere sognando
fra giardini e fra boschetti.
I ruscelli sussurrando,
gorgheggiando gli augelletti
in un mare di delizie
fanno l'animo nuotar.
Ma ho timor che sotto terra
piano piano, a poco a poco
si sviluppi un certo foco;
e improvviso a tutti ignoto
balzi fuori un terremoto,
che crollando ~ strepitando,
fracassando ~ sconquassando,
poi mi venga a risvegliar.
E ho paura che il mio sogno
vada in fumo a dileguar.




Frederica Von Stade (Cenerentola), Francisco Araiza (Ramiro), Claudio Desderi (Dandini),
Margherita Guglielmi (Clorinda), Laura Zannini (Tisbe), Paolo Montarsolo (Don Magnifico),
Paul Plishka (Alidoro) - dir: Claudio Abbado



Cecilia Bartoli (Cenerentola), William Matteuzzi (Ramiro), Alessandro Corbelli (Dandini),
Fernanda Costa (Clorinda), Gloria Banditelli (Tisbe), Enzo Dara (Don Magnifico),
Michele Pertusi (Alidoro) - dir: Riccardo Chailly



Jennifer Larmore (Cenerentola), Rockwell Blake (Ramiro), Alessandro Corbelli (Dandini),
Jeannette Fisher (Clorinda), Claire Larcher (Tisbe), Pietro Spagnoli (Don Magnifico),
Carlos Chausson (Alidoro) - dir: Maurizio Benini

30 novembre 2012

La Cenerentola (12) - "Zitto zitto, piano piano"

Scritto da Christian

Dandini torna dal principe Ramiro per metterlo al corrente delle sue “indagini” sul carattere e la personalità di Clorinda e Tisbe. Il responso non è certo favorevole: le due sorellastre di Cenerentola sono infatti, per usare le sue parole, “un misto d'insolenza, di capriccio e vanità”. Ramiro è perplesso: il saggio Alidoro gli aveva assicurato che una delle figlie del barone era buona, pura e innocente. Come può essersi sbagliato? Dandini, con la sua consueta e irriverente schiettezza, non si fa scrupoli a prendere il filosofo per i fondelli, spiegando al principe come Alidoro abbia “un gran testone” e che, secondo lui, “oca uguale non si dà”.

I due decidono di comune accordo di proseguire nella recita (ossia di continuare a vestire i panni l'uno dell'altro) per mettere ancora una volta le donne alla prova. Il duetto diventa un quartetto quando appunto Clorinda e Tisbe irrompono in scena in cerca del principe. Dandini, spiegando che non potrà certo sposare tutte e due, suggerisce per la dama scartata un matrimonio con il suo “scudiero”, ma entrambe rifiutano sdegnosamente di maritarsi con un servitore, disprezzando la sua “anima plebea” e la sua “aria dozzinale”. Ramiro e Dandini se la ridono, ma anche questo è un ulteriore indizio della pochezza d'animo delle due sorellastre: che differenza con Cenerentola quando, come vedremo in seguito, rifiuterà le avances di quello che crede essere il principe dichiarando di essere invece innamorata “del suo scudiero”!

Se il primo verso di questo vivace quartetto ricorda un celebre terzetto del “Barbiere di Siviglia” (“Zitti zitti, piano piano / non facciamo confusione”, nel finale del secondo atto), per il resto il brano mette in mostra la fortunata vena melodica e compositiva di Rossini, che fonde alla perfezione le quattro voci e l'accompagnamento strumentale. È solo un antipasto per il lungo e complesso finale del primo atto, che culminerà nell'arrivo di Cenerentola (mascherata) al ballo, preannunciato dalle trombe che risuonano proprio sulle ultime note del quartetto (impedendo di solito al pubblico, purtroppo, di applaudirne gli interpreti).

Clicca qui per il testo del brano.

RAMIRO
Zitto zitto, piano, piano,
senza strepito e rumore:
delle due qual è l'umore?
Esattezza e verità.

DANDINI
Sotto voce, a mezzo tono,
in estrema confidenza:
sono un misto d'insolenza,
di capriccio e vanità.

RAMIRO
E Alidoro mi diceva
che una figlia del barone...

DANDINI
Ah, il maestro ha un gran testone,
oca eguale non si dà.

RAMIRO
Se le sposi pur chi vuole...
seguitiamo a recitar.

DANDINI
Son due vere banderuole
ma convien dissimular.

(Clorinda accorrendo da una parte, e Tisbe dall'altra.)

CLORINDA
Principino, dove siete?

TISBE
Principino, dove state?

CLORINDA E TISBE
Ah! Perché m'abbandonate?
Mi farete disperar.

TISBE
Io vi voglio.

CLORINDA
Vi vogl'io.

DANDINI
Ma non diamo in bagattelle!
Maritarmi a due sorelle
tutte insieme non si può.
Una sposo.

CLORINDA E TISBE
E l'altra?

DANDINI
E l'altra...
(accennando Ramiro)
...all'amico la darò.

CLORINDA E TISBE
No, no, no, no!
Un scudiero? Oibò, oibò!

RAMIRO
(ponendosi loro in mezzo, con dolcezza)
Sarò docile, amoroso,
tenerissimo di cuore.

CLORINDA E TISBE
(guardandolo con disprezzo)
Un scudiero! No, signore.
Un scudiero! Questo no.

CLORINDA
Con un'anima plebea!

TISBE
Con un'aria dozzinale!

CLORINDA E TISBE
(con affettazione)
Mi fa male, mi fa male
solamente a immaginar.

RAMIRO E DANDINI
(fra loro ridono)
La scenetta è originale:
veramente da contar.




Francisco Araiza, Claudio Desderi, Margherita Guglielmi e Laura Zannini (dir: Claudio Abbado)



Juan Diego Flórez, David Menéndez, Cristina Obregón e Itxaro Mentxaka (dir: Patrick Summers)



Juan Diego Flórez, Alessandro Corbelli,
Carla Di Censo e Larissa Schmidt
(dir: Bruno Campanella)


Luigi Alva, Renato Capecchi,
Margherita Guglielmi e Laura Zannini
(dir: Claudio Abbado)


Jose Manuel Zapata, Paolo Bordogna,
Patrizia Cigna e Martina Borst
(dir: Alberto Zedda)

Daniele Zanfardino, Marc Scoffoni,
Jeannette Ficher e Anna Steiger
(dir: Darrell Ang)

27 novembre 2012

La Cenerentola (11) - "Conciossiacosaché"

Scritto da Christian

La scena cambia: dalla villa di Don Magnifico si passa ora al palazzo estivo del principe, dove Dandini – sempre impegnato a vestire i panni dell'aristocratico – sta intrattenendo i suoi ospiti. Ramiro, il vero principe, prima di allontanarsi gli ordina di “esaminare” il cuore e il carattere delle due sorellastre, per fargli poi un rapporto. Il valletto si appresta dunque a solleticare l'orgoglio delle ragazze, continuando con i suoi elogi smodati (“Scommetterei che siete fatte al torno / e che il guercetto amore è stato il tornitore”: il “guercetto amore” è naturalmente Cupido, che lancia le sue frecce da bendato, ma Dandini gioca sul significato di guercio (orbo) per insinuare che le due dame non gli sono riuscite proprio bellissime!), suscitando i primi accenni di rivalità fra le due, che se lo “contendono” in maniera non certo elegante.

E Don Magnifico? Dandini se ne è liberato invitandolo a visitare le cantine e sollecitando la sua vanità con la proposta di nominarlo “cantiniere” (come se questa fosse una carica da nobile), vista la sua competenza su vini e vendemmie. Lo ritroviamo dunque, in una parentesi comica che anticipa il gran finale del primo atto, intento a degustare una smodata quantità di vino, attorniato dai cortigiani del principe che stanno al gioco, facendogli credere che le numerose cariche di cui è stato investito (“intendente dei bicchier”, “presidente a vendemmiar”, “direttor dell'evoè”) abbiano un reale valore. Nota: "Evoè" era il grido di giubilo delle baccanti in onore di Dioniso – ne abbiamo parlato qui – e dunque quest'ultimo titolo può essere interpretato come “direttore dei canti da ubriachi”.

Pur restando ancora in piedi dopo aver assaggiato ben trenta botti di vino, il patrigno è evidentemente ubriaco e, pavoneggiandosi dei suoi nuovi titoli (a cui aggiunge quelli vecchi, “Duca e barone di Montefiascone”: la scelta della località non è casuale, visto che la cittadina laziale di Montefiascone è celebre proprio per il vino, il famoso “Est! Est! Est!”; alcuni commentatori sottolineano inoltre come il nome contenga la parola “fiasco” che, oltre al significato enologico, ha in sé anche quello di “fallimento”, e che dunque sia perfetto per Don Magnifico!), si appresta a mettere subito all'opera la propria autorità, dettando un delirante proclama che vieta – pena lo strangolamento! – di mescolare al vino anche una sola goccia d'acqua.

Introdotto da fiati (corni e clarinetti) che sembrano provenire da uno spartito di Händel (viene alla mente, per esempio, la "Musica sull'acqua") e accompagnato dal coro maschile, il brano è spigliato e divertente. Soprattutto la dettatura del decreto è un crescendo di esilaranti trovate, che ne fanno quasi un antesignano di celebri dettature di lettere cinematografiche (da Groucho Marx a Totò e Peppino). Si comincia con l'ego di Don Magnifico che esige che il suo nome sia scritto in maiuscole – e riprende coloro che, fra i cortigiani, non lo fanno – e si prosegue con l'uso ancora una volta sgrammaticato (come in precedenza aveva fatto Dandini) del latino, “et stranguletur” al posto del corretto “et strangulator”, per non parlare dei continui “etcetera” che portano i vassalli a ribattezzare il trionfo cantiniere con il titolo “Barone etcetera”. Alcuni allestimenti sfruttano anche la ripetizione della frase “Ora affiggetelo per la città” per generare un ulteriore effetto comico, facendo in modo che Don Magnifico, a causa dell’ubriachezza, storpi ripetutamente la parola “affiggetelo” (trasformandola in “friggetelo”, “affliggetelo”, ecc., e imbroccando la versione giusta solo al terzo tentativo). L'incipit del brano, quel "Conciossiacosaché" declamato dai cortigiani, ricorda invece il "Conciossiacosaquandofosseché" di Leporello nel "Don Giovanni" di Da Ponte e Mozart.


Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

DANDINI
Ma bravo, bravo, bravo,
caro il mio Don Magnifico!
Di vigne, di vendemmie e di vino
m'avete fatto una disertazione.
Lodo il vostro talento:
si vede che ha studiato.
(a Don Ramiro)
Si porti sul momento
dove sta il nostro vino conservato
e se sta saldo e intrepido
al trigesimo assaggio
lo promovo all'onor di cantiniero.
Io distinguo i talenti e premio il saggio.

DON MAGNIFICO
Prence! L'Altezza Vostra
è un pozzo di bontà.
Più se ne cava, più ne resta a cavar.
(piano alle figlie)
Figlie! Vedete?
Non regge al vostro merto;
N'è la mia promozion indizio certo.
(forte)
Clorinduccia, Tisbina,
tenete allegro il Re. Vado in cantina.
(parte)

RAMIRO
(piano a Dandini)
Esamina, disvela, e fedelmente
tutto mi narrerai. [Anch'io fra poco
il cor ne tenterò. Del volto i vezzi
svaniscon con l'età. Ma il core...]

DANDINI
[Il core
credo che sia un melon tagliato a fette,
un timballo l'ingegno,
e il cervello una casa spigionata.]
(forte, come seguendo il discorso fatto sottovoce)
[Il mio voler ha forza d'un editto.]
Eseguite trottando il cenno mio.
Udiste?

RAMIRO
Udii.

DANDINI
Fido vassallo, addio.
(Ramiro parte)
Ora sono da voi. Scommetterei
che siete fatte al torno
e che il guercetto amore
è stato il tornitore.

CLORINDA
(tirando a sé Dandini)
Con permesso:
la maggiore son io,
onde la prego darmi la preferenza.

TISBE
(come sopra)
Con sua buona licenza:
la minore son io,
m'invecchierò più tardi.

CLORINDA
Scusi.
Quella è fanciulla,
proprio non sa di nulla.

TISBE
Permetta.
Quella è un'acqua senza sale,
non fa né ben né male.

CLORINDA
Di grazia.
I dritti miei la prego bilanciar.

TISBE
Perdoni.
Veda, io non tengo rossetto.

CLORINDA
Ascolti.
Quel suo bianco è di bianchetto.

TISBE
Senta...

CLORINDA
Mi favorisca...

DANDINI
Anime belle! Mi volete spaccar?
Non dubitate:
ho due occhi reali e non adopro occhiali.
(a Tisbe)
Fidati pur di me, mio caro oggetto.
(a Clorinda)
Per te sola mi batte il core in petto.
(parte)

TISBE
M'inchino a Vostr'Altezza.

CLORINDA
Anzi all'Altezza Vostra.

TISBE
Verrò a portarle qualche memoriale.

CLORINDA
Lectum.

TISBE
Ce la vedremo.

CLORINDA
Forse sì, forse no.

TISBE
Poter del mondo!

CLORINDA
Le faccio riverenza!

TISBE
Oh! Mi sprofondo!

Clicca qui per il testo del brano.

(Don Magnifico a cui i cavalieri pongono un mantello color ponsò con ricami in argento di grappoli d'uva, e gli saltano intorno battendo i piedi in tempo di musica. Tavolini con recapito da scrivere.)

CORO
Conciossiacosaché
trenta botti già gustò!
E bevuto ha già per tre
e finor non barcollò!
È piaciuto a Sua Maestà
nominarlo cantinier,
intendente dei bicchier
con estesa autorità,
presidente al vendemmiar,
direttor dell'evoè.
Onde tutti intorno a te
s'affolliamo qui a ballar [saltar].

DON MAGNIFICO
Intendente! Direttor!
Presidente! Cantinier!
Grazie, grazie; che piacer!
Che girandola ho nel cor.

Si venga a scrivere
Quel che dettiamo.
Sei mila copie
Poi ne vogliamo.

CORO
Già pronti a scrivere
Tutti siam qui.

DON MAGNIFICO
Noi Don Magnifico...
Questo in maiuscole.
(osservando come scrivono)
Bestie! Maiuscole!
Bravi, così.

Noi Don Magnifico,
Duca e Barone
dell'antichissimo
Montefiascone,
Grand'intendente;
Gran presidente,
con gli altri titoli
con venti eccetera,
in splenitudine d’autorità,
riceva l'ordine
chi leggerà,
di più non mescere
per anni quindici
nel vino amabile
d'acqua una gocciola,
alias capietur
et stranguletur,
perché ita eccetera
laonde eccetera
nell'anno eccetera
Barone eccetera.

CORO
Barone eccetera,
è fatto già.

DON MAGNIFICO
Ora affiggetelo
per la città.

CORO
Il pranzo in ordine
andiamo a mettere.
Vino a diluvio
si beverà.

DON MAGNIFICO
Premio bellissimo
di piastre sedici
a chi più Malaga
si beverà [succhierà].




Paolo Montarsolo



Alfonso Antoniozzi



Luciano Miotto

Giuseppe Taddei

18 novembre 2012

La Cenerentola (10) - "Là del ciel nell'arcano profondo"

Scritto da Christian

A differenza della favola originale, qui non è la fata madrina a giungere in soccorso di Cenerentola ma il saggio Alidoro, che nel frattempo ha indossato nuovamente i panni del mendicante al quale, in precedenza, proprio Angelina aveva mostrato generosità. Alla ragazza, che si strugge disperata, l'anziano filosofo preannuncia un'occasione di riscatto: andrà alla festa del principe, e lì farà strage di cuori! Cenerentola inizialmente dubita di quanto le sta dicendo il suo interlocutore: che il mendicante voglia prendersi gioco di lei? Ma Alidoro svela la propria identità e richiama la sua carrozza, con la quale la ragazza – opportunamente abbigliata e mascherata – potrà giungere in gran stile al palazzo.

Questa grandiosa "aria morale" di Alidoro ha una travagliata storia alle spalle. In occasione della “prima”, nel 1817, l'intera scena era stata musicata da Luca Agolini, assistente di Rossini che lo aveva aiutato a rispettare le scadenze componendo alcuni brani minori (oltre a questo, anche l'aria finale di Clorinda “Sventurata! Mi credea” e il coro di apertura del secondo atto “Ah! Della bella incognita”). Ma evidentemente il compositore non era soddisfatto del risultato, visto che già al momento della pubblicazione a stampa del libretto il testo dell'aria, “Vasto teatro è il mondo”, era stato sostituito con uno differente, “Fa' silenzio, odo un rumore”. In occasione di una riproposta dell'opera nel 1820 a Roma, avendo a disposizione un ottimo basso per il ruolo di Alidoro (Gioacchino Moncada), Rossini decise infine di comporre un nuovo brano e scrisse la grande aria virtuosistica “Là nel ciel dell'arcano profondo”. Si tratta di un pezzo solenne e di ampio respiro, energico e ricco di passaggi assai impegnativi (nonché, dal punto di vista testuale, colmo di riferimenti trascendenti che senza dubbio saranno piaciuti ai censori vaticani dell'epoca): il suo inserimento – come precisa Wikipedia – “obbliga a scritturare una prima parte anche per il ruolo di Alidoro, che nella versione originale era poco più di un comprimario”. Anche per questo motivo, per lungo tempo la nuova aria ha fatto fatica a stabilirsi nella prassi esecutiva: oggi però, grazie alla diffusione delle edizioni critiche, viene utilizzata regolarmente.

Da notare, nel testo, una singolare rima costruita sulla stessa parola, “innocente”, usata con due significati differenti: “fanciulla innocente” (priva di malizia nell'animo) e “un lampo innocente” (“che non nuoce”, ossia incruento). Talvolta il secondo verso viene cambiato in "lampo fulgente" o "lampo splendente" per evitare all'orecchio la ripetizione. Parimenti, per accorciare la durata del brano, in alcune interpretazioni il "da capo" è talvolta omesso.

Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

(Dopo qualche momento di silenzio entra Alidoro, in abito da pellegrino, con gli abiti da filosofo sotto; indi Cenerentola.)

ALIDORO
Sì, tutto cangerà. Quel folle orgoglio
poca polve sarà, gioco del vento;
e al tenero lamento
succederà il sorriso.
(chiama verso la camera di Cenerentola)
Figlia... Figlia...

CENERENTOLA
(esce e rimane sorpresa)
Figlia voi mi chiamate? Oh questa è bella!
Il padrigno Barone
non vuole essermi padre; e voi...
Peraltro, guardando i stracci vostri
e i stracci miei,
degna d'un padre tal figlia sarei.

ALIDORO
Taci, figlia, e vien meco.

CENERENTOLA
Teco, e dove?

ALIDORO
Del Principe al festino.

CENERENTOLA
Ma dimmi, pellegrino:
perché t'ho data poca colazione,
tu mi vieni a burlar?
[Va' via... va' via!
Voglio serrar la porta...
Possono entrar de' ladri, e allora... e allora...
starei fresca davvero.]

ALIDORO
No! Sublima il pensiero!
Tutto cangiò per te!
Calpesterai men che fango i tesori,
rapirai tutti i cuori.
Vien meco e non temer:
per te dall'alto m'ispira un Nume
a cui non crolla il trono.
E se dubiti ancor, mira chi sono!

(Nel momento che si volge, Alidoro getta il manto.)

Clicca qui per il testo del brano.

ALIDORO
Là del ciel nell'arcano profondo,
del poter sull'altissimo trono
veglia un Nume, signore del mondo,
al cui piè basso mormora il tuono.
Tutto sa, tutto vede, e non lascia
nell'ambascia perir la bontà.

Fra la cenere, il pianto, l'affanno,
ei ti vede, o fanciulla innocente,
e cangiando il tuo stato tiranno,
fra l'orror vibra un lampo innocente.
Non temer, si è cambiata la scena:
la tua pena cangiando già va.

(S'ode avvicinarsi una carrozza.)

Un crescente mormorio
non ti sembra d'ascoltar?
Ah, sta' lieta: è il cocchio mio
su cui voli a trionfar.

Tu mi guardi, ti confondi...
Ehi, ragazza, non rispondi?!
Sconcertata è la tua testa
e rimbalza qua e là,
come nave in gran tempesta
che di sotto in su sen va.

Ma già il nembo è terminato,
scintillò serenità.
Il destino s'è cangiato,
l'innocenza brillerà.

(Aprono la porta; vedesi una carrozza. Cenerentola vi monta, Alidoro chiude la porta e sentesi la partenza della carrozza.)



Michele Pertusi


Alcune produzioni, favorite dai riferimenti trascendenti nel testo, cercano di reintegrare in qualche modo l'elemento soprannaturale nella vicenda a questo punto della rappresentazione (per esempio facendo comparire sulla schiena di Alidoro delle ali... da angelo custode!). Nel film con la direzione di Claudio Abbado, invece, il regista Jean-Pierre Ponnelle ha avuto la pensata di far intonare l'aria non ad Alidoro ma al medesimo Gioacchino Rossini, o meglio alla sua statua (quella presente nell'atrio del Teatro alla Scala), che prende vita. Con queste trovate, un pizzico di magia torna a farsi strada anche nella versione rossiniana della fiaba.



Paul Plishka



Christian Van Horn


Simón Orfila


Samuel Ramey


Luca Pisaroni


Ildebrando D'Arcangelo

Laurent Arcaro


L'aria originale scritta da Luca Agolini, "Vasto teatro è il mondo" (alcune fonti la citano come "Il mondo è un gran teatro"), oltre che più semplice musicalmente, era anche meno solenne a livello di testo. Anziché lirico e trascendente, il linguaggio è improntato a una più "quotidiana" metafora teatrale, il cui tema peraltro sopravvive in almeno un verso dell'aria sostitutiva ("Si è cambiata la scena"). Se un tempo era comune rappresentarla, solo in tempi recenti è stata definitivamente mandata in pensione da quella rossiniana. Eccone qui un'esecuzione (il cantante è Sergiy Kovnir).

Clicca qui per il testo del recitativo della scena originale.

ALIDORO
Grazie, vezzi, beltà scontrar potrai
ad ogni passo; ma bontà, innocenza,
se non si cerca, non si trova mai.
Gran ruota è il mondo...
(chiama verso la camera di Cenerentola)
Figlia!

CENERENTOLA
(esce e rimane sorpresa)
Figlia voi mi chiamate? O questa è bella!
Il padrigno Barone
non vuole essermi padre, e voi...

ALIDORO
Tacete.
Venite meco.

CENERENTOLA
E dove?

ALIDORO
Or ora un cocchio
s'appresserà. Del Principe
anderemo al festin.

CENERENTOLA
(guardando lui, e le accenna gli abiti)
Con questi stracci?
Come Paris e Vienna? Oh,
che bell'ambo.

(Nel momento che si volge, Alidoro gitta il manto)

ALIDORO
Osservate. Silenzio. Abiti, gioie,
tutto avrete da me. Fasto, ricchezza
non v'abbaglino il cor. Dama sarete;
scoprirvi non dovrete. Amor soltanto
tutto v'insegnerà.

CENERENTOLA
Ma questa è storia
oppure una commedia?

ALIDORO
Figlia mia,
l'allegrezza e la pena
son commedia e tragedia, e il mondo è scena.

Clicca qui per il testo del brano originale.

ALIDORO
Vasto teatro è il mondo,
siam tutti commedianti.
Si può fra brevi istanti
carattere cangiar.

Quel ch'oggi è un Arlecchino
battuto dal padrone,
domani è un signorone,
un uomo d'alto affar.

Tra misteriose nuvole
che l'occhio uman non penetra
sta scritto quel carattere
che devi recitar.

(S'ode avvicinare una carrozza)

Odo del cocchio crescere
il prossimo fragore...
Figlia, t'insegni il core,
colui che devi amar.

10 novembre 2012

La Cenerentola (9) - "Signor, una parola"

Scritto da Christian

Quartetto – e poi quintetto – di notevole ricchezza musicale: usciti di casa i cortigiani, il “principe” e le sorellastre, Angelina chiede al patrigno il permesso di recarsi alla festa, ma Don Magnifico rifiuta sdegnosamente (la sequenza degli improperi va in crescendo, passando dal complimento ironico – “la bella Venere” – all'insulto vero e proprio). Ramiro, che sperava di rivedere la ragazza, è rimasto da parte a osservare ed è presto raggiunto da Dandini, tornato sui suoi passi per vedere che cosa sta trattenendo il suo padrone (il valletto usa un'espressione, “Cos'è? Qui fa la statua?”, che ripeterà più tardi nel finale del primo atto, “Ma non facciam le statue”, nel senso di “non rimaniam qui immobili”: si ricordi il “Guarda Don Bartolo / sembra una statua” di Figaro).

Nel momento in cui Don Magnifico dalle parole sta per passare ai fatti (alzando cioè minacciosamente il bastone per colpire Cenerentola), ecco che Ramiro e Dandini intervengono. Naturalmente il barone non avrebbe avuto problemi a bastonare la figliastra se a frapporsi fra loro fosse stato soltanto lo “scudiero” Ramiro, ma di fronte al “principe” non può far altro che giustificarsi, alternando comicamente epiteteti ingiuriosi (rivolti ad Angelina) ed ossequiosi (a Dandini). La povera Cenerentola cerca timidamente di far sentire la propria voce, ma è zittita dal patrigno. A questo punto, il quartetto diventa un quintetto con il rientro di Alidoro, che nel frattempo ha smesso i cenci da mendicante e tornato momentaneamente nei panni del filosofo e del sapiente di corte.

Alidoro reca con sé il “codice delle zitelle” – grandiosa invenzione, comicamente rossiniana – ovvero il registro delle donne da maritare che mostra ai presenti nel tentativo di mettere in difficoltà Don Magnifico e costringerlo ad autorizzare la partecipazione di Cenerentola alla festa. Secondo il codice, infatti, nella casa risiederebbe una terza figlia. Il barone prova innanzitutto a negare (“Che terza figlia mi va figliando?”) ma poi, costretto dall'evidenza, cambia strategia e afferma che la terza figlia è morta. Come già detto, il suo scopo non è tanto impedire che Angelina vada alla festa (non la ritiene infatti una possibile rivale per Clorinda e Tisbe) quanto evitare che si scopra che si è impadronito del suo patrimonio.

A questo proposito, è interessante una nota di Giovanni Christen a proposito della battuta “Guardate qui” di Alidoro:

Nella prima stesura del libretto la battuta è detta da Don Magnifico, fra le minacce a Cenerentola. Ma cosa sta mostrando? Egli afferma che la figliastra è morta. Forse è la prima scusa che ha saputo trovare, forse freudianamente è ciò che si augura. Ma non si può escludere abbia addirittura dichiarato ufficialmente il decesso della figliastra per poterne disporre del capitale, e la battuta sembra significare l'esibizione di un certificato di morte. Infatti gli altri, pur non convinti, ora sembrano doversi arrendere all'evidenza. Rossini comunque nel mettere in musica ha passato la battuta ad Alidoro, che quindi richiama l'attenzione di Don Magnifico al proprio registro.
(Non è l'unico caso in cui il compositore, musicando il libretto, ha cambiato l'attribuzione di qualche frase. Un altro esempio, assai meno significativo, è il “Eh! niente niente”, all'inizio del secondo atto, che da Clorinda è passato a Tisbe.)

Il lungo numero musicale si sviluppa con un ulteriore quintetto, “Nel volto estatico”, in cui tutti i presenti, guardandosi vicendevolmente, indagano i rispettivi pensieri. Di fronte all'ira di Don Magnifico nei confronti della serva, anche Dandini, Ramiro ed Alidoro si rendono conto di non poter far nulla per costringerlo a cambiare opinione, e lasciano la casa. Cenerentola rimane così sola. Nella fiaba (e nel cartone animato di Walt Disney) questo sarebbe il momento giusto per l'ingresso in scena della fata... ma nell'opera di Rossini, come già ricordato, le cose vanno diversamente.

Clicca qui per il testo del brano.

CENERENTOLA
Signor, una parola:
in casa di quel Principe
un'ora, un'ora sola
portatemi a ballar.

DON MAGNIFICO
Ih! Ih! La bella Venere!
Vezzosa! Pomposetta!
Sguaiata! Cova-cenere!
Lasciami, deggio andar.

DANDINI
(tornando indietro, ed osservando Ramiro immobile)
Cos'è? Qui fa la statua?

RAMIRO
(sottovoce a Dandini)
Silenzio, ed osserviamo.

DANDINI
Ma andiamo o non andiamo?

RAMIRO
Mi sento lacerar.

CENERENTOLA
Ma una mezz'ora... un quarto...

DON MAGNIFICO
(alzando minaccioso il bastone)
Ma lasciami o ti stritolo.

RAMIRO E DANDINI
(accorrendo a trattenerlo)
Fermate!

DON MAGNIFICO
(sorpreso, curvandosi rispettoso a Dandini)
Serenissima!
(ora a Dandini ora a Cenerentola)
Ma vattene! – Altezzissima!
Servaccia ignorantissima!

RAMIRO E DANDINI
Serva?

CENERENTOLA
Cioè...

DON MAGNIFICO
(mettendole una mano sulla bocca e interrompendola)
Vilissima,
d'un'estrazion bassissima,
Vuol far la sufficiente,
la cara, l'avvenente,
e non è buona a niente.
(minacciando e trascinando)
Va' in camera, va' in camera
la polvere a spazzar.

DANDINI
(opponendosi con autorità)
Ma caro Don Magnifico,
via, non la strapazzar.

RAMIRO
(fra sé, con sdegno represso)
Or ora la mia collera
non posso più frenar.

CENERENTOLA
(con tuono d'ingenuità)
Signori, persuadetelo;
portatemi a ballar.
Ah! Sempre fra la cenere,
sempre dovrò restar?

(Nel momento che Don Magnifico staccasi da Cenerentola ed è tratto via da Dandini, entra Alidoro con taccuino aperto.)

ALIDORO
Qui nel mio codice
delle zitelle
con Don Magnifico
stan tre sorelle.
(a Don Magnifico con autorità)
Or che va il Principe
la sposa a scegliere,
la terza figlia
io vi domando.

DON MAGNIFICO
(confuso ed alterato)
Che terza figlia
mi va figliando?

ALIDORO
Terza sorella...

DON MAGNIFICO
(atterrito)
Ella... morì.

ALIDORO
Eppur nel codice
non v'è così.

CENERENTOLA
(Ah! Di me parlano.)
(ponendosi in mezzo con ingenuità)
No, non morì.

DON MAGNIFICO
Sta' zitta lì.

ALIDORO
Guardate qui!

DON MAGNIFICO
(balzando Cenerentola in un cantone)
Se tu respiri,
ti scanno qui.

RAMIRO, DANDINI E ALIDORO
Ella morì?

DON MAGNIFICO
Altezza, morì.

(Momento di silenzio.)

TUTTI
(guardandosi scambievolmente)
Nel volto estatico
di questo e quello
si legge il vortice
del lor cervello,
che ondeggia e dubita
e incerto sta.

DON MAGNIFICO
Se tu più mormori
solo una sillaba
un cimiterio
qui si farà.

CENERENTOLA
Deh soccorretemi,
deh non lasciatemi.
Ah! Di me, misera
che mai sarà?

RAMIRO
Via, consolatevi.
Signor, lasciatela.
(Già la mia furia
crescendo va.)

ALIDORO
Via, meno strepito,
fate silenzio,
o qualche scandalo
qui nascerà.

DANDINI
Io sono un Principe
o sono un cavolo?
Vi mando al diavolo:
venite qua.

(Dandini esce, tutti lo seguono. Cenerentola corre in camera.)




Frederica Von Stade (Cenerentola), Paolo Montarsolo (Don Magnifico), Francisco Araiza (Ramiro),
Claudio Desderi (Dandini), Paul Plishka (Alidoro), direttore: Claudio Abbado


Sonia Ganassi (Cenerentola), Alfonso Antoniozzi (Don Magnifico), Antonino Siragusa (Ramiro),
Marco Vinco (Dandini), Simon Orfila (Alidoro), direttore: Renato Palumbo


Elina Garanča (Cenerentola), Alessandro Corbelli (Don Magnifico), Lawrence Brownlee (Ramiro),
Simone Alberghini (Dandini), John Relyea (Alidoro), direttore: Maurizio Benini

30 ottobre 2012

La Cenerentola (8) - "Come un'ape nei giorni d'aprile"

Scritto da Christian

Lo "scudiero" Ramiro annuncia al padrone di casa, Don Magnifico, l'imminente arrivo del “principe”. E pochi istanti dopo, ecco giungere la carrozza reale e il suo seguito: è il momento della sensazionale entrata in scena di Dandini, il cameriere che per un giorno recita la parte del nobile. Il servitore si dà da fare per non sfigurare nella messinscena, ma finisce con l'esagerare con i modi ricercati e le frasi da aristocratico, dando vita a un effetto comico su più piani: quello testuale e quello musicale (oltre che, se l'allestimento è ben curato, quello scenografico).

Introdotto dal coro dei cortigiani che lo esortano ad affrettarsi a prendere una sposa (“La principesca linea se no s'estinguerà”), Dandini esordisce con un'ardita similitudine, paragonandosi a un'ape che vola di fiore in fiore per scegliersi il “boccone” più prelibato. Fra una frase pomposa e l'altra, però, è ben conscio di recitare una commedia che – quando sarà svelata – per alcuni potrebbe tramutarsi in tragedia. Terminato il suo brano (ricco di colorature e di difficile esecuzione: una vera prova d'esame per ogni baritono rossiniano che si rispetti, al pari della cavatina di Figaro nel “Barbiere”), Dandini continua nel suo artificioso eloquio, esibendosi in spudorati elogi alle due figlie di Don Magnifico e al suo ospite stesso, al quale paragona indelicatamente le due ragazze (“Son tutte papà”, aveva già intonato durante l'aria; e ora azzarda una frase in latino, “Tales patris talem filias”, che risulta del tutto sgrammaticata: la versione corretta avrebbe dovuto essere “Tali patris, talem filia”). Quando inanella l'ennesimo complimento fuori luogo (“Vere figure etrusche!”; poco prima aveva persino affermato “Siete l'ottava e nona meraviglia!”), Ramiro si accinge a riprenderlo: “cominci a dirle grosse”, al che il servo replica spiegando il suo concetto di grandeur: “Grande essendo, grandi le ho da sparar!”. In precedenza, per due volte, il principe lo aveva ripreso anche più duramente con un “Bestia!” (cui Dandini aveva ironicamente risposto “Grazie!”), un termine che forse non fa tanto parte del lessico di Ramiro quanto di quello di Don Magnifico (che infatti userà lo stesso epiteto, rivolgendolo ad altri o a sé stesso, ben quattro volte in tutta l'opera).

A questo punto Dandini si rende conto di non aver ancora recitato il discorso che Ramiro gli aveva ordinato di fare, e cerca rapidamente di porre rimedio recitandolo tutto d'un fiato come se fosse una filastrocca, con effetti esilaranti dovuti anche alle ripetute rime in “-ato”. Non si tratta però solo di una gag: il discorso è utile per spiegarci i motivi per cui il principe ha così fretta di trovare una moglie. Tornato dai suoi “lunghi viaggi”, ha trovato il padre in fin di vita (“fra i quondam è capitombolato”, frase impagabile che unisce cultura alta – l'avverbio latino “quondam” significa "una volta", "un tempo": tra i quondam vuole dire "tra i defunti" – e cultura bassa – il “capitombolo”, termine non certo degno di un principe) che ha minacciato di diseredarlo se non si fosse sposato immediatamente (o meglio, “a vista qual cambiale”, altra metafora efficace ma non proprio aristocratica!). A questo punto, dovendo contrarre matrimonio per forza, tanto vale cercare fra le ragazze del circondario la più bella e meritevole.

Mentre tutto il gruppo si appresta a raggiungere la residenza estiva del principe (la “deliziosa”, nome che designava un piccolo fabbricato o capanna in un parco, utilizzato in alternativa alla casa in muratura durante i periodi più caldi) dove si terranno la cena e il ballo, e mentre Dandini non perde occasione per fare un'altra gaffe di cui naturalmente Don Magnifico non si rende conto (la frase “Perseguitate con i piè baronali i magnifici miei quarti reali” può essere letta, oltre che “venite nei miei appartamenti”, anche con il significato di “prendetemi a calci nel didietro”!), ecco che Angelina prende il coraggio a due mani e si decide a chiedere al patrigno il permesso di recarsi anche lei alla festa. Non certo per conquistare il principe, come sperano di fare invece le sorellastre, ma solo per trascorrere un breve momento di svago dalla sua dura vita “sempre fra la cenere”.


Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

RAMIRO
Non so che dir.
Come in sì rozze spoglie
sì bel volto e gentil!
Ma don Magnifico non comparisce ancora?
Nunziar vorrei
del mascherato principe l'arrivo.
Fortunato consiglio!
Da semplice scudiero
il core delle femmine
meglio svelar saprò.
Dandini intanto recitando da principe...

DON MAGNIFICO
Domando un milion di perdoni.
Dica: e sua altezza il principe?

RAMIRO
[Or ora] arriva.

DON MAGNIFICO
E quando?

RAMIRO
Tra tre minuti.

DON MAGNIFICO
(in agitazione)
Tre minuti!
Ah figlie, sbrigatevi!
Che serve? Le vado ad affrettar.
Scusi, con queste ragazze benedette
un secolo è un momento alla toelette.
(esce)

RAMIRO
Che buffone! E Alidoro mio maestro
sostien che in queste mura
sta la bontà più pura!
[Basta, basta, vedrem. Alle sue figlie
convien che m'avvicini.]
(si ode una carrozza)
Qual fragor!... Non m'inganno, ecco Dandini.

Clicca qui per il testo del brano.

CORO DI CAVALIERI
Scegli la sposa, affrettati:
s'invola via l'età.
La principesca linea
se no si estinguerà.

DANDINI
Come un'ape ne' giorni d'aprile
va volando leggera e scherzosa,
corre al giglio, poi salta alla rosa,
dolce un fiore a cercare per sé,
fra le belle m'aggiro e rimiro:
ne ho vedute già tante e poi tante;
ma non trovo un giudizio, un sembiante,
un boccone squisito per me.

(Don Magnifico in gala presenta Clorinda e Tisbe a Dandini)

CLORINDA
Prence...

TISBE
Sire...

CLORINDA, TISBE
Ma quanti favori!

DON MAGNIFICO
Che diluvio, che abisso di onori!

DANDINI
(con espressione or all'una, or all'altra)
Nulla, nulla. Vezzosa! Graziosa!
(accostandosi a Ramiro, piano)
Dico bene? Son tutte papà.

RAMIRO
(piano, a Dandini)
Bestia! Attento, ti scosta di qua.

DANDINI
(alle due sorelle, che lo guardano con passione)
Per pietà, quelle ciglia abbassate.
Galoppando se n' va la ragione,
e fra i colpi d'un doppio cannone
spalancata la breccia è di già.
(Ma al finir della nostra commedia,
che tragedia qui nascer dovrà!)

CLORINDA, TISBE
(Ei mi guarda, sospira, delira,
non v'è dubbio, è mio schiavo di già.)

RAMIRO
(Ah! perché qui non viene colei
con quell'aria di grazia e bontà?)

DON MAGNIFICO
(È già cotto, stracotto, spolpato:
l'eccellenza si cangia in maestà.)

Clicca qui per il testo del recitativo che segue il brano.

DANDINI
Allegrissimamente! Che bei quadri,
che bocchino, che ciglia!
Siete l'ottava e nona meraviglia.
Già: talis patris, talem filias.

CLORINDA, TISBE
Grazie.

DON MAGNIFICO
Altezze delle altezze, che dice?
Mi confonde: debolezze.

DANDINI
Vere figure etrusche!
(piano a Ramiro)
Dico bene?

RAMIRO
(piano a Dandini)
Cominci a dirle grosse.

DANDINI
(piano a Ramiro)
Io recito da grande,
e grande essendo,
grandi le ho da sparar.

DON MAGNIFICO
(piano alle figlie, con compiacenza)
Bel principotto!
Che non vi scappi, attente!

DANDINI
Or dunque, seguitando quel discorso
che non ho cominciato...
Dai miei lunghi viaggi ritornato,
e il mio papà trovato,
che fra i quondam è capitombolato,
e spirando ha ordinato
che a vista qual cambiale io sia sposato,
o son diseredato;
fatto ho un invito a tutto il vicinato,
e trovando un boccone delicato,
per me l'ho destinato:
ho detto, ho detto, e adesso prendo fiato.

DON MAGNIFICO
(Che eloquenza norcina!)

CENERENTOLA
(entrando osserva l'abito del principe e Ramiro che la guarda)
(Ah! Che bell'abito!
E quell'altro mi guarda...)

RAMIRO
(Ecco colei!
Mi ripalpita il cor.)

DANDINI
Belle ragazze, se vi degnate,
inciambellate il braccio ai nostri cavalieri.
Il legno è pronto.

CLORINDA
Andiam.

TISBE
Papà, eccellenza,
non tardate a venir.

(Clorinda e Tisbe escono)

DON MAGNIFICO
(a Cenerentola, voltandosi)
Che fai tu qui?
Il cappello e il bastone!

CENERENTOLA
(scuotendosi dal guardar Ramiro)
Eh! Sì signor.
(parte)

DANDINI
Perseguitate presto
con i piè baronali
i magnifici miei quarti reali.
(parte)

DON MAGNIFICO
(entrando nella Camera dove è entrata Cenerentola)
Monti in carrozza, e vengo.

RAMIRO
(E pur colei vo' riveder.)

DON MAGNIFICO
(di dentro, in collera)
Ma lasciami!

RAMIRO
(La sgrida?)

CENERENTOLA
Sentite...

DON MAGNIFICO
(esce con cappello e bastone, trattenuto con ingenuità da Cenerentola)
Il tempo vola.

RAMIRO
(Che vorrà?)

DON MAGNIFICO
Vuoi lasciarmi?

CENERENTOLA
Una parola.




Claudio Desderi


Pietro Spagnoli


Alessandro Corbelli


Simone Alberghini


Gino Quilico


Sesto Bruscantini


Marco Vinco

Samuel Ramey

24 ottobre 2012

La Cenerentola (7) - "Un soave non so che"

Scritto da Christian

Mentre Don Magnifico, Clorinda e Tisbe si ritirano nelle proprie stanze per prepararsi all'imminente arrivo del principe, ecco quest'ultimo (Don Ramiro) giungere nei pressi della villa. Indossa i panni del suo scudiero Dandini, che a sua volta comparirà più tardi in abiti da nobile: si tratta di un suggerimento del saggio Alidoro, per permettere a Ramiro di studiare meglio “il core delle femmine”. Il filosofo ha già avvisato il giovane che una delle figlie di Don Magnifico è buona e pura, ed è per questo motivo che Ramiro ha deciso di presentarsi in anticipo. Perché questa fretta? Per ora il giovane spiega che una “legge tiranna” lo costringe a sposarsi urgentemente, anche a costo di scegliere una donna che non ama. Scopriremo più tardi, dalle parole di Dandini, che si tratta di un ordine impartitogli dal padre sul letto di morte.

Nell'atrio della villa, la prima persona che Ramiro incontra è proprio Angelina/Cenerentola, ancora intenta alle pulizie di casa e talmente immersa nel proprio canto da non accorgersi immediatamente della presenza di un estraneo, tanto che alla sua domanda “Forse un mostro son io?” (la ragazza ha infatti cacciato un urlo di spavento) risponde meccanicamente “Sì”, solo per correggersi dopo averlo visto in volto. Ignorando le rispettive identità (agli occhi di Ramiro, ovviamente, Angelina è solo una serva che veste di stracci), i due si innamorano all'istante.

La prima parte del delizioso duetto dà voce ai pensieri dei due giovani, che all'unisono confessano la propria attrazione per colui/colei che hanno di fronte. Ma quando dai pensieri si passa alle parole, la musica è ben diversa: Ramiro chiede informazioni sulle figlie del Barone, e Cenerentola dice subito “addio” alle sue “speranze”: si rende conto che lo sconosciuto è lì per Clorinda e Tisbe, e non certo per una serva!
Ramiro, tuttavia, non può trattenersi dal domandare alla ragazza chi ella sia, e qui il libretto presenta uno dei suoi passaggi più felici. Angelina, ancora confusa e mostrando tutto il proprio candore, risponde di non saperlo (o “quasi”). Delizioso, in particolare, quel “Eh!” di incertezza che intercala il verso “Io chi sono? Eh! non lo so”. La ragazza fa poi un rapido riassunto del proprio stato: “quel ch'è padre non è padre”, ovvero Don magnifico è solo un patrigno che ha sposato sua madre, rimasta vedova, la quale ha poi dato alla luce le due sorelle. L'esposizione è talmente confusa che Ramiro non comprende bene la situazione: non si rende conto cioè che anche Angelina è un membro della famiglia e non una semplice serva, altrimenti in seguito insisterebbe in maniera ben più convinta affinché anche lei vada alla festa.

Nel bel mezzo del duetto, ecco giungere da destra e manca le voci delle due sorellastre che chiamano Cenerentola e che riecheggiano in tutto il palazzo. Angelina spiega al perplesso Ramiro che le spettano tutti i compiti di casa, e si appresta a abbandonarlo. Il brano si conclude con l'ennesima constatazione, fatta indipendentemente da ciascuno dei due, di aver trovato qualcuno di speciale (“Questo cor più mio non è”).


Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

RAMIRO
(vestito da scudiero, guarda intorno e si avanza a poco a poco)
Tutto è deserto.
Amici? Nessun risponde.
In questa simulata sembianza
le belle osserverò.
Né viene alcuno?
Eppur mi diè speranza
il sapiente Alidoro,
che qui saggia e vezzosa,
degna di me trovar saprò la sposa.
Sposarsi, e non amar! Legge tiranna,
che nel fior de' miei giorni
alla difficil scelta mi condanna!
Cerchiam, vediamo.

(Cenerentola, cantando fra' denti, con sottocoppa e tazza da caffè, entra spensierata nella stanza, e si trova a faccia a faccia con Ramiro, le cade tutto di mano, e si ritira in un angolo)

CENERENTOLA
Una volta c'era... Ah! è fatta.

RAMIRO
Cos'è?

CENERENTOLA
Che batticuore!

RAMIRO
Forse un mostro son io?

CENERENTOLA
(prima astratta, poi correggendosi con naturalezza)
Sì... No, signore.

Clicca qui per il testo del brano.

RAMIRO
(Un soave non so che
in quegli occhi scintillò.)

CENERENTOLA
(Io vorrei saper perché
il mio cor mi palpitò.)

RAMIRO
(Le direi, ma non ardisco.)

CENERENTOLA
(Parlar voglio, e taccio intanto.)

CENERENTOLA, RAMIRO
(Una grazia, un certo incanto,
par che brilli su quel viso.
Quanto caro è quel sorriso,
scende all'alma, e fa sperar.)

RAMIRO
Del baron le figlie io cerco.
Dove sono? Qui non le vedo.

CENERENTOLA
Stan di là nell'altre stanze.
Or verranno. (Addio speranze!)

RAMIRO
Ma di grazia, voi chi siete?

CENERENTOLA
Io chi sono? Eh, non lo so.

RAMIRO
(ridendo)
Nol sapete?

CENERENTOLA
Quasi no.

Quel ch'è padre, non è padre...
Onde poi le due sorelle...
Era vedova mia madre...
Ma fu madre ancor di quelle...
Questo padre pien d'orgoglio...
(Sta a vedere che m'imbroglio.)

Deh! Scusate, perdonate
alla mia semplicità.

RAMIRO
(Mi seduce, m'innamora
quella sua semplicità.)

CLORINDA, TISBE
(dalle loro stanze a vicenda ed insieme)
Cenerentola, da me!

RAMIRO
Questa voce che cos'è?
[Quante voci! Che cos'è?]

CENERENTOLA
A ponente ed a levante,
a scirocco e a tramontana,
non ho calma un solo istante,
tutto, tutto tocca a me.

RAMIRO
(Quell'accento, quel sembiante,
è una cosa sovrumana.
Io mi perdo in questo istante;
già più me non trovo in me.)

CENERENTOLA
(ora verso una, ora verso l'altra delle porte)
Vengo, vengo! Addio, signore.
(Ah! ci lascio proprio il core.
Questo cor più mio non è.)

RAMIRO
(Che innocenza! che candore!
Ah! m'invola proprio il core.
Questo cor più mio non è.)

(Cenerentola parte)




Francisco Araiza, Frederica von Stade



William Matteuzzi, Cecilia Bartoli


Lawrence Brownlee, Joyce DiDonato


Juan Diego Flórez, Vesselina Kasarova


Maxim Mironov, Josè Maria Lo Monaco


Anatoly Orfenov, Zara Dolukhanova (in russo!)

Fritz Wunderlich, Erika Köth (in tedesco!)