25 novembre 2013

Don Giovanni (8) - "Madamina, il catalogo è questo"

Scritto da Christian

Leporello l'aveva citato in precedenza ("Io lo devo saper / per porla in lista"), Don Giovanni ci farà riferimento più tardi ("Ah, la mia lista / doman mattina / d'una decina / devi aumentar"): ecco il celeberrimo "catalogo" delle conquiste del nobile libertino, che il suo fido servo deve mantenere costantemente aggiornato, a testimonianza perenne della "collezione" di fanciulle (tutte per una notte sola, ovviamente) del suo padrone.

Forse il momento più celebre dell'intera opera (diciamo che se la gioca con il duetto "Là ci darem la mano"), il brano oggi comunemente noto come "aria del catalogo" non è certo unico nel suo genere: arie costruite sulla recitazione di liste ed elenchi di oggetti o delle qualità più svariate erano frequenti nelle opere buffe dell'epoca, e particolarmente apprezzate dal pubblico per i loro effetti comici. Fra l'altro, un'aria simile (con la stessa funzione narrativa) era presente anche nel "Don Giovanni" di Bertati e Gazzaniga, dove il servo Pasquariello recitava:

Dell'Italia, ed Alemagna
ve ne ho scritte cento, e tante.
Della Francia, e della Spagna
ve ne sono non so quante:
fra madame, cittadine,
artigiane, contadine,
cameriere, cuoche, e sguattere;
perché basta che sian femmine
per doverle amoreggiar. [...]
Come si vede, le similarità sono notevoli. Ma rispetto a quel testo il libretto mozartiano va oltre, specificando con maggior precisione il numero di conquiste in ogni paese: 640 in Italia, 231 in Germania ("Lamagna" o Alemagna), 100 in Francia, 91 in Turchia, e 1003 (finora) in Spagna, per un totale di 2065 (altro che "così ne consolò mille e ottocento", come detto poco prima: una stima che appunto era per difetto). Leporello si dimostra certamente più preciso di Pasquariello nel tenere i conti (e se ne vanta: "Un catalogo egli è che ho fatt'io"); e Da Ponte migliora non poco lo spunto di Bertati, scendendo più nel dettaglio dei vari "tipi" preferiti dal suo padrone, che rivela un'autentica abilità nell'individuare e lodare il punto di forza di ciascuna preda, bella e brutta che sia. Come ci si attenderebbe da un vero seduttore, d'altronde, che sa far sentire speciale ogni donna che incontra (e da questo dipendono i suoi successi).

L'idea del servo che tiene un catalogo aggiornato delle conquiste del suo padrone (un vero e proprio "curriculum vitae"!), comunque, precede sia Bertati che Da Ponte ed era presente in più versioni della storia di Don Giovanni, soprattutto in quelle appartenenti alla tradizione della commedia dell'arte. La prima apparizione dell'elenco, sia pur in nuce, risale probabilmente a "Il convitato di pietra" di Giacinto Andrea Cicognini. Per chi volesse approfondire l'argomento delle liste nell'opera buffa, suggerisco la lettura di due testi di Daniela Goldin ("Aspetti della librettistica italiana fra il 1770 e il 1830" e "In margine al catalogo di Leporello", pubblicati su "La vera Fenice", Torino 1985) ma anche del recente saggio di Umberto Eco, "Vertigine della lista" (2010), tutto incentrato sulla mania del catalogare. Aggiungo inoltre che proprio Bertati era particolarmente esperto in questo genere di numeri, come ha ricordato anche Daniele quando si è occupato di un paio di arie da "Il matrimonio segreto".

Ma torniamo a noi: qual è la funzione dell'aria del catalogo all'interno dell'opera di Mozart? Apparentemente si tratta solo di una parentesi comica; ma in quest'opera, l'anima buffa è sempre e indissolubilmente legata al dramma e alla tragedia. In questo caso di tratta della tragedia di Elvira, che viene a sapere nel modo più crudele la reale entità dell'inganno di cui è stata vittima. I suoi bellicosi intenti di vendetta ne vengono rafforzati: d'ora in poi non si tratterà più di vendicare soltanto sé stessa, ma "tutte le donne"; e non solo coloro i cui nomi sono già sul libro di Leporello ma anche quelle che rischiano ancora di cadere in preda al fascino del libertino. Per tutto il resto del primo atto, infatti, la vedremo impegnata a sventare i nuovi tentativi di seduzione di Don Giovanni (nei confronti di Zerlina, per esempio) e a cercare di smascherarlo quando tenta di ammantarsi di rispettabilità (di fronte a Donna Anna e Don Ottavio). Anche questo brano, dunque, non è puramente fine a sé stesso ma mette in moto enormi dinamiche che serviranno a portare avanti la storia: altro che semplice parentesi!
L'aria di Leporello "Madamina, il catalogo è questo" è senza dubbio una pagina comica, che contrasta singolarmente, già nell'epiteto iniziale riservato alla interlocutrice, con la situazione di estrema drammaticità in cui si trova Donna Elvira, abbandonata e disperata. Il sadismo con cui Leporello espone la lista delle donne conquistate dal padrone (duemila e sessantacinque, se la lista è esatta), di ognuna fornendo le caratteristiche, non distrugge però ma anzi accentua questa drammaticità, ammantandola di una crudele ironia di tipo appunto buffo e tragico insieme.
(Sergio Sablich)
Søren Kierkegaard tratta di quest'aria nella sezione "Gli stadi erotici immediati, ovvero il musicale-erotico" all'interno di "Aut-Aut". Egli congettura che il numero 1003, il numero di conquiste spagnole di don Giovanni, possa essere il rimasuglio della leggenda originale di don Giovanni; inoltre nella stranezza e nell'arbitrarietà del numero si può intravedere la non completezza di una lista che aspetta ancora di essere riempita. Kierkegaard ritiene che quest'aria sintetizzi il vero significato dell'opera: condensando in ampi gruppi un numero indeterminato di donne, mostra l'universalità di don Giovanni come simbolo di vita estetica e sensuale. Tra l'altro, Kierkegaard pone in epigrafe al Diario del seduttore due versi tratti da tale aria: "Sua passion predominante/È la giovin principiante".
Alcuni commentatori ritengono che diverse tecniche nel testo e nella musica sono funzionali a dare un messaggio di universalità, qualcosa di estraneo alla mera umoristica catalogazione delle donne. Luigi Dallapiccola sottolinea che il verso "Cento in Francia, in Turchia novantuna" rompe il ritmo degli ottonari illuminando così l'intera aria. Secondo Massimo Mila ("Lettura del Don Giovanni di Mozart", Torino, Einaudi, 1988), questa gag degna della commedia dell'arte, che era accompagnata dal gesto di srotolare il catalogo verso il pubblico, diede il via all'interpretazione romantica della figura di don Giovanni. Secondo i romantici, infatti, l'ossessione espressa nel catalogo simboleggia la tensione verso l'Assoluto.
(da Wikipedia)
In conclusione, e a margine, ricordo che anche nella precedente collaborazione fra Da Ponte e Mozart, "Le nozze di Figaro", era presente una sequenza di numeri. In quel caso l'opera si apriva addirittura con essa, vale a dire con Figaro che snocciolava il suo "5... 10... 20... 30... 36... 43" davanti all'amata Susanna. In entrambi i casi, i numerologi appassionati di melodramma si sono scatenati in mille interpretazioni.

Clicca qui per il testo del brano.

LEPORELLO
Madamina, il catalogo è questo
delle belle che amò il padron mio;
un catalogo egli è che ho fatt'io:
osservate, leggete con me.
In Italia seicento e quaranta,
in Lamagna duecento e trentuna,
cento in Francia, in Turchia novantuna,
ma in Ispagna son già mille e tre.
V'ha fra queste contadine,
cameriere, cittadine,
v'han contesse, baronesse,
marchesane, principesse,
e v'han donne d'ogni grado,
d'ogni forma, d'ogni età.
Nella bionda egli ha l'usanza
di lodar la gentilezza;
nella bruna, la costanza;
nella bianca, la dolcezza.
Vuol d'inverno la grassotta,
vuol d'estate la magrotta;
è la grande maestosa,
la piccina è ognor vezzosa.
Delle vecchie fa conquista
pe 'l piacer di porle in lista:
ma passion predominante
è la giovin principiante.
Non si picca se sia ricca,
se sia brutta, se sia bella:
purché porti la gonnella,
voi sapete quel che fa.

Clicca qui per il testo del recitativo che segue il brano.

DONNA ELVIRA
In questa forma, dunque,
mi tradì il scellerato? È questo il premio
che quel barbaro rende all'amor mio?
Ah, vendicar vogl'io
l'ingannato mio cor: pria ch'ei mi fugga...
si ricorra... si vada... Io sento in petto
sol vendetta parlar, rabbia e dispetto.





Ferruccio Furlanetto


Luca Pisaroni


Ildebrando D'Arcangelo


Sesto Bruscantini


Giuseppe Taddei


Samuel Ramey

Claudio Desderi


Bryn Terfel

20 novembre 2013

Don Giovanni (7) - "Ah! Chi mi dice mai"

Scritto da Christian

Lasciati Donna Anna e Don Ottavio ai loro propositi di vendetta, torniamo a seguire Don Giovanni e Leporello, ancora in strada al sorgere del sole ("Alba chiara", recita il libretto). Il servitore prova ancora una volta a rinfacciare al padrone il suo comportamento "da briccone" (dopo essersi prima cautelato di potergli dire tutto "liberamente": ma Don Giovanni dimostra per l'ennesima volta di infischiarsene dei giuramenti!). Messa dunque a tacere l'impertinenza del suo servo, il nobile rivela di aver già dimenticato l'episodio di Donna Anna – anche se l'uccisione l'ha comunque segnato: non a caso intima a Leporello di non farvi più accenno ("Purché non parli del Commendatore") – e di essere pronto a pianificare una nuova conquista ("Sappi ch'io sono innamorato d'una bella dama"... Sta parlando di Donna Ximena, personaggio che era presente nell'opera di Bertati e Gazzaniga cui Da Ponte si ispira, ma che il librettista veneto ha poi deciso di eliminare dal proprio testo). Ma ecco che l'arrivo, sulla strada, di un'altra donna lo distrae nuovamente, gli fa dimenticare quella di cui stava parlando per occuparsi della nuova venuta. I due si nascondono al bordo della strada e la osservano passare, infiltrandosi con invertenti a mo' di commento ("pertichini") nell'aria da lei cantata.

Si tratta di Donna Elvira, dama di Burgos (città nel nord della Spagna), che si presenta in scena gridando tutta la sua rabbia e il suo desiderio di vendetta per essere stata abbandonata (proprio da Don Giovanni, scopriremo poi). La dama è infatti una delle precedenti conquiste del libertino, una delle poche – prima o poi doveva succedere! – che non si è rassegnata a essere stata lasciata ma è decisa a ritrovare il suo seduttore: per punirlo (stando alle sue parole), per costringerlo a pentirsi delle sue malefatte, ma anche per riprenderselo, visto che il fuoco della passione in lei non si è ancora spento. Personaggio estremamente combattuto, inizialmente in preda alla rabbia e all'ira dell'amante tradita, e poi alla speranza di riconquistare il suo amore (speranza che la porterà, nel secondo atto, a farsi abbindolare fin troppo facilmente da Don Giovanni), è un carattere fondamentalmente tragico, anche se protagonista – specie in coppia con Leporello – di diversi momenti comici, o per l'appunto tragicomici. Sergio Sablich commenta come già nella commedia di Molière, precedente all'opera di Mozart, "Elvira, la sposa tradita e tuttavia di lui perdutamente innamorata, assurga a contraltare di statura morale [di Don Giovanni], inaugurando la galleria di figure femminili non solo oggetti di concupiscenza fisica ma anche portatrici di un messaggio umano, alternativo alla drastica contrapposizione tra sfera terrena e ultraterrena".

Già in quest'aria d'esordio, è irresistibile il contrasto fra la furia selvaggia delle sue parole ("Vo' farne orrendo scempio / gli vo' cavar il cor") e la tenerezza che esse suscitano in Don Giovanni ("Poverina!"), ignaro di essere proprio lui l'oggetto di quella rabbia. A completare il quadretto c'è il sarcasmo di Leporello (a Don Giovanni che si propone "Cerchiam di consolare il suo tormento", il servo commenta fra sé – o rivolto al pubblico – "Così ne consolò mille e ottocento", arrotondando peraltro per difetto).

Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

DON GIOVANNI
Orsù, spìcciati presto... Cosa vuoi?

LEPORELLO
L'affar di cui si tratta è importante.

DON GIOVANNI
Lo credo.

LEPORELLO
È importantissimo.

DON GIOVANNI
Meglio ancora: finiscila.

LEPORELLO
Giurate di non andare in collera.

DON GIOVANNI
Lo giuro sul mio onore:
purché non parli del Commendatore.

LEPORELLO
Siam soli?

DON GIOVANNI
Lo vedo.

LEPORELLO
Nessun ci sente?

DON GIOVANNI
Via!

LEPORELLO
Vi posso dire tutto liberamente...?

DON GIOVANNI
Sì!

LEPORELLO
Dunque, quand'è così:
(all'orecchio, ma ad alta voce)
caro signor padrone,
la vita che menate è da briccone!

DON GIOVANNI
Temerario! In tal guisa...

LEPORELLO
E il giuramento?

DON GIOVANNI
Non so di giuramento... Taci... o ch'io...

LEPORELLO
Non parlo più, non fiato, o padron mio.

DON GIOVANNI
Così saremo amici.
Or odi un poco:
sai tu perché son qui?

LEPORELLO
Non ne so nulla.
Ma, essendo l'alba chiara, non sarebbe
qualche nuova conquista?
Io lo devo sapere per porla in lista.

DON GIOVANNI
Va là che sei il grand'uom!
Sappi ch'io sono innamorato d'una bella dama;
e son certo che m'ama.
La vidi, le parlai; meco al casino questa notte verrà...
Zitto: mi pare sentir odor di femmina.

LEPORELLO
Cospetto!
Che odorato perfetto!

DON GIOVANNI
All'aria mi par bella.

LEPORELLO
E che occhio, dico!

DON GIOVANNI
Ritiriamoci un poco,
e scopriamo terren.

LEPORELLO
(Già prese foco.)

Clicca qui per il testo del brano.

DONNA ELVIRA
Ah! Chi mi dice mai
quel barbaro dov'è,
che per mio scorno amai,
che mi mancò di fé?
Ah! Se ritrovo l'empio,
e a me non torna ancor,
vo' farne orrendo scempio,
gli vo' cavar il cor.

DON GIOVANNI
(sottovoce a Leporello)
Udisti? Qualche bella
dal vago abbandonata.
Poverina!
Cerchiam di consolare il suo tormento.

LEPORELLO
(Così ne consolò mille e ottocento.)

DON GIOVANNI
Signorina!

Clicca qui per il testo del recitativo che segue il brano.

DONNA ELVIRA
Chi è là?

DON GIOVANNI
Stelle! Che vedo!

LEPORELLO
Oh, bella! Donn'Elvira!

DONNA ELVIRA
Don Giovanni!...
Sei qui, mostro, fellon, nido d'inganni...

LEPORELLO
(Che titoli cruscanti!
Manco male che lo conosce bene.)

DON GIOVANNI
Via, cara Donn'Elvira,
calmate quella collera... sentite...
lasciatemi parlar...

DONNA ELVIRA
Cosa puoi dire, dopo azion sì nera?
In casa mia entri furtivamente.
A forza d'arte, di giuramenti e di lusinghe,
arrivi a sedurre il cor mio:
m'innamori, o crudele,
mi dichiari tua sposa.
E poi, mancando della terra e del cielo al santo dritto,
con enorme delitto
dopo tre dì da Burgos t'allontani,
m'abbandoni, mi fuggi, e lasci in preda
al rimorso ed al pianto,
per pena forse che t'amai cotanto.

LEPORELLO
(Pare un libro stampato.)

DON GIOVANNI
Oh, in quanto a questo
ebbi le mie ragioni.
(a Leporello)
È vero?

LEPORELLO
È vero.
(ironicamente)
E che ragioni forti!

DONNA ELVIRA
E quali sono,
se non la tua perfidia,
la leggerezza tua? Ma il giusto cielo
volle ch'io ti trovassi
per far le sue, le mie vendette.

DON GIOVANNI
Eh, via, siate più ragionevole...
(Mi pone a cimento, costei.)
Se non credete al labbro mio,
credete a questo galantuomo.
(indicando Leporello)

LEPORELLO
(Salvo il vero.)

DON GIOVANNI
(a Leporello)
Via, dille un poco...

LEPORELLO
(sottovoce a Don Giovanni)
E cosa devo dirle?

DON GIOVANNI
(ad alta voce)
Sì, sì dille pur tutto.
(partendo senza esser visto)

DONNA ELVIRA
(a Leporello)
Ebben, fa' presto.

LEPORELLO
Madama... veramente... in questo mondo
conciossiacosaquandofosseché
il quadro non è tondo...

DONNA ELVIRA
Sciagurato!
Così del mio dolor gioco ti prendi?
(verso Don Giovanni che non crede partito)
Ah, voi...
(non vedendolo)
Stelle! L'iniquo fuggì, misera me!...
Dove? In qual parte...?

LEPORELLO
Eh! lasciate che vada. Egli non merta
che di lui ci pensiate.

DONNA ELVIRA
Il scellerato m'ingannò, mi tradì...

LEPORELLO
Eh! consolatevi.
Non siete voi, non foste e non sarete
né la prima né l'ultima.
Guardate:
questo non picciol libro
è tutto pieno dei nomi di sue belle.
Ogni villa, ogni borgo, ogni paese
è testimon di sue donnesche imprese.


A fronte della composta nobiltà di Donna Anna e Don Ottavio, Donna Elvira incarna l’inestinguibile fuoco dei sentimenti. È disposta a ogni umiliazione pur di ritrovare quegli attimi di passione che Don Giovanni le ha distrattamente concesso: la sua onnipresenza nell’opera, la sua funzione di scalmanata guastafeste, porta in scena il vero amore a reclamare i suoi diritti contro il libertinaggio. A lei è affidato il compito ingrato dell’estremo tentativo, ed è suo l’urlo che segna il precipitare degli eventi. Donna Elvira, rappresentando i diritti delle duemilasessantacinque (salvo errori di registrazione da parte del ragionier Leporello) sedotte e abbandonate da Don Giovanni, difende l’amore fedele e monogamo della donna contro l’incontenibile appetito carnale dell’uomo: è Mozart stesso, tuttavia, a mettere in dubbio l’antico assioma, o luogo comune, quando in "Così fan tutte" dimostrerà come in ogni aspirante moglie si celi un’aspirante adultera, di cui Zerlina sembra essere una prefigurazione.
(Alberto Batisti)
Ferita dalle esperienze della vita è invece Donna Elvira, che non sa darsi pace del tradimento di Don Giovanni e vaga senza identità tra amore, volontà di vendetta, gelosia, desiderio di riscatto, illusione, supplica, da ultimo rassegnandosi, dopo l'ennesimo insulto, a disperare della sua conversione e della sua salvezza. Anch'ella [come Donna Anna e Don Ottavio] proviene dai piedistalli dell'opera seria, ma con un linguaggio reso dalle sue stesse esperienze più sfaccettato, più acuminato, più incisivo nell'espressione di accenti capaci di guardare in faccia la sfinge e di reggere coraggiosamente al fallimento.
(Sergio Sablich)


Kiri Te Kanawa (Donna Elvira),
Thomas Allen (Don Giovanni), Stafford Dean (Leporello), dir: Colin Davis


Cecilia Bartoli (Donna Elvira),
Rodney Gilfry (Don Giovanni), László Polgár (Leporello), dir: Nikolaus Harnoncourt


Lisa della Casa,
Cesare Siepi, Otto Edelmann,
dir: Wilhelm Furtwängler


Elisabeth Schwarzkopf,
Eberhard Wächter, Giuseppe Taddei,
dir: Carlo Maria Giulini


Julia Varady,
Samuel Ramey, Ferruccio Furlanetto,
dir: Herbert von Karajan


Barbara Frittoli,
Erwin Schrott, Natale de Carolis,
dir: Zubin Mehta


Pilar Lorengar,
Gabriel Bacquier, Donald Gramm,
dir: Richard Bonynge

Joyce DiDonato,
Simon Keenlyside, Kyle Ketelsen,
dir: Charles Mackerras

Terminata l'aria, la scena prosegue senza soluzione di continuità con il recitativo fra Elvira, Don Giovanni e Leporello che conduce fino alla celeberrima aria del catalogo. Passato il primo attimo di stupore (peraltro reciproco) nel ritrovarsi faccia a faccia con l'uomo che stava cercando, Elvira si scaglia contro di lui, vomitandogli addosso tutto il rancore e la rabbia che ha covato dopo essere stata abbandonata. Attraverso il commento di Leporello "Pare un libro stampato", Da Ponte riconosce ironicamente come la lunga esposizione dei fatti da parte di Donna Elvira sia il classico "spiegone" rivolto agli spettatori (i tre personaggi conoscono già bene gli eventi): un infodump (o "inforigurgito", come lo chiamerebbe Gamberetta). È uno spiegone necessario, però, per chiarire in pochi secondi i retroscena di Elvira.

Nonostante le sue parole irate e i suoi propositi di vendetta, la donna dimostra da subito di essere subito pronta a ricadere negli inganni di Don Giovanni, come dimostra il fatto che si lascia facilmente convincere ad ascoltare le "spiegazioni" di Leporello riguardo alle ragioni per cui è stata abbandonata. Mentre il libertino ne approfitta per svignarsela alla chetichella, il povero servitore cerca di improvvisare un discorso basato sul nulla ("Madama... veramente... in questo mondo / conciossiacosaquandofosseché / il quadro non è tondo...": quasi un antesignano della "supercazzola" di "Amici miei"). E di fronte alla povera Elvira, che scopre di essere stata nuovamente ingannata, ha quasi un moto di compassione. Ecco perché cerca di convincerla che, in fondo, non vale la pena di andare dietro al suo padrone: e le rivela, quantificandola in maniera comica e crudele insieme, la reale entità del suo "correr dietro le donne".

15 novembre 2013

Don Giovanni (6) - "Fuggi, crudele, fuggi"

Scritto da Christian

Donna Anna, che era rientrata in casa nel momento in cui il Commendatore era sceso in strada per affrontare l'intruso, fa ora ritorno in compagnia del suo promesso sposo, Don Ottavio (le cui prime parole, "Tutto il mio sangue / verserò, se bisogna!", sono paradigmatiche del personaggio, sempre pronto a dichiarazioni altisonanti che preannunciano azioni che non verranno mai eseguite), e di numerosi servi che recano lumi. Alla vista del corpo del padre, riverso per terra in una pozza di sangue, Donna Anna è scossa da un impeto di emozioni e di passioni – esposte in un "recitativo drammatico", accompagnato cioè dall'orchestra anziché dal solo basso continuo – che la portano dapprima a lamentare la morte del genitore, poi a svenire per un breve momento, e infine a risorgere colma d'ira e di sete di vendetta.

Nel duetto "Fuggi, crudele, fuggi", Anna si fa dunque promettere da Ottavio che vendicherà la morte del Commendatore. Di fronte all'amica che, spersa, continua a chiedersi "Ma il padre mio dov'è?", Ottavio tenta invano di offrire conforto ("Hai sposo e padre in me"): Anna è irremovibile nel suo desiderio di vedere punito l'uccisore. I toni solenni delle scene che mostrano sul palco questi due personaggi si rifanno al linguaggio (testuale e musicale) delle opere serie, e contrastano notevolmente con quello delle altre figure dell'opera. Ma naturalmente, nonostante l'intensità di questa scena (che prefigura chissà quali sviluppi) e la tremenda forza del giuramento (di cui i due sono consapevoli: "Che barbaro momento!"), il destino vorrà che la vendetta sia portata a termine non da loro, ma dallo stesso Commendatore, tornato dalla morte come incarnazione della giustizia divina.

Il primo problema che si pose Da Ponte nel riscrivere Il convitato di pietra di Bertati fu quello di trasformare un atto unico in un’opera in due atti. Fu costretto, perciò, ad allungare non poco la semplice trama del modello principale, e ciononostante ebbe l’accortezza d’eliminare ben due personaggi: Donna Ximena (altra vittima del libertino) e Lanterna, secondo servo di Don Giovanni, rendendo così il dramma meno dispersivo. Inoltre Da Ponte ebbe la felice idea di ampliare la parte di Donna Anna, che in Bertati usciva di scena subito dopo l’uccisione del padre, rendendola in certo qual modo la vera guida del partito avverso al protagonista. La caccia a Don Giovanni prende infatti le mosse dal momento in cui Donna Anna riconosce in lui l’assassino del padre; da lì in poi, gli altri personaggi si stringeranno intorno a lei nella vana impresa di porre fine alle scorrerie del cavaliere. Quest’ultimo, tuttavia, come s’addice ai veri eroi, non può essere fermato da una mano umana, imbelle di fronte a tanto empia grandezza, ma solo da un intervento sovrannaturale. Nel confronto fra tali massimi sistemi, Donna Anna fa le veci del padre, divenendo la principale interlocutrice di Don Giovanni, finché questo non avrà chiamato in causa direttamente l’oltretomba, facendosene beffe nella scena del cimitero («O vecchio buffonissimo»).
(Alberto Batisti)
Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

DONNA ANNA
Ah! Del padre in periglio
in soccorso voliam.

DON OTTAVIO
(con ferro ignudo in mano)
Tutto il mio sangue
verserò, se bisogna:
ma dov'è il scellerato?

DONNA ANNA
In questo loco...
(vede il cadavere)
Ma qual mai s'offre, o dèi,
spettacolo funesto agli occhi miei!
Il padre!... Padre mio!... Mio caro padre!...

DON OTTAVIO
Signore!

DONNA ANNA
Ah! L'assassino me 'l trucidò...
Quel sangue... quella piaga... quel volto
tinto e coperto dei color di morte...
Ei non respira più... fredde ha le membra...
Padre mio!... Caro padre!... Padre amato!...
Io manco... io moro.
(sviene)

DON OTTAVIO
Ah! soccorrete, amici, il mio tesoro.
Cercatemi, recatemi
qualche odor... qualche spirto... Ah! Non tardate.
(partono due servi)
Donn'Anna!... Sposa!... Amica!...
Il duolo estremo la meschinella uccide!

DONNA ANNA
(rinviene)
Ahi!

(i servi tornano)

DON OTTAVIO
Già rinviene.
Datele nuovi aiuti.

DONNA ANNA
Padre mio!...

DON OTTAVIO
Celate, allontanate agli occhi suoi
quell'oggetto d'orrore.

(il Commendatore vien trasportato)

DON OTTAVIO
Anima mia, consòlati, fa' core!

Clicca qui per il testo del brano.

DONNA ANNA
Fuggi, crudele, fuggi!
Lascia che mora anch'io
ora ch'è morto, oddio!,
chi a me la vita diè.

DON OTTAVIO
Senti, cor mio, deh! senti,
guardami un solo istante:
ti parla il caro amante
che vive sol per te.

DONNA ANNA
Tu sei... Perdon, mio bene...
l'affanno mio... le pene...
Ah! Il padre mio dov'è?

DON OTTAVIO
Il padre... Lascia, o cara,
la rimembranza amara:
hai sposo e padre in me.

DONNA ANNA
Ah! Vendicar, se puoi,
giura quel sangue ognor.

DON OTTAVIO
Lo giuro agli occhi tuoi,
lo giuro al nostro amor.

DONNA ANNA E DON OTTAVIO
Che giuramento, o dèi!
Che barbaro momento!
Tra cento affetti e cento
vammi ondeggiando il cor.



Adrianne Pieczonka (Donna Anna), Michael Schade (Don Ottavio), dir: Riccardo Muti


Renee Fleming, Paul Groves,
dir: James Levine


Carol Vaness, Jerry Hadley,
dir: James Levine


Isabel Rey, Roberto Sacca,
dir: Nikolaus Harnoncourt


Joan Sutherland, Werner Krenn,
dir: Richard Bonynge


Christine Schäfer, Piotr Beczala,
dir: Daniel Harding

Teresa Stich-Randall, Luigi Alva,
dir: Francesco Molinari-Pradelli

10 novembre 2013

Don Giovanni (5) - "Notte e giorno faticar"

Scritto da Christian

Siamo in piena notte, in una città spagnola (tradizionalmente la vicenda è ambientata a Siviglia). Davanti alla facciata di un palazzo signorile, un uomo si aggira furtivamente. Si tratta di Leporello, servitore di Don Giovanni, "giovane cavaliere estremamente licenzioso" che si è introdotto mascherato nel palazzo del Commendatore per sedurne la figlia, Donna Anna. Leporello ha ricevuto l'incarico di "far da sentinella", e nel frattempo si sfoga manifestando tra sé la propria frustrazione per quell'ingrato compito: è stufo di faticare "notte e giorno" per servire un padrone che "nulla sa gradir", ovvero che non apprezza a sufficienza i suoi sforzi, e sogna di elevarsi a sua volta al rango di "gentiluomo". In quel "E non voglio più servir" si legge tutta l'ambizione e il desiderio di essere al posto di quel padrone che tanto critica.

La situazione precipita quando Don Giovanni, che evidentemente non è riuscito nel suo intento (anche se non sono rari gli allestimenti che, in vario modo, lasciano intendere invece che Donna Anna "ci sia stata" e che soltanto dopo l'atto sessuale abbia deciso di ribellarsi: il libretto, d'altro canto, è volutamente ambiguo, anche quando l'accaduto sarà narrato successivamente dalla stessa Anna), esce dal palazzo, inseguito dalla sua vittima – fattasi "assalitrice da assalita" – che vorrebbe scoprirne l'identità e chiama in proprio soccorso la servitù. La scena culmina con l'arrivo del padre di Anna, il Commendatore, che sfida Don Giovanni a duello. Questi vorrebbe evitare di combattere, ma alla fine non può farne a meno. Il drammatico scontro con le spade, sullo sfondo di una musica sempre più incalzante, termina inevitabilmente con la morte del Commendatore, la cui dipartita è commentata da un sublime trio ("Ah! Soccorso..."), le cui terzine di accompagnamento musicale ispireranno forse Beethoven al momento di comporre il primo movimento della celebre sonata "Al chiaro di luna".

Nel giro di poco più di cinque minuti, l'opera è già decollata: ci ha presentato quattro dei personaggi principali (Don Giovanni, Leporello, Donna Anna e il Commendatore) e con ritmo serrato ci ha offerto lampi di comicità (la cavatina di Leporello), di azione (la fuga di Don Giovanni, il duello) e di dramma (la morte del Commendatore), anticipando parte dei temi successivi e prefigurando molto di ciò che ritroveremo in seguito. Basterebbero cinque minuti come questi, per di più accompagnati da melodie e sfumature di infinita ricchezza, per elevare qualsiasi opera nell'olimpo del teatro lirico.

Il trascolorare drammatico porta a una continua rigenerazione dell’idea musicale, con progressive caratterizzazioni dei personaggi secondo il dipanarsi dell’intreccio. Si prenda la prima scena [...]: subito dopo aver presentato Leporello in sentinella, una fiammata brucia il nucleo di tutta l’azione successiva, cioè la tentata violenza di Donna Anna e l’assassinio del Commendatore. Nel viluppo delle voci, la musica riesce a far vivere in uno stesso punto l’odio, l’ira, lo scorno, la paura e la sfrontatezza. In un breve volgere la scena si svuota, e rimane in terra solo il corpo esanime del Commendatore. Mai opera aveva conosciuto un inizio più folgorante, un ex abrupto capace di soggiogare il pubblico in modo così possente. [...] Tutto è permesso a Mozart, perfino di far convivere, come nell’Inferno dantesco, il gesto più nobile e alato accanto al prosaico linguaggio di Leporello: Francesca da Rimini accanto a Vanni Fucci, Farinata degli Uberti a fianco di Filippo Argenti. Lo strumento prezioso di queste metamorfosi di tono è l’orchestra, il cui ruolo concertante alimenta la scena con un commento esaustivo, rivelando a ogni tratto le diverse sfumature del gioco.
(Alberto Batisti)
Si potrebbe addirittura aggiungere che l'opera non solo inizia, ma finisce già qui. Con l'uccisione del Commendatore, il fato di Don Giovanni è segnato: tutto ciò che seguirà non sarà altro che un "prendere tempo" in attesa del giudizio finale. Di fatto, se un ardito regista volesse realizzare un "Don Giovanni" in versione "bignami", potrebbe benissimo saltare direttamente alla scena del cimitero (a metà del secondo atto) e poi al finale. Certo, così si perderebbero tante trovate geniali, tanta musica bellissima, tante avventure comiche (lo scambio servo-padrone) o drammatiche, nelle quali però i personaggi recitano i loro ruoli senza concludere veramente nulla (Da Ponte avrebbe potuto benissimo allungare il libretto a piacimento, inserendo tanti altri episodi dongiovanneschi), in attesa di una conclusione che è già scritta.

In un'improbabile scena del film "Io, Don Giovanni" di Carlos Saura, Mozart (Lino Guanciale) e Da Ponte (Lorenzo Balducci) discutono proprio di questo incipit. Dico "improbabile" perché sembra suggerire che molti elementi (compresi i personaggi stessi di Leporello o del Commendatore) vengano ideati dal librettista sull'istante, quando invece facevano già parte delle versioni tradizionali della vicenda:


Nel recitativo che segue, Leporello e Don Giovanni abbandonano il palco, lasciando spazio al ritorno di Donna Anna e all'ingresso di Don Ottavio. Nello scambio di battute fra servitore e padrone, prima di dileguarsi, troviamo una delle tante gag che ancora oggi fanno ridere parecchio il pubblico ("Chi è morto, voi o il vecchio?"), a dimostrazione che la comicità non ha età, nonché un primo timido – ma neppure tanto – tentativo di Leporello di ribellarsi al suo signore, disapprovandone apertamente il comportamento ("Bravo! Due imprese leggiadre..."). Ciò nonostante, il servo non avrà mai il coraggio di abbandonarlo al suo destino e, anzi, resterà al suo fianco fino alla fine (tentando persino di salvarlo dalla vendetta soprannaturale del Convitato di Pietra, quando interverrà nel finale per rifiutarne l'invito con un goffo "Tempo non ha, scusate...").

Clicca qui per il testo del brano.

LEPORELLO
Notte e giorno faticar,
per chi nulla sa gradir,
piova e vento sopportar,
mangiar male e mal dormir.
Voglio far il gentiluomo
e non voglio più servir...
Oh che caro galantuomo!
Vuol star dentro colla bella,
ed io far la sentinella!
Voglio far il gentiluomo
e non voglio più servir...
Ma mi par che venga gente;
non mi voglio far sentir.

(Si ritira. Don Giovanni esce dal palazzo del Commendatore inseguito da Donn'Anna; cerca di coprirsi il viso ed è avvolto in un lungo mantello.)

DONNA ANNA
(trattenendo Don Giovanni)
Non sperar, se non m'uccidi,
ch'io ti lasci fuggir mai!

DON GIOVANNI
(sempre cercando di celarsi)
Donna folle! indarno gridi,
chi son io tu non saprai!

LEPORELLO
(fra sé)
Che tumulto! Oh ciel, che gridi!
Il padron in nuovi guai.

DONNA ANNA
Gente! Servi! Al traditore!

DON GIOVANNI
Taci e trema al mio furore!

DONNA ANNA
Scellerato!

DON GIOVANNI
Sconsigliata!

LEPORELLO
Sta a veder che il libertino
mi farà precipitar!

DONNA ANNA
Come furia disperata
ti saprò perseguitar!

DON GIOVANNI
Questa furia disperata
mi vuol far precipitar!

IL COMMENDATORE
(con spada e lume)
Lasciala, indegno!
Battiti meco!

(Donn'Anna, udendo la voce del padre, lascia Don Giovanni ed entra in casa.)

DON GIOVANNI
Va, non mi degno
di pugnar teco.

IL COMMENDATORE
Così pretendi da me fuggir?

LEPORELLO
Potessi almeno di qua partir!

DON GIOVANNI
Misero, attendi, se vuoi morir!

(Si battono. Il Commendatore è mortalmente ferito.)

IL COMMENDATORE
Ah, soccorso! son tradito!
L'assassino m'ha ferito,
e dal seno palpitante
sento l'anima partir.

DON GIOVANNI
Ah, già cade il sciagurato,
affannoso e agonizzante,
già dal seno palpitante
veggo l'anima partir.

LEPORELLO
Qual misfatto! qual eccesso!
Entro il sen dallo spavento
palpitar il cor mi sento!
Io non so che far, che dir.

Clicca qui per il testo del recitativo che segue.

DON GIOVANNI
Leporello, ove sei?

LEPORELLO
Son qui per mia disgrazia; e voi?

DON GIOVANNI
Son qui.

LEPORELLO
Chi è morto, voi, o il vecchio?

DON GIOVANNI
Che domanda da bestia! Il vecchio.

LEPORELLO
Bravo: due imprese leggiadre! Sforzar la figlia, ed ammazzar il padre.

DON GIOVANNI
L’ha voluto, suo danno.

LEPORELLO
Ma Donn’Anna, cosa ha voluto?

DON GIOVANNI
Taci, non mi seccar; vien meco se non vuoi qualche cosa ancor tu!

LEPORELLO
Non vo’ nulla, signor, non parlo più.

(Partono.)



Veniamo alle clip musicali. In circolazione ci sono così tante versioni di quest'opera, che selezionarne solo alcune è per forza di cose doloroso. Invito dunque tutti ad andare per conto proprio alla ricerca dell'edizione preferita, e consiglio in particolare la visione del bel film di Joseph Losey ("Don Giovanni", del 1979), con la direzione di Lorin Maazel e un cast che comprende, fra gli altri, Ruggero Raimondi, Kiri Te Kanawa, Jose Van Dam ed Edda Moser.


Ferruccio Furlanetto (Leporello), Bryn Terfel (Don Giovanni), Renee Fleming (Donna Anna),
Sergei Koptchak (Commendatore), dir: James Levine (2000)


Stafford Dean, Thomas Allen, Makvala Kasrashvili, Gwynne Howell, dir: Colin Davis (1988)


Otto Edelmann, Cesare Siepi, Elisabeth Grummer, Deszo Ernster, dir: Wilhelm Furtwängler (1954)


Sesto Bruscantini, Nicolaj Ghiaurov, Gundula Janowitz, Dimitri Petkov,
dir: Carlo Maria Giulini (1970)

Donald Gramm, Gabriel Bacquier, Joan Sutherland, Clifford Grant, dir: Richard Bonynge (1968)


Infine, una rara versione cantata in tedesco, e due allestimenti "moderni" e forse discutibili:


Rudolf Asmus (Leporello), György Melis (Don Giovanni), Klara Barlow (Donna Anna), Herbert Rössler (Commendatore), dir: Zdenek Kosler (1966)


José Fardilha, Pietro Spagnoli, Myrtò Papatanasiu, Mario Luperi, dir: Ingo Metzmacher (2007)

Ildebrando D'Arcangelo, Thomas Hampson, Christine Schäfer, Robert Lloyd, dir: Daniel Harding (2006)

5 novembre 2013

Don Giovanni (4) - Il seduttore sedotto

Scritto da Marisa

Per affrontare la figura di Don Giovanni, senza cadere in un facile moralismo di condanna o in un'acritica esaltazione dell'anarchica libertà di un personaggio al di sopra della legge, bisogna riconoscere in lui l'uomo posseduto da un'immagine archetipica e quindi aver ben presente il concetto di “archetipo”, non nel modo confuso e vago in cui di solito viene utilizzato, ma nel senso che il suo formulatore, Jung, ha intuito e riconosciuto, chiarendolo lungo tutto l'arco delle sue opere: “espressione psichica di una determinata disposizione anatomo-fisiologica”.
Il nucleo profondo dell'archetipo è inscritto nella natura stessa dell'uomo e svolge per le funzioni psichiche lo stesso ruolo della base istintuale che regola il comportamento degli animali, il loro corteggiamento amoroso, fare il nido, la migrazione, ecc. Elémire Zolla scrive che l'archetipo “non è un concetto, ma una energia plastica, generativa”. Di per sé inconoscibile e solo ipotizzabile, l'archetipo si rende manifesto e quindi riconoscibile solo attraverso le immagini primordiali, i temi che alimentano certi sogni, i miti, le leggende e irrompe direttamente nel comportamento negli stati in cui la barriera tra conscio e inconscio si assottiglia, come negli stati di esaltazione e di inflazione o ancor più pericolosamente nelle psicosi, quando tale barriera addirittura scompare.

Ognuno di noi, seppure inconsciamente, vive dentro un mitologema prevalente ed è più vicino a un gruppo di miti analoghi (ad esempio quelli dell'eroe o del fanciullo divino o del senex...), ma è raro vedere qualcuno identificato col proprio nucleo archetipico perché la coscienza media e soprattutto cerca di allargare il campo includendo aspetti di altri mitologemi per raggiungere un maggiore equilibrio ed armonia. È molto pericoloso infatti incarnare un solo mito perché si diventa necessariamente monomaniaci ed esaltati, che si tratti di Eros (come in questo caso), di Zeus (Cesar, Zar...) come rappresentante del potere supremo, o di qualsiasi altra divinità. Anche l'esaltazione mistica o spirituale può staccare dall'umano e diventare pericolosa. Sul tempio di Apollo a Delphi, oltre alla famosa frase “Conosci te stesso”, ce n'era un'altra poco ricordata, ”Niente di troppo”, che indica saggiamente la necessità della moderazione e dei limiti in tutto. Don Giovanni ignora totalmente tali limiti ed è completamente posseduto dal proprio demone.

La differenza più importante del Don Giovanni di Mozart da tutte le altre rappresentazioni che gli si accostano o a cui Mozart stesso e Da Ponte si sono ispirati (quello di Molière o "L'ateista fulminato" o "El Burlador de Sevilla" o "Le Festin de pierre") consiste, secondo me, proprio nel fatto che nelle altre opere si possono individuare dei personaggi storici reali come modelli di vita dissoluta (primo tra tutti il duca di Guisa) e questo rende necessario un esame storico-sociale e quindi etico del personaggio mentre qui, soprattutto grazie alla musica divina che libera dalla sgradevolezza della cronaca, l'uomo posseduto dall'archetipo balza direttamente in azione trascinadoci su un piano che necessita di altre categorie di comprensione: il piano mitico per l'appunto. “Chi vive prossimo al suo archetipo”, dice Elémire Zolla, “è al massimo della vitalità, demonico, paradigmatico e del tutto dimentico delle condizioni materiali che lo circondano e ne compongono l'apparenza sensibile” e Don Giovanni ne è un fulminante esempio. Ci affascina e ci sconcerta là dove la nostra coscienza ci intralcia e ci protegge, vive pericolosamente là dove la nostra fantasia e il nostro desiderio affondano, perché il nostro Io più strutturato, per fortuna, ci frena e ci ripiega in voli meno alti, ma più consapevoli e responsabili, in una atmosfera più vivibile e duratura. Ovviamente lui pagherà un prezzo altissimo al suo impeto gioioso, ma che sia una disgrazia sembra ancora una volta a noi, che abbiamo anche del tempo un vissuto assolutamente diverso da chi vive incarnando un archetipo.

A lui che importa durare? La sua ascesa è esistenza;
avanza senza posa ed entra in costellazioni sempre nuove
del suo costante pericolo. Chi lo rintaccerebbe là?
Ma il Destino a un tratto entusiasta, lui, che cupo tace di noi
lo canta nella tempesta del suo mondo fragoroso.
Così Rilke nella VI Elegia, quella dove celebra gli eroi. E Don Giovanni, a modo suo, è un eroe; per lo meno ne condivide il destino di assoluta dedizione a una impresa, compreso il sacrificio finale, senza cedimenti, per la stessa causa per cui si è vissuto. La morte è lo sfondo necessario per chi arde nella fiamma dell'attimo.

Ma qual è finalmente lo specifico di Don Giovanni, la qualità che lo rende unico e nello stesso tempo un “tipo”, cioè il rappresentante di un aspetto collettivo e perciò così emozionante per tutti tanto da assurgere a incarnazione di un archetipo?
Indubbiamente siamo nel dominio di Eros, il Nume-Demone più forte di tutto l'Olimpo, dietro la sua apparente fragilità di leggiadro fanciullo alato, figlio amato della potentissima Afrodite, dea della fecondità e del desiderio sessuale per antonomasia, suo braccio armato e suo diretto emissario. Ricordo che l'iconografia del fanciullo bendato, alato e armato di frecce, che imperversa nei biglietti di San Valentino, è del tutto secondaria rispetto all'immagine che di Eros ci consegnano i miti orfici ed Esiodo, in cui Eros viene riconosciuto come il primogenito di tutti gli dei, il luminoso Phanes nato dall'uovo primordiale deposto dalla Notte dalle nere ali, vero motore della vita di tutto l'universo. Che Freud abbia riconosciuto proprio nel desiderio sessuale la molla più potente di tutta la struttura psichica è roba ormai di dominio popolare e perciò non mi dilungherò a ricordarne l'effetto pervasivo e determinante per tutto lo sviluppo della personalità. Ma Don Giovanni non è solo uno che vuole realizzare il rapporto sessuale in modo compulsivo e diretto, così come gli animali quando sono presi dall'estro. Don Giovanni ha un rapporto molto speciale con il femminile, anzi con “l'eterno femminino”, come direbbe Goethe, ed è questa particolare corrispondenza col femminile che lo rende speciale e irresistibile.

Quando Leporello, visti i pasticci spesso pericolosi in cui si caccia, lo invita a lasciar le donne, lui risponde, affermando così la sua vera natura: “Lasciar le donne? Pazzo! Sai ch'elle per me son necessarie più del pan che mangio, più dell'aria che respiro!” Dunque si tratta di necessità primaria e questo indica uno stato di possessione e dipendenza, ancor più della droga per un drogato e di una abitudine inveterata, che, per quanto radicata, può comunque attenuarsi o correggersi. Don Giovanni è consapevole che nel rapporto con le donne si esplica la sua vera natura; il femminile è l'elemento vitale entro cui si muove e vive.
Questa assoluta necessità fa di lui un uomo sempre “sedotto”, cioè non libero (ritorneremo più avanti sul problema della libertà), ma trascinato verso di sé (se-dotto), irretito dal fascino esercitato su di lui dall'elemento femminile.

A sua volta egli fa un grande dono alle donne e questo spiega l'irresistibilità del suo fascino: esalta in ognuna, con intuito infallibile, quell'elemento particolare che la rende unica e squisitamente femminile, sì da dare l'illusione di essere finalmente e veramente colta nella propria vera essenza e valorizzata, “amata” in modo esclusivo e speciale. Il famoso catalogo, compilato con estrema solerzia da un Leporello del tutto in ammirazione delle prodezze del padrone come può prendere appunti un allievo di fronte alle lezioni di un grande maestro, testimonia il grande talento di Don Giovanni nell'esaltare in ogni donna la specifica qualità, elemento che la rende irresistibile e portatrice di una femminilità particolare e preziosa.
Egli, in realtà, fa da specchio e rivela alla donna quell'aspetto e sfaccettatura del suo fascino che nessun uomo aveva saputo cogliere e che nemmeno lei stessa conosceva, perché la quintessenza del fascino si può rivelare solo attraverso gli occhi innamorati di un altro, in un particolare stato di grazia e in consonanza con il desiderio occulto di essere riconosciuti ed amati come “unici al mondo”.

Va da sé che la fedeltà è tutt'altra cosa e, quando questa esigenza compare, Don Giovanni non può che defilarsi e deludere amaramente, proprio perché la sua specificità è il cogliere e rivelare alla donna stessa il suo particolare profumo femminile, gustandolo ovviamente per primo, ma deve subito correre attratto dagli altri innumerevoli profumi, che aspettano di essere esaltati e gustati...

Se nel catalogo leggiamo l'elenco delle sue imprese, possiamo invece vederlo direttamente all'opera in tre momenti dello spettacolo e assistere all'effetto che può fare a una donna la sua arte seduttiva, anche se in quanto a risultati lui stesso deve ammettere che sono scarsi, tanto che sembra che il “demonio si diverta d'opporsi ai piacevoli progressi”: con Zerlina nel giorno stesso del suo matrimonio, con Donna Elvira per una necessità improvvisa di recupero e con la cameriera con una languida ed irresistibile serenata, capolavoro irraggiugibile del canto di desiderio finalizzato ad accendere l'immediata risposta di qualsiasi donna... Riguardo a Donna Anna, lo vediamo già in fuga e possiamo solo intuire l'effetto che ha avuto dal successivo comportamento di lei; ma di tutte queste situazioni parleremo trattando i singoli personaggi femminili.

Che lo specifico di Don Giovanni sia accendere il desiderio, non il soddisfarlo, è evidente in tutto il suo comportamento; la sua genialità si consuma nell'approccio iniziale, nella seduzione romantica e non nella ripetitività e nella durata. Non si vanta, come lo stereotipo del maschio potente, della durata dei suoi rapporti sessuali, di come lo fa, ecc..., ma di quanti desideri accende e il suo massimo godimento è nell'inizio. Non per niente “sua passion predominante è la giovin principiante”, del tutto inesperta e pronta ad accendersi alla speranza d'amore.

Rainer Maria Rilke, poeta quanto mai raffinato nell'indagine dei moti più segreti dell'anima, dedica due brevi liriche a Don Giovanni: “L'infanzia di Don Giovanni” e “L'elezione di Don Giovanni”, entrambe del 1908. Bisogna sempre stare molto attenti a quello che scrive Rilke perché ha la visione profonda di colui al quale si rivelano squarci di verità come lampi nella notte.

Riporto “L'elezione di Don Giovanni”:
E l'angelo a lui venne e disse: Dedica
a me tutto te stesso. È questo il mio comando.
Ho bisogno di un uomo che più degli altri sappia
alle donne più dolci al suo fianco
render la vita amara. Non che tu ami meglio
(non interrompermi: tu sbagli);
pure, tu ardi, e sta scritto che tu
condurrai molte donne a quella solitudine
cui apre la via questa porta profonda. Lascia entrare
quelle che ti ho assegnate, perché crescendo vincano Eloisa
nell'altezza e nel grido.
Per il poeta dunque Don Giovanni è un eletto e un condannato allo stesso tempo, perché come tutti gli eletti, non può sfuggire al suo destino, pena il tradimento della parte più autentica e intima di sé stesso. L'angelo che arriva, come Gabriele a Maria, gli reca non un messaggio, ma un vero comando e lo marchia per sempre in un destino irrevocabile: attraverso il suo ardore condurre le donne a quella conoscenza d'amore che, proprio perché destinata a essere insoddisfatta, potrà portarle ad una raffinatezza del sentire e a quella superiorità dell'anima, cui si può accedere solo col superamento doloroso di un amore non soddisfatto nella carne, spostando il confine più in là. È questa una tematica cara a Rilke e che approfondirà soprattutto nelle grandi Elegie facendo l'elogio delle eroine d'amore non corrisposte (Eloisa, Gaspara Stampa, ecc...).

Sotto questa luce Don Giovanni, come Mefistofele per Goethe, diventa un possibile artefice dello sviluppo mistico dell'anima attraverso un inizio e un'intenzione del tutto opposti. E lui stesso è vittima di un destino non scelto ma come “comandato”, in piena possessione dell'Archetipo dunque.