30 ottobre 2012

La Cenerentola (8) - "Come un'ape nei giorni d'aprile"

Scritto da Christian

Lo "scudiero" Ramiro annuncia al padrone di casa, Don Magnifico, l'imminente arrivo del “principe”. E pochi istanti dopo, ecco giungere la carrozza reale e il suo seguito: è il momento della sensazionale entrata in scena di Dandini, il cameriere che per un giorno recita la parte del nobile. Il servitore si dà da fare per non sfigurare nella messinscena, ma finisce con l'esagerare con i modi ricercati e le frasi da aristocratico, dando vita a un effetto comico su più piani: quello testuale e quello musicale (oltre che, se l'allestimento è ben curato, quello scenografico).

Introdotto dal coro dei cortigiani che lo esortano ad affrettarsi a prendere una sposa (“La principesca linea se no s'estinguerà”), Dandini esordisce con un'ardita similitudine, paragonandosi a un'ape che vola di fiore in fiore per scegliersi il “boccone” più prelibato. Fra una frase pomposa e l'altra, però, è ben conscio di recitare una commedia che – quando sarà svelata – per alcuni potrebbe tramutarsi in tragedia. Terminato il suo brano (ricco di colorature e di difficile esecuzione: una vera prova d'esame per ogni baritono rossiniano che si rispetti, al pari della cavatina di Figaro nel “Barbiere”), Dandini continua nel suo artificioso eloquio, esibendosi in spudorati elogi alle due figlie di Don Magnifico e al suo ospite stesso, al quale paragona indelicatamente le due ragazze (“Son tutte papà”, aveva già intonato durante l'aria; e ora azzarda una frase in latino, “Tales patris talem filias”, che risulta del tutto sgrammaticata: la versione corretta avrebbe dovuto essere “Tali patris, talem filia”). Quando inanella l'ennesimo complimento fuori luogo (“Vere figure etrusche!”; poco prima aveva persino affermato “Siete l'ottava e nona meraviglia!”), Ramiro si accinge a riprenderlo: “cominci a dirle grosse”, al che il servo replica spiegando il suo concetto di grandeur: “Grande essendo, grandi le ho da sparar!”. In precedenza, per due volte, il principe lo aveva ripreso anche più duramente con un “Bestia!” (cui Dandini aveva ironicamente risposto “Grazie!”), un termine che forse non fa tanto parte del lessico di Ramiro quanto di quello di Don Magnifico (che infatti userà lo stesso epiteto, rivolgendolo ad altri o a sé stesso, ben quattro volte in tutta l'opera).

A questo punto Dandini si rende conto di non aver ancora recitato il discorso che Ramiro gli aveva ordinato di fare, e cerca rapidamente di porre rimedio recitandolo tutto d'un fiato come se fosse una filastrocca, con effetti esilaranti dovuti anche alle ripetute rime in “-ato”. Non si tratta però solo di una gag: il discorso è utile per spiegarci i motivi per cui il principe ha così fretta di trovare una moglie. Tornato dai suoi “lunghi viaggi”, ha trovato il padre in fin di vita (“fra i quondam è capitombolato”, frase impagabile che unisce cultura alta – l'avverbio latino “quondam” significa "una volta", "un tempo": tra i quondam vuole dire "tra i defunti" – e cultura bassa – il “capitombolo”, termine non certo degno di un principe) che ha minacciato di diseredarlo se non si fosse sposato immediatamente (o meglio, “a vista qual cambiale”, altra metafora efficace ma non proprio aristocratica!). A questo punto, dovendo contrarre matrimonio per forza, tanto vale cercare fra le ragazze del circondario la più bella e meritevole.

Mentre tutto il gruppo si appresta a raggiungere la residenza estiva del principe (la “deliziosa”, nome che designava un piccolo fabbricato o capanna in un parco, utilizzato in alternativa alla casa in muratura durante i periodi più caldi) dove si terranno la cena e il ballo, e mentre Dandini non perde occasione per fare un'altra gaffe di cui naturalmente Don Magnifico non si rende conto (la frase “Perseguitate con i piè baronali i magnifici miei quarti reali” può essere letta, oltre che “venite nei miei appartamenti”, anche con il significato di “prendetemi a calci nel didietro”!), ecco che Angelina prende il coraggio a due mani e si decide a chiedere al patrigno il permesso di recarsi anche lei alla festa. Non certo per conquistare il principe, come sperano di fare invece le sorellastre, ma solo per trascorrere un breve momento di svago dalla sua dura vita “sempre fra la cenere”.


Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

RAMIRO
Non so che dir.
Come in sì rozze spoglie
sì bel volto e gentil!
Ma don Magnifico non comparisce ancora?
Nunziar vorrei
del mascherato principe l'arrivo.
Fortunato consiglio!
Da semplice scudiero
il core delle femmine
meglio svelar saprò.
Dandini intanto recitando da principe...

DON MAGNIFICO
Domando un milion di perdoni.
Dica: e sua altezza il principe?

RAMIRO
[Or ora] arriva.

DON MAGNIFICO
E quando?

RAMIRO
Tra tre minuti.

DON MAGNIFICO
(in agitazione)
Tre minuti!
Ah figlie, sbrigatevi!
Che serve? Le vado ad affrettar.
Scusi, con queste ragazze benedette
un secolo è un momento alla toelette.
(esce)

RAMIRO
Che buffone! E Alidoro mio maestro
sostien che in queste mura
sta la bontà più pura!
[Basta, basta, vedrem. Alle sue figlie
convien che m'avvicini.]
(si ode una carrozza)
Qual fragor!... Non m'inganno, ecco Dandini.

Clicca qui per il testo del brano.

CORO DI CAVALIERI
Scegli la sposa, affrettati:
s'invola via l'età.
La principesca linea
se no si estinguerà.

DANDINI
Come un'ape ne' giorni d'aprile
va volando leggera e scherzosa,
corre al giglio, poi salta alla rosa,
dolce un fiore a cercare per sé,
fra le belle m'aggiro e rimiro:
ne ho vedute già tante e poi tante;
ma non trovo un giudizio, un sembiante,
un boccone squisito per me.

(Don Magnifico in gala presenta Clorinda e Tisbe a Dandini)

CLORINDA
Prence...

TISBE
Sire...

CLORINDA, TISBE
Ma quanti favori!

DON MAGNIFICO
Che diluvio, che abisso di onori!

DANDINI
(con espressione or all'una, or all'altra)
Nulla, nulla. Vezzosa! Graziosa!
(accostandosi a Ramiro, piano)
Dico bene? Son tutte papà.

RAMIRO
(piano, a Dandini)
Bestia! Attento, ti scosta di qua.

DANDINI
(alle due sorelle, che lo guardano con passione)
Per pietà, quelle ciglia abbassate.
Galoppando se n' va la ragione,
e fra i colpi d'un doppio cannone
spalancata la breccia è di già.
(Ma al finir della nostra commedia,
che tragedia qui nascer dovrà!)

CLORINDA, TISBE
(Ei mi guarda, sospira, delira,
non v'è dubbio, è mio schiavo di già.)

RAMIRO
(Ah! perché qui non viene colei
con quell'aria di grazia e bontà?)

DON MAGNIFICO
(È già cotto, stracotto, spolpato:
l'eccellenza si cangia in maestà.)

Clicca qui per il testo del recitativo che segue il brano.

DANDINI
Allegrissimamente! Che bei quadri,
che bocchino, che ciglia!
Siete l'ottava e nona meraviglia.
Già: talis patris, talem filias.

CLORINDA, TISBE
Grazie.

DON MAGNIFICO
Altezze delle altezze, che dice?
Mi confonde: debolezze.

DANDINI
Vere figure etrusche!
(piano a Ramiro)
Dico bene?

RAMIRO
(piano a Dandini)
Cominci a dirle grosse.

DANDINI
(piano a Ramiro)
Io recito da grande,
e grande essendo,
grandi le ho da sparar.

DON MAGNIFICO
(piano alle figlie, con compiacenza)
Bel principotto!
Che non vi scappi, attente!

DANDINI
Or dunque, seguitando quel discorso
che non ho cominciato...
Dai miei lunghi viaggi ritornato,
e il mio papà trovato,
che fra i quondam è capitombolato,
e spirando ha ordinato
che a vista qual cambiale io sia sposato,
o son diseredato;
fatto ho un invito a tutto il vicinato,
e trovando un boccone delicato,
per me l'ho destinato:
ho detto, ho detto, e adesso prendo fiato.

DON MAGNIFICO
(Che eloquenza norcina!)

CENERENTOLA
(entrando osserva l'abito del principe e Ramiro che la guarda)
(Ah! Che bell'abito!
E quell'altro mi guarda...)

RAMIRO
(Ecco colei!
Mi ripalpita il cor.)

DANDINI
Belle ragazze, se vi degnate,
inciambellate il braccio ai nostri cavalieri.
Il legno è pronto.

CLORINDA
Andiam.

TISBE
Papà, eccellenza,
non tardate a venir.

(Clorinda e Tisbe escono)

DON MAGNIFICO
(a Cenerentola, voltandosi)
Che fai tu qui?
Il cappello e il bastone!

CENERENTOLA
(scuotendosi dal guardar Ramiro)
Eh! Sì signor.
(parte)

DANDINI
Perseguitate presto
con i piè baronali
i magnifici miei quarti reali.
(parte)

DON MAGNIFICO
(entrando nella Camera dove è entrata Cenerentola)
Monti in carrozza, e vengo.

RAMIRO
(E pur colei vo' riveder.)

DON MAGNIFICO
(di dentro, in collera)
Ma lasciami!

RAMIRO
(La sgrida?)

CENERENTOLA
Sentite...

DON MAGNIFICO
(esce con cappello e bastone, trattenuto con ingenuità da Cenerentola)
Il tempo vola.

RAMIRO
(Che vorrà?)

DON MAGNIFICO
Vuoi lasciarmi?

CENERENTOLA
Una parola.




Claudio Desderi


Pietro Spagnoli


Alessandro Corbelli


Simone Alberghini


Gino Quilico


Sesto Bruscantini


Marco Vinco

Samuel Ramey

24 ottobre 2012

La Cenerentola (7) - "Un soave non so che"

Scritto da Christian

Mentre Don Magnifico, Clorinda e Tisbe si ritirano nelle proprie stanze per prepararsi all'imminente arrivo del principe, ecco quest'ultimo (Don Ramiro) giungere nei pressi della villa. Indossa i panni del suo scudiero Dandini, che a sua volta comparirà più tardi in abiti da nobile: si tratta di un suggerimento del saggio Alidoro, per permettere a Ramiro di studiare meglio “il core delle femmine”. Il filosofo ha già avvisato il giovane che una delle figlie di Don Magnifico è buona e pura, ed è per questo motivo che Ramiro ha deciso di presentarsi in anticipo. Perché questa fretta? Per ora il giovane spiega che una “legge tiranna” lo costringe a sposarsi urgentemente, anche a costo di scegliere una donna che non ama. Scopriremo più tardi, dalle parole di Dandini, che si tratta di un ordine impartitogli dal padre sul letto di morte.

Nell'atrio della villa, la prima persona che Ramiro incontra è proprio Angelina/Cenerentola, ancora intenta alle pulizie di casa e talmente immersa nel proprio canto da non accorgersi immediatamente della presenza di un estraneo, tanto che alla sua domanda “Forse un mostro son io?” (la ragazza ha infatti cacciato un urlo di spavento) risponde meccanicamente “Sì”, solo per correggersi dopo averlo visto in volto. Ignorando le rispettive identità (agli occhi di Ramiro, ovviamente, Angelina è solo una serva che veste di stracci), i due si innamorano all'istante.

La prima parte del delizioso duetto dà voce ai pensieri dei due giovani, che all'unisono confessano la propria attrazione per colui/colei che hanno di fronte. Ma quando dai pensieri si passa alle parole, la musica è ben diversa: Ramiro chiede informazioni sulle figlie del Barone, e Cenerentola dice subito “addio” alle sue “speranze”: si rende conto che lo sconosciuto è lì per Clorinda e Tisbe, e non certo per una serva!
Ramiro, tuttavia, non può trattenersi dal domandare alla ragazza chi ella sia, e qui il libretto presenta uno dei suoi passaggi più felici. Angelina, ancora confusa e mostrando tutto il proprio candore, risponde di non saperlo (o “quasi”). Delizioso, in particolare, quel “Eh!” di incertezza che intercala il verso “Io chi sono? Eh! non lo so”. La ragazza fa poi un rapido riassunto del proprio stato: “quel ch'è padre non è padre”, ovvero Don magnifico è solo un patrigno che ha sposato sua madre, rimasta vedova, la quale ha poi dato alla luce le due sorelle. L'esposizione è talmente confusa che Ramiro non comprende bene la situazione: non si rende conto cioè che anche Angelina è un membro della famiglia e non una semplice serva, altrimenti in seguito insisterebbe in maniera ben più convinta affinché anche lei vada alla festa.

Nel bel mezzo del duetto, ecco giungere da destra e manca le voci delle due sorellastre che chiamano Cenerentola e che riecheggiano in tutto il palazzo. Angelina spiega al perplesso Ramiro che le spettano tutti i compiti di casa, e si appresta a abbandonarlo. Il brano si conclude con l'ennesima constatazione, fatta indipendentemente da ciascuno dei due, di aver trovato qualcuno di speciale (“Questo cor più mio non è”).


Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

RAMIRO
(vestito da scudiero, guarda intorno e si avanza a poco a poco)
Tutto è deserto.
Amici? Nessun risponde.
In questa simulata sembianza
le belle osserverò.
Né viene alcuno?
Eppur mi diè speranza
il sapiente Alidoro,
che qui saggia e vezzosa,
degna di me trovar saprò la sposa.
Sposarsi, e non amar! Legge tiranna,
che nel fior de' miei giorni
alla difficil scelta mi condanna!
Cerchiam, vediamo.

(Cenerentola, cantando fra' denti, con sottocoppa e tazza da caffè, entra spensierata nella stanza, e si trova a faccia a faccia con Ramiro, le cade tutto di mano, e si ritira in un angolo)

CENERENTOLA
Una volta c'era... Ah! è fatta.

RAMIRO
Cos'è?

CENERENTOLA
Che batticuore!

RAMIRO
Forse un mostro son io?

CENERENTOLA
(prima astratta, poi correggendosi con naturalezza)
Sì... No, signore.

Clicca qui per il testo del brano.

RAMIRO
(Un soave non so che
in quegli occhi scintillò.)

CENERENTOLA
(Io vorrei saper perché
il mio cor mi palpitò.)

RAMIRO
(Le direi, ma non ardisco.)

CENERENTOLA
(Parlar voglio, e taccio intanto.)

CENERENTOLA, RAMIRO
(Una grazia, un certo incanto,
par che brilli su quel viso.
Quanto caro è quel sorriso,
scende all'alma, e fa sperar.)

RAMIRO
Del baron le figlie io cerco.
Dove sono? Qui non le vedo.

CENERENTOLA
Stan di là nell'altre stanze.
Or verranno. (Addio speranze!)

RAMIRO
Ma di grazia, voi chi siete?

CENERENTOLA
Io chi sono? Eh, non lo so.

RAMIRO
(ridendo)
Nol sapete?

CENERENTOLA
Quasi no.

Quel ch'è padre, non è padre...
Onde poi le due sorelle...
Era vedova mia madre...
Ma fu madre ancor di quelle...
Questo padre pien d'orgoglio...
(Sta a vedere che m'imbroglio.)

Deh! Scusate, perdonate
alla mia semplicità.

RAMIRO
(Mi seduce, m'innamora
quella sua semplicità.)

CLORINDA, TISBE
(dalle loro stanze a vicenda ed insieme)
Cenerentola, da me!

RAMIRO
Questa voce che cos'è?
[Quante voci! Che cos'è?]

CENERENTOLA
A ponente ed a levante,
a scirocco e a tramontana,
non ho calma un solo istante,
tutto, tutto tocca a me.

RAMIRO
(Quell'accento, quel sembiante,
è una cosa sovrumana.
Io mi perdo in questo istante;
già più me non trovo in me.)

CENERENTOLA
(ora verso una, ora verso l'altra delle porte)
Vengo, vengo! Addio, signore.
(Ah! ci lascio proprio il core.
Questo cor più mio non è.)

RAMIRO
(Che innocenza! che candore!
Ah! m'invola proprio il core.
Questo cor più mio non è.)

(Cenerentola parte)




Francisco Araiza, Frederica von Stade



William Matteuzzi, Cecilia Bartoli


Lawrence Brownlee, Joyce DiDonato


Juan Diego Flórez, Vesselina Kasarova


Maxim Mironov, Josè Maria Lo Monaco


Anatoly Orfenov, Zara Dolukhanova (in russo!)

Fritz Wunderlich, Erika Köth (in tedesco!)

18 ottobre 2012

La Cenerentola (6) - "Miei rampolli femminini"

Scritto da Christian

Ed ecco entrare in scena Don Magnifico, patrigno di Angelina/Cenerentola nonché padre di Clorinda e Tisbe, che ricopre il ruolo che nella fiaba era invece riservato alla matrigna. Pur trattandosi di un personaggio comico e dai tratti ridicoli, musicalmente è tutt'altro che una figura di contorno: a lui Rossini riserva ben tre arie e un notevole spazio sulla scena, persino maggiore di quello dedicato al principe. D'altronde la cosa è giustificata, se pensiamo che si tratta del principale antagonista della nostra eroina. Interpretato da un basso buffo (come il Don Bartolo del “Barbiere”, per intenderci), si presenta con una cavatina che ne mette subito in mostra tutte le caratteristiche: l'orgoglio, la presunzione, la vanità, il desiderio di risalire nella scala sociale (pur trattandosi di un barone, è ormai decaduto e spiantato) attraverso un matrimonio d'interesse per le sue due figliole, per soddisfare i desideri delle quali – e dunque non solo per propria insipienza – ha dilapitato tutto il proprio patrimonio (compresa la dote che era stata destinata a Cenerentola dalla madre, e della quale si è impadronito a insaputa della ragazza).

Il fatto che si svegli solo a mattina già inoltrata (e che dunque è solito dormire fino a tardi) aggiunge alle sue “qualità” pure la pigrizia; come vedremo, inoltre, è anche una buona forchetta e soprattutto un estimatore di vini. Nella sua aria introduttiva, come se non bastasse, lo troviamo alle prese con l'interpretazione di un sogno: Freud e Jung sono ancora lontani, naturalmente, e la lettura dei significati onirici è semmai nel solco della “smorfia” napoletana che associa a ogni elemento un corrispettivo reale (più avanti scopriremo da un verso – “giocato ho un ambo e vincerò l'eletto” – che Don Magnifico è anche un appassionato del gioco del lotto). Trattandosi di un personaggio comico, il suo sogno non può che riguardare un asino che vola, nel quale – senza rendersi conto di insultarsi da solo – vede sé stesso: “quell'asino son io”, declama tutto trionfante alle due figlie (anzi, ai suoi “rampolli femminini”, come le chiama con un'espressione comica e felice allo stesso tempo. In seguito si riferirà a loro indicandole come “viscere mie” o “i miei germogli”. Non a caso Dandini potrà affermare a ragion veduta che le due ragazze “son tutte papà”!).

Il nome "Magnifico" era anche quello di un classico personaggio della commedia dell'arte, un prototipo di Pantalone. Visti i suoi tratti prettamente napoletani (nonostante più avanti si presenti come "barone di Montefiascone", il riferimento è... più enologico che geografico!), non deve stupire che nell'ottocento, a Napoli, gli interpreti del personaggio erano soliti cantarne la parte in dialetto!


Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

TISBE
Cenerentola, presto,
prepara i nastri, i manti.

CLORINDA
Gli unguenti, le pomate.

TISBE
I miei diamanti.

CENERENTOLA
Uditemi, sorelle...

CLORINDA
Che sorelle!
Non profanarci con sì fatto nome.

TISBE
E guai per te se t'uscirà di bocca.

CENERENTOLA
(uscendo)
(Sempre nuove pazzie soffrir mi tocca.)

TISBE
Non v'è da perder tempo.

CLORINDA
Nostro padre avvisarne convien.

TISBE
Esser la prima
voglio a darne la nuova.

CLORINDA
Oh! mi perdoni.
Io sono la maggiore.

TISBE
No no, gliel vo' dir io.

CLORINDA
È questo il dover mio.
Io svegliare lo vuo'. Venite appresso.

TISBE
Oh! non la vincerai.

CLORINDA
(osservando fra le scene)
Ecco egli stesso.

Clicca qui per il testo del brano.

DON MAGNIFICO
(esce in berretta da notte e veste da camera)
Miei rampolli femminini,
Vi ripudio; mi vergogno!
Un magnifico mio sogno
mi veniste a sconcertar.
(Clorinda e Tisbe ridono quando non le guarda)

(da sé, osservandole)
Come son mortificate!
Degne figlie d'un Barone!
Via: silenzio ed attenzione.
State il sogno a meditar.

Mi sognai fra il fosco e il chiaro
un bellissimo somaro.
Un somaro, ma solenne.
Quando a un tratto, oh che portento!
Su le spalle a cento a cento
gli spuntavano le penne
ed in alto, fsct, volò!
Ed in cima a un campanile
come in trono si fermò.
Si sentìano per di sotto
le campane sdindonar.
Col cì cì, ciù ciù di botto
mi faceste risvegliar.

Ma d'un sogno sì intralciato
ecco il simbolo spiegato.
La campana suona a festa?
Allegrezza in casa è questa.
Quelle penne? Siete voi.
Quel gran volo? Plebe addio.
Resta l'asino di poi?
Ma quell'asino son io.
Chi vi guarda vede chiaro
che il somaro è il genitor.

Fertilissima Regina
l'una e l'altra diverrà;
ed il nonno una dozzina
di nepoti abbraccierà.
Un Re piccolo di qua.
Un Re bambolo di là.
E la gloria mia sarà.

Clicca qui per il testo del recitativo che segue il brano.

CLORINDA
Sappiate che fra poco...

TISBE
Il principe Ramiro...

CLORINDA
Che son tre dì che nella deliziosa...

TISBE
Vicino mezzo miglio
venuto è ad abitar...

CLORINDA
Sceglie una sposa...

TISBE
Ci mandò ad invitar.

CLORINDA
E fra momenti...

TISBE
Arriverà per prenderci...

CLORINDA
E la scelta,
la più bella sarà.

DON MAGNIFICO
(in aria di stupore ed importanza)
Figlie, che dite!
Quel principon! Quantunque io nol conosca...
Sceglierà... V'invitò... Sposa più bella...!
Io cado in svenimento.
[Alla favella è venuto il sequestro.
Il principato per la spinal midolla
già mi serpeggia, ed in una parola
il sogno è storia, ed il somaro vola.]
Cenerentola, presto,
portami il mio caffè.
(Cenerentola entra, vuota il caffè, e lo reca nella camera di don Magnifico)
Viscere mie,
metà del mio palazzo è già crollata,
e l'altra è in agonia.
Fatevi onore. Mettiamoci un puntello.
Figlie, state in cervello.
Parlate in punto e virgola.
Per carità: pensate ad abbigliarvi:
si tratta nientemen che imprinciparvi.
(entra nelle sue stanze, Clorinda e Tisbe nella loro)




Paolo Montarsolo


Alessandro Corbelli


Enzo Dara


Ruggero Raimondi


Alfonso Antoniozzi

Bruno Praticò

11 ottobre 2012

La Cenerentola (5) - "Una volta c'era un re"

Scritto da Christian

(Riproduzione dell’autografo esistente presso l’Accademia Filarmonica di Bologna)


Il primo atto si apre nel palazzo di Don Magnifico, un tempo facoltoso ma ormai ridotto in rovina e in decadenza. Il barone ha infatti da tempo dilapidato il proprio patrimonio, compresa la dote della figliastra Cenerentola (la cui madre, da lui sposata dopo che era rimasta vedova, è morta dopo aver dato alla luce altre due figlie), che ora è tenuta in casa al rango di sguattera e di serva. Facciamo subito la conoscenza con le due egocentriche e vanitose sorellastre della protagonista, alle quali il librettista ha dato i nomi di Clorinda e Tisbe (riprendendo quelli dell'opera "Cendrillon" di Isouard). Anche se cantano spesso all'unisono, musicalmente le due non sono intercambiabili: Clorinda, la maggiore, è un soprano, mentre Tisbe è un mezzosoprano – e alla prima Rossini ha dedicato una maggior attenzione: in alcuni casi, come nel quartetto “Parlar, pensar, vorrei” del primo atto, o nel finale nel secondo atto (“Donna sciocca! Alma di fango”), è solo lei a parlare per entrambe le sorelle. Nel libretto originale era prevista anche un'aria per Clorinda, musicata da Luca Agolini, che tradizionalmente è omessa dalle edizioni critiche della partitura.

Vale qui la pena di sottolineare come la parte di Cenerentola sia stata scritta per un contralto di coloratura, un tipo di voce oggi molto meno frequentato che in passato, e non è dunque raro che il ruolo venga interpretato da un mezzosoprano (come nel caso di Cecilia Bartoli, si veda la clip sotto) o addirittura da un soprano. Ai tempi di Rossini, invece, era più frequente che l'eroina femminile avesse questo timbro di voce: anche la Rosina del “Barbiere di Siviglia”, per esempio, sarebbe teoricamente un contralto.

Il breve duetto iniziale mette subito in mostra un elemento essenziale del carattere delle due sorellastre: la vanità. Clorinda è impegnata nel provare uno “sciassé”, ovvero un passo di danza (chassez), mentre Tisbe è invece intenta ad acconciarsi. Ed entrambe non perdono occasione per magnificare la propria “arte” e la propria “beltà”, convinte che ogni uomo sia destinato a cadere (anzi, a “sdrucciolare”!) davanti a loro. L'utilizzo goffo e inusitato di parole ricercate, con risultati umoristici (vedi anche "trinciare"), rimarrà una costante in tutto il libretto per mettere in ridicolo alcuni personaggi (Don Magnifico, Clorinda e Tisbe quando si pavoneggiano, e Dandini nell'impacciato tentativo di scimmiottare la parlata altisonante di un vero principe).

Ben più solenne (il testo suggerisce “con tono flemmatico”), in contrasto, è l'introduzione di Cenerentola, che troviamo intenta a fare le pulizie presso il focolare (mentre le sorelle sono inizialmente nelle rispettive stanze). La ragazza intona una ballata dai toni fiabeschi (con accompagnamento in tempo di barcarola) che evidentemente è solita recitare a getto continuo, visto che le due sorellastre le impongono di finirla “con la solita canzone”. Di fatto la ballata, oltre a fornire il tipico incipit di ogni fiaba che si rispetti (“C'era una volta...”), sembra quasi un riassunto della stessa favola cui stiamo assistendo: racconta infatti di un sovrano, conteso da tre ragazze, che alla fine sceglie la più pura e innocente delle tre.

Anni più tardi, dopo essersi trasferito a Parigi, Rossini riutilizzerà la stessa melodia per musicare una canzone intitolata La légende de Marguerite, su testo di N. Cimbal, che racconta una storia simile a quella di Cenerentola, anche se "sintetizzata ed interiorizzata", in cui un angelo custode assume il ruolo della fata. Ve la propongo nella quarta delle clip qui sotto.



Cecilia Bartoli


Sonia Ganassi


Jennifer Larmore

Anna Bonitatibus (La légende de Marguerite)


Clicca qui per il testo di "Una volta c'era un re".

Una volta c'era un Re,
che a star solo s'annoiò:
cerca, cerca, ritrovò;
ma il volean sposare in tre.
Cosa fa?
Sprezza il fasto e la beltà.
E alla fin sceglie per sé
l'innocenza e la bontà.
La la là
Li li lì
La la là.


Clicca qui per il testo di "La légende de Marguerite".

Marguerite n'avait rien
Que douceur et bonté pour tout bien;
Pour gagner un peu de pain,
Elle filait soir et matin;
Et toujours, toujours joyeuse,
Laborieuse,
Elle filait,
Elle chantait:
"Marguerite,
Tourne vite,
Tourne sans fin
Ton fuseau de beau lin."
Tra la la la la la

Marguerite n'avait rien
Que douceur et bonté pour tout bien;
Or un jour elle eut grand faim,
Pas de travail et pas de pain.
Son bon ange, alors fidèle
Vint près d'elle
En souriant
Et lui disant:
"Marguerite,
Je t'invite,
Voici des fruits
Que j'ai cueillis,
Les plus beaux fruits
Du Paradis.


Come detto, le due sorelle ordinano ad Angelina (questo il vero nome del personaggio, talvolta scritto anche Angiolina, benché tutti i famigliari si rivolgano a lei con l'appellativo di “Cenerentola”, e Don Magnifico in un'occasione anche con l'ancora più insultante “Covacenere”) di cessare il canto. Ma lei – che, nonostante la condizione umile cui è obbligata, non ha perso la forza di volontà e un moto d'orgoglio che sottende il desiderio di rivincita – non cede e insiste a cantare: la discussione fra le tre donne viene però interrotta dall'arrivo di un misterioso personaggio. Si tratta di Alidoro, saggio filosofo di corte nonché tutore del giovane principe Ramiro, qui giunto nelle vesti di mendicante. È solo il primo di una serie di travestimenti (vedremo poi Ramiro stesso nel ruolo di scudiero, e il suo valletto Dandini – al contrario – in quelle di principe) che Alidoro ha escogitato per mettere alla prova l'indole e il carattere delle ragazze. Di fronte ai suoi cenciosi panni e alla sua richiesta di carità, infatti, Clorinda e Tisbe tentano indignate di scacciarlo, mentre Cenerentola gli offre generosamente parte della propria colazione (un pane e una tazza di caffé). E per questo rischia di essere picchiata (o almeno così minacciano di farlo) dalle due sorellastre. Tanto basta ad Alidoro per assicurarle che sarà ricompensata (“Forse il cielo il guiderdone / pria di notte vi darà”), anche senza conoscere ancora l'effetto della ragazza sul cuore del suo padrone.

La lunga scena introduttiva è completata dall'ingresso dei cortigiani del principe, che in coro ne preannunciano l'arrivo (“O figlie amabili di Don Magnifico / Ramiro il principe or or verrà”) e l'intenzione di invitare le ragazze al ballo che si terrà di sera nel suo palazzo, allo scopo di scegliere fra di esse la più bella per farne la propria sposa. Naturalmente l'invito è rivolto a tutte e tre le figlie del barone, ma – come abbiamo visto – Angelina è trattata come una serva e le è impedito anche di chiamare “sorelle” le altre due. In seguito, Don Magnifico dichiarerà addirittura che la terza figlia è “morta”. Non si tratta solo di un tentativo di impedirle di andare al ballo, come se temesse che proprio lei possa conquistare il principe a scapito delle altre due figlie (è evidente, infatti, che né il patrigno né le sorelle la considerano una rivale, non ritenendola alla propria altezza ed essendo incapaci di riconoscerne le qualità): semmai il barone non vuole che si scopra che la figliastra è ancora viva perché del suo patrimonio (quello che la madre, morendo, le aveva lasciato in dote) si è impadronito lui.

Alla notizia dell'imminente arrivo del principe, Clorinda e Tisbe non perdono tempo a impartire ordini a Cenerentola affinché le aiuti ad abbigliarsi: anche in questo caso ricorrono a "italianizzazioni" di parole francesi (“bonné” per bonnet, cappellino, e “collié” per collier, collana). Angelina, comandata dalle sorelle a destra e a manca, esprime il suo disappunto con versi (“Cenerentola vien qua / Cenerentola va' là / Cenerentola và su / Cenerentola vien giù”) che ricordano in maniera impressionante la cavatina di Figaro nel “Barbiere di Siviglia” (“Figaro qua / Figaro là / Figaro su / Figaro giù”), anche se il tono è ben differente: se il barbiere si vantava del fatto che i propri servizi erano richiesti da tutti, Angelina ovviamente se ne lamenta (“Questo è proprio uno strapazzo / mi volete far crepar?”). Alidoro, in disparte, si gode l'intera scena pregustando la futura rovina delle due sorelle: ha già inquadrato tutto ciò che accadrà!

Congedati i cortigiani con un mezzo scudo (ma dare una “mancia” ai seguaci del principe è, da parte di Clorinda, un gesto decisamente grossolano e infelice, oltre che indelicato in quanto esso avrebbe potuto essere donato a chi ne aveva ben più bisogno, ovvero il “povero” Alidoro, come in effetti avrebbe voluto fare Angelina), le sorellastre si apprestano a svegliare il proprio padre, contendendosi l'incarico di chi sarà la prima a portargli l'inattesa notizia.

Clicca qui per il testo della scena.

CLORINDA
No no no: non v'è, non v'è
chi trinciar sappia così
leggerissimo sciassé.

TISBE
Sì sì sì: va bene lì.
Meglio lì; no, meglio qui.
Risaltar di più mi fa.

CLORINDA E TISBE
A quest'arte, a tal beltà
sdrucciolare ognun dovrà.

CENERENTOLA
(con tono flemmatico)
Una volta c'era un Re,
che a star solo s'annoiò:
cerca, cerca, ritrovò;
ma il volean sposare in tre.
Cosa fa?
Sprezza il fasto e la beltà.
E alla fin sceglie per sé
l'innocenza e la bontà.
La la là
Li li lì
La la là.

CLORINDA E TISBE
Cenerentola, finiscila
con la solita canzone.

CENERENTOLA
Presso al fuoco in un cantone
via lasciatemi cantar.
Una volta c'era un Re
Una volta...

CLORINDA E TISBE
E due, e tre.
La finisci sì o no?
Se non taci ti darò...

CENERENTOLA
Una volta...

(S'ode bussare)

CLORINDA, TISBE E CENERENTOLA
Chi sarà?

ALIDORO
(Entra vestito da povero)
Un tantin di carità.

CLORINDA E TISBE
Accattoni! Via di qua.

CENERENTOLA
Zitto, zitto: su prendete
questo po' di colazione.
(Versa una tazza di caffè, e la dà con un pane ad Alidoro coprendolo dalle sorelle)

ALIDORO
Forse il Cielo il guiderdone
pria di notte vi darà.

CENERENTOLA
Ah, non reggo alla passione,
che crudel fatalità!

CLORINDA E TISBE
(pavoneggiandosi)
Risvegliar dolce passione
più di me nessuna sa.

(volgendosi ad osservare Alidoro)
Ma che vedo! Ancora lì!
Anche un pane? anche il caffè?
(scagliandosi contro Cenerentola)
Prendi, prendi, questo a te.

CENERENTOLA
Ah! Soccorso chi mi dà?

ALIDORO
Vi fermate, per pietà!

(Si picchia fortemente; Cenerentola corre ad aprire, ed entrano i cavalieri)

CORO
O figlie amabili - di Don Magnifico,
Ramiro il Principe - or or verrà.
Al suo palagio - vi condurrà.
Si canterà - si danzerà:
Poi la bellissima - fra l'altre femmine
sposa carissima - per lui sarà.

CLORINDA
Ma dunque il Principe?

CORO
Or or verrà.

CLORINDA E TISBE
E la bellissima?

CORO
Si sceglierà.

CLORINDA E TISBE
Cenerentola vien qua!
Le mie scarpe, il mio bonné.
Cenerentola vien qua!
Le mie penne, il mio collié.

CENERENTOLA
Cenerentola vien qua.
Cenerentola va' là.
Cenerentola va' su.
Cenerentola vien giù.
Questo è proprio uno strapazzo!
Mi volete far crepar?
Chi alla festa, chi al solazzo
ed io resto qui a soffiar.

CLORINDA E TISBE
Nel cervello ho una fucina;
son più bella e vo' trionfar.
A un sorriso, a un'occhiatina
Don Ramiro ha da cascar.

ALIDORO
Nel cervello una fucina
sta le pazze a martellar.
Ma già pronta è la ruina.
Voglio ridere a schiattar.

CORO
Già nel capo una fucina
sta le donne a martellar.
Il cimento si avvicina,
il gran punto di trionfar.

Clicca qui per il testo del recitativo che segue.

CLORINDA (dando una moneta a Cenerentola, onde la dia ai seguaci del Principe)
Date lor mezzo scudo. Grazie.
Ai cenni del Principe noi siamo.
(osservando il povero e raggricciando il naso)
Ancor qui siete? Qual tanfo!
Andate, o ve ne pentirete.

CENERENTOLA
(accompagnando Alidoro)
Io poi quel mezzo scudo
a voi l'avrei donato.
Ma non ho mezzo soldo. Il core in mezzo
mi spaccherei per darlo a un infelice.

ALIDORO
Forse al novello dì sarai felice.
(parte)



NOTA AI TESTI: Il libretto usato nelle rappresentazioni moderne de “La Cenerentola” è quello delle cosiddette “edizioni critiche”, che varia in diversi punti rispetto alla prima edizione. Per questo motivo, singoli versi o interi brani possono differire fra le diverse versioni. In certi casi ho indicato fra parentesi quadre alcune varianti.



Frederica Von Stade (Cenerentola), Margherita Guglielmi (Clorinda), Laura Zannini (Tisbe), Paul Plishka (Alidoro), direttore: Claudio Abbado



Elina Garanča (Cenerentola), Rachelle Durkin (Clorinda), Patricia Risley (Tisbe), John Relyea (Alidoro), direttore: Maurizio Benini



Malena Ernman (Cenerentola), Karin Ingebäck (Clorinda), Katarina Leoson (Tisbe), Lennart Forsén (Alidoro), direttore: Walter Attanasi

8 ottobre 2012

La Cenerentola (4) - Sinfonia

Scritto da Christian

Fra le ouverture (o “sinfonie”, dette all'italiana) delle opere di Rossini si annoverano alcuni dei suoi pezzi più noti presso il grande pubblico. Basti pensare a quelle che aprono “La gazza ladra” o il “Guglielmo Tell” (la cui parte finale è forse uno dei brani di musica classica più popolari in assoluto). Ma spesso il compositore, costretto dalla fretta o dalle scadenze imminenti, saccheggiava sé stesso e riutilizzava per le sue nuove opere brani già composti in passato per altre occasioni. Proprio le ouverture di due delle sue opere più celebri, ovvero “Il barbiere di Siviglia” e appunto “La Cenerentola”, erano state scritte in precedenza per altri lavori, rispettivamente per “Aureliano in Palmira” e “La gazzetta”. D'altronde, all'epoca di Rossini era ancora diffusa l'idea che la sinfonia non facesse veramente parte dell'opera, e che servisse soltanto ad “intrattenere” gli spettatori in attesa che lo spettacolo vero e proprio avesse inizio, comunicando la necessità di prendere posto a sedere perché l'alzata del sipario era imminente.

Eppure, ad ascoltarla, la sinfonia de “La Cenerentola” sembra pensata apposta per l'opera che precede (e stupisce, anzi, come appaia adeguata alle atmosfere che seguiranno), fondendone insieme le diverse anime, quella scherzosa e quella drammatica. Dopo un incipit lento e misterioso, la melodia esplode in un allegro sinfonico vivace e colorato, cui segue un esteso crescendo che conduce a un finale trascinante. Fra i temi che si accavallano, si riconosce quello che sarà utilizzato nel concertato finale del primo atto (“Ma ho timor che sotto terra”).

Una celebre analisi della sinfonia de "La Cenerentola" si può trovare nel trattato di Bonifazio Asioli "Il maestro di composizione", pubblicato a Milano da Giovanni Ricordi nel 1832 (ma completato già nel 1826).

Dell'ouverture su YouTube si trovano moltissime versioni. Ne inserisco qui soltanto alcune, spaziando fra direttori di varie epoche:


Alberto Zedda (2004)


Arturo Toscanini (1945)


Claudio Abbado (1981)


Pierino Gamba (1956)


Maurizio Benini (2009)

Riccardo Chailly (1988?)

4 ottobre 2012

La Cenerentola (3) - Dentro la fiaba/2

Scritto da Marisa

Come all'inizio della storia Cenerentola è tutt'altro che rassegnata alla sua situazione di degrado, così nella parte centrale è tutt'altro che passiva e la sua liberazione viene preparata e perseguita con determinazione e tempismo. Altro che la fanciulla dolce e remissiva, che aspetta la salvezza solo dal Principe Azzurro, cioè dall'esterno, come superficialmente si è portati a credere per giustificare la tedenza all'inerzia e alle rivendicazioni velleitarie sparse in tanta pseudoletteratura al femminile!

In Basile vediamo Zezolla che, dopo essersi assicurata l'aiuto delle Fate seguendo il consiglio di prendersi cura della pianta di dattero (ricevuta come regalo dal distratto genitore), passa decisamente all'azione quando viene a sapere dell'intenzione del Re di trovare una moglie e nelle tre serate di festa riesce abilmente con le sue sparizioni ad aumentare il desiderio di lui fino alla rivelazione finale. Anche nei fratelli Grimm Cenerentola costruisce abilmente la propria fortuna e fa di tutto per partecipare alla festa. Il nocciolo che pianta sulla tomba della madre (anche questo nato da un regalo chiesto al padre mentre le sorelle avevano chiesto vestiti e gioielli) ospita gli uccelli che l'aiuteranno ad esaudire i suoi desideri e che le daranno i consigli giusti per far crescere il desiderio del Principe.
Stiamo girando intorno ad una simbologia erotica che, iniziata come seme (dattero o nocciolo) dal rapporto edipico col padre, rapporto poi troncato e degradato dalla gelosia della madre-matrigna, cresce lentamente (il seme dà luogo ad un albero) e da lì partono le intuizioni (gli uccelli) per procurarsi un amore adulto che sostitusca quello edipico infantile.
Il problema della rivalità tra sorelle e dell'invidia raggiunge il massimo e Cenerentola riesce a scavalcare ogni ostacolo non affrontandole direttamente, ma presentandosi da sola alla festa, dopo aver fatto ricorso a tutte le sue risorse, tanto che praticamente non la riconoscono, anche se sotto sotto sì.

Nei fratelli Grimm ci sono dei passaggi che ripropongono il motivo di “Amore e Psiche”, la celebre fiaba di Apuleio inserita nell'”Asino d'oro”, che può essere letta anche come l'antecedente nobile di Cenerentola, in cui la Madre ostile, Venere, impone alla fanciulla il compito di separare un mucchio di semi e questa viene aiutata da piccoli animali soccorrevoli (formiche o uccelli). In Cenerentola la matrigna, per ritardare e ostacolare la possibilità di partecipare alla festa, getta nella cenere un sacco di legumi e le chiede di raccoglierli separandoli dalla cenere, impresa che riesce con l'aiuto dei piccoli animali, che rappresentano le qualità di discriminazione e di pazienza che Cenerentola ha coltivato nella lunga mortificazione e che ora può utilizzare a suo vantaggio.

E veniamo alla svolta finale, alla fuga con conseguente perdita della scarpetta, che permetterà il riconoscimento finale e il lieto fine. Come mai c'è bisogno di tutti questi giri, ben tre sere in cui al momento clou la fanciulla fugge e solo nell'ultima lascia una traccia?
L'opera di seduzione, che Cenerentola mette in atto nei confronti del principe ha dei tempi. La favola parla di tre sere, ma tre è un numero simbolico che indica una molteplicità. L'importante è riconoscere che non si raggiunge il proprio scopo in un momento e che anche i “colpi di fulmine” vanno poi gestiti e devono essere confermati da più incontri in cui si impara a conoscere il proprio desiderio e quello dell'altro a metterlo alla prova. Sicuramente sottrarsi, cioè non consumare immediatamente il rapporto, serve ad aumentare il mistero e il desiderio e in questo Cenerentola ha molto da insegnare a tante ragazze che invece si attaccano subito a quello che intravedono come una possibilità d'amore, ed accorciano immediatamente le distanze, pensando di avere “tutto e subito”. Spesso un rapporto, consumato subito, va rapidamente in crisi e si spezza altrettanto facilmente.
La scarpetta allude proprio ad un rapporto iniziato e non consumato, qualcosa di lasciato solo intravedere e che accende la fantasia e mantiene vivo il desiderio. La simbologia del piede giusto per la scarpa giusta è chiaramente sessuale e, dopo i preliminari, Cenerentola vuole essere sicura, prima di concedersi totalmente, del pieno riconoscimento, anche sociale, a cui la storia d'amore la può condurre.

Ingiustamente a volte Cenerentola è vista come un'arrampicatrice sociale. In lei il bisogno sia d'amore che di riconoscimento sono autentici ed anche la sua capacità d'amare e di dedizione sono autentiche, proprio perché ha saputo aspettare ed ha sofferto maturando doti di discernimento, di pazienza e la di capacità di sopportare le tensioni senza sprofondare in una sterile depressione, ma coltivando le proprie speranze e mantenendo viva una autostima che le permette di aspirare a qualcosa di più elevato e a una pienezza che le spetta.

Riguardo poi al destino della matrigna e delle sorelle, ci sono varie versioni. Quella più buonista, che anche Rossini adotta, è del perdono assoluto, anzi vediamo che Cenerentola stessa include nella sua felicità i parenti “cattivi” e li redime con la sua bontà, ma nelle altre versioni c'è un finale più consono perché ci sono delle conseguenze alla cattiveria e all'invidia, che vengono “punite” con l'esclusione o l'esilio o, come nei fratelli Grimm, con l'accecamento delle sorelle, come in una specie di contrappasso dantesco in cui l'invidia, che rende metaforicamente ciechi, si esplicita nella cecità reale.
In definitiva la fiaba parla di un processo di crescita e di superamento di una situazione di inferiorità e di carenza d'amore attraverso un difficile e lento recupero favorito da doti di intuizione e di segreta autostima, retaggio di un rapporto primario positivo fino al raggiungimento di una situazione di pienezza affettiva e di riconoscimento sociale, che sono i due elementi fondamentali per uno status adulto “felice”.

1 ottobre 2012

La Cenerentola (2) - Dentro la fiaba/1

Scritto da Marisa

Con “Cenerentola” siamo di fronte ad un motivo fiabesco molto diffuso in tutto il mondo, forse il più popolare e rintracciabile non solo in occidente ma anche in oriente, visto che ne esiste una versione cinese che contende la priorità alla versione di Basile “La gatta Cenerentola” del 1634. Ci sono versioni arabe, russe, norvegesi, inglesi, francesi, ecc., come risulta da una breve ricerca su Google:

Cenciosella - Gran Bretagna
Cenerentola - versione dei F.lli Grimm
Cenerentola - versione di C. Perrault
Giacca di Giunchi - Inghilterra
Gli zoccoli d'oro - araba
Il Cavaliere Verde - Danimarca
Il vaso fatato - araba
Kari, Veste di legno - Norvegia
La Baba Jaga - Russia
La betulla incantata - Russia/Carelia
La gatta Cenerentola - G. Basile
La piccola Havrusheka - Russia
La scarpetta d'oro - Russia
Peldicenere - Inghilterra
Rosellina e Ledaccia - Svezia
Unocchietto, Duoecchietti, Treocchietti
Vasilissa la Bella - Russia
Tanta popolarità, oltre che confermare l'interesse per il tema di base, ci autorizza a riconoscere come siano attivi nella psiche collettiva degli elementi fondamentali che trovano poi in ogni tradizione e cultura le immagini più consone al gusto e alle abitudini del tempo e del luogo dove si materializzano. Proprio dalla spontanea diffusione dei motivi fiabeschi e dei miti Jung ha tratto ispirazione per lo studio dell'inconscio collettivo e ha confermato la scoperta degli Archetipi.

Il tema portante di Cenerentola si può schematizzare nel bisogno universale di sentirsi apprezzati, riconosciuti e amati, di accedere al pieno riconoscimento sociale attraverso l'amore e superando le invidie, insomma una compensazione alle frustrazioni originarie e la guarigione della ferita di “non sentirsi amati”, ferita che accompagna in varia misura quasi tutti i processi di crescita e maturazione. Il lieto fine della fiaba segna il coronamento dei più arditi desideri ed è diventato il prototipo di ogni “happy end”. Ma procediamo vedendo i vari passaggi.

Si parte da una situazione di caduta e di perdita. La madre amorevole è morta e il padre sposa in seconde nozze una donna che ha già due figlie (in Basile le figlie sono 6) e che riesce a far perdere alla fanciulla anche l'amore del padre relegandola al grado più infimo, allo stato di serva mentre lei e le sue figlie spadroneggiano. Persino il nome non viene più ricordato (in Basile è Zezolla), ma viene presto chiamata solo col dispregiativo “Cenerentola” per l'abituale degradazione a cui è costretta.

Che nell'antefatto della fiaba ci sia una prima madre buona, la madre vera ormai morta, è molto importante perhè vuol dire che la primissima relazione fondamentale è stata positiva. L'imprinting positivo, per usare un termine tratto a prestito dalla biologia, c'è stato e questo costituisce una riserva inconscia di energie amorevoli a cui in seguito si può attingere e che può essere riattivato ed è l'elemento che può salvare dalla psicosi. La matrigna, personaggio molto diffuso nelle fiabe, è un espediente per mostrare l'altro lato del materno, la parte invidiosa e distruttiva, che impedisce alla figlia di accedere ad una femminilità matura e felice. In questo caso (in “Biancaneve” la situazione è ancora peggiore) il primissimo rapporto, quando cioè la figlia è piccolissima e non costituisce ancora un pericolo di concorrenza sul piano femminile, è andato bene, la bimba è stata amata teneramente e, solo in seguito, viene a galla la parte negativa della madre che diventa perciò “matrigna”. Ma chi non ha mai pensato di non essere amato a sufficienza dai propri genitori e quindi “forse” di essere stato adottato o che i veri genitori siano morti e questi che si occupano di noi sono solo matrigna e patrigno? E non è frequente il caso di un vago sentore di “essere stati veramente amati” solo all'inizio e di essere poi svalutati, non capiti, mai pienamente apprezzati? Su questo forse si fonda persino il mito del “Paradiso terrestre”, un'epoca remota in cui tutto era innocenza e grazia, amore gratutito ed incondizionato, e che viene perso non appena il bisogno di conoscenza si attiva e quindi inizia lo sviluppo della coscienza con tutte le sue conseguenze psicologiche di dubbi e di difficoltà.

Cenerentola viene presentata in quasi tutte le varianti, e la versione cinematografica di Walt Disney ne ha diffuso la credibilità, come una fanciulla mite, buona e sognatrice, che accetta la sua triste condizione lavorando assiduamente e obbedendo alla perfida matrigna e alle cattive ed invidiose sorellastre praticamente senza rabbia e senza ribellioni. In realtà non è così e nelle prime versioni, soprattutto in quella di Basile del 1634, appare una Zezolla inizialmente molto viziata dall'amore del padre e che, tutt'altro che solo buona, uccide persino la prima matrigna, inzigata da una sua “maestra”, che poi diventerà per opera della stessa fanciulla che convince il padre a sposarla, la seconda e ben più cattiva matrigna. La fanciulla deve adattarsi alla nuova situazione, ma cova il risentimento e i propositi di riabilitazione, usando con abilità l'aiuto che le viene miracolosamente da una colomba del paese delle Fate (dal patrimonio emotivo e di fiducia in sé stessa stratificatosi dal primitivo rapporto positivo con la madre) e che al momento giusto le offrirà gli strumenti necessari per la riabilitazione e la conquista del Principe.
Sono elementi molto importanti che restituiscono credibilità psicologica al personaggio altrimenti appiattito e dimezzato in un “buonismo” di facciata che impera nel convenzionalismo ipocrita di una società che continuamente rimuove il problema dell'Ombra e del male, proiettandolo solo negli altri e in questo caso nella matrigna e nelle sorelle.

Se Cenerentola appare solo remissiva per eccesso di bontà, dove cercare le sue energie più dinamiche, che sono sempre legate anche alla conoscenza del male? Sicuramente nell'inconscio, ma se siamo troppo separati da esso, si rischia una pericolosa scissione che sfocia nella depressione o, nei casi più gravi, nella psicosi e nella paranoia.

Per fortuna, anche nelle versioni più sdolcinate, in Cenerentola rimane sempre una certa consapevolezza delle proprie ambizioni e rivendicazioni: non si rassegna mai del tutto e prepara sempre la rivalsa. Così nell'opera di Rossini la sentiamo all'inizio cantare “Una volta c'era un Re...”, canto che irrita molto le sorelle che, anche se inconsciamente, intuiscono dietro l'apparente innocenza il tenace bisogno di rivalsa.
Nella situazione iniziale e soprattutto nello scontento e nella non rassegnazione della fanciulla, solo apparentemente sottomessa, ci sono già quindi le premesse per il futuro sviluppo e l'uscita dalla frustrazione, non appena le circostanze saranno favorevoli.