17 aprile 2012

10. Finale Primo

Scritto da Daniele Ciccolo

Il finale è il momento più importante di questo primo atto e ne segna la conclusione.
Più in generale, il finale è un momento cardine per l'opera buffa.

Prima di addentrarci nello specifico del finale primo cimarosiano, vediamo di fare un discorso d'ordine generale.
Intendo avvalermi di una scena tratta dal film Amadeus, di Milos Forman.
Mi riferisco alla parte che va dal punto impostato come inizio fino a 1:39:00 circa.


Amadeus - Milos Forman

Questa scena permette di riflettere su diverse cose.

Innanzitutto, essa descrive il rapporto che effettivamente esisteva tra opera seria ed opera buffa.
Come, infatti, sostiene il Barone van Swieten, pur epurata della parte politica, l'opera "Le Nozze di Figaro" sarebbe stata comunque una volgare farsa e nulla di più.
Come ho anticipato, questa informazione è confermata dalla storia della musica.
Non è un caso che i trattatisti dell'epoca si occupassero totalmente od almeno maggiormente dell'opera seria. Solo gli argomenti "elevati" erano considerati degni di essere rappresentati. Lo abbiamo visto persino nel primo capolavoro nella storia del melodramma, cioè l'Orfeo di Monteverdi, il cui argomento è evidentemente tratto dalla mitologia.
La scena del film, insomma, dimostra che soprattutto in ambiente di Corte c'era ancora molta diffidenza nelle rappresentazioni buffe.
Con tutto questo discorso vorrei arrivare ad un punto che considero fondamentale, che è il seguente.
L'opera buffa, proprio in virtù delle difficoltà in merito alla sua accettazione in relazione alla presunta "inferiorità" rispetto all'opera di argomento serio, non è stata inizialmente oggetto di specifiche trattazioni teoriche che ne determinassero le caratteristiche. Insomma, i compositori ed i librettisti di opere buffe avevano una maggior libertà nell'articolazione della vicenda, non dovendo seguire alcun tipo di schema precostituito.

Ma si arriva ad un punto in cui ci si rende conto dell'importanza del finale, tanto del primo atto quanto del secondo atto. Si cerca, quindi, di trovare per esso una strutturazione scenica specifica.
Proprio Da Ponte, il celebre librettista mozartiano, ci dimostra che non si può transigere su questo punto.
Nelle sue Memorie, infatti, Da Ponte scrive: "Questo finale, che dev'essere peraltro intimamente connesso col rimanente dell'opera, è una specie di commediola o di picciol dramma da sé, e richiede un novello intreccio ed interesse straordinario".

Ma quale dovrebbe essere la struttura di questo picciol dramma?

Questo è l'altro elemento che ci è svelato dallo stesso Mozart nella scena del film che vi ho indicato.
Il recitativo è assolutamente vietato. Varie sezioni sia di testo che di musica devono susseguirsi ed intrecciarsi, senza soluzione di continuità. E', questo, uno schema che segue i principi dell'accelerazione e dell'accumulazione. Infatti, progressivamente tutti i personaggi devono presentarsi in scena, in modo che siano riuniti in un insieme che il compositore deve saper amministrare.
Con tanto entusiasmo, il Mozart del film parla, appunto, di un duo che diventa trio, poi quartetto, poi quintetto, poi sestetto ed infine rimangono in scena ben sette personaggi. Questo riguarda l'aspetto dell'accumulazione. Per ciò che concerne, invece, il meccanismo dell'accelerazione, si fa riferimento al carattere sempre più concitato che le parole e quindi la musica vanno ad assume nel corso del finale.
Il primo atto del nostro Matrimonio, ad esempio, si chiude sulla rivelazione che il Conte non intende sposare Elisetta. Ma, più in generale, la grande matassa di problemi che ruota intorno alla trama finisce con il raggiungere il suo massimo apice, in modo tale che l'atto si chiuda all'insegna della sua (apparente) inestricabilità.
Si tratta di una struttura che non può non accompagnare un'opera buffa degna di questo nome. Sarà, tanto per capirci, un aspetto che Rossini farà suo ed utilizzerà largamente.
Riprendendo lo stesso Da Ponte, si tratta di un principio inderogabile, "a dispetto del criterio, della ragione e di tutti gli Aristotili della terra". E proprio il finale del secondo atto delle "Nozze di Figaro" richiamato nella scena del film è un chiaro esempio del discorso appena svolto.

Dopo questa premessa possiamo analizzare nel dettaglio il finale di Bertati - Cimarosa.

In Cimarosa troviamo un breve recitativo prima che il finale vero e proprio abbia inizio.

Come ricorderete dalla scena precedente, infatti, Carolina ha tentato di persuadere il Conte di non essere la persona giusta per lui. Uscita di scena, il Conte resta solo per meditare sull'accaduto.
Il libretto originale riporta che il nobile non si è lasciato convincere dalle parole di Carolina. Infatti, dopo essersi definito "attonito", il Conte riesce ad intuire che "da quel suo dir sagace e simulato ella già tiene qualche innamorato". Così esce anch'esso di scena col proposito di seguirla per chiedere spiegazioni ulteriori. E' a questo punto che ha inizio il finale vero e proprio.

Clicca qui per il testo del recitativo.

CONTE
(solo)
Io resto ancora attonito.
Ha equivocato lei?
Ho equivocato io? Che cosa è stato?
Un granchio tutt'e due qui abbiam pigliato.
Ma io son uom di mondo, e ben capisco
da quel suo dir sagace e simulato
ch'ella già tiene qualche innamorato.
Ma voglio seguitarla.
Ma il vo' saper da lei
per poter pensar meglio a' casi miei.
(parte)


Il Finale si articola in quattro parti, per una durata complessiva di 15-17 minuti:

a) Tu mi dici che del Conte;
b) Lasciatemi, signore, non state a infastidirmi
c) Silenzio, silenzio, che vien mio fratello;
d) Orsù, saper conviene.


a) Tu mi dici che del Conte

Il finale comincia con tre personaggi, cioè Geronimo, Elisetta e Fidalma.
Apprendiamo che Elisetta deve aver espresso al padre preoccupazione per il comportamento del Conte.
Geronimo, infatti, esordisce dicendo "tu mi dici che del Conte malcontenta sei del tratto". Ricorderete, a questo proposito, che entrando in scena per la prima volta il Conte aveva manifestato subito un interesse verso Carolina, benché la sua sposa "designata" fosse proprio Elisetta. Nel quartetto "Sento in petto un freddo gelo" abbiamo assistito, appunto, alla presa di consapevolezza che qualcosa non è andata secondo i propositi dei personaggi; è forse a questo punto che Elisetta viene ad avvertire una certa indifferenza del Conte. Il nobile, infatti, non l'ha degna nemmeno di un'occhiata almen graziosa e da ciò ha dedotto il suo disinteresse. Geronimo, allora, tenta di rassicurare la figlia, ma deve affrontare anche l'opinione contraria di Fidalma, la quale ritiene ingiusto che la promessa sposa sia trattata in questo modo.
Geronimo ricorda alle donne che si tratta pur sempre un nobile, probabilmente abituato al contegno negli atteggiamenti e quindi restio a manifestazioni d'affetto eccessive.
La tensione viene per un momento a smorzarsi per l'entrata in scena di Paolino, che invita gli altri personaggi a seguirlo per vedere il risultato dei preparativi in occasione delle nozze.
Nel testo originale emerge che Cimarosa usa quest'occasione per far ridere ancora una volta il pubblico facendo leva sulla sordità di Geronimo. Nonostante, infatti, Paolino sia costretto a ripetere due vole il suo invito Geronimo non solo ha difficoltà di comprendonio, ma rifiuta anche di ammetterlo.
Comunque, i quattro personaggi concludono questo primo momento del finale manifestando l'intenzione di andar subito a vedere la gran tavola e il dessere.
Così escono di scena.

Clicca qui per il testo del brano.

GERONIMO
Tu mi dici che del Conte
malcontenta sei del tratto:
quello è un uomo molto astratto,
lo conosco e ben lo so.

ELISETTA
Ma un'occhiata almeno graziosa
ottenuta pur non ho.

FIDALMA
Veramente colla sposa
trattar peggio non si può.

GERONIMO
Voi credete che i signori
faccian come li plebei;
voi credete che gli sposi
faccian come i cicisbei.
No, signore, tante cose,
non le fanno, signor no.

PAOLINO
Mio signore, se vi piace
di vedere l'apparato:
tutto quanto è preparato
con gran lustro e proprietà.

GERONIMO
Come? quando? cos'hai detto?

PAOLINO
(parola per parola, forte)
Tutto quanto... è preparato...
Nella sala... del banchetto...
Con gran lustro e proprietà.

GERONIMO
Vanne al diavolo, balordo,
forse credi ch'io sia sordo?
Non patisco sordità.

ELISETTA, FIDALMA, GERONIMO, PAOLINO
Andiam subito a vedere
la gran tavola e il dessere
che onor grande mi / vi farà.
(partono)



b) Lasciatemi, signore, non state a infastidirmi

Carolina torna in scena, inseguita dal Conte. La donna tenta in ogni modo di porre termine ad una situazione per lei divenuta incresciosa, ma la passione del Conte è troppo forte per placarsi. Il nobile chiede direttamente se il cuore di Carolina è libero di ospitare un amore. Carolina risponde di non avere amante alcuno. A stretto rigore, essendo già sposata, non dice una menzogna: capisce che il Conte non può ascoltare e difendere il suo segreto, così risponde in quel modo. Il Conte, però, interpreta come se Carolina potesse contentar la sua brama. Ma la donna non può che resistergli, così lo invita a tornare in se stesso e a pensare a sua sorella, per la quale è inizialmente venuto a sottoscrivere un contratto di matrimonio.
Proprio mentre il Conte continua imperterrito a dichiararsi entra in scena Elisetta.
Non è difficile immaginare il suo stato d'animo: ai suoi occhi il promesso sposo è un indegno traditore, mentre la sorella è una trista disgraziata; per questo motivo vorrebbe sussurrare la casa e la città, cioè gridare il tradimento a mari e monti.
Richiamata dalle grida, anche Fidalma entra in scena, chiedendo spiegazioni. Elisetta racconta quello che ha visto ed anche Fidalma ne resta turbata. Nonostante questo esprime la volontà di esaminare il fatto come va.
In tal modo, si chiude anche questo momento del finale.

Clicca qui per il testo del brano.

CAROLINA
Lasciatemi, signore,
non state a infastidirmi.

CONTE
Se libero è quel core
vi prego sol di dirmi.

CAROLINA
Che non ho amante alcuno
vi posso assicurar.

CONTE
Voi dunque la mia brama
potete contentar.

CAROLINA
Lasciatemi, vi prego,
lasciatemi, deh! andar.

CONTE
Non lasciovi, mia bella,
sortir da questa stanza,
(comparisce Elisetta che si tiene in disparte)
se un raggio di speranza
non date a questo cor.

CAROLINA
Tornate, deh! in voi stesso.

CONTE
Io v'amo già all'eccesso.

CAROLINA
Pensate a mia sorella.

CONTE
Per lei non sento amor.
S'io sposo voi per quella
non manco già al mio onor.

ELISETTA
No, indegno, traditore.
No, anima malnata:
No, trista disgraziata,
mai questo non sarà.
Per questo tradimento
che mi si viene a fare,
io voglio sussurrare
la casa e la città.

CONTE
Strillate, non mi curo.

CAROLINA
Sentite...

ELISETTA
No, fraschetta.

CAROLINA
Ma prima...

ELISETTA
Vo' vendetta.

CAROLINA, CONTE
In me / lei non c'è reità.

FIDALMA
Che cosa è questo strepito?

ELISETTA
Di fede il mancatore
con essa fa all'amore,
ed io l'ascoltai qua.

FIDALMA
Uh! uh! che mancamento!
Non credo a quel che sento,
io voglio esaminare il fatto come va.



c) Silenzio, silenzio che vien mio fratello

A questo punto è sempre Fidalma che, muovendosi opportunamente sulla scena, annuncia di fare silenzio perché anche Geronimo sta per fare il suo ingresso: è un affare delicato e non bisogna, pertanto, turbare l'animo suscettibile del vecchio mercante.
Dunque, fra i personaggi scende un profondo silenzio: nello stesso momento, Geronimo rientra in scena con Paolino.
Anche qui Cimarosa si prende gioco della durezza d'orecchi dell'uomo. Nonostante le evidenti grida dei vari personaggi, Geronimo esordisce con un dicendo: sentire mi parve un strepito, un chiasso. Che fate? Gridate? Poi si accorge che nessuno ha intenzione di parlare.
Mentre Paolino intuisce lo stato d'animo della sposa, gli altri personaggi (eccezion fatta per Geronimo, che aspetta delle risposte) dicono fra sé che bisogna rompere un tale e tristo silenzio.
Dal canto loro, Paolino e Geronimo si rendono conto che qualcosa non và e che deve essere successo qualcosa. E' su questo sospetto che si chiude anche questa sezione del finale.

Clicca qui per il testo del brano.

FIDALMA
Silenzio, silenzio,
che vien mio fratello;
non s'ha per prudenza
da fare un bordello;
l'affar delicato
è troppo da sé.

GERONIMO
Sentire mi parve
un strepito, un chiasso!
Che fate? gridate?
Ovvero è per spasso?
Che cosa è accaduto?
Ognun qui sta muto?
Di dirmi vi piaccia
che diavolo c'è.

PAOLINO
(La cara mia sposa
dal capo alle piante
mi sembra tremante:
oh povero me!)

CONTE, CAROLINA, FIDALMA, ELISETTA
Che tristo silenzio!
Così non va bene,
parlare conviene,
parlare si de'.

PAOLINO - GERONIMO
Che tristo silenzio!
Sospetto mi viene;
vi son delle scene,
saperlo si de'.



d) Orsù, saper conviene

Comprensibilmente spazientito, Geronimo impone che qualcuno gli racconti l'accaduto. Subito interviene Carolina dando la sua versione dei fatti precedenti. Elisetta ha frainteso: quello che ha visto accadere tra la sorella ed il Conte è soltanto un malinteso. Ma Elisetta non la pensa così. Il suo modo di vedere le cose è diverso; e per avvalorare la sua tesi chiama in causa la zia. Fidalma, dal canto suo, ammette che qualcosa di strano deve essere successo, ma non ne può parlare dal momento che lei stessa non ha avuto il tempo per accertare la verità.
Geronimo, com'è prevedibile, non riesce a comprendere, vuoi per la durezza d'orecchi, vuoi per il fatto che non riesce ad elaborare le informazioni che gli arrivano così velocemente dalle figlie e dalla sorella.
Interviene il Conte, che, senza mezzi termini, rivela la realtà delle cose: si è invaghito di Carolina in luogo della sorella maggiore. A questo punto, i registi più accorti lasciano che sia ancora la durezza di orecchi ad impedire a Geronimo di capire a fondo le parole del nobile. Sarà nel secondo atto che Geronimo realizzerà davvero le intenzioni del Conte.
Geronimo non si trattiene e manda tutti al diavolo. Infatti, invece che frasi sensate ha percepito versi e balbettii. Sono proprio questi ultimi ad offrire a Cimarosa un altro spunto per far ridere il pubblico.
Insomma, la tensione è massima e i personaggi sono divisi in due blocchi contrapposti: da una parte, c'è Geronimo ed anche Paolino; il primo, in particolare, si risente per il fatto di avere molta confusione in testa; dall'altra parte, invece, ci sono Carolina, Fidalma, Elisetta ed il Conte, ciascuno dei quali invita il vecchio a non stancarsi, ma allo stesso tempo si proclamano depositari della verità sui fatti accaduti.
È su questo contrasto, apparentemente insanabile, che si chiude il primo atto dell'opera, in un crescendo musicale che ritengo comparabile ai finali mozartiani.

Clicca qui per il testo del brano.

GERONIMO
Orsù, saper conviene
che fu. Che cos'è stato?

CAROLINA
Il fatto sol proviene
d'avere mal inteso.
(additando Elisetta)
Equivoco ha lei preso
e il Conte il motivò.

ELISETTA
Ciò non è vero niente,
il fatto è differente:
parlate con mia zia,
che anch'io poi parlerò.

FIDALMA
Sappiate, fratel mio,
che qua ci sta un imbroglio;
ma adesso dir nol voglio,
ché bene ancor nol so.

GERONIMO
Io non capisco affatto.

CONTE
(tirandolo da una parte)
Sappiate, con sua pace,
la sposa non mi piace;
la sua minor sorella
mi sembra la più bella.
Ma poi, ma poi con comodo
il tutto vi dirò.

GERONIMO
Eh, andate tutti al diavolo!
Ba, ba, ce, ce, sì presto...
Un balbettare è questo,
che intender chi lo può?

PAOLINO
Ma che mistero è questo?
Chi intendere lo può?

CAROLINA, CONTE
Le orecchie non stancate.

ELISETTA, FIDALMA
Affanno non vi date;
da me, da me saprete
qual sia la verità.

GERONIMO
La testa m'imbrogliate,
la testa mi fendete:
tacete, deh! tacete,
andate via di qua.

PAOLINO
Per imbrogliar la testa,
che confusione è questa!
Capite, se potete,
qual sia la verità!



A questo punto, sperando di essermi spiegato chiaramente, vi lascio alla visione dei video, per i quali ho deciso di mostrare le scene unite, in modo che possiate apprezzare le caratteristiche del finale che ho descritto all'inizio del post.



Enrico Fissore, Valeria Baiano, Antonella Bandelli, Carmen Gonzales, Roberto Coviello, Paolo Barbacini




Carlos Feller, Barbara Daniels, Georgine Resick, Marta Szirmay, Claudio Nicolai, David Kuebler




Dietrich Fisher-Dieskau, Julia Varady, Arleen Augér, Julia Hamari, Alberto Rinaldi, Ryland Davies


Vorrei spendere qualche parola su questo video.
Ho fatto proprio in questi giorni una scoperta sensazionale! In pratica, sapevo che Rai 5 si occupa anche di diffusione della musica classica, ma mai avrei pensato che questa rete rispolverasse periodicamente delle produzioni di opere liriche che la Rai a suo tempo produceva per farle conoscere al grande pubblico. Erano i tempi (permettetemi lo sfogo) in cui la Rai era davvero servizio pubblico e la qualità dei prodotti, infatti, era del livello che state per apprezzare.
Tra l'altro, non sapevo nemmeno che questa produzione esistesse, dunque l'ho conosciuta anche io da poco tempo. Ho deciso di postarla col desiderio di condividerla con voi e nella speranza che la possiate gradire.


Sesto Bruscantini, Irene Calaway, Edda Vincenzi, Giuseppina Salvi, Franco Calabrese, Vito Lassandro

6 aprile 2012

9. Aria: "Perdonate, signor mio"

Scritto da Daniele Ciccolo

Ci siamo lasciati con Paolino che, a seguito di una discussione col Conte, esce di scena, serbando al suo interno un misto di sentimenti dalla rabbia alla tristezza.
Il Conte, però, rimane ed ecco ricomparire Carolina.
Nel recitativo che precede il brano oggetto di questo post riusciamo a carpire i sentimenti provati dalla giovane donna. Ella, infatti, si era accordata con lo sposo nel senso che questi avrebbe chiesto intercessione al Conte per la loro causa. Così, passato un tempo ragionevole, si chiede perché l'amato tardi con la risposta.
Noi spettatori sappiamo che Paolino non ha avuto molta fortuna. Infatti, prima che potesse proferire qualsiasi genere di richiesta, ecco che il Conte ha manifestato a Paolino quell'amore che l'ha trafitto vedendo per la prima volta Carolina.
Dal canto suo, Robinson la vede sola e pensa che possa essere il momento più adatto per dichiararsi. Così si fa avanti.
A questo punto c'è un piccolo fraintendimento. Da una parte, infatti, il Conte sta per dichiararsi e si convince che l'amata ricambi; dall'altra, invece, Carolina crede che sia egli stesso a volerle comunicare la volontà di intercedere presso Geronimo a favore della sua causa. Si tratta, però, di un fraintendimento che dura molto poco. Il nobile, infatti, è molto chiaro nel dire che prova per Elisetta solo antipatia, mentre solo Carolina è riuscita a conquistare il suo cuore.
Ecco che all'improvviso l'atmosfera cambia radicalmente, quasi a voler comunicare che quella "tempesta" preannunciata nel quartetto "Sento in petto un freddo gelo" sia diventata realtà. Dunque è comprensibile che Carolina cerchi di passare alla difensiva. Prima di tutto tira in ballo una questione molto importante, quella dell'onore. Non è onorevole, infatti, che il Conte venga meno alla parola data di impegnarsi a sposare Elisetta. La risposta non si fa attendere: l'onore non risulterebbe compromesso, a dire del nobile, se il Conte si offrisse di sposare Carolina in luogo della sorella maggiore. E proprio sulla scia del disappunto finale di Carolina che comincia l'aria.

Clicca qui per il testo del recitativo.

CAROLINA
Paolino ritarda
con la risposta; ed io l'aspetto ansiosa;
E allor che qualche cosa
con ansietà si aspetta,
ogni minuto vi diventa un'ora.
Ma cosa fa che non ritorna ancora?
Quel pur che vedo è il Conte. Un segno è questo
che il discorso è finito.
Ed ei qui viene senza mio marito!

CONTE
(Non trascuro il momento.) Oh, Carolina!
La sorte mi è propizia,
perché lontani dall'altrui presenza
io vi posso parlar con confidenza.

CAROLINA
Oh! questo è quell'appunto
che bramavo ancor io.

CONTE
Lo bramavate, sì? (Ciò mi consola.)
Veramente Paolino
ve lo dovea dir lui;
ma pronta l'occasion trovando adesso,
quello ch'ei vi diria vel dico io stesso.

CAROLINA
Dite, dite, parlate, e voglia il cielo
che le vostre parole
dieno al mio core di speranza un raggio.

CONTE
(Questa già m'ama anch'essa. Orsù, coraggio.)
Ah, mia cara ragazza,
amor ha un gran poter! Voi che ne dite?

CAROLINA
Quello che dite voi.

CONTE
E quelle debolezze
che vengono d'amor, se ancor son strane,
s'hanno da compatir fra genti umane.

CAROLINA
Io sono certamente
del vostro sentimento. Or seguitate,
ditemi tutto il resto.
Se conoscete amor, mi basta questo.

CONTE
Quand'è così, stringiamo l'argomento.

CAROLINA
Veniamo pure al punto.

CONTE
Io son venuto
per sposar Elisetta, ma che serve
ch'io venuto ci sia,
quando non ho per lei che antipatia?
E quando a prima vista
m'avete fatto voi vostra conquista?

CAROLINA
Io! cosa avete detto?

CONTE
Voi! cosa avete inteso?

CAROLINA
È questo solo quel che avete a dirmi?

CONTE
Questo, sì, questo. E voi
che ben sapete compatir l'amore,
scusando il mio trasporto,
darete all'amor mio qualche conforto.

CAROLINA
E nel momento istesso
di dover adempire a un sacro impegno
manchereste di fede? Io scuso bene,
chiunque si lascia trasportar d'amore;
ma non uno che manca al proprio onore.

CONTE
Oh, oh, voi date in serio. Ed io tutt'altro
mi aspettava da voi.

CAROLINA
Tutt'altro anch'io mi credea di sentire.

CONTE
Di sentir cosa?

CAROLINA
Io non ve l'ho da dire.

CONTE
All'onor si rimedia
sposando voi per lei.

CAROLINA
Questa cosa accordar io non potrei.


Considero l'aria di Carolina come una vera e propria perla dell'opera.
Ma andiamo con ordine, distinguendo due diversi piani, quello del testo e quello della musica.
Per quanto riguarda il testo si possono fare diverse considerazioni. Innanzitutto, ci troviamo di fronte ad una classica "aria da catalogo". Si tratta di un'aria che contiene una elencazione di qualcosa; in genere, si tratta di azioni o di qualità positive che il personaggio possiede: un espediente col quale chi canta cerca di autocelebrarsi agli occhi di un altro personaggio e, di riflesso, del pubblico.
Sono sicuro che sarete riusciti subito a collegare l'espressione "aria da catalogo" con la più celebre che la storia della musica ci abbia tramandato, ossia "Madamina, il catalogo è questo" del Don Giovanni di Mozart. In quest'ultimo caso, giustamente divenuto celebre, Leporello fa un elenco delle conquiste amorose del padrone, che ammira e teme allo stesso momento.
Nel nostro caso, invece, ci troviamo di fronte ad un catalogo del tutto particolare. Carolina, infatti, non elenca le sue qualità, ma i suoi difetti. È una caricatura di se stessa, una denigrazione finalizzata a far desistere il Conte dalle sue pretese.  Per questo quest'aria assume un'importanza di prim'ordine. Riuscite a concepire un personaggio che elenca con disinvoltura i propri difetti? Certo, Carolina ha ottime ragioni per farlo (tentare si salvare il matrimonio combinato che ancora non c'è stato ed il suo, che invece c'è stato eccome!), eppure risulta sempre difficile immaginarlo.
Il discorso di Carolina si sostanzia nel seguente messaggio: "i miei limiti personali mi rendono inadatta al ceto nobiliare che tu, Conte Robinson, rappresenti". In particolare, l'autocritica della donna si concentra sull'ignoranza delle lingue, che deduciamo essere elemento caratterizzante della nobiltà dell'epoca: niente inglese, né francese o tedesco.
Così Carolina può uscire di scena, ribadendo la sua natura "alla buona", essendo per sua stessa definizione "una figliuola di buon fondo e niente più".

Ma è davvero così? La descrizione che Carolina fa di se stessa corrisponde alla sua vera natura?
La risposta è no. Ce lo rivela la musica entro cui le parole dell'aria si sviluppano.
L'aria presenta la forma del rondò. Leggendo qua e là ho scoperto che nel corso del Settecento questo tipo di aria divenne prerogativa dei personaggi di primo piano. Non è un caso che a questa forma corrisponda un virtuosismo destinato a far primeggiare l'interprete cui è destinata.
Qui ci troviamo di fronte proprio a questo schema. L'aria, infatti, non è affatto facile e rappresenta un buon banco di prova per il registro sopranile.
Con ciò voglio comunicare una verità che non può lasciare indifferenti: nel momento della storia in cui il testo denigra Carolina in quanto personaggio, Cimarosa regala a Carolina in qualità di cantante un'aria difficile il cui superamento permette di far comprendere al pubblico che le parole del testo non sono veritiere. Carolina, insomma, ha una nobiltà d'animo che la eleva rispetto alle altre donne della storia (Fidalma ed Elisetta) e al contempo non è la ragazza umile e "di buon fondo" che vorrebbe far credere di essere. Ancora una volta la Musica riesce a comunicarci ben di più rispetto a ciò che saremmo portati a credere fidandoci solo del testo del libretto.

Infine, una piccola curiosità. Quando Carolina cita le lingue che non conosce si può dire che non si tratta di una elencazione del tutto nuova nella musica operistica. Cercando ho infatti scoperto che qualcosa di simile è presente nell'aria "Con un vezzo all'italiana", dall'opera giovanile di Mozart La finta giardiniera.

Clicca qui per il testo del brano.

CAROLINA
Perdonate, signor mio,
se vi lascio e fo partenza.
Io per essere Eccellenza
non mi sento volontà.
Tanto onore è riservato
a chi ha un merto singolare,
a chi in circolo sa stare
con sussiego e gravità.
Io meschina vo alla buona,
io cammino alla carlona,
son piccina di figura,
io non ho disinvoltura;
non ho lingua, non so niente,
farei torto veramente
alla vostra nobiltà.
Se mi parla alla francese,
che volete ch'io risponda?
Non so dire che monsieur.
Se qualcun mi parla inglese,
ben convien che mi confonda.
Non intendo che auduiudu.
Se poi vien qualche tedesco,
vuol star fresco, vuol star fresco,
non intendo una parola.
Sono infatti una figliuola
di buon fondo e niente più.


Seguono, com'è consuetudine, alcune versioni di quest'aria.
YouTube contiene un discreto numero di versioni di questo brano: così ne ho fatto una selezione.


Antonella Bandelli



Georgine Resick

Arleen Augér



Laura Giordano

Enedina Lloris



Manuela Freua

Maria Luisa Carboni


Vorrei porre alla vostra attenzione il secondo video. Esso non è in lingua originale, ma in una lingua che non riesco ad identificare. Comunque, ciò testimonia la diffusione dell'opera all'estero ancora ai giorni nostri.


Margherita Rinaldi

Mirjana Pantelic



Claudia Galli

Oh Han Nah


Concludo in bellezza con la versione dell'aria proveniente da un'incisione del Matrimonio abbastanza importante, nella quale Nino Sanzogno dirige l'orchestra del Teatro alla Scala.


Graziella Sciutti