31 dicembre 2013

Don Giovanni (15) - “Non ti fidar, o misera”

Scritto da Christian

Non paga di aver allontanato Zerlina da Don Giovanni, Donna Elvira (che al momento è ancora l'unica e vera nemesi del nostro protagonista) ricompare sulla scena per mettere in guardia anche Donna Anna a proposito della natura "traditrice" del libertino. E sceglie proprio il momento in cui questa, insieme a Don Ottavio, ha appena incontrato il cavaliere e gli ha chiesto aiuto per vendicare il padre scomparso (ignorando naturalmente che proprio lui è il responsabile di quella morte).

Il quartetto che ne segue, musicalmente assai vario e complesso, è di fondamentale importanza all'interno della vicenda: oltre a seminare in Anna e Ottavio i primi dubbi su Don Giovanni (le cui improvvisate spiegazioni – "La povera ragazza / è pazza, amici miei" – non sembrano convincenti, visto "l'aspetto nobile" e la "dolce maestà" di Elvira), spinge il cavaliere a perdere il controllo di sé di quel tanto che basta affinché Donna Anna riconosca nei toni della sua voce gli stessi "accenti" dell'uomo che l'aveva aggredita la notte prima e aveva tentato di usarle violenza. Al termine del quartetto Donna Elvira si allontana, subito seguita da Don Giovanni (preoccupato di tenerla sott'occhio), ma Donna Anna ha ormai compreso tutto.

Da notare come in questa fase (che perdurerà per tutto il resto del primo atto), Elvira è in piena modalità da "amante tradita", tanto da vedere solo il lato negativo di Don Giovanni: con il verso "Da quel ceffo si dovria / la ner'alma giudicar" si scaglia anche contro il suo aspetto fisico, dimenticando che poco prima – e anche in seguito – lo amava perdutamente.

Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

DON GIOVANNI
Mi par ch'oggi il demonio si diverta
d'opporsi a' miei piacevoli progressi:
vanno mal tutti quanti.

DON OTTAVIO
(a Donna Anna, insieme con la quale entra)
Ah! Ch'ora, idolo mio, son vani i pianti:
di vendetta si parli... Oh, Don Giovanni!

DON GIOVANNI
(Mancava questo, inver!)

DONNA ANNA
(a Don Giovanni)
Amico. A tempo
vi ritroviam: avete core, avete
anima generosa?

DON GIOVANNI
(Sta' a vedere
che il diavolo le ha detto qualche cosa.)
(a Donna Anna)
Che domanda! Perché?

DONNA ANNA
Bisogno abbiamo della vostra amicizia.

DON GIOVANNI
(Mi torna il fiato in corpo.)
(a Donna Anna, con molto fuoco)
Comandate:
i congiunti, i parenti,
questa man, questo ferro, i beni, il sangue
spenderò per servirvi.
Ma voi, bella Donn'Anna,
perché così piangete?
Il crudele chi fu che osò la calma
turbar del viver vostro?

DONNA ELVIRA
(a Don Giovanni, entrando)
Ah, ti ritrovo ancor, perfido mostro!

Clicca qui per il testo del brano.

DONNA ELVIRA
(a Donna Anna)
Non ti fidar, o misera,
di quel ribaldo cor.
Me già tradì, quel barbaro:
te vuol tradir ancor.

DONNA ANNA E DON OTTAVIO
(Cieli, che aspetto nobile!
Che dolce maestà!
Il suo pallor, le lagrime,
m'empiono di pietà.)

DON GIOVANNI
La povera ragazza
è pazza, amici miei:
lasciatemi con lei,
forse si calmerà.

DONNA ELVIRA
Ah, non credete al perfido!

DON GIOVANNI
È pazza, non badate...

DONNA ELVIRA
Restate, o dèi, restate!

DONNA ANNA E DON OTTAVIO
A chi si crederà?

DONNA ANNA E DON OTTAVIO
(Certo moto d'ignoto tormento
dentro l'alma girare mi sento,
che mi dice per quella infelice
cento cose che intender non sa.)

DON GIOVANNI
(Sdegno, rabbia, dispetto, spavento
dentro l'alma girare mi sento,
che mi dice per quella infelice
cento cose che intender non sa.)

DONNA ELVIRA
(Sdegno, rabbia, dispetto, spavento
dentro l'alma girare mi sento,
che mi dice di quel traditore
cento cose che intender non sa.)

DON OTTAVIO
(Io di qua non vado via,
se non scopro quest'affar.)

DONNA ANNA
(Non ha l'aria di pazzia
il suo volto, il suo parlar.)

DON GIOVANNI
(Se me n' vado, si potria
qualche cosa sospettar.)

DONNA ELVIRA
(Da quel ceffo si dovria
la ner'alma giudicar.)

DON OTTAVIO
(a Don Giovanni)
Dunque, quella...

DON GIOVANNI
È pazzerella.

DONNA ANNA
(a Donna Elvira)
Dunque, quegli...

DONNA ELVIRA
È un traditore.

DON GIOVANNI
Infelice!

DONNA ELVIRA
Mentitore!

DONNA ANNA E DON OTTAVIO
Incomincio a dubitar.

DON GIOVANNI
(sottovoce a Donna Elvira)
Zitto, zitto! ché la gente
si raduna a noi d'intorno.
Siate un poco più prudente:
vi farete criticar.

DONNA ELVIRA
(ad alta voce a Don Giovanni)
Non sperarlo, o scellerato:
ho perduto la prudenza.
Le tue colpe ed il mio stato
voglio a tutti palesar.

DONNA ANNA E DON OTTAVIO
(Quegli accenti sì sommessi,
quel cangiarsi di colore,
son indizi troppo espressi
che mi fan determinar.)



Dorothea Roschmann, Christopher Maltman, Annette Dasch, Matthew Polenzani


Pilar Lorengar, Gabriel Bacquier,
Joan Sutherland, Werner Krenn


Mirelle Delunsch, Peter Mattei,
Alexandra Deshorties, Mark Padmore


Maria José Siri, Carlos Álvarez,
Irina Lungu, Saimir Pirgu

Gundula Janowitz, Hermann Prey,
Cheryl Studer, Gösta Winbergh

26 dicembre 2013

Don Giovanni (14) - “Ah, fuggi il traditor”

Scritto da Christian

A "salvare" Zerlina, ormai prossima a cadere nelle grinfie del libertino, è Donna Elvira, che irrompe precipitosamente come una furia e "ferma con atti disperatissimi Don Giovanni". Per la prima volta, due delle vittime del seduttore (una passata, l'altra presente) si incontrano faccia a faccia. Elvira mette in guardia la ragazza, rivelandole la vera natura del cavaliere che ha di fronte ("Dai miei tormenti impara") – nonostante questi cerchi di spiegare a Zerlina l'accaduto a modo suo, "screditando" la sua accusatrice ("La povera infelice è di me innamorata / e per pietà deggio fingere amore / ch'io son, per mia disgrazia, uom di buon core") – e la conduce via con sé.

L'arietta "Ah, fuggi il traditor", pur nella sua brevità, esprime tutta lo sdegno e il furore che tempestano in Donna Elvira: da notare il contrasto con il quartetto immediatamente successivo, "Non ti fidar, o misera", dove l'espressione di Elvira è più dolorosa e composta, anche perché rivolta non alla contadina Zerlina ma alla nobildonna Anna. Tutta questa sezione dell'opera, peraltro, è caratterizzata da "un rapido alternarsi di accelerazioni e distensioni" (per usare le parole di Sablich) nel quale "le tre vicende fin qui tenute distinte [quella di Donna Anna, quella di Donna Elvira e quella di Zerlina] si intersecano" e conducono verso lo scintillante finale del primo atto.

Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

DONNA ELVIRA
Fermati, scellerato!
Il ciel mi fece udir le tue perfidie.
Io sono a tempo
di salvar questa misera innocente
dal tuo barbaro artiglio.

ZERLINA
Meschina! Cosa sento!

DON GIOVANNI
(Amor, consiglio!)
(sottovoce a Donn'Elvira)
Idol mio, non vedete
ch'io voglio divertirmi?

DONNA ELVIRA
Divertirti?
È vero! Divertirti...
Io so, crudele, come tu ti diverti.

ZERLINA
Ma, signor cavaliere,
è ver quel ch'ella dice?

DON GIOVANNI
(sottovoce a Zerlina)
La povera infelice
è di me innamorata,
e per pietà deggio fingere amore,
ch'io son, per mia disgrazia, uom di buon core.

Clicca qui per il testo del brano.

DONNA ELVIRA
(a Zerlina)
Ah, fuggi il traditor,
non lo lasciar più dir:
il labbro è mentitor,
fallace il ciglio.
Da' miei tormenti impara
a creder a quel cor.
E nasca il tuo timor
dal mio periglio.



Pilar Lorengar


Daniela Dessì


Maite Beaumont


Karina Gauvin


Leontyne Price

Sena Jurinac

20 dicembre 2013

Don Giovanni (13) - Zerlina, la leggerezza

Scritto da Marisa

Come entra in scena Zerlina? Cantando una spensierata canzone licenziosa nel giorno delle sue nozze: “Giovinette che fate all'amore, non lasciate che passi l'età...”. Ho già fatto notare come le prime battute siano fondamentali per inquadrare ogni personaggio, e Zerlina conferma questa intuizione avanzando con tutta la grazia di una giovane donna nel momento del suo primo sbocciare all'amore e alla possibilità della sua realizzazione, come un'ape che può finalmente, all'apparire della bella stagione, inebriarsi sul fiore. È una delle apparizioni più belle, degna di avere sullo sfondo il paesaggio della Primavera di Botticelli, con il suo girotondo di Ninfe e di Grazie.



Ci potrebbe essere una vena di malinconia nella constatazione di quanto breve sia la stagione dell'amore, ma per ora l'invito è solo al piacere e alla festa. Il canto di Zerlina riecheggia “Il trionfo di Bacco e Arianna” di Lorenzo De' Medici ("Quant'è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! Chi vuol essere lieto sia, del doman non c'è certezza...") col suo richiamo a godere l'attimo; ma mentre per Lorenzo è solo ricorrendo a Dioniso e alla sua ebbrezza che si può scongiurare la depressione incombente di un domani che avanza col suo carico di vecchiaia e di malanni, per Zerlina siamo in un vero momento di grazia. La sua è la leggerezza di chi si affaccia alla vita senza aver ancora subito delusioni e frustrazioni e che, pur sapendo che tutto può cambiare, si abbandona allo slancio del cuore (non dell'alcol): “se nel seno vi bulica il core, il rimedio vedetelo qua...”.

Ed è proprio questa disponibilità ad accogliere quello “che bulica il core” che consegnerà Zerlina a Don Giovanni non appena egli irrompe con tutto lo spendore del suo ricco apparire e le dolci parore di lusinga, per culminare nel celebre duetto in cui assistiamo al timido tentativo di sottrarsi ad un fascino che già ha aperto la porta del cuore. Siamo davanti ad uno dei punti più sublimi dell'opera, ad una pagina di assoluto incanto, che è stata utilizzata per creare suggestioni ed inserita in tanti film (penso ad esempio al bellissimo “Il pranzo di Babette” e alla sua perduta Zerlina). È da notare come Don Giovanni, pur con una pressione incalzante, non utilizzi nessuna violenza, ma sappia magistralmente toccare le corde che intuitivamente conosce dell'animo della donna che sta corteggiando in quel momento, e qui ha immediatamente colto l'atmosfera di apertura della festa e l'eccitazione gioiosa della giovane sposa ancora libera di fantasticare una condizione da favola...


(scena da "Il pranzo di Babette")


Il disinganno che porta Donna Elvira apre immediatamente gli occhi a Zerlina ed è da qui che comincia a rivelarsi l'altro aspetto della giovane contadina: la sua capacità di leggere la realtà distinguendo i moti passeggeri del desiderio e della fastasticheria dal fondo più duraturo ed ancorato alla vita del sentimento, magari più prosaico ma più solido, che la lega a Masetto. La leggerezza permane, perché è una dote fondante del suo carattere, ma viene utilizzata per sdrammatizzare le situazioni e per recuperare il rapporto con l'inferocito marito. Quanta grazia e femminilità nel recupero che fa, offrendosi alla rabbia di Masetto (“Batti, batti, o bel Masetto...”), per condurlo in breve alla pace, capovolgendo la situazione! Siamo di fronte ad una vera e squisita arte femminile, che in realtà sempre meno donne sanno maneggiare. Invece di affrontare la situazione di petto con pianti o scenate, Zerlina intuitivamente asseconda Masetto per condurlo poi al suo vero scopo: ristabilire l'armonia tra loro e offrirgli il suo amore.

È la stessa strategia che, in modo più consapevole e articolato, vediamo utilizzare da Shahrazàd nelle "Mille e una notte", quando per interrompere la catena di delitti del sultano arrabbiato per essere stato tradito dalla moglie e che ha deciso di vendicarsi sulle altre donne facendole uccidere dopo una notte di lussuria, non lo affronta direttamente cercando di ottenere giustizia con ragionamenti o scenate, ma lo ferma irretendolo nell'incanto di fiabe così belle, che costringono il sovrano ad aspettare la prossima in un progressivo gioco di rimando della pena capitale, fino a quando, dopo mille e una notte e mille e una fiaba, l'animo del sultano è così cambiato non solo da non ricordare nemmeno l'originario proposito di vendetta, ma, ormai innamorato, da chiedere alla saggia Shahrazàd di sposarlo... Non si tratta di ipocrisia o di imbroglio, perché realmente Zerlina ha riconosciuto l'inconsistenza del suo trasporto per Don Giovanni (una specie di fastasticheria ad occhi aperti e un effimero momento di esaltazione) e ne esce più consapevole del valore di una relazione stabile con Masetto, ma ha trovato istintivamente il modo migliore e più femminile per riconquistarlo, cosa che persino lui le riconosce (“Guarda un po' come seppe questa strega sedurmi!”...)

E che dire dell'altro momento in cui vediamo Zerlina in azione, quando il malconcio Masetto torna a casa dolorante e confuso? Anche qui mette in atto un'antica e collaudata arte femminile, una vera terapia del corpo e dell'anima, accarezzandolo, anzi facendosi accarezzare fino a distrarlo dal dolore e dalla umiliazione e, consolandolo rendendolo meno geloso e vendicativo. Nell'aria “Vedrai carino...” assistiamo ad una vera lezione pratica di scioglimento del dolore e del risentimento con la “magia” dell'amore, sempre con molta grazia e leggerezza. Non fanno così anche le mamme quando danno un “bacino” al bambino appena caduto per mandare via la “bua”? Zerlina rivela qui tutta la sua saggezza istintiva, da vera popolana, cioè da donna ancora legata alla saggezza della natura e dei propri istinti, a differenza delle nobili Donna Anna e Donna Elvira, molto più difficili e complicate psicologicamente e che devono seguire altri percorsi per trovare soluzioni ai propri conflitti. Questa “saggezza” arriva con grande spontaneità e leggerezza, cosa che la musica sottolinea sempre quando si tratta di Zerlina, e viene scoperta man mano che si avanza nell'opera, così da cogliere il cambiamento da spensierata e sognatrice ragazza ingenua a donna accorta e prudente. L'avventura con Don Giovanni l'ha maturata definitivamente, consegnandole un'esperienza che non si può apprendere da nessuno e tantomeno dai libri.

14 dicembre 2013

Don Giovanni (12) - “Là ci darem la mano”

Scritto da Christian

Ecco finalmente Don Giovanni all'opera: sfoggiando tutte le sue armi di seduzione, con poche battute il cavaliere riesce a convincere Zerlina, nel giorno stesso del suo matrimonio, ad abbandonare il promesso sposo Masetto e a fuggire con lui. Le poche resistenze da parte della ragazza ("Non vorrei alfin ingannata restar / Io so che rado con le donne voialtri cavalieri siete onesti e sinceri") sono spazzate via con affermazioni categoriche ("È un'impostura della gente plebea / La nobiltà ha dipinta negli occhi l'onestà"), attraverso le quali Da Ponte e Mozart continuano a prendersi gioco fra le righe della classe aristocratica come già avevano fatto ne "Le nozze di Figaro" (un approccio che in quegli anni, alla vigilia delle rivoluzione francese, trovava ampio consenso nel pubblico, e che – a dimostrazione della liberalità dell'imperatore Giuseppe II – era persino tollerato dalla censura austriaca; ne riparleremo in occasione del verso "Viva la libertà!", nel finale del primo atto).

Il dolcissimo duetto "Là ci darem la mano" è giustamente assai noto anche a chi non frequenta i teatri d'opera. Lo ritroviamo spesso anche nel cinema. Due esempi su tutti: "Don Juan De Marco maestro d'amore" (1995) di Jeremy Leven (che sin dal titolo manifesta il proprio legame con il mito di Don Giovanni), nel quale Marlon Brando ascolta ripetutamente il brano; e "Il pranzo di Babette" (1987) di Gabriel Axel, dove il duetto è cantato da una delle sorelle protagoniste, accompagnata al piano dal suo maestro.

Le poche titubanze di Zerlina ("Vorrei e non vorrei") hanno vita breve. E la ragazza si ritrova a cantare all'unisono con il suo seduttore "Andiam, andiam, mio bene / a ristorar le pene / di un innocente amor". Naturalmente, nonostante l'incantevole bellezza della musica, che solleva ogni cosa a livelli celestiali, si tratta di tutt'altro che di un "innocente amore"... In ogni caso, se non fosse per l'improvvisa comparsa di Donna Elvira (come vedremo), Don Giovanni sarebbe già pronto a iscrivere un nuovo nome (il 1004°, solo per quanto riguarda la Spagna) nel suo catalogo.

Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

DON GIOVANNI
Alfin siamo liberati,
Zerlinetta gentil, da quel scioccone.
Che ne dite, mio ben, so far pulito?

ZERLINA
Signore, è mio marito...

DON GIOVANNI
Chi! Colui?
Vi par che un onest'uomo,
un nobil cavalier, qual io mi vanto,
possa soffrir che quel visetto d'oro,
quel viso inzuccherato,
da un bifolcaccio vil sia strapazzato?

ZERLINA
Ma, signor, io gli diedi
parola di sposarlo.

DON GIOVANNI
Tal parola
non vale un zero. Voi non siete fatta
per esser paesana: un'altra sorte
vi procuran quegli occhi briconcelli,
quei labbretti sì belli,
quelle ditucce candide e odorose...
parmi toccar giuncata e fiutar rose.

ZERLINA
Ah... non vorrei...

DON GIOVANNI
Che non vorreste?

ZERLINA
Alfine ingannata restar. Io so che rado
colle donne voi altri cavalieri
siete onesti e sinceri.

DON GIOVANNI
Eh, un'impostura della gente plebea!
La nobiltà ha dipinta negli occhi l'onestà.
Orsù, non perdiam tempo: in questo istante
io vi voglio sposar.

ZERLINA
Voi!

DON GIOVANNI
Certo, io.
Quel casinetto è mio: soli saremo,
e là, gioiello mio, ci sposeremo.

Clicca qui per il testo del brano.

DON GIOVANNI
Là ci darem la mano,
là mi dirai di sì.
Vedi, non è lontano:
partiam, ben mio, di qui.

ZERLINA
(Vorrei, e non vorrei...
mi trema un poco il cor...
Felice, è ver, sarei;
ma può burlarmi ancor.)

DON GIOVANNI
Vieni, mio bel diletto!

ZERLINA
(Mi fa pietà Masetto.)

DON GIOVANNI
Io cangerò tua sorte.

ZERLINA
(Presto, non son più forte.)

ZERLINA E DON GIOVANNI
Andiam, andiam, mio bene,
a ristorar le pene
d'un innocente amor!



Thomas Allen, Susanne Mentzer


Samuel Ramey, Dawn Upshaw


Cesare Siepi, Mirella Freni


Placido Domingo, Kathleen Battle


Simon Keenlyside, Christine Schäfer


Carlos Álvarez, Angelika Kirchschlager

Bryn Terfel, Renée Fleming


La popolarità di cui questo duettino ha goduto nel corso dei secoli è smisurata. Lo dimostrano, fra le altre cose, le molte variazioni scritte su di esso da compositori del calibro di Beethoven e Chopin; ma anche l'incredibile numero di interpretazioni da parte di cantanti che normalmente non si esibiscono nella musica lirica (e quando ci provano, hanno qualche difficoltà), da Sting a Sheryl Crow.


variazioni di Chopin
(piano e orchestra)


variazioni di Beethoven
(due oboi e un corno inglese)


Sting e Angela Gheorghiu

Luciano Pavarotti e Sheryl Crow


10 dicembre 2013

Don Giovanni (11) - “Ho capito, signor sì”

Scritto da Christian

Lasciata Donna Elvira, Leporello raggiunge Don Giovanni e lo trova intento ad assistere al ballo dei contadini che si preparano per il matrimonio di Masetto e Zerlina. Al commento del nobile libertino ("Che bella gioventù! Che belle donne!"), Leporello aggiunge "Fra tante, per mia fè, vi sarà qualche cosa anche per me", dimostrando di non essere immune dal fascino del gentil sesso e, soprattutto, di essere disposto a seguire le orme del suo padrone, se solo potesse. Lo spunto (che sfocerà, nel secondo atto, nella scena dello scambio di abiti) è rafforzato dalla gag in cui il servo, importunando una contadina, si giustifica così: "Anch'io, caro padrone, esibisco la mia protezione".

Don Giovanni prende subito di mira Zerlina (è da notare come le si rivolga cortesemente, dandole del "voi", mentre a Masetto parla in maniera più diretta e sprezzante, dandogli del "tu") ed escogita uno stratagemma per restare solo con lei: con la scusa di mettere a disposizione la propria tenuta per la festa, ordina a Leporello di condurre tutti nella sua dimora, compreso Masetto, mentre lui rimarrà indietro a "intrattenere" Zerlina. Naturalmente al contadino la cosa non sta bene, anche perché – come gli spiega sarcasticamente Leporello – "In vostro loco vi sarà sua eccellenza, e saprà bene fare le vostre parti". Masetto ha compreso da subito le reali intenzioni del nobiluomo, ma è costretto a chinare la testa, mentre la stessa Zerlina prova a tranquillizzarlo: "Va', non temere, nelle mani son io di un Cavaliere". La rassicurazione non gli può certo bastare; e prima di essere condotto via da Leporello, si sfoga – non senza ironia e sarcasmo – tanto contro Don Giovanni ("Dubitar non posso affé / Me lo dice la bontà / che volete aver per me") quanto contro la ragazza ("Faccia il nostro cavaliere / cavaliera ancora te").

Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

DON GIOVANNI
(entrando)
(Manco male, è partita.)
(da parte, a Leporello)
Oh, guarda, guarda
che bella gioventù, che belle donne!

LEPORELLO
(Tra tante, per mia fé,
vi sarà qualche cosa anche per me.)

DON GIOVANNI
Cari amici, buongiorno. Seguitate
a stare allegramente,
seguitate a suonar, o buona gente.
C'è qualche sposalizio?

ZERLINA
Sì, signore;
e la sposa son io.

DON GIOVANNI
Me ne consolo.
Lo sposo?

MASETTO
Io, per servirla.

DON GIOVANNI
Oh, bravo! per servirmi:
questo è vero parlar da galantuomo!

LEPORELLO
(Basta che sia marito!)

ZERLINA
Oh! Il mio Masetto
è un uom d'ottimo core.

DON GIOVANNI
Oh, anch'io, vedete!
Voglio che siamo amici. Il vostro nome?

ZERLINA
Zerlina.

DON GIOVANNI
E il tuo?

MASETTO
Masetto.

DON GIOVANNI
Oh, caro il mio Masetto!
Cara la mia Zerlina. V'esibisco
la mia protezione.
(a Leporello che fa scherzi alle altre contadine)
Leporello!
Cosa fai lì, birbone?

LEPORELLO
Anch'io, caro padrone,
esibisco la mia protezione.

DON GIOVANNI
Presto, va' con costor: nel mio palazzo
conducili sul fatto. Ordina ch'abbiano
cioccolatte, caffè, vini, presciutti.
Cerca divertir tutti:
mostra loro il giardino,
la galleria, le camere; in effetto,
fa' che resti contento il mio Masetto.
Hai capito?

LEPORELLO
Ho capito.
(ai contadini)
Andiam.

MASETTO
(a Don Giovanni)
Signore...

DON GIOVANNI
Cosa c'è?

MASETTO
La Zerlina
senza me non può star.

LEPORELLO
In vostro loco
ci sarà sua eccellenza, e saprà bene
fare le vostre parti.

DON GIOVANNI
Oh! la Zerlina
è in man d'un cavalier. Va' pur: fra poco
ella meco verrà.

ZERLINA
Va', non temere:
nelle mani son io d'un cavaliere.

MASETTO
E per questo?

ZERLINA
E per questo
non c'è da dubitar...

MASETTO
Ed io, cospetto...

DON GIOVANNI
Olà, finiam le dispute: se subito,
senz'altro replicar, non te ne vai,
(mostrandogli la spada)
Masetto, guarda ben, ti pentirai.

Clicca qui per il testo del brano.

MASETTO
Ho capito, signor sì!
Chino il capo e me ne vo:
giacché piace a voi così,
altre repliche non fo.
Cavalier voi siete già,
dubitar non posso, affé;
me lo dice la bontà
che volete aver per me.
(sottovoce a Zerlina)
Bricconaccia, malandrina,
fosti ognor la mia ruina.
(a Leporello che lo vuol condur seco)
Vengo, vengo!
(a Zerlina)
Resta, resta!
È una cosa molto onesta:
faccia il nostro cavaliere
cavaliera ancora te.



David Bizic


Luca Pisaroni


Alfred Poell


Piero Cappuccilli

Nicolò Ayroldi

6 dicembre 2013

Don Giovanni (10) - "Giovinette che fate all'amore"

Scritto da Christian

Si è ormai fatto giorno, la scena cambia e ci conduce in un'atmosfera agreste: ci apprestiamo infatti a fare la conoscenza di due nuovi personaggi, Masetto e Zerlina, una coppia di giovani contadini che stanno per celebrare le proprie nozze. Accompagnati da un coro di paesani e di villici che suonano, ballano e cantano, i due esprimono tutta la propria gioia di vivere e di amare, esortando i loro coetanei a "cogliere l'attimo". L'allegria contagia tutti, trasportata dalle semplici note di quel "La la la lera".

Rispetto alla solennità delle figure di Donna Anna e Don Ottavio, e alla tragica melodrammaticità delle vicende di Donna Elvira, Masetto e Zerlina (che completano il novero degli "antagonisti" di Don Giovanni) sono sicuramente personaggi più semplici e lineari, anche se non mancano comunque notevoli sfumature, soprattutto nel caso di Zerlina. Se Masetto si presenta sin da subito come un giovane ostinato, orgoglioso ed estremamente geloso, e tale rimarrà fino alla fine, la ragazza viene inizialmente caratterizzata con una certa ingenuità, tanto che cadrà in fretta e molto facilmente nella rete di Don Giovanni; ma l'esperienza la farà maturare e lei stessa si dimostrerà poi capace di "sfoderare" tutte le sue armi, che – come vedremo – non sono certo poche.

Clicca qui per il testo del brano.

ZERLINA
Giovinette che fate all'amore,
non lasciate che passi l'età:
se nel seno vi bulica il core,
il rimedio vedetelo qua.
Ah, ah, ah; ah, ah, ah!
Che piacer, che piacer che sarà!

CORO DI CONTADINE
Ah, ah, ah; ah, ah, ah!
Che piacer, che piacer che sarà!
La la la lera, la la la lera.

MASETTO
Giovinotti leggeri di testa,
non andate girando di qua e là;
poco dura de' matti la festa,
ma per me cominciato non ha.
Ah, ah, ah; ah, ah, ah!
Che piacer, che piacer che sarà!

CORO DI CONTADINI
Ah, ah, ah; ah, ah, ah!
Che piacer, che piacer che sarà!
La la la lera, la la la lera.

ZERLINA E MASETTO
Vieni, vieni, carino/a, godiamo,
e cantiamo e balliamo e suoniamo;
vieni, vieni, carino/a, godiamo,
che piacer, che piacer che sarà!
Ah, ah, ah; ah, ah, ah!
Che piacer, che piacer che sarà!

CORO DI CONTADINI E CONTADINE
Ah, ah, ah; ah, ah, ah!
Che piacer, che piacer che sarà!
La la la lera, la la la lera.
La la la la, la la la la la lera!




Angelika Kirchschlager, Lorenzo Regazzo


Marilyn Horne, Leonardo Monreale


Marie McLaughlin, Claudio Otelli


Francesca Provvisionato, Romano Franceschetto

Graziella Sciuti, Piero Cappuccilli


Anna Prohaska, Štefan Kocán

2 dicembre 2013

Don Giovanni (9) - Leporello

Scritto da Marisa

Mettendo al centro in assoluto Don Giovanni, tutti gli altri personaggi dell'opera ruotano intorno a lui e contribuiscono a definirlo, esaltandolo o denigrandolo. Tutto il loro agire e pensare si muove in riferimento all'“eroe” del dramma, ma vedremo anche come escono trasformati da tale incontro. Don Giovanni è il vero sole intorno a cui ruotano i personaggi-pianeti, che, pur nella diversa posizione e natura, sono comunque legati indissolubilmente alla forza più vitale e potente del centro e ne subiscono l'influenza trasformatrice. Verificheremo questa struttura man mano che ci occuperemo dei vari personaggi.
Altro aspetto fondamentale è che ognuno entra in scena portando già dalle prime battute tutta la propria indole, come se Mozart non volesse perdere tempo in presentazioni progressive, ma in sintonia con l'irruenza e rapidità d'azione del protagonista, lo individua e definisce già nella primissima istantanea.

Leporello è il primo che incontriamo e immediatamente si dichiara per quello che è: il servo, lo spettatore complice cui tocca il ruolo di "coprispalle" (“Vuol star dentro con la bella / ed io a far da sentinella...”) mentre vorrebbe essere anche lui un "gentiluomo". Già da queste prime battute il suo ruolo è definito, con tutte le potenziali dinamiche di invidia e di dipendenza. Ma non è delineato solo il suo profilo, perché come "guardiano" precede e introduce con la stessa concisione anche il padrone, preparandoci alla sua drammatica ed irruenta comparsa; in modo che, non appena Don Giovanni entra in scena, praticamente conosciamo già il suo stile di vita, e questo con le stesse pochissime battute, perché per Don Giovanni l'immediatezza dell'azione è tutto.
La funzione di Leporello è sostanzialmente quella di dar risalto al padrone, una specie di torcia continuamente accesa su di lui, e mantiene questa posizione anche quando sembra contraddirlo o dissociarsi perché ritorna – dopo pochissima e breve resistenza – ai suoi ordini, persino sollevato dal fatto che, avendolo criticato, può subito far la pace con proprio guadagno economico e salvandosi la coscienza per aver posto qualche remora a tanta dissolutezza.

In questo ruolo di "ammiratore" delle imprese cui è costretto ad assistere, dà il meglio di sé nella stesura del catalogo, che aggiorna continuamente con la precisione del contabile ma anche con una capacità di osservazione e di sintesi psicologica straordinarie. È proprio da questo catalogo che apprendiamo l'arte di Don Giovanni di apprezzare tutte le donne, distillando, come nettare prezioso, la qualità pricipale, la vera quintessenza di ognuna, che la rende amabile nel momento dell'incontro (“Nella bionda egli ha l'usanza di lodar la gentilezza; nella bruna, la costanza; nella bianca la dolcezza...”). Non si può non ammirare, insieme ad un Leporello così orgoglioso per le gesta del suo signore, l'escalation della passerella in cui ogni tipo di donna viene esaltato al meglio fino al vertice in cui “la giovin principiante” assume il primato assoluto della passione per lo squisito piacere dell'iniziazione erotica. L'interessante saggio-romanzo “Diario del seduttore” di Kierkegaard parte proprio dalla frase “sua passion predominante è la giovin principiante” e ne dipana tutte le implicazioni.

Sicuramente Leporello, un po' sulla falsariga di altri partner, compagni subalterni e complementari dei protagonisti, tipo Sancho Panza rispetto a Don Chisciotte, rappresenta l'uomo qualunque, quello che di fronte all'uomo eccezionale, sia nel bene che nel male, ne è suggestionato, un po' lo invidia e un po' si identifica cercando di brillare di riflesso. È la coscienza popolare che, pur strizzando l'occhio al vizio, ne teme gli eccessi e soprattutto le conseguenze. Così lo vediamo, a più riprese, cercar di fermare gli stravizi del padrone in nome di una norma comune e di un comune buon senso, e lo vediamo terrorizzato di fronte al soprannaturale, non per una vera fede, ma semplicemente per un sano e istintivo senso del pericolo di fronte a qualcosa che non può capire e che avverte di un ordine diverso dal quotidiano corso degli eventi, nei cui confini si muove con disinvoltura. Alla fine cerca persino di salvarlo fornendogli delle ridicole scuse e non riuscendo, nella sua adattabile conformità alla vita, a concepire l'impossibilità di Don Giovanni a sottrarsi al proprio archetipo e al proprio destino. L'esperienza di un incontro con Don Giovanni non è mai senza conseguenze e Leporello, che è stato tanto tempo con lui, non può rimanere come prima. Ne esce più maturo e consapevole dei propri limiti (va a cercare un nuovo padrone meno pericoloso), e soprattutto non può proclamarsi “innocente” (“l'innocenza mi rubò”) – ma quale adulto lo è? – riconoscendo che la complicità con Don Giovanni ha slatentizzato aspetti della personalità che comunque gli appartengono.

25 novembre 2013

Don Giovanni (8) - "Madamina, il catalogo è questo"

Scritto da Christian

Leporello l'aveva citato in precedenza ("Io lo devo saper / per porla in lista"), Don Giovanni ci farà riferimento più tardi ("Ah, la mia lista / doman mattina / d'una decina / devi aumentar"): ecco il celeberrimo "catalogo" delle conquiste del nobile libertino, che il suo fido servo deve mantenere costantemente aggiornato, a testimonianza perenne della "collezione" di fanciulle (tutte per una notte sola, ovviamente) del suo padrone.

Forse il momento più celebre dell'intera opera (diciamo che se la gioca con il duetto "Là ci darem la mano"), il brano oggi comunemente noto come "aria del catalogo" non è certo unico nel suo genere: arie costruite sulla recitazione di liste ed elenchi di oggetti o delle qualità più svariate erano frequenti nelle opere buffe dell'epoca, e particolarmente apprezzate dal pubblico per i loro effetti comici. Fra l'altro, un'aria simile (con la stessa funzione narrativa) era presente anche nel "Don Giovanni" di Bertati e Gazzaniga, dove il servo Pasquariello recitava:

Dell'Italia, ed Alemagna
ve ne ho scritte cento, e tante.
Della Francia, e della Spagna
ve ne sono non so quante:
fra madame, cittadine,
artigiane, contadine,
cameriere, cuoche, e sguattere;
perché basta che sian femmine
per doverle amoreggiar. [...]
Come si vede, le similarità sono notevoli. Ma rispetto a quel testo il libretto mozartiano va oltre, specificando con maggior precisione il numero di conquiste in ogni paese: 640 in Italia, 231 in Germania ("Lamagna" o Alemagna), 100 in Francia, 91 in Turchia, e 1003 (finora) in Spagna, per un totale di 2065 (altro che "così ne consolò mille e ottocento", come detto poco prima: una stima che appunto era per difetto). Leporello si dimostra certamente più preciso di Pasquariello nel tenere i conti (e se ne vanta: "Un catalogo egli è che ho fatt'io"); e Da Ponte migliora non poco lo spunto di Bertati, scendendo più nel dettaglio dei vari "tipi" preferiti dal suo padrone, che rivela un'autentica abilità nell'individuare e lodare il punto di forza di ciascuna preda, bella e brutta che sia. Come ci si attenderebbe da un vero seduttore, d'altronde, che sa far sentire speciale ogni donna che incontra (e da questo dipendono i suoi successi).

L'idea del servo che tiene un catalogo aggiornato delle conquiste del suo padrone (un vero e proprio "curriculum vitae"!), comunque, precede sia Bertati che Da Ponte ed era presente in più versioni della storia di Don Giovanni, soprattutto in quelle appartenenti alla tradizione della commedia dell'arte. La prima apparizione dell'elenco, sia pur in nuce, risale probabilmente a "Il convitato di pietra" di Giacinto Andrea Cicognini. Per chi volesse approfondire l'argomento delle liste nell'opera buffa, suggerisco la lettura di due testi di Daniela Goldin ("Aspetti della librettistica italiana fra il 1770 e il 1830" e "In margine al catalogo di Leporello", pubblicati su "La vera Fenice", Torino 1985) ma anche del recente saggio di Umberto Eco, "Vertigine della lista" (2010), tutto incentrato sulla mania del catalogare. Aggiungo inoltre che proprio Bertati era particolarmente esperto in questo genere di numeri, come ha ricordato anche Daniele quando si è occupato di un paio di arie da "Il matrimonio segreto".

Ma torniamo a noi: qual è la funzione dell'aria del catalogo all'interno dell'opera di Mozart? Apparentemente si tratta solo di una parentesi comica; ma in quest'opera, l'anima buffa è sempre e indissolubilmente legata al dramma e alla tragedia. In questo caso di tratta della tragedia di Elvira, che viene a sapere nel modo più crudele la reale entità dell'inganno di cui è stata vittima. I suoi bellicosi intenti di vendetta ne vengono rafforzati: d'ora in poi non si tratterà più di vendicare soltanto sé stessa, ma "tutte le donne"; e non solo coloro i cui nomi sono già sul libro di Leporello ma anche quelle che rischiano ancora di cadere in preda al fascino del libertino. Per tutto il resto del primo atto, infatti, la vedremo impegnata a sventare i nuovi tentativi di seduzione di Don Giovanni (nei confronti di Zerlina, per esempio) e a cercare di smascherarlo quando tenta di ammantarsi di rispettabilità (di fronte a Donna Anna e Don Ottavio). Anche questo brano, dunque, non è puramente fine a sé stesso ma mette in moto enormi dinamiche che serviranno a portare avanti la storia: altro che semplice parentesi!
L'aria di Leporello "Madamina, il catalogo è questo" è senza dubbio una pagina comica, che contrasta singolarmente, già nell'epiteto iniziale riservato alla interlocutrice, con la situazione di estrema drammaticità in cui si trova Donna Elvira, abbandonata e disperata. Il sadismo con cui Leporello espone la lista delle donne conquistate dal padrone (duemila e sessantacinque, se la lista è esatta), di ognuna fornendo le caratteristiche, non distrugge però ma anzi accentua questa drammaticità, ammantandola di una crudele ironia di tipo appunto buffo e tragico insieme.
(Sergio Sablich)
Søren Kierkegaard tratta di quest'aria nella sezione "Gli stadi erotici immediati, ovvero il musicale-erotico" all'interno di "Aut-Aut". Egli congettura che il numero 1003, il numero di conquiste spagnole di don Giovanni, possa essere il rimasuglio della leggenda originale di don Giovanni; inoltre nella stranezza e nell'arbitrarietà del numero si può intravedere la non completezza di una lista che aspetta ancora di essere riempita. Kierkegaard ritiene che quest'aria sintetizzi il vero significato dell'opera: condensando in ampi gruppi un numero indeterminato di donne, mostra l'universalità di don Giovanni come simbolo di vita estetica e sensuale. Tra l'altro, Kierkegaard pone in epigrafe al Diario del seduttore due versi tratti da tale aria: "Sua passion predominante/È la giovin principiante".
Alcuni commentatori ritengono che diverse tecniche nel testo e nella musica sono funzionali a dare un messaggio di universalità, qualcosa di estraneo alla mera umoristica catalogazione delle donne. Luigi Dallapiccola sottolinea che il verso "Cento in Francia, in Turchia novantuna" rompe il ritmo degli ottonari illuminando così l'intera aria. Secondo Massimo Mila ("Lettura del Don Giovanni di Mozart", Torino, Einaudi, 1988), questa gag degna della commedia dell'arte, che era accompagnata dal gesto di srotolare il catalogo verso il pubblico, diede il via all'interpretazione romantica della figura di don Giovanni. Secondo i romantici, infatti, l'ossessione espressa nel catalogo simboleggia la tensione verso l'Assoluto.
(da Wikipedia)
In conclusione, e a margine, ricordo che anche nella precedente collaborazione fra Da Ponte e Mozart, "Le nozze di Figaro", era presente una sequenza di numeri. In quel caso l'opera si apriva addirittura con essa, vale a dire con Figaro che snocciolava il suo "5... 10... 20... 30... 36... 43" davanti all'amata Susanna. In entrambi i casi, i numerologi appassionati di melodramma si sono scatenati in mille interpretazioni.

Clicca qui per il testo del brano.

LEPORELLO
Madamina, il catalogo è questo
delle belle che amò il padron mio;
un catalogo egli è che ho fatt'io:
osservate, leggete con me.
In Italia seicento e quaranta,
in Lamagna duecento e trentuna,
cento in Francia, in Turchia novantuna,
ma in Ispagna son già mille e tre.
V'ha fra queste contadine,
cameriere, cittadine,
v'han contesse, baronesse,
marchesane, principesse,
e v'han donne d'ogni grado,
d'ogni forma, d'ogni età.
Nella bionda egli ha l'usanza
di lodar la gentilezza;
nella bruna, la costanza;
nella bianca, la dolcezza.
Vuol d'inverno la grassotta,
vuol d'estate la magrotta;
è la grande maestosa,
la piccina è ognor vezzosa.
Delle vecchie fa conquista
pe 'l piacer di porle in lista:
ma passion predominante
è la giovin principiante.
Non si picca se sia ricca,
se sia brutta, se sia bella:
purché porti la gonnella,
voi sapete quel che fa.

Clicca qui per il testo del recitativo che segue il brano.

DONNA ELVIRA
In questa forma, dunque,
mi tradì il scellerato? È questo il premio
che quel barbaro rende all'amor mio?
Ah, vendicar vogl'io
l'ingannato mio cor: pria ch'ei mi fugga...
si ricorra... si vada... Io sento in petto
sol vendetta parlar, rabbia e dispetto.





Ferruccio Furlanetto


Luca Pisaroni


Ildebrando D'Arcangelo


Sesto Bruscantini


Giuseppe Taddei


Samuel Ramey

Claudio Desderi


Bryn Terfel

20 novembre 2013

Don Giovanni (7) - "Ah! Chi mi dice mai"

Scritto da Christian

Lasciati Donna Anna e Don Ottavio ai loro propositi di vendetta, torniamo a seguire Don Giovanni e Leporello, ancora in strada al sorgere del sole ("Alba chiara", recita il libretto). Il servitore prova ancora una volta a rinfacciare al padrone il suo comportamento "da briccone" (dopo essersi prima cautelato di potergli dire tutto "liberamente": ma Don Giovanni dimostra per l'ennesima volta di infischiarsene dei giuramenti!). Messa dunque a tacere l'impertinenza del suo servo, il nobile rivela di aver già dimenticato l'episodio di Donna Anna – anche se l'uccisione l'ha comunque segnato: non a caso intima a Leporello di non farvi più accenno ("Purché non parli del Commendatore") – e di essere pronto a pianificare una nuova conquista ("Sappi ch'io sono innamorato d'una bella dama"... Sta parlando di Donna Ximena, personaggio che era presente nell'opera di Bertati e Gazzaniga cui Da Ponte si ispira, ma che il librettista veneto ha poi deciso di eliminare dal proprio testo). Ma ecco che l'arrivo, sulla strada, di un'altra donna lo distrae nuovamente, gli fa dimenticare quella di cui stava parlando per occuparsi della nuova venuta. I due si nascondono al bordo della strada e la osservano passare, infiltrandosi con invertenti a mo' di commento ("pertichini") nell'aria da lei cantata.

Si tratta di Donna Elvira, dama di Burgos (città nel nord della Spagna), che si presenta in scena gridando tutta la sua rabbia e il suo desiderio di vendetta per essere stata abbandonata (proprio da Don Giovanni, scopriremo poi). La dama è infatti una delle precedenti conquiste del libertino, una delle poche – prima o poi doveva succedere! – che non si è rassegnata a essere stata lasciata ma è decisa a ritrovare il suo seduttore: per punirlo (stando alle sue parole), per costringerlo a pentirsi delle sue malefatte, ma anche per riprenderselo, visto che il fuoco della passione in lei non si è ancora spento. Personaggio estremamente combattuto, inizialmente in preda alla rabbia e all'ira dell'amante tradita, e poi alla speranza di riconquistare il suo amore (speranza che la porterà, nel secondo atto, a farsi abbindolare fin troppo facilmente da Don Giovanni), è un carattere fondamentalmente tragico, anche se protagonista – specie in coppia con Leporello – di diversi momenti comici, o per l'appunto tragicomici. Sergio Sablich commenta come già nella commedia di Molière, precedente all'opera di Mozart, "Elvira, la sposa tradita e tuttavia di lui perdutamente innamorata, assurga a contraltare di statura morale [di Don Giovanni], inaugurando la galleria di figure femminili non solo oggetti di concupiscenza fisica ma anche portatrici di un messaggio umano, alternativo alla drastica contrapposizione tra sfera terrena e ultraterrena".

Già in quest'aria d'esordio, è irresistibile il contrasto fra la furia selvaggia delle sue parole ("Vo' farne orrendo scempio / gli vo' cavar il cor") e la tenerezza che esse suscitano in Don Giovanni ("Poverina!"), ignaro di essere proprio lui l'oggetto di quella rabbia. A completare il quadretto c'è il sarcasmo di Leporello (a Don Giovanni che si propone "Cerchiam di consolare il suo tormento", il servo commenta fra sé – o rivolto al pubblico – "Così ne consolò mille e ottocento", arrotondando peraltro per difetto).

Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

DON GIOVANNI
Orsù, spìcciati presto... Cosa vuoi?

LEPORELLO
L'affar di cui si tratta è importante.

DON GIOVANNI
Lo credo.

LEPORELLO
È importantissimo.

DON GIOVANNI
Meglio ancora: finiscila.

LEPORELLO
Giurate di non andare in collera.

DON GIOVANNI
Lo giuro sul mio onore:
purché non parli del Commendatore.

LEPORELLO
Siam soli?

DON GIOVANNI
Lo vedo.

LEPORELLO
Nessun ci sente?

DON GIOVANNI
Via!

LEPORELLO
Vi posso dire tutto liberamente...?

DON GIOVANNI
Sì!

LEPORELLO
Dunque, quand'è così:
(all'orecchio, ma ad alta voce)
caro signor padrone,
la vita che menate è da briccone!

DON GIOVANNI
Temerario! In tal guisa...

LEPORELLO
E il giuramento?

DON GIOVANNI
Non so di giuramento... Taci... o ch'io...

LEPORELLO
Non parlo più, non fiato, o padron mio.

DON GIOVANNI
Così saremo amici.
Or odi un poco:
sai tu perché son qui?

LEPORELLO
Non ne so nulla.
Ma, essendo l'alba chiara, non sarebbe
qualche nuova conquista?
Io lo devo sapere per porla in lista.

DON GIOVANNI
Va là che sei il grand'uom!
Sappi ch'io sono innamorato d'una bella dama;
e son certo che m'ama.
La vidi, le parlai; meco al casino questa notte verrà...
Zitto: mi pare sentir odor di femmina.

LEPORELLO
Cospetto!
Che odorato perfetto!

DON GIOVANNI
All'aria mi par bella.

LEPORELLO
E che occhio, dico!

DON GIOVANNI
Ritiriamoci un poco,
e scopriamo terren.

LEPORELLO
(Già prese foco.)

Clicca qui per il testo del brano.

DONNA ELVIRA
Ah! Chi mi dice mai
quel barbaro dov'è,
che per mio scorno amai,
che mi mancò di fé?
Ah! Se ritrovo l'empio,
e a me non torna ancor,
vo' farne orrendo scempio,
gli vo' cavar il cor.

DON GIOVANNI
(sottovoce a Leporello)
Udisti? Qualche bella
dal vago abbandonata.
Poverina!
Cerchiam di consolare il suo tormento.

LEPORELLO
(Così ne consolò mille e ottocento.)

DON GIOVANNI
Signorina!

Clicca qui per il testo del recitativo che segue il brano.

DONNA ELVIRA
Chi è là?

DON GIOVANNI
Stelle! Che vedo!

LEPORELLO
Oh, bella! Donn'Elvira!

DONNA ELVIRA
Don Giovanni!...
Sei qui, mostro, fellon, nido d'inganni...

LEPORELLO
(Che titoli cruscanti!
Manco male che lo conosce bene.)

DON GIOVANNI
Via, cara Donn'Elvira,
calmate quella collera... sentite...
lasciatemi parlar...

DONNA ELVIRA
Cosa puoi dire, dopo azion sì nera?
In casa mia entri furtivamente.
A forza d'arte, di giuramenti e di lusinghe,
arrivi a sedurre il cor mio:
m'innamori, o crudele,
mi dichiari tua sposa.
E poi, mancando della terra e del cielo al santo dritto,
con enorme delitto
dopo tre dì da Burgos t'allontani,
m'abbandoni, mi fuggi, e lasci in preda
al rimorso ed al pianto,
per pena forse che t'amai cotanto.

LEPORELLO
(Pare un libro stampato.)

DON GIOVANNI
Oh, in quanto a questo
ebbi le mie ragioni.
(a Leporello)
È vero?

LEPORELLO
È vero.
(ironicamente)
E che ragioni forti!

DONNA ELVIRA
E quali sono,
se non la tua perfidia,
la leggerezza tua? Ma il giusto cielo
volle ch'io ti trovassi
per far le sue, le mie vendette.

DON GIOVANNI
Eh, via, siate più ragionevole...
(Mi pone a cimento, costei.)
Se non credete al labbro mio,
credete a questo galantuomo.
(indicando Leporello)

LEPORELLO
(Salvo il vero.)

DON GIOVANNI
(a Leporello)
Via, dille un poco...

LEPORELLO
(sottovoce a Don Giovanni)
E cosa devo dirle?

DON GIOVANNI
(ad alta voce)
Sì, sì dille pur tutto.
(partendo senza esser visto)

DONNA ELVIRA
(a Leporello)
Ebben, fa' presto.

LEPORELLO
Madama... veramente... in questo mondo
conciossiacosaquandofosseché
il quadro non è tondo...

DONNA ELVIRA
Sciagurato!
Così del mio dolor gioco ti prendi?
(verso Don Giovanni che non crede partito)
Ah, voi...
(non vedendolo)
Stelle! L'iniquo fuggì, misera me!...
Dove? In qual parte...?

LEPORELLO
Eh! lasciate che vada. Egli non merta
che di lui ci pensiate.

DONNA ELVIRA
Il scellerato m'ingannò, mi tradì...

LEPORELLO
Eh! consolatevi.
Non siete voi, non foste e non sarete
né la prima né l'ultima.
Guardate:
questo non picciol libro
è tutto pieno dei nomi di sue belle.
Ogni villa, ogni borgo, ogni paese
è testimon di sue donnesche imprese.


A fronte della composta nobiltà di Donna Anna e Don Ottavio, Donna Elvira incarna l’inestinguibile fuoco dei sentimenti. È disposta a ogni umiliazione pur di ritrovare quegli attimi di passione che Don Giovanni le ha distrattamente concesso: la sua onnipresenza nell’opera, la sua funzione di scalmanata guastafeste, porta in scena il vero amore a reclamare i suoi diritti contro il libertinaggio. A lei è affidato il compito ingrato dell’estremo tentativo, ed è suo l’urlo che segna il precipitare degli eventi. Donna Elvira, rappresentando i diritti delle duemilasessantacinque (salvo errori di registrazione da parte del ragionier Leporello) sedotte e abbandonate da Don Giovanni, difende l’amore fedele e monogamo della donna contro l’incontenibile appetito carnale dell’uomo: è Mozart stesso, tuttavia, a mettere in dubbio l’antico assioma, o luogo comune, quando in "Così fan tutte" dimostrerà come in ogni aspirante moglie si celi un’aspirante adultera, di cui Zerlina sembra essere una prefigurazione.
(Alberto Batisti)
Ferita dalle esperienze della vita è invece Donna Elvira, che non sa darsi pace del tradimento di Don Giovanni e vaga senza identità tra amore, volontà di vendetta, gelosia, desiderio di riscatto, illusione, supplica, da ultimo rassegnandosi, dopo l'ennesimo insulto, a disperare della sua conversione e della sua salvezza. Anch'ella [come Donna Anna e Don Ottavio] proviene dai piedistalli dell'opera seria, ma con un linguaggio reso dalle sue stesse esperienze più sfaccettato, più acuminato, più incisivo nell'espressione di accenti capaci di guardare in faccia la sfinge e di reggere coraggiosamente al fallimento.
(Sergio Sablich)


Kiri Te Kanawa (Donna Elvira),
Thomas Allen (Don Giovanni), Stafford Dean (Leporello), dir: Colin Davis


Cecilia Bartoli (Donna Elvira),
Rodney Gilfry (Don Giovanni), László Polgár (Leporello), dir: Nikolaus Harnoncourt


Lisa della Casa,
Cesare Siepi, Otto Edelmann,
dir: Wilhelm Furtwängler


Elisabeth Schwarzkopf,
Eberhard Wächter, Giuseppe Taddei,
dir: Carlo Maria Giulini


Julia Varady,
Samuel Ramey, Ferruccio Furlanetto,
dir: Herbert von Karajan


Barbara Frittoli,
Erwin Schrott, Natale de Carolis,
dir: Zubin Mehta


Pilar Lorengar,
Gabriel Bacquier, Donald Gramm,
dir: Richard Bonynge

Joyce DiDonato,
Simon Keenlyside, Kyle Ketelsen,
dir: Charles Mackerras

Terminata l'aria, la scena prosegue senza soluzione di continuità con il recitativo fra Elvira, Don Giovanni e Leporello che conduce fino alla celeberrima aria del catalogo. Passato il primo attimo di stupore (peraltro reciproco) nel ritrovarsi faccia a faccia con l'uomo che stava cercando, Elvira si scaglia contro di lui, vomitandogli addosso tutto il rancore e la rabbia che ha covato dopo essere stata abbandonata. Attraverso il commento di Leporello "Pare un libro stampato", Da Ponte riconosce ironicamente come la lunga esposizione dei fatti da parte di Donna Elvira sia il classico "spiegone" rivolto agli spettatori (i tre personaggi conoscono già bene gli eventi): un infodump (o "inforigurgito", come lo chiamerebbe Gamberetta). È uno spiegone necessario, però, per chiarire in pochi secondi i retroscena di Elvira.

Nonostante le sue parole irate e i suoi propositi di vendetta, la donna dimostra da subito di essere subito pronta a ricadere negli inganni di Don Giovanni, come dimostra il fatto che si lascia facilmente convincere ad ascoltare le "spiegazioni" di Leporello riguardo alle ragioni per cui è stata abbandonata. Mentre il libertino ne approfitta per svignarsela alla chetichella, il povero servitore cerca di improvvisare un discorso basato sul nulla ("Madama... veramente... in questo mondo / conciossiacosaquandofosseché / il quadro non è tondo...": quasi un antesignano della "supercazzola" di "Amici miei"). E di fronte alla povera Elvira, che scopre di essere stata nuovamente ingannata, ha quasi un moto di compassione. Ecco perché cerca di convincerla che, in fondo, non vale la pena di andare dietro al suo padrone: e le rivela, quantificandola in maniera comica e crudele insieme, la reale entità del suo "correr dietro le donne".

15 novembre 2013

Don Giovanni (6) - "Fuggi, crudele, fuggi"

Scritto da Christian

Donna Anna, che era rientrata in casa nel momento in cui il Commendatore era sceso in strada per affrontare l'intruso, fa ora ritorno in compagnia del suo promesso sposo, Don Ottavio (le cui prime parole, "Tutto il mio sangue / verserò, se bisogna!", sono paradigmatiche del personaggio, sempre pronto a dichiarazioni altisonanti che preannunciano azioni che non verranno mai eseguite), e di numerosi servi che recano lumi. Alla vista del corpo del padre, riverso per terra in una pozza di sangue, Donna Anna è scossa da un impeto di emozioni e di passioni – esposte in un "recitativo drammatico", accompagnato cioè dall'orchestra anziché dal solo basso continuo – che la portano dapprima a lamentare la morte del genitore, poi a svenire per un breve momento, e infine a risorgere colma d'ira e di sete di vendetta.

Nel duetto "Fuggi, crudele, fuggi", Anna si fa dunque promettere da Ottavio che vendicherà la morte del Commendatore. Di fronte all'amica che, spersa, continua a chiedersi "Ma il padre mio dov'è?", Ottavio tenta invano di offrire conforto ("Hai sposo e padre in me"): Anna è irremovibile nel suo desiderio di vedere punito l'uccisore. I toni solenni delle scene che mostrano sul palco questi due personaggi si rifanno al linguaggio (testuale e musicale) delle opere serie, e contrastano notevolmente con quello delle altre figure dell'opera. Ma naturalmente, nonostante l'intensità di questa scena (che prefigura chissà quali sviluppi) e la tremenda forza del giuramento (di cui i due sono consapevoli: "Che barbaro momento!"), il destino vorrà che la vendetta sia portata a termine non da loro, ma dallo stesso Commendatore, tornato dalla morte come incarnazione della giustizia divina.

Il primo problema che si pose Da Ponte nel riscrivere Il convitato di pietra di Bertati fu quello di trasformare un atto unico in un’opera in due atti. Fu costretto, perciò, ad allungare non poco la semplice trama del modello principale, e ciononostante ebbe l’accortezza d’eliminare ben due personaggi: Donna Ximena (altra vittima del libertino) e Lanterna, secondo servo di Don Giovanni, rendendo così il dramma meno dispersivo. Inoltre Da Ponte ebbe la felice idea di ampliare la parte di Donna Anna, che in Bertati usciva di scena subito dopo l’uccisione del padre, rendendola in certo qual modo la vera guida del partito avverso al protagonista. La caccia a Don Giovanni prende infatti le mosse dal momento in cui Donna Anna riconosce in lui l’assassino del padre; da lì in poi, gli altri personaggi si stringeranno intorno a lei nella vana impresa di porre fine alle scorrerie del cavaliere. Quest’ultimo, tuttavia, come s’addice ai veri eroi, non può essere fermato da una mano umana, imbelle di fronte a tanto empia grandezza, ma solo da un intervento sovrannaturale. Nel confronto fra tali massimi sistemi, Donna Anna fa le veci del padre, divenendo la principale interlocutrice di Don Giovanni, finché questo non avrà chiamato in causa direttamente l’oltretomba, facendosene beffe nella scena del cimitero («O vecchio buffonissimo»).
(Alberto Batisti)
Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

DONNA ANNA
Ah! Del padre in periglio
in soccorso voliam.

DON OTTAVIO
(con ferro ignudo in mano)
Tutto il mio sangue
verserò, se bisogna:
ma dov'è il scellerato?

DONNA ANNA
In questo loco...
(vede il cadavere)
Ma qual mai s'offre, o dèi,
spettacolo funesto agli occhi miei!
Il padre!... Padre mio!... Mio caro padre!...

DON OTTAVIO
Signore!

DONNA ANNA
Ah! L'assassino me 'l trucidò...
Quel sangue... quella piaga... quel volto
tinto e coperto dei color di morte...
Ei non respira più... fredde ha le membra...
Padre mio!... Caro padre!... Padre amato!...
Io manco... io moro.
(sviene)

DON OTTAVIO
Ah! soccorrete, amici, il mio tesoro.
Cercatemi, recatemi
qualche odor... qualche spirto... Ah! Non tardate.
(partono due servi)
Donn'Anna!... Sposa!... Amica!...
Il duolo estremo la meschinella uccide!

DONNA ANNA
(rinviene)
Ahi!

(i servi tornano)

DON OTTAVIO
Già rinviene.
Datele nuovi aiuti.

DONNA ANNA
Padre mio!...

DON OTTAVIO
Celate, allontanate agli occhi suoi
quell'oggetto d'orrore.

(il Commendatore vien trasportato)

DON OTTAVIO
Anima mia, consòlati, fa' core!

Clicca qui per il testo del brano.

DONNA ANNA
Fuggi, crudele, fuggi!
Lascia che mora anch'io
ora ch'è morto, oddio!,
chi a me la vita diè.

DON OTTAVIO
Senti, cor mio, deh! senti,
guardami un solo istante:
ti parla il caro amante
che vive sol per te.

DONNA ANNA
Tu sei... Perdon, mio bene...
l'affanno mio... le pene...
Ah! Il padre mio dov'è?

DON OTTAVIO
Il padre... Lascia, o cara,
la rimembranza amara:
hai sposo e padre in me.

DONNA ANNA
Ah! Vendicar, se puoi,
giura quel sangue ognor.

DON OTTAVIO
Lo giuro agli occhi tuoi,
lo giuro al nostro amor.

DONNA ANNA E DON OTTAVIO
Che giuramento, o dèi!
Che barbaro momento!
Tra cento affetti e cento
vammi ondeggiando il cor.



Adrianne Pieczonka (Donna Anna), Michael Schade (Don Ottavio), dir: Riccardo Muti


Renee Fleming, Paul Groves,
dir: James Levine


Carol Vaness, Jerry Hadley,
dir: James Levine


Isabel Rey, Roberto Sacca,
dir: Nikolaus Harnoncourt


Joan Sutherland, Werner Krenn,
dir: Richard Bonynge


Christine Schäfer, Piotr Beczala,
dir: Daniel Harding

Teresa Stich-Randall, Luigi Alva,
dir: Francesco Molinari-Pradelli

10 novembre 2013

Don Giovanni (5) - "Notte e giorno faticar"

Scritto da Christian

Siamo in piena notte, in una città spagnola (tradizionalmente la vicenda è ambientata a Siviglia). Davanti alla facciata di un palazzo signorile, un uomo si aggira furtivamente. Si tratta di Leporello, servitore di Don Giovanni, "giovane cavaliere estremamente licenzioso" che si è introdotto mascherato nel palazzo del Commendatore per sedurne la figlia, Donna Anna. Leporello ha ricevuto l'incarico di "far da sentinella", e nel frattempo si sfoga manifestando tra sé la propria frustrazione per quell'ingrato compito: è stufo di faticare "notte e giorno" per servire un padrone che "nulla sa gradir", ovvero che non apprezza a sufficienza i suoi sforzi, e sogna di elevarsi a sua volta al rango di "gentiluomo". In quel "E non voglio più servir" si legge tutta l'ambizione e il desiderio di essere al posto di quel padrone che tanto critica.

La situazione precipita quando Don Giovanni, che evidentemente non è riuscito nel suo intento (anche se non sono rari gli allestimenti che, in vario modo, lasciano intendere invece che Donna Anna "ci sia stata" e che soltanto dopo l'atto sessuale abbia deciso di ribellarsi: il libretto, d'altro canto, è volutamente ambiguo, anche quando l'accaduto sarà narrato successivamente dalla stessa Anna), esce dal palazzo, inseguito dalla sua vittima – fattasi "assalitrice da assalita" – che vorrebbe scoprirne l'identità e chiama in proprio soccorso la servitù. La scena culmina con l'arrivo del padre di Anna, il Commendatore, che sfida Don Giovanni a duello. Questi vorrebbe evitare di combattere, ma alla fine non può farne a meno. Il drammatico scontro con le spade, sullo sfondo di una musica sempre più incalzante, termina inevitabilmente con la morte del Commendatore, la cui dipartita è commentata da un sublime trio ("Ah! Soccorso..."), le cui terzine di accompagnamento musicale ispireranno forse Beethoven al momento di comporre il primo movimento della celebre sonata "Al chiaro di luna".

Nel giro di poco più di cinque minuti, l'opera è già decollata: ci ha presentato quattro dei personaggi principali (Don Giovanni, Leporello, Donna Anna e il Commendatore) e con ritmo serrato ci ha offerto lampi di comicità (la cavatina di Leporello), di azione (la fuga di Don Giovanni, il duello) e di dramma (la morte del Commendatore), anticipando parte dei temi successivi e prefigurando molto di ciò che ritroveremo in seguito. Basterebbero cinque minuti come questi, per di più accompagnati da melodie e sfumature di infinita ricchezza, per elevare qualsiasi opera nell'olimpo del teatro lirico.

Il trascolorare drammatico porta a una continua rigenerazione dell’idea musicale, con progressive caratterizzazioni dei personaggi secondo il dipanarsi dell’intreccio. Si prenda la prima scena [...]: subito dopo aver presentato Leporello in sentinella, una fiammata brucia il nucleo di tutta l’azione successiva, cioè la tentata violenza di Donna Anna e l’assassinio del Commendatore. Nel viluppo delle voci, la musica riesce a far vivere in uno stesso punto l’odio, l’ira, lo scorno, la paura e la sfrontatezza. In un breve volgere la scena si svuota, e rimane in terra solo il corpo esanime del Commendatore. Mai opera aveva conosciuto un inizio più folgorante, un ex abrupto capace di soggiogare il pubblico in modo così possente. [...] Tutto è permesso a Mozart, perfino di far convivere, come nell’Inferno dantesco, il gesto più nobile e alato accanto al prosaico linguaggio di Leporello: Francesca da Rimini accanto a Vanni Fucci, Farinata degli Uberti a fianco di Filippo Argenti. Lo strumento prezioso di queste metamorfosi di tono è l’orchestra, il cui ruolo concertante alimenta la scena con un commento esaustivo, rivelando a ogni tratto le diverse sfumature del gioco.
(Alberto Batisti)
Si potrebbe addirittura aggiungere che l'opera non solo inizia, ma finisce già qui. Con l'uccisione del Commendatore, il fato di Don Giovanni è segnato: tutto ciò che seguirà non sarà altro che un "prendere tempo" in attesa del giudizio finale. Di fatto, se un ardito regista volesse realizzare un "Don Giovanni" in versione "bignami", potrebbe benissimo saltare direttamente alla scena del cimitero (a metà del secondo atto) e poi al finale. Certo, così si perderebbero tante trovate geniali, tanta musica bellissima, tante avventure comiche (lo scambio servo-padrone) o drammatiche, nelle quali però i personaggi recitano i loro ruoli senza concludere veramente nulla (Da Ponte avrebbe potuto benissimo allungare il libretto a piacimento, inserendo tanti altri episodi dongiovanneschi), in attesa di una conclusione che è già scritta.

In un'improbabile scena del film "Io, Don Giovanni" di Carlos Saura, Mozart (Lino Guanciale) e Da Ponte (Lorenzo Balducci) discutono proprio di questo incipit. Dico "improbabile" perché sembra suggerire che molti elementi (compresi i personaggi stessi di Leporello o del Commendatore) vengano ideati dal librettista sull'istante, quando invece facevano già parte delle versioni tradizionali della vicenda:


Nel recitativo che segue, Leporello e Don Giovanni abbandonano il palco, lasciando spazio al ritorno di Donna Anna e all'ingresso di Don Ottavio. Nello scambio di battute fra servitore e padrone, prima di dileguarsi, troviamo una delle tante gag che ancora oggi fanno ridere parecchio il pubblico ("Chi è morto, voi o il vecchio?"), a dimostrazione che la comicità non ha età, nonché un primo timido – ma neppure tanto – tentativo di Leporello di ribellarsi al suo signore, disapprovandone apertamente il comportamento ("Bravo! Due imprese leggiadre..."). Ciò nonostante, il servo non avrà mai il coraggio di abbandonarlo al suo destino e, anzi, resterà al suo fianco fino alla fine (tentando persino di salvarlo dalla vendetta soprannaturale del Convitato di Pietra, quando interverrà nel finale per rifiutarne l'invito con un goffo "Tempo non ha, scusate...").

Clicca qui per il testo del brano.

LEPORELLO
Notte e giorno faticar,
per chi nulla sa gradir,
piova e vento sopportar,
mangiar male e mal dormir.
Voglio far il gentiluomo
e non voglio più servir...
Oh che caro galantuomo!
Vuol star dentro colla bella,
ed io far la sentinella!
Voglio far il gentiluomo
e non voglio più servir...
Ma mi par che venga gente;
non mi voglio far sentir.

(Si ritira. Don Giovanni esce dal palazzo del Commendatore inseguito da Donn'Anna; cerca di coprirsi il viso ed è avvolto in un lungo mantello.)

DONNA ANNA
(trattenendo Don Giovanni)
Non sperar, se non m'uccidi,
ch'io ti lasci fuggir mai!

DON GIOVANNI
(sempre cercando di celarsi)
Donna folle! indarno gridi,
chi son io tu non saprai!

LEPORELLO
(fra sé)
Che tumulto! Oh ciel, che gridi!
Il padron in nuovi guai.

DONNA ANNA
Gente! Servi! Al traditore!

DON GIOVANNI
Taci e trema al mio furore!

DONNA ANNA
Scellerato!

DON GIOVANNI
Sconsigliata!

LEPORELLO
Sta a veder che il libertino
mi farà precipitar!

DONNA ANNA
Come furia disperata
ti saprò perseguitar!

DON GIOVANNI
Questa furia disperata
mi vuol far precipitar!

IL COMMENDATORE
(con spada e lume)
Lasciala, indegno!
Battiti meco!

(Donn'Anna, udendo la voce del padre, lascia Don Giovanni ed entra in casa.)

DON GIOVANNI
Va, non mi degno
di pugnar teco.

IL COMMENDATORE
Così pretendi da me fuggir?

LEPORELLO
Potessi almeno di qua partir!

DON GIOVANNI
Misero, attendi, se vuoi morir!

(Si battono. Il Commendatore è mortalmente ferito.)

IL COMMENDATORE
Ah, soccorso! son tradito!
L'assassino m'ha ferito,
e dal seno palpitante
sento l'anima partir.

DON GIOVANNI
Ah, già cade il sciagurato,
affannoso e agonizzante,
già dal seno palpitante
veggo l'anima partir.

LEPORELLO
Qual misfatto! qual eccesso!
Entro il sen dallo spavento
palpitar il cor mi sento!
Io non so che far, che dir.

Clicca qui per il testo del recitativo che segue.

DON GIOVANNI
Leporello, ove sei?

LEPORELLO
Son qui per mia disgrazia; e voi?

DON GIOVANNI
Son qui.

LEPORELLO
Chi è morto, voi, o il vecchio?

DON GIOVANNI
Che domanda da bestia! Il vecchio.

LEPORELLO
Bravo: due imprese leggiadre! Sforzar la figlia, ed ammazzar il padre.

DON GIOVANNI
L’ha voluto, suo danno.

LEPORELLO
Ma Donn’Anna, cosa ha voluto?

DON GIOVANNI
Taci, non mi seccar; vien meco se non vuoi qualche cosa ancor tu!

LEPORELLO
Non vo’ nulla, signor, non parlo più.

(Partono.)



Veniamo alle clip musicali. In circolazione ci sono così tante versioni di quest'opera, che selezionarne solo alcune è per forza di cose doloroso. Invito dunque tutti ad andare per conto proprio alla ricerca dell'edizione preferita, e consiglio in particolare la visione del bel film di Joseph Losey ("Don Giovanni", del 1979), con la direzione di Lorin Maazel e un cast che comprende, fra gli altri, Ruggero Raimondi, Kiri Te Kanawa, Jose Van Dam ed Edda Moser.


Ferruccio Furlanetto (Leporello), Bryn Terfel (Don Giovanni), Renee Fleming (Donna Anna),
Sergei Koptchak (Commendatore), dir: James Levine (2000)


Stafford Dean, Thomas Allen, Makvala Kasrashvili, Gwynne Howell, dir: Colin Davis (1988)


Otto Edelmann, Cesare Siepi, Elisabeth Grummer, Deszo Ernster, dir: Wilhelm Furtwängler (1954)


Sesto Bruscantini, Nicolaj Ghiaurov, Gundula Janowitz, Dimitri Petkov,
dir: Carlo Maria Giulini (1970)

Donald Gramm, Gabriel Bacquier, Joan Sutherland, Clifford Grant, dir: Richard Bonynge (1968)


Infine, una rara versione cantata in tedesco, e due allestimenti "moderni" e forse discutibili:


Rudolf Asmus (Leporello), György Melis (Don Giovanni), Klara Barlow (Donna Anna), Herbert Rössler (Commendatore), dir: Zdenek Kosler (1966)


José Fardilha, Pietro Spagnoli, Myrtò Papatanasiu, Mario Luperi, dir: Ingo Metzmacher (2007)

Ildebrando D'Arcangelo, Thomas Hampson, Christine Schäfer, Robert Lloyd, dir: Daniel Harding (2006)

5 novembre 2013

Don Giovanni (4) - Il seduttore sedotto

Scritto da Marisa

Per affrontare la figura di Don Giovanni, senza cadere in un facile moralismo di condanna o in un'acritica esaltazione dell'anarchica libertà di un personaggio al di sopra della legge, bisogna riconoscere in lui l'uomo posseduto da un'immagine archetipica e quindi aver ben presente il concetto di “archetipo”, non nel modo confuso e vago in cui di solito viene utilizzato, ma nel senso che il suo formulatore, Jung, ha intuito e riconosciuto, chiarendolo lungo tutto l'arco delle sue opere: “espressione psichica di una determinata disposizione anatomo-fisiologica”.
Il nucleo profondo dell'archetipo è inscritto nella natura stessa dell'uomo e svolge per le funzioni psichiche lo stesso ruolo della base istintuale che regola il comportamento degli animali, il loro corteggiamento amoroso, fare il nido, la migrazione, ecc. Elémire Zolla scrive che l'archetipo “non è un concetto, ma una energia plastica, generativa”. Di per sé inconoscibile e solo ipotizzabile, l'archetipo si rende manifesto e quindi riconoscibile solo attraverso le immagini primordiali, i temi che alimentano certi sogni, i miti, le leggende e irrompe direttamente nel comportamento negli stati in cui la barriera tra conscio e inconscio si assottiglia, come negli stati di esaltazione e di inflazione o ancor più pericolosamente nelle psicosi, quando tale barriera addirittura scompare.

Ognuno di noi, seppure inconsciamente, vive dentro un mitologema prevalente ed è più vicino a un gruppo di miti analoghi (ad esempio quelli dell'eroe o del fanciullo divino o del senex...), ma è raro vedere qualcuno identificato col proprio nucleo archetipico perché la coscienza media e soprattutto cerca di allargare il campo includendo aspetti di altri mitologemi per raggiungere un maggiore equilibrio ed armonia. È molto pericoloso infatti incarnare un solo mito perché si diventa necessariamente monomaniaci ed esaltati, che si tratti di Eros (come in questo caso), di Zeus (Cesar, Zar...) come rappresentante del potere supremo, o di qualsiasi altra divinità. Anche l'esaltazione mistica o spirituale può staccare dall'umano e diventare pericolosa. Sul tempio di Apollo a Delphi, oltre alla famosa frase “Conosci te stesso”, ce n'era un'altra poco ricordata, ”Niente di troppo”, che indica saggiamente la necessità della moderazione e dei limiti in tutto. Don Giovanni ignora totalmente tali limiti ed è completamente posseduto dal proprio demone.

La differenza più importante del Don Giovanni di Mozart da tutte le altre rappresentazioni che gli si accostano o a cui Mozart stesso e Da Ponte si sono ispirati (quello di Molière o "L'ateista fulminato" o "El Burlador de Sevilla" o "Le Festin de pierre") consiste, secondo me, proprio nel fatto che nelle altre opere si possono individuare dei personaggi storici reali come modelli di vita dissoluta (primo tra tutti il duca di Guisa) e questo rende necessario un esame storico-sociale e quindi etico del personaggio mentre qui, soprattutto grazie alla musica divina che libera dalla sgradevolezza della cronaca, l'uomo posseduto dall'archetipo balza direttamente in azione trascinadoci su un piano che necessita di altre categorie di comprensione: il piano mitico per l'appunto. “Chi vive prossimo al suo archetipo”, dice Elémire Zolla, “è al massimo della vitalità, demonico, paradigmatico e del tutto dimentico delle condizioni materiali che lo circondano e ne compongono l'apparenza sensibile” e Don Giovanni ne è un fulminante esempio. Ci affascina e ci sconcerta là dove la nostra coscienza ci intralcia e ci protegge, vive pericolosamente là dove la nostra fantasia e il nostro desiderio affondano, perché il nostro Io più strutturato, per fortuna, ci frena e ci ripiega in voli meno alti, ma più consapevoli e responsabili, in una atmosfera più vivibile e duratura. Ovviamente lui pagherà un prezzo altissimo al suo impeto gioioso, ma che sia una disgrazia sembra ancora una volta a noi, che abbiamo anche del tempo un vissuto assolutamente diverso da chi vive incarnando un archetipo.

A lui che importa durare? La sua ascesa è esistenza;
avanza senza posa ed entra in costellazioni sempre nuove
del suo costante pericolo. Chi lo rintaccerebbe là?
Ma il Destino a un tratto entusiasta, lui, che cupo tace di noi
lo canta nella tempesta del suo mondo fragoroso.
Così Rilke nella VI Elegia, quella dove celebra gli eroi. E Don Giovanni, a modo suo, è un eroe; per lo meno ne condivide il destino di assoluta dedizione a una impresa, compreso il sacrificio finale, senza cedimenti, per la stessa causa per cui si è vissuto. La morte è lo sfondo necessario per chi arde nella fiamma dell'attimo.

Ma qual è finalmente lo specifico di Don Giovanni, la qualità che lo rende unico e nello stesso tempo un “tipo”, cioè il rappresentante di un aspetto collettivo e perciò così emozionante per tutti tanto da assurgere a incarnazione di un archetipo?
Indubbiamente siamo nel dominio di Eros, il Nume-Demone più forte di tutto l'Olimpo, dietro la sua apparente fragilità di leggiadro fanciullo alato, figlio amato della potentissima Afrodite, dea della fecondità e del desiderio sessuale per antonomasia, suo braccio armato e suo diretto emissario. Ricordo che l'iconografia del fanciullo bendato, alato e armato di frecce, che imperversa nei biglietti di San Valentino, è del tutto secondaria rispetto all'immagine che di Eros ci consegnano i miti orfici ed Esiodo, in cui Eros viene riconosciuto come il primogenito di tutti gli dei, il luminoso Phanes nato dall'uovo primordiale deposto dalla Notte dalle nere ali, vero motore della vita di tutto l'universo. Che Freud abbia riconosciuto proprio nel desiderio sessuale la molla più potente di tutta la struttura psichica è roba ormai di dominio popolare e perciò non mi dilungherò a ricordarne l'effetto pervasivo e determinante per tutto lo sviluppo della personalità. Ma Don Giovanni non è solo uno che vuole realizzare il rapporto sessuale in modo compulsivo e diretto, così come gli animali quando sono presi dall'estro. Don Giovanni ha un rapporto molto speciale con il femminile, anzi con “l'eterno femminino”, come direbbe Goethe, ed è questa particolare corrispondenza col femminile che lo rende speciale e irresistibile.

Quando Leporello, visti i pasticci spesso pericolosi in cui si caccia, lo invita a lasciar le donne, lui risponde, affermando così la sua vera natura: “Lasciar le donne? Pazzo! Sai ch'elle per me son necessarie più del pan che mangio, più dell'aria che respiro!” Dunque si tratta di necessità primaria e questo indica uno stato di possessione e dipendenza, ancor più della droga per un drogato e di una abitudine inveterata, che, per quanto radicata, può comunque attenuarsi o correggersi. Don Giovanni è consapevole che nel rapporto con le donne si esplica la sua vera natura; il femminile è l'elemento vitale entro cui si muove e vive.
Questa assoluta necessità fa di lui un uomo sempre “sedotto”, cioè non libero (ritorneremo più avanti sul problema della libertà), ma trascinato verso di sé (se-dotto), irretito dal fascino esercitato su di lui dall'elemento femminile.

A sua volta egli fa un grande dono alle donne e questo spiega l'irresistibilità del suo fascino: esalta in ognuna, con intuito infallibile, quell'elemento particolare che la rende unica e squisitamente femminile, sì da dare l'illusione di essere finalmente e veramente colta nella propria vera essenza e valorizzata, “amata” in modo esclusivo e speciale. Il famoso catalogo, compilato con estrema solerzia da un Leporello del tutto in ammirazione delle prodezze del padrone come può prendere appunti un allievo di fronte alle lezioni di un grande maestro, testimonia il grande talento di Don Giovanni nell'esaltare in ogni donna la specifica qualità, elemento che la rende irresistibile e portatrice di una femminilità particolare e preziosa.
Egli, in realtà, fa da specchio e rivela alla donna quell'aspetto e sfaccettatura del suo fascino che nessun uomo aveva saputo cogliere e che nemmeno lei stessa conosceva, perché la quintessenza del fascino si può rivelare solo attraverso gli occhi innamorati di un altro, in un particolare stato di grazia e in consonanza con il desiderio occulto di essere riconosciuti ed amati come “unici al mondo”.

Va da sé che la fedeltà è tutt'altra cosa e, quando questa esigenza compare, Don Giovanni non può che defilarsi e deludere amaramente, proprio perché la sua specificità è il cogliere e rivelare alla donna stessa il suo particolare profumo femminile, gustandolo ovviamente per primo, ma deve subito correre attratto dagli altri innumerevoli profumi, che aspettano di essere esaltati e gustati...

Se nel catalogo leggiamo l'elenco delle sue imprese, possiamo invece vederlo direttamente all'opera in tre momenti dello spettacolo e assistere all'effetto che può fare a una donna la sua arte seduttiva, anche se in quanto a risultati lui stesso deve ammettere che sono scarsi, tanto che sembra che il “demonio si diverta d'opporsi ai piacevoli progressi”: con Zerlina nel giorno stesso del suo matrimonio, con Donna Elvira per una necessità improvvisa di recupero e con la cameriera con una languida ed irresistibile serenata, capolavoro irraggiugibile del canto di desiderio finalizzato ad accendere l'immediata risposta di qualsiasi donna... Riguardo a Donna Anna, lo vediamo già in fuga e possiamo solo intuire l'effetto che ha avuto dal successivo comportamento di lei; ma di tutte queste situazioni parleremo trattando i singoli personaggi femminili.

Che lo specifico di Don Giovanni sia accendere il desiderio, non il soddisfarlo, è evidente in tutto il suo comportamento; la sua genialità si consuma nell'approccio iniziale, nella seduzione romantica e non nella ripetitività e nella durata. Non si vanta, come lo stereotipo del maschio potente, della durata dei suoi rapporti sessuali, di come lo fa, ecc..., ma di quanti desideri accende e il suo massimo godimento è nell'inizio. Non per niente “sua passion predominante è la giovin principiante”, del tutto inesperta e pronta ad accendersi alla speranza d'amore.

Rainer Maria Rilke, poeta quanto mai raffinato nell'indagine dei moti più segreti dell'anima, dedica due brevi liriche a Don Giovanni: “L'infanzia di Don Giovanni” e “L'elezione di Don Giovanni”, entrambe del 1908. Bisogna sempre stare molto attenti a quello che scrive Rilke perché ha la visione profonda di colui al quale si rivelano squarci di verità come lampi nella notte.

Riporto “L'elezione di Don Giovanni”:
E l'angelo a lui venne e disse: Dedica
a me tutto te stesso. È questo il mio comando.
Ho bisogno di un uomo che più degli altri sappia
alle donne più dolci al suo fianco
render la vita amara. Non che tu ami meglio
(non interrompermi: tu sbagli);
pure, tu ardi, e sta scritto che tu
condurrai molte donne a quella solitudine
cui apre la via questa porta profonda. Lascia entrare
quelle che ti ho assegnate, perché crescendo vincano Eloisa
nell'altezza e nel grido.
Per il poeta dunque Don Giovanni è un eletto e un condannato allo stesso tempo, perché come tutti gli eletti, non può sfuggire al suo destino, pena il tradimento della parte più autentica e intima di sé stesso. L'angelo che arriva, come Gabriele a Maria, gli reca non un messaggio, ma un vero comando e lo marchia per sempre in un destino irrevocabile: attraverso il suo ardore condurre le donne a quella conoscenza d'amore che, proprio perché destinata a essere insoddisfatta, potrà portarle ad una raffinatezza del sentire e a quella superiorità dell'anima, cui si può accedere solo col superamento doloroso di un amore non soddisfatto nella carne, spostando il confine più in là. È questa una tematica cara a Rilke e che approfondirà soprattutto nelle grandi Elegie facendo l'elogio delle eroine d'amore non corrisposte (Eloisa, Gaspara Stampa, ecc...).

Sotto questa luce Don Giovanni, come Mefistofele per Goethe, diventa un possibile artefice dello sviluppo mistico dell'anima attraverso un inizio e un'intenzione del tutto opposti. E lui stesso è vittima di un destino non scelto ma come “comandato”, in piena possessione dell'Archetipo dunque.