23 giugno 2017

Così fan tutte (12) - "Alla bella Despinetta"

Scritto da Christian

Torna ora in scena Don Alfonso, impegnato a preparare il terreno per l'apparizione di Guglielmo e Ferrando travestiti. Il filosofo manifesta, come suo solito, ironia e sarcasmo di fronte alla situazione e all'atteggiamento delle due dame ferraresi ("Che silenzio! Che aspetto di tristezza spirano queste stanze! Poverette! Non han già tutto il torto: bisogna consolarle"), ma in lui c'è anche un'ombra di preoccupazione. Nei suoi piani, finora, non ha preso in considerazione la cameriera Despina, di cui ben conosce l'astuzia ("Quella furba potrebbe riconoscerli; potrebbe rovesciarmi le macchine"). Decide allora di risolvere il problema facendosela alleata, mettendola "in parte a parte del secreto": vale a dire, promettendole una mancia se lo aiuterà a far sì che il tentativo di seduzione dei due misteriosi forestieri vada a buon fine (senza rivelarle, però, che si tratta dei due ufficiali travestiti).

Fra i due personaggi, lo vedremo, c'è una certa comunanza di intenti e di filosofie. Ma nonostante Don Alfonso si mostri affabile nei suoi confronti, chiamandola persino con un vezzeggiativo ("Despinetta"), e nonostante entrambi condividano la propensione a prendersi gioco delle esagerazioni delle due fanciulle (autrici di "pianti e deliri" per Alfonso, addirittura chiamate "quelle buffone" da Despina), fra i due cospiratori c'è – almeno inizialmente – un po' di diffidenza, dovuta senza dubbio anche alle differenze (di età, di sesso, di stato sociale) che li separano. Questo è evidente dal loro primo scambio di battute.

DON ALFONSO
Despina mia, di te
Bisogno avrei.


DESPINA
Ed io niente di lei.

DON ALFONSO
Ti vo' fare del ben.

DESPINA
A una fanciulla
Un vecchio come lei non può far nulla.
A parte l'insinuazione a sfondo sessuale ("fare del bene", anche in tedesco, nel Settecento era una formula usata per dire "ingravidare"), c'è da notare che Mozart modificò leggermente questo dialogo per renderlo più frizzante.
Le idee di critica sociale presenti in forma larvata nel libretto non sono sfuggite a Mozart, che al contrario ha tentato di dar loro risalto. All'epoca di «Così fan tutte» a Mozart si erano aperti gli occhi sul mondo, avvertiva ingiustizie che prima non rilevava, il suo modo di guardare alle cose era di un bel po' più amaro. Qui solo Despina appartiene a uno strato sociale inferiore. È meno coinvolta quindi nel continuum musicale. Rispetto al flusso malizioso eppur sempre elegiaco della musica non si pone in un contrasto ribelle – al contrario i suoi pezzi solistici risultano più convenzionali di quelli degli altri personaggi – e tuttavia Mozart si è dedicato a lei in un altro modo, l'ha dotata di una sua personale comicità, non è tanto una burlona quanto una briccona raffinata. Dalle divergenze tra libretto e partitura risulta che Mozart si è occupato con particolare gusto delle sue battute. Alla frase di Don Alfonso «Ti vo fare del ben», Despina rispondeva con Da Ponte «Non n'ho bisogno, un uomo come lei non può far nulla». Mozart ha modificato la risposta mettendola anche in rima: «A una fanciulla / un vecchio come lei non può far nulla».
(Wolfgang Hildesheimer)
Don Alfonso rabbonisce Despina elargendole una moneta d'oro ("uno zecchinetto") e promettendole inoltre "una mancia di venti scudi" a impresa riuscita. La cameriera accetta subito la proposta ("È l'oro il mio giulebbe", dice. Il giulebbe era uno sciroppo dolcissimo di frutta e fiori; per estensione, il termine indica una cosa molto gradita). Ricordiamo che la scommessa con Guglielmo e Ferrando è di cento zecchini. Non so a quanti scudi corrispondesse uno zecchino (è difficile stabilirlo, anche perché a quei tempi circolavano differenti tipi di monete a seconda della zecca di origine). Da alcune tabelle che ho trovato in rete, risalenti però a inizio Ottocento, sembra che uno zecchino valesse il doppio di uno scudo. Quindi Alfonso sta riservando alla cameriera circa il 10% del valore della scommessa: direi che è abbastanza onesto.

Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

DON ALFONSO
Che silenzio! Che aspetto di tristezza
Spirano queste stanze! Poverette!
Non han già tutto il torto:
Bisogna consolarle; infin che vanno
I due creduli sposi,
Com'io loro commisi,
A mascherarsi,
Pensiam cosa può farsi.
Temo un po' per Despina; quella furba
Potrebbe riconoscerli; potrebbe
Rovesciarmi le macchine. Vedremo
Se mai farà bisogno
Un regaletto a tempo; un zecchinetto
Per una cameriera è un gran scongiuro.
Ma per esser sicuro, si potria
Metterla in parte a parte del secreto.
Eccellente è il progetto;
La sua camera è questa.
(batte)
Despinetta!

DESPINA
Chi batte?

DON ALFONSO
Oh!

DESPINA
Ih!
(esce dalla sua stanza)

DON ALFONSO
Despina mia, di te
Bisogno avrei.

DESPINA
Ed io niente di lei.

DON ALFONSO
Ti vo' fare del ben.

DESPINA
A una fanciulla
Un vecchio come lei non può far nulla.

DON ALFONSO
(mostrandole una moneta d'oro)
Parla piano ed osserva.

DESPINA
Me la dona?

DON ALFONSO
Sì, se meco sei buona.

DESPINA
E che vorrebbe?
È l'oro il mio giulebbe.

DON ALFONSO
Ed oro avrai,
Ma ci vuol fedeltà.

DESPINA
Non c'è altro? Son qua.

DON ALFONSO
Prendi ed ascolta.
Sai che le tue padrone
Han perduto gli amanti.

DESPINA
Lo so.

DON ALFONSO
Tutti i lor pianti,
Tutti i deliri loro ancor tu sai.

DESPINA
So tutto.

DON ALFONSO
Or ben: se mai
Per consolarle un poco
E trar, come diciam,
Chiodo, per chiodo,
Tu ritrovassi il modo
Da metter in lor grazia
Due soggetti di garbo
Che vorrieno provar, già mi capisci,
C'è una mancia per te
Di venti scudi,
Se li fai riuscir.

DESPINA
Non mi dispiace
Questa proposizione.
Ma con quelle buffone ... basta, udite:
Son giovani? Son belli? E, sopra tutto,
Hanno una buona borsa
I vostri concorrenti?

DON ALFONSO
Han tutto quello
Che piacer può alle donne di giudizio.
Li vuoi veder?

DESPINA
E dove son?

DON ALFONSO
Son lì;
Li posso far entrar?

DESPINA
Direi di sì.



foto: Pietro Paolini

Al dialogo fra Don Alfonso e Despina segue un grande sestetto, il primo momento dell'opera in cui tutti i sei personaggi si trovano in scena contemporaneamente, talmente lungo e articolato da parere quasi un finale d'atto. Il filosofo fa entrare i due "soggetti di garbo" che dovranno tentare di sedurre Fiordiligi e Dorabella, presentandoli a Despina (anche per verificare che i loro travestimenti siano efficaci: "Se costei non ci ravvisa, non c'è più nessun timor"). Guglielmo e Ferrando si presentano acconciati all'orientale, con tanto di mustacchi e di turbanti. È un travestimento che evidentemente funziona, anche se è volutamente ridicolo e teatrale (gli abiti esotici erano quasi un cliché della commedia e dell'opera buffa del Settecento e del primo Ottocento, si pensi nuovamente a Goldoni – per esempio a "La famiglia dell'antiquario" – ma anche al successivo "La pietra del paragone" di Rossini) e provoca nella cameriera (e di certo anche negli spettatori) stupore misto a risa. Era naturalmente necessario "esagerare" con il trucco per fare in modo che le loro dame non li riconoscessero, ma sembra quasi che i due ufficiali abbiano fatto apposta ad addobbarsi in maniera talmente goffa, inverosimile e sopra le righe per apparire poco "appetibili" alle loro promesse spose, come se in fondo al cuore, nonostante le tante spacconate, avessero un briciolo di timore di poter perdere la scommessa ("Hanno un muso fuor dell'uso, vero antidoto d'amor", li rassicura Despina). Certo, il fatto che le due sorelle non li sappiano riconoscere, come suggerisce Daniel Heartz, "potrebbe significare anche che nessuna di loro ha mai realmente osservato da vicino il proprio fidanzato (forse dovendo accontentarsi di un ritratto?)".

In base alla foggia del loro abbigliamento, la cameriera si domanda se i due stranieri siano "turchi" o "vallacchi" (la Vallacchia è una regione della Romania). Soltanto verso la conclusione dell'opera, il libretto ci confermerà che si tratta invece di albanesi (e in effetti a quel tempo l'Albania, come anche la Romania, si trovava da secoli sotto il dominio turco). Perché Da Ponte non chiarisce la questione prima? È possibile che un brano in cui i due si presentavano come "nobili albanesi" fosse stato previsto a questo punto, durante il sestetto o magari subito dopo, e che per esigenze musicali Mozart si sia trovato costretto ad eliminarlo. Ne rimane però una traccia nel finale del secondo atto, quando Ferrando, tornato nei propri abiti e rivolgendosi a Fiordiligi, farà il verso a sé stesso ("A voi s'inchina, bella damina, il cavaliere dell'Albania"), probabilmente riecheggiando la melodia della sezione espunta.

Quando Fiordiligi e Dorabella irrompono nella stanza, intimano subito a Despina di cacciare i due stranieri sconosciuti. Questi non perdono tempo a gettarsi ai piedi delle due dame e a iniziare il loro "corteggiamento", che con queste modalità improvvisate è ovviamente destinato a fallire. Despina e Don Alfonso hanno ben poco da preoccuparsi della reazione delle ragazze ("Mi dà un poco di sospetto quella rabbia e quel furor"): che cosa si aspettavano?

Clicca qui per il testo di "Alla bella Despinetta".

(Don Alfonso fa entrar gli amanti, che son travestiti.)

DON ALFONSO
Alla bella Despinetta
Vi presento, amici miei;
Non dipende che da lei
Consolar il vostro cor.

FERRANDO E GUGLIELMOuil
(con tenerezza affettata)
Per la man, che lieto io bacio,
Per quei rai di grazia pieni,
Fa che volga a me sereni
I begli occhi il mio tesor.

DESPINA
(ridendo, da sè)
Che sembianze! Che vestiti!
Che figure! Che mustacchi!
Io non so se son Valacchi
O se Turchi son costor.

DON ALFONSO
(piano, a Despina)
Che ti par di quell'aspetto?

DESPINA
Per parlarvi schietto schietto,
Hanno un muso
Fuor dell'uso,
Vero antidoto d'amor.

FERRANDO, GUGLIELMO E DON ALFONSO
(sottovoce)
Or la cosa è appien decisa;
Se costei non ci ravvisa,
Non c'è più nessun timor.

FIORDILIGI E DORABELLA
(di dentro)
Ehi, Despina! Olà, Despina!

DESPINA
Le padrone!

DON ALFONSO
(a Despina)
Ecco l'istante!
Fa con arte; io qui m'ascondo.
(Si ritira.)

FIORDILIGI E DORABELLA
(escono dalla loro stanza)
Ragazzaccia tracotante,
Che fai lì con simil gente?
Falli uscire immantinente,
O ti fo pentir con lor.

DESPINA, FERRANDO E GUGLIELMO
(Tutti tre s'inginocchiano.)
Ah, madame, perdonate!
Al bel piè languir mirate
Due meschin, di vostro merto
Spasimanti adorator.

FIORDILIGI E DORABELLA
Giusti numi! Cosa sento?
Dell'enorme tradimento,
Chi fu mai l'indegno autor?

DESPINA, FERRANDO E GUGLIELMO
Deh, calmate quello sdegno!

FIORDILIGI E DORABELLA
Ah, che più non ho ritegno!
Tutta piena ho l'alma in petto
Di dispetto
E di terror!

DESPINA E DON ALFONSO
(da sè)
Mi dà un poco di sospetto
Quella rabbia e quel furor.

FERRANDO E GUGLIELMO
(da sè)
Qual diletto
È a questo petto
Quella rabbia e quel furor!

FIORDILIGI E DORABELLA
(da sè)
Ah, perdon, mio bel diletto;
Innocente è questo cor.

Clicca qui per il testo del recitativo che segue.

DON ALFONSO
(dalla porta)
Che sussurro! Che strepito!
Che scompiglio è mai questo! Siete pazze,
Care le mie ragazze?
Volete sollevar il vicinato?
Cos'avete? Ch'è nato?

DORABELLA
(con furore)
Oh ciel! Mirate:
Uomini in casa nostra.

DON ALFONSO
(senza guardarli)
Che male c'è?

FIORDILIGI
(con fuoco)
Che male? In questo giorno?
Dopo il caso funesto?

DON ALFONSO
Stelle! Sogno, o son desto!
Amici miei, miei dolcissimi amici!
Voi qui? Come? Perchè? Quando?
In qual modo?
Numi! Quanto ne godo!
(piano a Ferrando e Guglielmo)
Secondatemi.

FERRANDO
Amico Don Alfonso!

GUGLIELMO
Amico caro!
(Si abbracciano con trasporto.)

DON ALFONSO
Oh bella improvvisata!

DESPINA
Li conoscete voi?

DON ALFONSO
Se li conosco?
Questi sono i più dolci amici
Ch'io mi abbia in questo mondo
E vostri ancor saranno.

FIORDILIGI
E in casa mia che fanno?

GUGLIELMO
Ai vostri piedi
Due rei, due delinquenti, ecco, Madame!
Amor...

DORABELLA
Numi, che sento!
(Le donne si ritirano, essi le inseguono.)

FERRANDO
Amor, il nume
Sì possente per voi, qui ci conduce.

GUGLIELMO
Vista appena la luce
Di vostre fulgidissime pupille,...

FERRANDO
...che alle vive faville,...

GUGLIELMO
...farfalette amorose agonizzanti,...

FERRANDO
...vi voliamo davanti...

GUGLIELMO
...ed ai lati ed a retro...

FERRANDO E GUGLIELMO
...per implorar pietade in flebil metro.

FIORDILIGI
Stelle! Che ardir!

DORABELLA
Sorella, che facciamo?




Claudio Desderi (Don Alfonso), Adelina Scarabelli (Despina), Josef Kundlak (Ferrando),
Alessandro Corbelli (Guglielmo), Daniela Dessì (Fiordiligi), Delores Ziegler (Dorabella)
dir: Riccardo Muti (1989)


Paolo Montarsolo (Don Alfonso), Teresa Stratas (Despina), Luis Lima (Ferrando),
Ferruccio Furlanetto (Guglielmo), Edita Gruberova (Fiordiligi), Delores Ziegler (Dorabella)
dir: Nikolaus Harnoncourt (1988)


Nicolas Rivenq (Don Alfonso), Ainhoa Garmendia (Despina), Topi Lehtipuu (Ferrando),
Luca Pisaroni (Guglielmo), Miah Persson (Fiordiligi), Anke Vondung (Dorabella)
dir: Iván Fischer (2006)


Walter Berry (Don Alfonso), Olivera Miljaković (Despina), Luigi Alva (Ferrando),
Hermann Prey (Guglielmo), Gundula Janowitz (Fiordiligi), Christa Ludwig (Dorabella)
dir: Karl Böhm (1970)


Claudio Nicolai, Eirian James, Rainer Trost, Rodney Gilfry, Amanda Roocroft, Rosa Mannion, dir: John Eliot Gardiner (1992)

Roman Trekel, Daniela Bruera, Werner Güra, Hanno Müller-Brachmann, Dorothea Röschmann, Katharina Kammerloher, dir: Daniel Barenboim (2002)

Nel recitativo seguente, dopo che Don Alfonso – che simula di arrivare solo in questo momento – finge di conoscere i due misteriosi visitatori ("Questi sono i più dolci amici ch'io mi abbia in questo mondo", dunque amici anche più cari di Guglielmo e Ferrando!) e tenta di ingraziarli presso le due sorelle, naturalmente senza rivelarne i nomi (anche in questo caso, sarà solo nel finale del secondo atto che verremo a conoscenza del fatto che i due si chiamano... Tizio e Sempronio!), gli albanesi si lanciano nel secondo tentativo di seduzione. È un recitativo accompagnato ("Amor...") di grande trasporto, che in un crescendo di frasi fintamente poetiche e romantiche, sfiora la parodia in maniera talmente evidente ("Farfalette amorose agonizzanti...", "Vi voliamo davanti...", "Ed ai lati ed a retro...") da lasciarci stupiti del fatto che nessuno, sulla scena (sorelle comprese!), scoppi in una sonora risata. Al contrario, segue subito una delle arie più imperiose e drammatiche dell'opera, il celebre "Come scoglio" di Fiordiligi.
La consapevolezza del gioco, in Da Ponte e in Mozart, è lucidissima. Già nel libretto, per esempio, la cerimonia del finto corteggiamento da parte di Ferrando e di Guglielmo segue schemi lessicali nei quali è agevole riconoscere burlevoli echi della polemica antibarocca (e antimelodrammatica) già propria di certa Arcadia di primo Settecento. Tali «smorfie del secolo passato», come le definirà significativamente Don Alfonso, costituiscono uno dei momenti della parodia stilistica che caratterizza la lunga commedia della finzione amorosa.
(Francesco Degrada)


Claudio Desderi (Don Alfonso), Josef Kundlak (Ferrando), Alessandro Corbelli (Guglielmo),
Daniela Dessì (Fiordiligi), Delores Ziegler (Dorabella), Adelina Scarabelli (Despina)
dir: Riccardo Muti (1989)

20 giugno 2017

Così fan tutte (11) - "In uomini, in soldati"

Scritto da Christian

Nel gioco di simmetrie di "Così fan tutte", Despina è la controparte femminile di Don Alfonso, nonché la sua naturale alleata. Nonostante le differenze di età e di stato sociale (lei una giovane cameriera, lui un anziano letterato), le loro filosofie hanno numerosi punti in comune, primo fra tutti quello di prendere la vita "come viene", con pragmatismo e magari con leggerezza. Come Alfonso, anche Despina teorizza l'infedeltà femminile, ma per motivi diversi. Quando, dopo aver appreso la ragione del turbamento di Fiordiligi e Dorabella (ossia la partenza dei promessi sposi) e aver riso della loro preoccupazione ("Non c'è altro? Ritorneran"), invita le padrone ad approfittarne per "divertirsi" (e a "far all'amor come assassine": il termine "assassine" è usato qui nel significato di "inebriate", avendo origine dalla parola hashish), intende riportare su un piano più normale e quotidiano quello che alle due donne pare un dramma senza speranza.

Brave! Vi par, ma non è ver; ancora
Non vi fu donna che d'amor sia morta.
Per un uomo morir! Altri ve n'hanno
Che compensano il danno.
[...]
Han gli altri ancora
Tutto quello ch'han essi.
Un uomo adesso amate,
Un altro n'amerete;
Uno val l'altro,
Perchè nessun val nulla.
Da questo punto di vista, la spregiudicata e maliziosa leggerezza di Despina può apparire come una diretta conferma delle teorie di Don Alfonso. Ma in realtà il suo ruolo è soprattutto quello di ristabilire una sorta di par condicio: finora si è discettato di infedeltà femminile, e l'intero assunto dell'opera (sin dal titolo!) sta proprio nel darne una dimostrazione. Eppure, afferma Despina, anche gli uomini sono parimenti infedeli per natura (un concetto, questo, che in Don Alfonso è invece assente: per il filosofo il tema stesso della fedeltà e dell'infedeltà è legato soltanto al mondo femminile). "Di pasta simile son tutti quanti", spiega Despina alle due ingenue fanciulle, una frase assolutamente parafrasabile in "Così fan tutti"! E quando Dorabella la rimprovera "Non offender così quell'alme belle / di fedeltà, d'intatto amore esempi", sembra quasi di udire le stesse parole che Guglielmo e Ferrando rivolgevano poco fa all'amico, in difesa delle loro spose. La cameriera, ben più spiccia dell'anziano filosofo, invece di ricorrere a frasi latine e a citazioni poetiche, replica con semplicità: "Via, via! Passaro i tempi / da spacciar queste favole ai bambini", accusando implicitamente le due dame di non essere ancora sufficientemente mature (un concetto che tornerà nella sua aria del secondo atto, quando Despina spiegherà loro che "una donna a quindici anni" dovrebbe già essere sufficientemente smaliziata nelle questioni amorose). D'altro canto, che Despina abbia più esperienza delle sue padrone, oltre ad essere più furba e scaltra nel saper ingannare il prossimo, sarà confermato più volte nel corso dell'opera, anche nelle scene in cui metterà in atto tutta una serie di buffi travestimenti (come vedremo più avanti).

L'aria "In uomini, in soldati" è un brano tipicamente da opera buffa, con tanto di effetti di recitato. Alcuni passaggi, nell'accusare di insensibilità gli uomini ("In noi non amano che il lor diletto; / Poi ci dispregiano, neganci affetto") e nell'invocare una reazione quasi all'insegna della solidarietà femminile ("Paghiam, o femmine, d'ugual moneta / questa malefica razza indiscreta"), possono ricordare "Il capro e la capretta" di Marcellina, che ne "Le nozze di Figaro" recitava:
Sol noi povere femmine
che tanto amiam questi uomini,
trattate siam dai perfidi
ognor con crudeltà!
Altri versi ("Le fronde mobili, l'aure incostanti / han più degli uomini stabilità"), che paragonano la mutevolezza dei sentimenti maschili ai cambiamenti della natura, fanno invece pensare – a generi invertiti – all'aria "Aprite un po' quegli occhi" di Figaro (un brano che potrebbe benissimo essere incorporato nel "Così fan tutte", magari al posto dell'aria di Ferrando "Donne mie, la fate a tanti" nel secondo atto).
L'umorismo è anche la piú preziosa qualità di Despina. Le sue due arie sono incantevoli chiacchierate; e nei concertati ella sa reggere i fili della vicenda amorosa con invidiabile obiettività. Di questo personaggio, un tipo molto popolare nella commedia dell'arte dalla «Serva padrona» di Pergolesi in poi, Mozart aveva già creato una variante con la Serpetta della «Finta giardiniera». E non è senza un fondato motivo che sia lei sia Alfonso, gli esponenti dell'antico sentimentalismo della opera buffa, manchino di calore affettivo, perché ciò rende maggiormente efficace il destarsi di sentimenti profondi negli altri quattro personaggi. I quali, benché dapprincipio appaiano ancora piú amorfi del loro burattinaio, diverranno a poco a poco, nel respiro vivificatore della musica, gli annunziatori del nuovo rivolgimento verificatosi nel patrimonio degli antichi valori teatrali.
(Bernhard Paumgartner)
Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

DESPINA
Signora Dorabella,
Signora Fiordiligi,
Ditemi: che cos'è stato?

DORABELLA
Oh terribil disgrazia!

DESPINA
Sbrigatevi in buon'ora!

FIORDILIGI
Da Napoli partiti
Sono gli amanti nostri.

DESPINA
(ridendo)
Non c'è altro?
Ritorneran.

DORABELLA
Chi sa!

DESPINA
Come, chi sa?
Dove son iti?

DORABELLA
Al campo di battaglia!

DESPINA
Tanto meglio per loro:
Li vedrete tornar carchi d'alloro.

FIORDILIGI
Ma ponno anche perir!

DESPINA
Allora poi
Tanto meglio per voi.

FIORDILIGI
(sorge arrabbiata)
Sciocca, che dici?

DESPINA
La pura verità: due ne perderete,
Vi restan tutti gli altri.

FIORDILIGI
Ah, perdendo Guglielmo,
Mi pare ch'io morrei!

DORABELLA
Ah, Ferrando perdendo,
Mi par che viva a seppellirmi andrei!

DESPINA
Brave! Vi par, ma non è ver; ancora
Non vi fu donna che d'amor sia morta.
Per un uomo morir! Altri ve n'hanno
Che compensano il danno.

DORABELLA
E che credi che potria
Altr'uom amar chi s'ebbe par amante
Un Guglielmo, un Ferrando?

DESPINA
Han gli altri ancora
Tutto quello ch'han essi.
Un uomo adesso amate,
Un altro n'amerete;
Uno val l'altro,
Perchè nessun val nulla.
Ma non parliam di ciò;
Sono ancor vivi
E vivi torneran,
Ma son lontani.
E piuttosto che in vani
Pianti perdere il tempo,
Pensate a divertirvi.

FIORDILIGI
(con trasporto di collera)
Divertirci?

DESPINA
Sicuro! E, quel ch'è meglio,
Far all'amor come assassine, e come
Faranno al campo i vostri cari amanti.

DORABELLA
Non offender così quell'alme belle
Di fedeltà, d'intatto amore esempi.

DESPINA
Via, via! Passaro i tempi
Da spacciar queste favole ai bambini.

Clicca qui per il testo di "In uomini, in soldati".

DESPINA
In uomini, in soldati
Sperare fedeltà?
(ridendo)
Non vi fate sentir, per carità!
Di pasta simile
Son tutti quanti,
Le fronde mobili,
L'aure incostanti
Han più degli uomini
Stabilità.
Mentite lagrime,
Fallaci sguardi,
Voci ingannevoli,
Vezzi bugiardi
Son le primarie
Lor qualità.
In noi non amano
Che il lor diletto;
Poi ci dispregiano,
Neganci affetto
Né val da' barbari
Chieder pietà.
Paghiam, o femmine,
D'ugual moneta
Questa malefica
Razza indiscreta;
Amiam per comodo,
Per vanità.




Adelina Scarabelli (Despina)
dir: Riccardo Muti (1989)


Olivera Miljaković (Despina)
dir: Karl Böhm (1970)


Anna Moffo


Graziella Sciutti


Ileana Cotrubaş

Cecilia Bartoli

17 giugno 2017

Così fan tutte (10) - "Smanie implacabili"

Scritto da Christian

Entra ora in scena il sesto e ultimo personaggio dell'opera, la giovane cameriera Despina, di cui parleremo più in dettaglio nel post successivo. Per ora basti notare come si presenti da subito come un personaggio comico, tipicamente da opera buffa, che si lamenta del suo stato sociale ("Che vita maledetta / è il far la cameriera": sembra quasi di ascoltare Leporello nell'incipit del "Don Giovanni"!) e che assaggia, di nascosto, la cioccolata che ha preparato per le sue padrone (fino all'Ottocento il cioccolato si consumava solo in forma di bevanda).

Despina ha preparato la colazione per Dorabella e Fiordiligi (siamo infatti ancora al mattino, come rivelava la frase di Fiordiligi "Mi par, che stamattina volentieri / farei la pazzarella"; non lasciamoci ingannare dal successivo "Son già le sei" di Dorabella, perché nel Settecento le ore si contavano in maniera diversa che ai giorni nostri: qui un articolo sull'argomento). Ma le due dame, ancora sconvolte dall'improvvisa partenza dei due amanti, non sono certo dell'umore giusto per gustarla. Dorabella, addirittura, rovescia il vassoio (la "guantiera") e getta tutto a terra, lasciando esterrefatta la domestica, che assiste con stupore all'ennesima scenata di disperazione da parte delle due fanciulle.

Finora Fiordiligi e Dorabella hanno praticamente sempre duettato o cantato all'unisono, e ci sono apparse quasi indistingubili l'una dall'altra (se non per la voce, avendo solitamente Fiordiligi un registro più alto). Soltanto ora i loro caratteri cominciano a differenziarsi, per quanto in maniera sottile. In questa scena è la sola Dorabella ad esibirsi in un'aria esagitata e ammantata dai toni tragici e patetici, preceduta da un recitativo accompagnato ("Ah, scostati!") in cui la dama respinge in malo modo i tentativi di Despina di capirci qualcosa. Poco prima Don Alfonso diceva a sé stesso: "Quante smorfie, quante buffonerie! Tanto meglio per me, cadran più facilmente; questa razza di gente è la più presta a cangiarsi d'umore"). E l'aria di Dorabella, così teatralmente esagerata (al punto che anche la musica di Mozart sembra per una volta andare sopra le righe, mentre il testo giunge a scomodare le Eumenidi, ovvero le Furie), pare cascare a fagiolo per dimostrare che il vecchio filosofo ci ha visto giusto: proprio Dorabella, nel secondo atto dell'opera, si rivelerà più pronta e facile a capitolare rispetto alla sorella (che invece, anziché lamentarsi soltanto, nella sua prima aria solista – "Come scoglio" – dimostrerà una tempra quantomeno più solida e austera).

Eppure... ancora una volta è miracoloso come Mozart ci faccia al tempo stesso ridere di Dorabella (così come fanno senza dubbio Despina, per nulla impressionata, e Don Alfonso, che già prima recitava: "Pianti, sospir, carezze, svenimenti. Lasciatemi un po' ridere!") e anche piangere insieme a lei.

Lo spettatore degli ultimi anni del XVIII secolo era perfettamente al corrente dei diversi generi e dei precisi stili vocali che li caratterizzavano. Che poco dopo la separazione, scena nona, Dorabella irrompa in scena, e sotto gli occhi esterrefatti di Despina, si lanci in una grande aria in stile agitato, "Smanie implacabili", degna dell'Elettra dell'"Idomeneo" (si confronti con "Tutte nel cor vi sento / furie del crudo averno"), doveva per un istante fare un effetto da Hellzapoppin, quasi la cantante avesse sbagliato teatro e opera quella sera. Meno marcato lo stridore per uno spettatore di oggi, ma pur sempre evidente che qui Mozart gioca non di semplice sarcasmo – avrebbe potuto affidare a Dorabella un'aria buffo-grottesca, come forse era nelle intenzioni originarie del libretto, che di proposito mima lo stile tragico alto in vari pezzi solistici. Mozart prende quelle parole alla lettera, e le musica secondo i moduli convenzionali dell'opera seria, certo innalzati a livelli irraggiungibili da qualsiasi altro compositore del suo tempo, fidando che sia il contrasto tra cornice comica e stile tragico dell'aria a produrre ironia per straniamento. Ma per quanto il sentimento espresso da Dorabella sia finto in quanto è sentimento indotto dalla convenzionalità dell'educazione sentimentale delle donne, la sofferenza che il personaggio prova è intensamente vera, e come tale Mozart la accetta e l'esprime, sospendendo di nuovo lo spettatore in un momento di ambigua indecidibilità emotiva. E lo stesso meccanismo è usato, con ancora maggior sottigliezza, nell'aria di Fiordiligi che a quella di Dorabella farà poco dopo da pendant, "Come scoglio".
(Luca Fontana)
Quando le sorelle cantano finalmente da sole, entrambe reagiscono in modo esagerato alla propria immaginaria sventura come se fossero le protagoniste di un'opera seria, dando così a Mozart l'occasione di parodiare lo stile dei suoi stessi melodrammi a partire dall'"Idomeneo". Di certo nessuna delle due va presa sul serio, neppure per un istante: la loro è solo una posa teatrale, atta a rappresentare il tipico atteggiamento assunto da un'eroina d'opera nel momento dell'abbandono o del tradimento. Sembra davvero che entrambe abbiano appreso molto di più dai libretti d'opera che dalla vita reale. Si rammentino, a questo proposito, le parole di Leporello al suo primo incontro con Donna Elvira: "pare un libro stampato". Come Elvira che proprio attraverso le proprie sofferenze matura profondamente fino ad acquisire una personalità autentica, così le due sorelle – e Fiordiligi in particolare – scoprono via via nel proprio intimo, probabilmente per la prima volta, emozioni sempre più intense e sconvolgenti.
(Daniel Heartz)
Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

(Camera gentile con diverse sedie, un tavolino, ecc. Tre porte: due laterali, una di mezzo.)

DESPINA
(che sta frullando il cioccolatte)
Che vita maledetta
È il far la cameriera!
Dal mattino alla sera
Si fa, si suda, si lavora, e poi
Di tanto, che si fa, nulla è per noi.
È mezz'ora che sbatto;
Il cioccolatte è fatto, ed a me tocca
Restar ad odorarlo a secca bocca?
Non è forse la mia come la vostra?
O garbate signore,
Che a voi dessi l'essenza, e a me l'odore!
Per Bacco, vo' assaggiarlo.
(Lo assaggia.)
Com'è buono!
(Si pulisce la bocca.)
Vien gente!
Oh cielo, son le padrone!

(Fiordiligi e Dorabella entrano disperatamente. Despina presenta il cioccolatte sopra una guantiera.)

DESPINA
Madame, ecco la vostra colazione.
(Dorabella gitta tutto a terra.)
Diamine, cosa fate?

FIORDILIGI E DORABELLA
(Si cavano entrambe tutti gli ornamenti donneschi.)
Ah! Ah!

DESPINA
Che cosa è nato?

FIORDILIGI
Ov'è un acciaro?

DORABELLA
Un veleno, dov'è?

DESPINA
Padrone, dico!

Clicca qui per il testo di "Ah, scostati!... Smanie implacabili".

DORABELLA
Ah, scostati! Paventa il tristo effetto
D'un disperato affetto!
Chiudi quelle finestre; odio la luce,
Odio l'aria che spiro, odio me stessa.
Chi schernisce il mio duol, chi ne consola?
Deh fuggi; per pietà, lasciami sola!

Smanie implacabili
Che m'agitate,
Entro quest'anima
Più non cessate,
Finchè l'angoscia
Mi fa morir.
Esempio misero
D'amor funesto
Darò all'Eumenidi,
Se viva resto
Col suono orribile
De' miei sospir.
(Si metton a sedere in disparte e forsennate.)




Delores Ziegler (Dorabella)
dir: Riccardo Muti (1989)


Susan Graham (Dorabella)
dir: Jeffrey Tate (1996)


Christa Ludwig (Dorabella), Olivera Miljaković (Despina)
dir: Karl Böhm (1970)


Teresa Berganza


Júlia Hamari


Elīna Garanča

Joyce DiDonato

12 giugno 2017

Così fan tutte (9) - "Soave sia il vento"

Scritto da Christian

Questo è forse il brano più noto di "Così fan tutte", un terzetto così dolce e incantevole da trascendere completamente la materia dell'opera. Il testo, brevissimo, è una preghiera che le due fanciulle, Fiordiligi e Dorabella, in compagnia del filosofo Don Alfonso fanno alle forze della natura affinché la barca su cui viaggiano i loro amanti "abbia prospero corso", e che "al campo giunga con fortunati auspici".

Soave sia il vento,
tranquilla sia l'onda,
ed ogni elemento
benigno risponda
ai nostri desir.
Come nel quintetto precedente, la musica di Mozart (con gli archi quasi in sordina) pare volutamente ignorare il fatto che la partenza dei due soldati sia in realtà fasulla. La sincerità e la partecipazione che li brano evoca è coinvolgente al punto che anche noi spettatori, insieme alle ragazze, percepiamo la struggente emozione dell'addio. Aiuta il fatto che stavolta (a differenza del quintetto precedente, dove fra sé e sé sussurrava "Io crepo se non rido"), anche Don Alfonso si unisce all'augurio e partecipa al canto restando del tutto serio, come se il viaggio stesse avvenendo per davvero (e che bello, musicalmente parlando, l'istante in cui la sua frase "Benigno risponda ai nostri desir" si dipana mentre le due ragazze sostengono la nota, al minuto 2:05 del primo video qui sotto, quello diretto da Riccardo Muti!).



Daniela Dessì (Fiordiligi), Delores Ziegler (Dorabella), Claudio Desderi (Don Alfonso)
dir: Riccardo Muti (1989)

Un utilizzo magistrale di questo terzetto, rimasto nella memoria dei cinefili, è quello come tema ricorrente nel film "Domenica, maledetta domenica" (1971) di John Schlesinger.

Un po' di pareri critici:
La differenziazione fra corni e trombe – che i critici hanno immediatamente notato nel "Figaro" – è qui ancor più sofisticata. [...] Nel piccolo coro della «marcia militare in lontananza» – che richiama i due innamorati alla guerra – vi sono trombe e timpani, ma non i corni; Mozart tiene i corni in serbo per il Terzettino in mi maggiore, il tenero addio «Soave sia il vento». L'orchestrazione dell'intera opera è di una precisione assoluta, tale da mettere in risalto le sottigliezze della trama.
(H.C. Robbins Landon)
[La musica] non partecipa all'equivoco, ma neppure rappresenta solo la situazione esteriore e la malinconia dell'addio. La musica di Mozart rende invece evidente, in questo addio di cui il terzettino è l'epilogo, che qui vien preso congedo da qualcosa di mai più recuperabile, senza che i personaggi in questione ne abbiano sentore.
(Stefan Kunze)
Occorre ricordare l'incanto visionario di certi momenti della partitura? Come il terzettino «Soave sia il vento», che insieme a Don Alfonso le due donne cantano «immobili sulla sponda del mare» mentre la barca che toglie loro gli amanti scivola leggera sull'acqua? [...] E al di là di queste pagine supreme, la tonalità celestiale che Mozart conferisce lungo il corso dell'opera a una voluta melodica della voce, a un arabesco degli strumenti, alla fascinazione di certe atmosfere timbriche, o alla consapevole, inquietante ambiguità espressiva di tanti luoghi [...]?
(Francesco Degrada)
E dopo una ripresa del Coro, "Bella vita militar", che svanisce in distanza uscendo di scena, il lungo addio si corona in un'ancora più alta ambiguità, col Terzettino n. 10. Un convenzionale augurio d'addio, anzi addirittura un pezzo di genere convenzionale dell'opera napoletana, uno "zefiro", attinge a un altro vertice di ambigua verità. Falsa la situazione, dal punto di vista esterno dello spettatore, falsificata sulla scena dalla presenza interna di Don Alfonso, ma su quel fluire tenero e cullante di semicrome dei violini con sordina – si direbbe un ricordo trasposto in maggiore dell'accompagnamento del coro d'apertura della Passio secundum Johannem di Bach, "Herr, unser Herrscher" – una calma assoluta avvolge i personaggi e noi in teatro, calma di passioni contemplate da lontano, nel ricordo, come se le due donne, e anche Don Alfonso, che qui non si rifugia nella sua lucida irrisione dall'esterno ma canta in contrappunto le stesse parole, fossero misteriosamente consapevoli che l'età dell'innocenza è ormai finita, e da lontano, da molto lontano, la ricordassero con nostalgia. Non sto certo descrivendo la musica, compito affatto impossibile, e sconsigliabile. Sto cercando di dar voce alle reazioni di un ipotetico e sperimentale spettatore che, anche qui e su un livello ancor più alto, si trova avvolto in una dimensione musicale di assoluta e indicibile bellezza – la parola "verità", gli sorgerà subito alla mente, assieme a una commozione raccolta, ben oltre la possibilità della parola, e il suo ruolo di osservatore esterno ironico sarà del tutto annullato. Sto anche cercando di cogliere, io per primo, quella misteriosa chimica che si produce all'incontro tra la drammaturgia predisposta da Da Ponte e la finale drammaturgia musicale di Mozart, e che dà come risultato qualcosa di ben al di là dell'iniziale ironia presente nel libretto, qualcosa per cui non si ha parola migliore di "ambiguità", uno spazio emotivo sottratto al tempo in cui ogni passione e ogni suo contrario sono presenti, sospesi oltre il dolore, oltre la gioia.
(Luca Fontana)
Quel che seduce le dame è l'irresistibile dolcezza ma anche la forza della musica mozartiana, realmente capace di evocare le atmosfere del golfo di Napoli con le sue tiepide brezzoline, lo sciabordio delle onde, le serenate notturne. Il terzettino "Soave sia il vento" non è altro che un sublime tributo alla tradizione operistica napoletana degli "zeffiri", cui rimanda anche l'impiego della rarefatta tonalità di Mi maggiore.
(Daniel Heartz)
Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

DORABELLA
Dove son?

DON ALFONSO
Son partiti.

FIORDILIGI
Oh dipartenza
Crudelissima amara!

DON ALFONSO
Fate core,
Carissime figliuole;
Guardate: da lontano vi fan cenno
Con mano i cari sposi.

FIORDILIGI
Buon viaggio, mia vita!

DORABELLA
Buon viaggio!

FIORDILIGI
O Dei! Come veloce
Se ne va quella barca! Già sparisce!
Già non si vede più! Deh, faccia il cielo
Ch'abbia prospero corso!

FIORDILIGI
Faccia che al campo giunga
Con fortunati auspici!

DON ALFONSO
E a voi salvi gli amanti
E a me gli amici.

Clicca qui per il testo di "Soave sia il vento".

FIORDILIGI, DORABELLA E DON ALFONSO
Soave sia il vento,
Tranquilla sia l'onda
Ed ogni elemento
Benigno risponda
Ai nostri desir.
(Fiordiligi e Dorabella partono.)




Miah Persson (Fiordiligi), Anke Vondung (Dorabella), Nicolas Rivenq (Don Alfonso)
dir: Iván Fischer (2006)


Gundula Janowitz (Fiordiligi), Christa Ludwig (Dorabella), Walter Berry (Don Alfonso)
dir: Karl Böhm (1970)


Susan Chilcott, Susan Graham, William Shimell


Renée Fleming, Anne Sofie von Otter, M. Pertusi


Edita Gruberova, Delores Ziegler, Paolo Montarsolo

Soile Isokoski, Helene Schneiderman, A. Corbelli

Un altro film in cui si può udire il brano (insieme ad altri tratti dalla stessa opera, che fa quasi da filo conduttore alla pellicola) è "Closer" (2004) di Mike Nichols. Eccone una scena con i bellissimi Jude Law e Julia Roberts.


Abbiamo già detto come "Così fan tutte" sia l'opera più "goldoniana" di Da Ponte/Mozart. Vi propongo alcune riflessioni a partire proprio da questo terzetto:
Più Da Ponte e Goldoni vengono messi a confronto, più diviene evidente il debito dell'uno nei confronti dell'altro. E infatti, alla già sterminata lista di possibili fonti poetico-drammaturgiche di "Così fan tutte", si può aggiungere anche un libretto di Goldoni, "Le pescatrici" (1752): questo "dramma giocoso per musica" ambientato sulle sponde del golfo di Taranto, nel Regno delle Due Sicilie, è anch'esso caratterizzato dal disvelamento finale di un disegno doppiamente dissimulato. Le due parti serie sono Lindoro, principe di Sorrento, e la nobildonna Eurilda, i quali si giurano eterna fedeltà. Mastriccio, un vecchio e saggio pescatore, ha modo di emergere in un tableau corrispondente alla penultima scena del terzo atto, una tipica scena d'imbarco con accompagnamento corale. La partenza marittima per un viaggio d'amore è uno di quei temi galant capaci di unificare un intero secolo, tali da ispirare alcune delle più grandi opere pittoriche: dal nostalgico capolavoro di Watteau ("Pellegrinaggio a Citera", 1717) al più tempestoso "L'île d'amour" dell'ultimo Fragonard. Goldoni assolve al suo compito descrivendo nel modo più semplice e bello le condizioni atmosferiche in cui si svolge la scena:
CORO
Soavi zeffiri
al mar c'invitano,
son l'onde placide,
non v'è timor.
Procelle torbide
dal mar spariscono
quando si naviga
col dio d'Amor.

LINDORO
Andiam, sposa diletta.

EURILDA
Io seguo i passi vostri.

MASTRICCIO
Oh come i voti nostri
tutto, tutto seconda:
ciel sereno, aure liete
e placid'onda.
L'affinità col terzettino di "Così fan tutte" è evidente anche nelle scelte lessicali.
In brani di questo genere la convenzione musicale andava di pari passo con quella poetica, a partire dall'impiego della tonalità di Mi maggiore. Una scelta che anche a Mozart dovette sembrare obbligata sin dai suoi primissimi esordi di operista; per non parlare poi dell'Idomeneo, ove la si riscontra in entrambi i pezzi sul tema degli zeffiri ["Soavi zeffiri soli spirate" e "Zeffiretti lusinghieri"]. È istruttivo osservare il comportamento di Haydn di fronte al "Soavi zeffiri" nella sua resa operistica delle "Pescatrici" (1770): anch'egli optò subito per il Mi maggiore, in parte guidato da un istinto infallibile, ma aiutato anche da un'approfondita conoscenza dei compositori napoletani, le cui opere aveva spesso diretto in qualità di Kapellmeister alla corte degli Esterházy. Eppure, quant'è diverso il suo zeffiro musicale da quello di Mozart! Manca nel vecchio maestro anche la più vaga traccia della dolcezza sensuale che invece trabocca dai brani mozartiani. Non può essere una mera coincidenza il fatto che Haydn non abbia mai avuto contatti diretti con l'Italia e tanto meno con Napoli, di cui Mozart aveva invece interiorizzato vedute, suoni, profumi e clima.
(Daniel Heartz)


Il terzetto è seguito da un recitativo di Don Alfonso che, rimasto solo sulla scena, si compiace di come stanno andando le cose. Dopo essersi elogiato da solo per la propria recitazione ("Non son cattivo comico"), e aver ribadito la certezza che la fedeltà delle donne è destinata a cedere ("Quante smorfie, quante buffonerie! Tanto meglio per me... cadran più facilmente: questa razza di gente è la più presta a cangiarsi d'umore"), spiega che "al concertato loco i due campioni di Ciprigna e di Marte mi staranno attendendo" (Ciprigna è un altro appellativo, usato anche da Dante nella "Divina Commedia", per indicare Venere; il termine deriva da Cipro, isola dove questa dèa era particolarmente venerata). Il recitativo si conclude con un altra citazione poetica da parte del colto Don Alfonso (cui Da Ponte riserva una serie davvero impressionante di aforismi, detti saggi e frasi proverbiali), cui Mozart dà particolare risalto perché la fa accompagnare dall'intera orchestra:
Nel mare solca
E nell'arena semina
E il vago vento
Spera in rete accogliere
Chi fonda sue speranze
In cor di femmina.
La citazione è dalla "Arcadia" di Jacopo Sannazaro (ecloga VIII), composizione in prosa e in versi scritta alla fine del Quattrocento e pubblicata proprio a Napoli nel 1504, opera "pastorale" e capostipite di un filone che aveva riportato in auge, in tutta Europa, temi e autori classici (Virgilio, Ovidio, Teocrito...). Il tema dell'infedeltà e dell'incostanza femminile, in particolare, ricorda i componimenti di Catullo.
È come se Don Alfonso e il suo artefice divenissero un unico personaggio, interessato prevalentemente a impressionare il pubblico con la sua sapienza e saggezza straordinarie. La Vernunft di Don Alfonso, ovvero la Ragione in persona, si scontra con l'Empfindsamkeit (sensibilità) e la Schwärmerei (immaginazione) degli amanti. Che questa sia l'idea madre dell'intera opera – come alcuni studiosi hanno già osservato – è confermato anche dell'uso esclusivo da parte di Da Ponte del sottotitolo "La scuola degli amanti". Come già si è detto, fu invece Mozart nel corso della composizione ad esigere il titolo proverbiale "Così fan tutte", cui il manifesto della prima rappresentazione conferì tutto il possibile rilievo tipografico. Se Da Ponte condì il suo libretto con le più svariate spezie letterarie, sul piano musicale Mozart non gli fu certo inferiore nel creare una rete di allusioni retrospettive altrettanto fitta, difficilmente concepibili senza un'approfondita riflessione sull'intera tradizione melodrammatica settecentesca e sulla propria produzione operistica precedente.
(Daniel Heartz)
Clicca qui per il testo del recitativo "Non son cattivo comico".

DON ALFONSO
Non son cattivo comico; va bene;
Al concertato loco i due campioni
Di Ciprigna, e di Marte
Mi staranno attendendo; or senza indugio
Raggiungerli conviene. Quante smorfie,
Quante buffonerie!
Tanto meglio per me,
Cadran più facilmente;
Questa razza di gente è la più presta
A cangiarsi d'umore. Oh poverini!
Per femmina giocar cento zecchini!
"Nel mare solca
E nell'arena semina
E il vago vento
Spera in rete accogliere
Chi fonda sue speranze
In cor di femmina."




Claudio Desderi (Don Alfonso)
dir: Riccardo Muti (1989)

8 giugno 2017

Così fan tutte (8) - "Di scrivermi ogni giorno"

Scritto da Christian

Il "lungo addio" delle due coppie prosegue con quelli che non pochi critici hanno definito "le due perle dell'opera", almeno dal punto di vista musicale: due pezzi d'insieme "staticamente lirici" che sanciscono il commiato dei soldati dalle loro dame. Stiamo parlando del quintetto "Di scrivermi ogni giorno" e del successivo terzettino "Soave sia il vento". Qui davvero siamo di fronte a un intreccio di sentimenti contrastanti – la straziante angoscia delle due ragazze, che cantano quasi piangendo; l'accondiscendenza dei due uomini, che pur recitando non riescono a sottrarsi dal partecipare al loro dolore; e il tono sarcastico di Don Alfonso, che trattiene a malapena le risate – che la musica eleva però su un piedistallo come se non si trattasse affatto di una burla: il brano non è infatti buffo bensì sincero e commovente, quasi che Mozart avesse voluto dichiarare, tutto sommato, di stare (a differenza di Da Ponte) dalla parte delle amanti ingannate, di non volerle prendere in giro ma di comprenderne i sentimenti.

Nel quintetto in fa maggiore "Di scrivermi ogni giorno", sotteso da un ininterrotto ostinato degli archi in figure di sedicesimi, il ductus del canto dei due uomini che fingono afflizione non si differenzia da quello delle due afflitte dame, e persino l'«a parte» di Don Alfonso "Io crepo se non rido", pur in contrasto contrappuntistico, non ha effetto di parodia. Intervalli come le settime dei due ufficiali vengono per lo più usati da Mozart per genuini turbamenti emotivi dei suoi personaggi. Eppure in questo numero – rappresentativo anche per altri – si manifesta l'elemento del gioco, come ad esempio nel passaggio in cui le due donne, in staccato su note di un quarto, raccomandano di scrivere ogni giorno. Chi prende in giro, qui, e chi è preso in giro? Sono gli uomini a prendersi gioco delle donne, i personaggi di noi o noi dei personaggi?
(Wolfgang Hildesheimer)
"Così fan tutte", non c'è dubbio, è una commedia, con forti tratti buffi, persino di farsa, e tocchi di "mezzo carattere" sentimentale. Ma seguiamone una sequenza fondamentale [...], ossia la scena quinta e sesta [...]. C'è caso che Da Ponte intendesse il quintetto in senso tutto buffo, alti sentimenti proclamati in tutta insincerità col cinico commento di Don Alfonso – "Io crepo, se non rido!" – pronto a sgonfiarli subito, e che forse neanche lo avesse pensato come un pezzo concertato. Ma qui accade il primo miracolo – non c'è altra parola – di questa miracolosa opera. Un inizio stentato in scrittura ritmica canonica con le parole pronunciate in sillabe staccate – un tratto realistico quasi: la parola si frantuma sotto il peso dell'emozione, spezzata dai singhiozzi: "Di-scri-ver-mi..." – e questa minima idea motivica gira su se stessa immobilizzando il tempo per un istante su un morbido cuscino di viole, poi è Fiordiligi, sulle parole "Sii costante a me sol" a lanciare una immensa melodia dolorosissima, di intensità quasi religiosa, sino alle parole "Mi si divide il cor, bell'idol mio", dove ogni parametro, metrica, ritmo, armonia, strumentazione, perfettamente integrati creano una perfetta, e straziante figura musicale di quella lacerazione del cuore. È un intenso momento di verità musicale, e persino Don Alfonso ne pare commosso, poiché su quel vertice di emozione tace, per riprendere il suo borbottio irridente solo nelle ultime quattro battute. La situazione – il punto di scena, avrebbe detto Verdi – è totalmente falsa, gli uomini fingono i loro sentimenti, le donne agiscono sentimenti che hanno ricevuto per cultura, eppure i quattro, sotto il freddo occhio esterno di Don Alfonso, da quei sentimenti finti o indotti, o forse proprio dalla musica, vengono travolti sino a un attimo di verità. Ci sarebbe un terzo occhio che osserva e orecchio che ode, quello dello spettatore, a cui la drammaturgia di Da Ponte affida il ruolo di vero ironista nell'azione, ma anche costui è annichilito da quella paradisiaca e dolorosa bellezza che sospende in lui ogni giudizio e lo pone in una situazione di conflitto emotivo, verità e falsità si mescolano fino a dividergli il core, non c'è più ironia, non c'è più distacco, tutto si solleva in uno spazio di irresolvibile ambiguità. Nello spettatore attento e di cor gentile la reazione è spesso la sorpresa di trovarsi gli occhi, proprio malgrado, inondati di lacrime.
(Luca Fontana)
Terminato il quintetto, c'è finalmente la partenza dei due soldati, la cui uscita di scena è accompagnata da una ripresa del precedente coro, "Bella vita militar!", che stavolta va sfumando man mano che la barca si allontana. Sul palcoscenico, a mirarla mentre sparisce all'orizzonte, restano Fiordiligi e Dorabella in compagnia di Don Alfonso.

Clicca qui per il testo di "Di scrivermi ogni giorno".

FIORDILIGI
(piangendo)
Di scrivermi ogni giorno
Giurami, vita mia!

DORABELLA
(piangendo)
Due volte ancora tu scrivimi, se puoi.

GUGLIELMO
Non dubitar, mio bene!

FERRANDO
Sii certa, o cara!

DON ALFONSO
(da sè)
Io crepo se non rido!

FIORDILIGI
Sii costante a me sol!

DORABELLA
Serbati fido!

FIORDILIGI, DORABELLA, FERRANDO E GUGLIELMO
Addio!
Mi si divide il cor, bell'idol mio!
Addio! Addio! Addio!

(Mentre si ripete il coro, Ferrando e Guglielmo entrano nella barca che poi s'allontana. I soldati partono, seguiti dagli uomini e dalle donne.)




Miah Persson (Fiordiligi), Anke Vondung (Dorabella), Luca Pisaroni (Guglielmo),
Topi Lehtipuu (Ferrando), Nicolas Rivenq (Don Alfonso)
dir: Iván Fischer (2006)


Daniela Dessì (Fiordiligi), Delores Ziegler (Dorabella), Alessandro Corbelli (Guglielmo),
Josef Kundlak (Ferrando), Claudio Desderi (Don Alfonso)
dir: Riccardo Muti (1989)


Elisabeth Schwarzkopf, Christa Ludwig, Giuseppe Taddei, Alfredo Kraus, Walter Berry
dir: Karl Böhm (1963)

Dorothea Röschmann, Katharina Kammerloher, Hanno Müller-Brachmann, Werner Güra, Roman Trekel, dir: Daniel Barenboim (2002)

Si può ben immaginare che il pittore di scena [della "prima" del 1790] abbia contribuito in modo determinante all'effetto illusionistico d'insieme, ma purtroppo nulla che possa dare un'idea dell'apparato visivo di "Così fan tutte" è stato conservato. Tuttavia un'illustrazione tratta da un'edizione veneziana delle opere di Goldoni ci offre un quadro abbastanza suggestivo dello stile in voga in Italia attorno al 1790 nel campo dell'abbigliamento come dell'arredamento da giardino; vi si possono riconoscere anche i tipici "sedili erbosi" richiesti dagli scenografi del tempo. La scena ricorda molto da vicino quella in cui Don Alfonso, nel primo atto di "Così fan tutte", commenta in tono sardonico il congedo degli amanti.
(Daniel Heartz)


6 giugno 2017

Così fan tutte (7) - "Bella vita militar!"

Scritto da Christian

Il lontano rullìo di un tamburo segnala che per gli ufficiali è giunto il momento di accommiatarsi. Per organizzare la burla, i tre uomini non devono aver badato a spese, visto che – come recita il libretto – "arriva una barca alla sponda. Durante la marcia seguente, entra nella scena una truppa di soldati, accompagnati da uomini e donne". I soldati intonano una marcia che esalta le bellezze della "vita militare":

Bella vita militar!
Ogni dì si cangia loco;
Oggi molto, doman poco,
Ora in terra ed or sul mar.
Il fragor di trombe e pifferi,
Lo sparar di schioppi e bombe
Forza accresce al braccio e all'anima
Vaga sol di trionfar.
Bella vita militar!
Ccome non ricordare le parole simili che Figaro rivolgeva a Cherubino nella celebre aria "Non più andrai, farfallone amoroso"?
Tra guerrieri, poffar Bacco!
Gran mustacchi, stretto sacco.
Schioppo in spalla, sciabla al fianco,
collo dritto, muso franco,
un gran casco, o un gran turbante,
molto onor, poco contante!
Ed invece del fandango,
una marcia per il fango.
Per montagne, per valloni,
con le nevi e i sollioni.
Al concerto di tromboni,
di bombarde, di cannoni,
che le palle in tutti i tuoni
all'orecchio fan fischiar.
Cherubino alla vittoria:
alla gloria militar.
È questo il primo momento dell'opera in cui interviene il coro. Terminata la marcia (che sarà ripresa poco più avanti, ma soprattutto si udrà ancora nel secondo atto a segnalare il "ritorno" dei due prodi dal fronte), Don Alfonso invita i due amici a salire sulla barca che li riunirà al resto del reggimento.


Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

DON ALFONSO
(da sè)
La commedia è graziosa e tutti due
Fan ben la loro parte.

(Si sente un tamburo.)

FERRANDO
Oh cielo! Questo
È il tamburo funesto
Che a divider mi vien dal mio tesoro!

DON ALFONSO
Ecco amici la barca.

FIORDILIGI
Io manco!

DORABELLA
Io moro!

Clicca qui per il testo di "Bella vita militar!".

(Arriva una barca alla sponda. Durante la marcia seguente, entra nella scena una truppa di soldati, accompagnati da uomini e donne.)

SOLDATI
Bella vita militar!
Ogni dì si cangia loco;
Oggi molto, doman poco,
Ora in terra ed or sul mar.
Il fragor di trombe e pifferi,
Lo sparar di schioppi e bombe
Forza accresce al braccio e all'anima
Vaga sol di trionfar.
Bella vita militar!

Clicca qui per il testo del recitativo che segue.

DON ALFONSO
Non v'è più tempo, amici; andar conviene
Ove il destino,
Anzi il dover v'invita.

FIORDILIGI
Mio cor!

DORABELLA
Idolo mio!

FERRANDO
Mio ben!

GUGLIELMO
Mia vita!

FIORDILIGI
Ah, per un sol momento...

DON ALFONSO
Del vostro reggimento
Già è partita la barca;
Raggiungerla convien coi pochi amici
Che su legno più lieve
Attendendo vi stanno.

FERRANDO E GUGLIELMO
Abbracciami, idol mio!

FIORDILIGI E DORABELLA
Muoio d'affanno!




dir: Riccardo Muti (1989)

dir: Daniel Barenboim (2002)

3 giugno 2017

Così fan tutte (6) - "Sento, oh Dio, che questo piede"

Scritto da Christian

Ferrando e Guglielmo (già "in abito da viaggio") si fanno avanti per dare uno struggente addio alle loro amate. Ne nasce un quintetto in cui la musica di Mozart accompagna un testo che Da Ponte riempie di esagerazioni ("Il destin così defrauda / le speranze de' mortali. / Ah, chi mai, fra tanti mali, / chi mai può la vita amar?"): sembra che il distacco dagli amanti sia davvero una questione di morte per Dorabella e Fiordiligi, che supplicano i fidanzati di trapassarle con le loro spade prima di partire! Le loro frasi iperboliche ("Voglio pria cavarmi il core!") sono naturalmente accolte con soddisfazione dai due soldati, che sottovoce si rivolgono a Don Alfonso ("Cosa dici?", "Te n'avvedi?") per esibirle come segni del loro amore incondizionato. Il filosofo li apostrofa con una frase in latino: "Finem lauda" (che significa "Riservate alla fine le vostre lodi", ovvero "Ride bene chi ride ultimo"). In alcuni allestimenti (per esempio in quello al Piccolo Teatro di Milano con la regia di Giorgio Strehler), tale frase colta veniva sostituita con una equivalente ma più prosaica, in italiano o addirittura in napoletano: "Aspettate o' finale".

Quando non parla sottovoce agli amici, Don Alfonso sembra partecipare al dolore delle fanciulle, ma tra le righe è particolarmente sarcastico ("Lasciate lor tal sfogo. È troppo giusta / la cagion di quel pianto", dice nel recitativo che segue il quintetto; e prima, ancora: "Nei momenti più terribili / sua virtù l'eroe palesa"), prendendosi gioco della sproporzione delle loro reazioni.

Clicca qui per il testo di "Sento, oh Dio, che questo piede".

GUGLIELMO
Sento, oh Dio, che questo piede
È restio nel girle avante.

FERRANDO
Il mio labbro palpitante
Non può detto pronunziar.

DON ALFONSO
Nei momenti più terribili
Sua virtù l'eroe palesa.

FIORDILIGI E DORABELLA
Or che abbiam la nuova intesa,
A voi resta a fare il meno;
Fate core, a entrambe in seno
Immergeteci l'acciar.

FERRANDO E GUGLIELMO
Idol mio, la sorte incolpa
Se ti deggio abbandonar.

DORABELLA
(a Ferrando)
A, no, no, non partirai!

FIORDILIGI
(a Guglielmo)
No, crudel, non te n'andrai!

DORABELLA
Voglio pria cavarmi il core!

FIORDILIGI
Pria ti vo' morire ai piedi!

FERRANDO
(piano a Don Alfonso)
Cosa dici?

GUGLIELMO
(piano a Don Alfonso)
Te n'avvedi?

DON ALFONSO
(piano)
Saldo, amico;
Finem lauda!

TUTTI
Il destin così defrauda
Le speranze de' mortali.
Ah, chi mai, fra tanti mali,
Chi mai può la vita amar?

Clicca qui per il testo del recitativo che segue.

GUGLIELMO
Non piangere, idol mio!

FERRANDO
Non disperarti,
Adorata mia sposa!

DON ALFONSO
Lasciate lor tal sfogo. È troppo giusta
La cagion di quel pianto.

FIORDILIGI
Chi sa s'io più ti veggio!

DORABELLA
Chi sa se più ritorni!
(Si abbracciano teneramente)

FIORDILIGI
Lasciami questo ferro: ei mi dia morte
Se mai barbara sorte
In quel seno a me caro...

DORABELLA
Morrei di duol,
D'uopo non ho d'acciaro.

FERRANDO E GUGLIELMO
Non farmi, anima mia,
Quest'infausti presagi!
Proteggeran gli Dei
La pace del tuo cor ne' giorni miei.




Alessandro Corbelli (Guglielmo), Josef Kundlak (Ferrando), Claudio Desderi (Don Alfonso),
Daniela Dessì (Fiordiligi), Delores Ziegler (Dorabella)
dir: Riccardo Muti (1989)


Luca Pisaroni (Guglielmo), Topi Lehtipuu (Ferrando), Nicolas Rivenq (Don Alfonso),
Miah Persson (Fiordiligi), Anke Vondung (Dorabella)
dir: Iván Fischer (2006)


Ildebrando D'Arcangelo, Topi Lehtipuu, Alessandro Corbelli, Caroline Wenborne, Stephanie Houtzeel
dir: Jérémie Rhorer (2011)

Rodney Gilfry, Rainer Trost, Claudio Nicolai, Amanda Roocroft, Rosa Mannion
dir: John Eliot Gardiner (2002)


Il quintetto è seguito da un breve duetto ("Al fato dàn legge") con cui Guglielmo e Ferrando si rivolgono alle loro dame. Considerato evidentemente ridondante, visto che prolunga inutilmente la già interminabile scena degli addii (seguirà infatti un altro quintetto, "Di scrivermi ogni giorno"), tale duetto è spesso eliminato dall'opera in moltissimi allestimenti. Visto che non aggiunge granché alla situazione, anziché dedicargli un post a parte, lo inserisco qui.

Clicca qui per il testo di "Al fato dàn legge".

FERRANDO E GUGLIELMO
Al fato dàn legge
Quegli occhi vezzosi;
Amor li protegge,
Nè i loro riposi
Le barbare stelle
Ardiscon turbar.
Il ciglio sereno,
Mio bene, a me gira:
Felice al tuo seno
Io spero tornar.



Christoph Genz, Stephan Genz

interpreti sconosciuti

1 giugno 2017

Così fan tutte (5) - "Vorrei dir, e cor non ho"

Scritto da Christian

Fiordiligi e Dorabella sono in attesa dei fidanzati, ma al posto loro si presenta Don Alfonso ("Gl'infelici non hanno coraggio di vedervi", spiega), latore di cattive notizie. Il primo numero "a solo" dell'intera opera (un'opera in cui, come già detto, i pezzi d'insieme hanno complessivamente più peso e importanza di quelli solistici) è una brevissima aria con cui il vecchio filosofo comincia a imbastire la messinscena che ha ideato. Nel recitativo seguente, dopo averla tirata per le lunghe con toni tragici ("Morti non son, ma poco men che morti"), lasciando le ragazze per un po' sulle spine, spiega loro di cosa di tratta: Ferrando e Guglielmo sono stati richiamati al campo di battaglia da un ordine del re, e devono partire immediatamente.

L'aria, dicevamo, è brevissima, così come molto brevi sono tutti i brani solistici di Don Alfonso, personaggio che si esprime con poche parole e spesso con semplici aforismi (vedremo più tardi anche alcuni esempi di recitativo accompagnato). Anche per questo, quando – come in questo caso – sembra girare intorno a un argomento senza andare subito al punto, è evidente che stia solo recitando la sua parte nel raggiro ai danni delle ragazze. "Non son cattivo comico", dirà più tardi, compiacendosi della propria arte recitativa.

Se le due sorelle ferraresi in visita a Napoli avessero meditato un po' di più sulla realtà circostante, di certo avrebbero nutrito qualche sospetto sulla chiamata militare dei loro fidanzati. "Al marzial campo / ordin regio li chiama", annuncia Don Alfonso, ma di quale battaglia poteva mai trattarsi? Infatti sotto Ferdinando I e Maria Carolina d'Asburgo per quasi mezzo secolo il Regno delle Due Sicilie era riuscito ad estraniarsi da qualsiasi conflitto bellico; proprio in quel periodo, dal 1750 circa fino agli ultimi anni Novanta, il resto d'Italia subiva le ripercussioni del terribile scontro in atto fra la Francia post-rivoluzionaria e l'Impero asburgico. In realtà non vi poteva essere un modo più efficace per mostrare sin dall'inizio la natura credulona delle due fanciulle e dunque per rendere perfettamente verosimile la loro incapacità di scoprire il travestimento dei fidanzati.
(Daniel Heartz)
Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

FIORDILIGI
Eccoli!

DORABELLA
Non son essi: è Don Alfonso,
L'amico lor.

FIORDILIGI
Ben venga
Il signor Don Alfonso!

DON ALFONSO
Riverisco.

DORABELLA
Cos'è? Perchè qui solo? Voi piangete?
Parlate, per pietà: che cosa è nato?
L'amante...

FIORDILIGI
L'idol mio...

DON ALFONSO
Barbaro fato!

Clicca qui per il testo di "Vorrei dir, e cor non ho".

DON ALFONSO
Vorrei dir, e cor non ho:
Balbettando il labbro va.
Fuor la voce uscir non può,
Ma mi resta mezza qua.
Che farete? Che farò?
Oh, che gran fatalità!
Dar di peggio non si può.
Ho di voi, di lor pietà!

Clicca qui per il testo del recitativo che segue.

FIORDILIGI
Stelle! Per carità, signor Alfonso,
Non ci fate morir.

DON ALFONSO
Convien armarvi,
Figlie mie, di costanza.

DORABELLA
Oh Dei! Qual male
È addivenuto mai, qual caso rio?
Forse è morto il mio bene?

FIORDILIGI
È morto il mio?

DON ALFONSO
Morti non son, ma poco men che morti.

DORABELLA
Feriti?

DON ALFONSO
No.

FIORDILIGI
Ammalati?

DON ALFONSO
Neppur.

FIORDILIGI
Che cosa, dunque?

DON ALFONSO
Al marzial campo
Ordin regio li chiama.

FIORDILIGI E DORABELLA
Ohimè, che sento!

FIORDILIGI
E partiran?

DON ALFONSO
Sul fatto.

DORABELLA
E non v'è modo d'impedirlo?

DON ALFONSO
Non v'è.

FIORDILIGI
Nè un solo addio?

DON ALFONSO
Gl'infelici non hanno
Coraggio di vedervi;
Ma se voi lo bramate,
Son pronti.

DORABELLA
Dove son?

DON ALFONSO
Amici, entrate.




Claudio Desderi (Don Alfonso)
dir: Riccardo Muti (1989)


Ferruccio Furlanetto

Roman Trekel

26 maggio 2017

Così fan tutte (4) - "Ah, guarda, sorella"

Scritto da Christian

Dopo aver conosciuto i tre personaggi maschili dell'opera, cominciamo ora ad incontrare quelli femminili, a partire dalle due "Penelopi" della cui fedeltà si è discusso tanto: le sorelle Fiordiligi (soprano) e Dorabella (mezzosoprano). Le troviamo in un "giardino sulla spiaggia del mare", intende a rimirare i ritratti dei rispettivi amanti e a decantarne a vicenda le lodi. Subito è evidente come siano innamorate, anzi innamoratissime! E quasi a fare eco alle convinzioni di Guglielmo e Ferrando, anch'esse declamano a gran voce la propria eterna fedeltà ("Se questo mio core / mai cangia desio, / Amore mi faccia / vivendo penar"). La sublime musica di Mozart fa danzare le due voci femminili l'una attorno all'altra (ciascuna delle cantanti, a turno, a un certo punto sostiene a lungo la nota mentre l'altra intona il tema). Il duetto trasuda di leziosità e frivolezza tipicamente settecentesca, come in un quadretto rococò.



Il recitativo che segue ci conferma come, al pari dei fidanzati, anche le immature Fiordiligi e Dorabella sono in preda ad un amore idealizzato (probabilmente le coppie si conoscono da molto poco, e vivono ancora la primissima fase dell'infatuazione, quando tutto è colorato di rosa). In ogni caso, a differenza degli uomini, è subito chiaro quale sia il loro desiderio maggiore: sposarsi, e il più presto possibile ("Io giurerei, / che lontane non siam dagli Imenei"). Desiderio che trova conferma nel buffo momento in cui Fiordiligi prova a leggere la mano della sorella ("Dammi la mano: io voglio astrologarti"): le linee sul palmo formano una Emme e una Pi, che la ragazza interpreta senza alcun dubbio in "Matrimonio Presto"! Quello di maritarsi in giovane età, all'epoca, era probabilmente un pensiero fisso per ogni ragazza di buona famiglia, anche a prescindere dalla specifica identità del futuro coniuge. E questo forse aiuta a comprendere meglio le cause, nel secondo atto, del loro rapido voltafaccia e del cedimento di fronte alla corte dei due misteriosi "nobili albanesi": a differenza dei fidanzati ufficiali, che evidentemente su questo argomento la tirano per le lunghe, gli amanti esotici si dimostreranno subito disposti a contrarre un matrimonio immediato. (Ricordiamo che anche Don Giovanni seduceva le sue prede dicendo loro "In questo istante io ti voglio sposar!")

Per ora, limitiamoci a notare come anche le due ragazze, nonostante la serietà e l'ampollosità con cui parlano (e parleranno) di amore e fedeltà, hanno una certa natura giocosa e incline agli scherzi: "Mi par, che stamattina volentieri / farei la pazzarella: ho un certo foco, / un certo pizzicor entro le vene. / Quando Guglielmo viene, se sapessi / che burla gli vo' far!", confida Fiordiligi, forse presagendo che questa giornata non sarà come tutte le altre.

La scelta di Ferrara come città d'origine delle due dame non deve essere stata casuale, visto che la prima interprete del personaggio di Fiordiligi nel 1791 fu la celebre Adriana Gabrielli Del Bene, detta appunto "La Ferrarese" (e amante, fra l'altro, di Lorenzo Da Ponte). E come se non bastasse, la prima Dorabella era Luisa Villeneuve, probabilmente sua sorella anche nella realtà, e anch'essa proveniente da quella città. Definire "sorelle ferraresi" i due personaggi era dunque un modo per identificarle spiritosamente, agli occhi del pubblico viennese, con le loro interpreti sul palcoscenico. Il setting napoletano, però, aggiunge un ulteriore strato di profondità:

Da Ponte aveva inizialmente proposto di ambientare la vicenda a Trieste, importante punto di scambio commerciale dell'impero asburgico sull'Adriatico. Da parte sua Mozart dovette di gran lunga preferire un'ambientazione pittoresca ed evocativa come Napoli. Se è davvero difficile pensare a Trieste come al luogo di soggiorno ideale per due le palpitanti gentildonne ferraresi, ben diverso è il caso di Napoli, all'epoca grandiosa capitale del Regno, metropoli fra le più sviluppate d'Europa, centro indiscusso dell'illuminismo italiano (dunque naturale residenza di un filosofo come Don Alfonso) e sede del più prestigioso teatro lirico della penisola, il San Carlo, ma anche epitome vivente del conflitto fra sensi e ragione alla base di "Così fan tutte". Ancora una volta è il sensuale Sud che seduce il compassato Nord: un mito, certo, ma come molti altri miti adattissimo a essere messo in scena.
(Daniel Heartz)

Clicca qui per il testo di "Ah, guarda, sorella".

FIORDILIGI
Ah, guarda, sorella,
Se bocca più bella
Se aspetto più nobile
Si può ritrovar.

DORABELLA
Osserva tu un poco,
Osserva, che foco
Ha ne' sguardi,
Se fiamma, se dardi
Non sembran scoccar.

FIORDILIGI
Si vede un sembiante
Guerriero ed amante.

DORABELLA
Si vede una faccia
Che alletta e minaccia.

FIORDILIGI E DORABELLA
Io sono felice!
Se questo mio core
Mai cangia desio,
Amore mi faccia
Vivendo penar.

Clicca qui per il testo del recitativo che segue.

FIORDILIGI
Mi par, che stamattina volentieri
Farei la pazzarella: ho un certo foco,
Un certo pizzicor entro le vene.
Quando Guglielmo viene, se sapessi
Che burla gli vo' far!

DORABELLA
Per dirti il vero,
Qualche cosa di nuovo
Anch'io nell'alma provo: io giurerei,
Che lontane non siam dagli Imenei.

FIORDILIGI
Dammi la mano: io voglio astrologarti.
Uh, che bell'Emme! E questo è un Pi: va bene:
Matrimonio presto.

DORABELLA
Affè che ci avrei gusto!

FIORDILIGI
Ed io non ci avrei rabbia.

DORABELLA
Ma che diavol vuol dir che i nostri sposi
Ritardano a venir?
Son già le sei.




Daniela Dessì (Fiordiligi), Delores Ziegler (Dorabella)
dir: Riccardo Muti (1989)


Gundula Janowitz (Fiordiligi), Christa Ludwig (Dorabella)
dir: Karl Böhm (1970)


Miah Persson (Fiordiligi), Anke Vondung (Dorabella)
dir: Iván Fischer (2006)


Dorothea Röschmann, Katharina Kammerloher

Renee Fleming, Joyce DiDonato

22 maggio 2017

Così fan tutte (3) - "La mia Dorabella"

Scritto da Christian

L'opera comincia con una sequenza di tre terzetti, che si succedono uno dopo l'altro (intervallati da due recitativi) e che vedono protagonisti i tre personaggi maschili. Essendo tutti abbastanza brevi e facendo parte di un'unica scena, li tratteremo in un solo post. Ci troviamo in una goldoniana "bottega del caffè", a Napoli, e il sipario si apre nel mezzo di un'accesa discussione che evidentemente è già in corso da qualche minuto. Da un lato abbiamo due giovani ufficiali, Ferrando (tenore) e Guglielmo (baritono), impegnati ad affermare che le loro fidanzate (rispettivamente Dorabella e Fiordiligi) sono "fedeli quanto belle"; dall'alto il più anziano Don Alfonso, esperto delle cose della vita ("Ho i crini già grigi / Ex cathedra parlo"), che ha dichiarato che, data l'occasione, anch'esse possono mostrarsi infedeli. Nel secondo terzetto spiegherà meglio il suo pensiero con una similitudine letteraria: "È la fede delle femmine / come l'araba fenice: / che vi sia ciascun lo dice, / dove sia nessun lo sa" (l'araba fenice, uccello in grado di rinascere dalle proprie ceneri, era una delle più celebri creature mitologiche). Si tratta della citazione quasi letterale di una quartina del "Demetrio" (1731) di Metastasio ("È la fede degli amanti / ecc."), che era stata ripresa anche da Goldoni ne "La scuola moderna" (1748). Fra le commedie di Goldoni e "Così fan tutte", come vedremo, si possono ritrovare numerose corrispondenze.

A suo onore, va riconosciuto che Don Alfonso cerca di troncare quasi subito la discussione ("Ma tali litigi / finiscano qua"), ma i due impulsivi innamorati non intendono passare sopra l'insinuazione di una possibile infedeltà delle loro belle, ed esigono delle prove. L'amico, saggiamente, li avvisa che è folle "cercar di scoprire / quel mal, che trovato / meschini ci fa". Insomma, non si può dire che Don Alfonso non metta in guarda a più riprese i due giovani idealisti, immaturi e un po' arroganti, che come supposta prova della fedeltà delle donne snocciolano una serie di banalità e luoghi comuni ("Lunga esperienza", "Nobil educazion", "Pensar sublime", "Analogia d'umor", ecc.).

Più che scettico o arido, come è stato a volte descritto (c'è chi vi ha visto "la caricatura del philosophe illuminista inviso alla cultura massonica e progressista di fine-secolo"), Don Alfonso è un saggio pragmatico. La sua filosofia è in realtà ben più complessa di quanto Ferrando e Guglielmo sembrano capire. Nel negare che nelle donne esista la fedeltà assoluta, egli non sta – come credono loro – denigrando le donne o addirittura l'amore stesso, ma soltanto quell'amore eterno e idealizzato in cui tutti i giovani innamorati sembrano immergersi nelle prime fasi della loro passione, e che è destinato a scontrarsi con la dura realtà. Nel prosieguo dell'opera, lo vedremo chiarire il concetto e addirittura prendere posizione a favore delle due fanciulle per difenderle dall'ira dei giovanotti scornati ("L'amante che si trova alfin deluso, / non condanni l'altrui / ma il proprio errore"). Al momento, però, annotiamo come le sue parole siano molto più giocose e leggere di quelle dei due amici (alla loro richiesta di battersi con la spada, se ne esce con una boutade: "Duelli non fo / se non a mensa"), e alla loro solennità ("Giuro al cielo...") contrappone una maggior concretezza ("Ed io giuro alla terra!"). Persino quando dichiara di parlare seriamente ("Non scherzo, amici miei") fa continuamente ricorso al senso dell'umorismo ("Solo saper vorrei / che razza d'animali / son queste vostre belle..."), domandando se si tratta di vere donne o di divinità olimpiche.

Nel secondo recitativo vengono fissati i termini della scommessa ("E se toccar con mano / oggi vi fo che come l'altre sono?", li sfida Don Alfonso: e si noti, "come l'altre", non "peggiori delle altre"), che per il momento sono tenuti nascosti agli spettatori: ci viene soltanto detto che i due giovani dovranno seguire ciecamente gli ordini dell'amico senza farne parola alle due "Penelopi" (Penelope è il prototipo della donna fedele, rimasta tale anche nei lunghi anni in cui Odisseo/Ulisse era partito per la guerra: e non a caso, infatti, la prima mossa di Don Alfonso sarà proprio quella di inscenare una finta partenza dei due ufficiali per il campo di battaglia: Guglielmo e Ferrando dovranno poi mettere alla prova la costanza delle rispettive fidanzate, tentando di sedurre – sotto false sembianze – ciascuno la promessa sposa dell'altro).

Trattandosi di una scommessa, c'è una somma in palio (cento zecchini), anche se naturalmente non è tanto il denaro a contare ma il principio. E questo ci ricorda il film "Una poltrona per due" (che si apriva, guarda caso, con un brano di Mozart!), dove una somma del tutto trascurabile – in quel frangente, un dollaro – era al centro di una scommessa che giocava, anche crudelmente, con i sentimenti e il destino di due individui ignari (anche lì c'era di mezzo uno scambio di persone). Non dimentichiamoci poi che "Così fan tutte" è definito un "dramma giocoso", dove "giocoso" è la parola chiave. Non solo Don Alfonso si prende gioco degli ingenui ideali dei suoi amici ("Cara semplicità, quanto mi piaci!"), ma anche i due ufficiali, una volta stretto il patto, sembrano rilassarsi. Convinti di vincere facilmente, mettono da parte la collera e la serietà precedente e assumono a loro volta toni scherzosi, rivolgendosi al filosofo con sarcasmo e ironia ("Signor Don Alfonsetto") e facendo già piani su come spendere il denaro che guadagneranno (con serenate e banchetti in onore delle loro dame). È proprio il caso di dire che stanno vendendo la pelle dell'orso prima di averlo ucciso! Il saggio Don Alfonso si limita a chiedere se sarà invitato anche lui a questo fantomatico banchetto...

Questi tre terzetti ci hanno dunque presentato tre dei sei personaggi dell'opera, quelli maschili. Apparentemente saranno le donne a essere messe alla prova, ma in realtà tale prova riguarderà anche gli uomini. Il fatto di porre le loro amanti su un piedistallo così elevato, distinguendole da tutte le altre, è il punto di partenza necessario del loro percorso di maturazione, alla scoperta di cosa è in realtà il vero amore: accettare anche i difetti della persona amata ("Prendetele come elle son", dirà loro nel finale Don Alfonso). Riporto ora alcune note critiche. Su Don Alfonso:

I critici romantici hanno visto in "Così fan tutte" solo un immorale esperimento clinico, messo a punto da uno scienziato senza cuore, Don Alfonso, con l'aiuto di una sordida assistente di laboratorio, Despina. Una lettura del genere si rivela scorretta e fuorviante un po' da tutti i punti di vista. Il modello di Marivaux ["Le false confidenze"] cui Da Ponte si è senz'altro ispirato non ha davvero nulla di cinico o immorale ed è semmai animato da una spiritualità lieve e spensierata. Don Alfonso non è uno scienziato ma un "vecchio filosofo" [...] nella moderna accezione di pensatore illuminato e di benefattore. È anche un virtuoso della parola, spesso impegnato a disseminare piccole ma preziose perle di saggezza: con prontezza, ad esempio, egli adatta ai propri fini il primo verso della quartina metastasiana ("È la fede degli amanti"), mutandolo in "È la fede delle femmine". La parabola presa qui in prestito provoca il puntuale sbottare di Ferrando ("Scioccherie di poeti!"), il più colto dei due gentiluomini: la sua esclamazione segnala fra le righe che egli abbia subito colto la citazione.
(Daniel Heartz)
Su Ferrando e Guglielmo:
All'inizio dell'opera Ferrando e Guglielmo vengono presentati come due bellimbusti infarciti di ridicoli luoghi comuni sull'amore e sull'onore e dunque bisognosi di cure urgenti non meno delle rispettive amanti, Fiordiligi e Dorabella, fanciulle fatue ed esibizioniste. È subito evidente, insomma, che la "scuola" sentimentale di Don Alfonso è destinata ai rappresentanti d'entrambi i sessi; una bella differenza rispetto alle "Nozze di Figaro" ove la lezione d'amore veniva impartita solo agli uomini, mentre i personaggi femminili si dimostravano fin da subito più forti, responsabili e intimamente consapevoli. E così Mozart, sin dagli esordi dell'opera, si prende musicalmente gioco non solo della credulità di Dorabella o della nevrotica teatralità di Fiordiligi, ma anche dei loro rispettivi amanti. Un primo effetto comico viene ottenuto nei tre terzetti d'apertura, ove il compositore fa continuamente cantare Ferrando e Guglielmo rendendoli indistinguibili uno dall'altro.
Quando Don Alfonso, provocato dalle loro bravate, dà inizio al secondo terzetto e sentenzia che "È la fede delle femmine / come l'araba fenice, / che vi sia ciascun lo dice, / dove sia nessun lo sa", l'orchestra risponde alla domanda "dove sia?" con una serie di terze discendenti che anticipano il motto "Così fan tutte". Gli stessi indimenticabili intervalli sono destinati a ritornare più avanti nell'opera, proprio nel momento in cui i due amanti invocano i nomi di Fiordiligi e Dorabella. È chiaro che Mozart si sta divertendo alle spalle dei due ignari giovanotti.
Il terzo terzetto, aperto da Ferrando e Guglielmo, è di carattere bellicoso ed eroico, ma solo entro certi limiti. Quando i tre personaggi maschili alzano i calici per brindare all'amore, e Mozart ne innalza le voci per formare un accordo sostenuto nel registro acuto, l'orchestra prorompe in un assurdo trillo a tre parti che risuona proprio come una risata di scherno, ancor più evidenziata dall'immediata ripetizione nel forte. (Si noti come lo stesso espediente sia impiegato nelle "Nozze" quando Susanna e la Contessa rimproverano il Conte per la finta lettera recapitatagli da Basilio.) Lo stesso trillo sarà poi ripreso per caratterizzare in modo altrettanto spassoso le sembianze false assunte da Despina.
(Daniel Heartz)
E ancora:
Molto è stato scritto sul carattere diverso di Fiordiligi e Dorabella, assai meno su quello altrettanto antitetico di Ferrando e Guglielmo, che pure ha modo di manifestarsi a tutti i livelli sin dal terzo numero dell'opera. Da un lato il sentimentale Ferrando, convinto di vincere la scommessa, si ripromette di spendere tutto il denaro in "una bella serenata" da offrire alla sua "Dea"; il più godereccio Guglielmo preferisce invece un sontuoso banchetto "in onor di Citerea" [ossia Venere, in quanto nata nelle acque dell'isola di Citèra]. Mozart rende ancor più netta la distinzione affidando al tenore una cantilena d'andamento nobile, percorsa da giri melodici in stile galant e sospinta da note prolungate su un frusciante accompagnamento in crome e semicrome degli archi. Di lì a un anno e mezzo lo stesso incipit sarebbe stato ripreso nella "Clemenza di Tito" per caratterizzare la nobile figura di Sesto. E proprio come Sesto – o gli altri suoi pari, Idamante, Belmonte e Ottavio – Ferrando esibisce qui tutti i tratti più tipici dell'amante da opera seria. Quel suo triadico librarsi in volo fino al Sol acuto, in preparazione alla cadenza finale, sfiorando appena il La prima di ridiscendere per gradi alla tonica, ha di certo ispirato il tema dell'oboe all'inizio dell'ouverture.
(Daniel Heartz)

Clicca qui per il testo di "La mia Dorabella".

FERRANDO
La mia Dorabella
Capace non è;
Fedel quanto bella
Il cielo la fe'.

GUGLIELMO
La mia Fiordiligi
Tradirmi non sa;
Uguale in lei credo
Costanza e beltà.

DON ALFONSO
Ho i crini già grigi,
Ex cathedra parlo,
Ma tali litigi
Finiscano qua.

FERRANDO E GUGLIELMO
No, detto ci avete
Che infide esser ponno;
Provar cel' dovete
Se avete onestà.

DON ALFONSO
Tai prove lasciamo.

FERRANDO E GUGLIELMO
(metton mano alla spada)
No, no, le vogliamo:
O fuori la spada,
Rompiam l'amistà.

DON ALFONSO
(a parte)
O pazzo desire,
Cercar di scoprire
Quel mal, che trovato
Meschini ci fa.

FERRANDO E GUGLIELMO
(a parte)
Sul vivo mi tocca
Chi lascia di bocca
Sortire un accento
Che torto le fa.

Clicca qui per il testo del recitativo "Fuor la spada!".

GUGLIELMO
Fuor la spada: scegliete
Qual di noi più vi piace.

DON ALFONSO
(placido)
Io son uomo di pace
E duelli non fo,
Se non a mensa.

FERRANDO
O battervi,
O dir subito
Perchè d'infedeltà le nostre amanti
Sospettate capaci.

DON ALFONSO
Cara semplicità, quanto mi piaci!

FERRANDO
Cessate di scherzar,
O giuro al cielo...

DON ALFONSO
Ed io giuro alla terra.
Non scherzo, amici miei;
Solo saper vorrei
Che razza d'animali
Son queste vostre belle,
Se han come tutti noi carne, ossa e pelle,
Se mangian come noi, se veston gonne,
Alfin, se dee, se donne son...

FERRANDO E GUGLIELMO
Son donne, ma son tali...

DON ALFONSO
E in donne pretendete
Di trovar fedeltà?
Quanto mi piaci mai, semplicità!

Clicca qui per il testo di "È la fede delle femmine".

DON ALFONSO
(scherzando)
È la fede delle femmine
Come l'araba fenice,
Che vi sia ciascun lo dice,
Dove sia nessun lo sa.

FERRANDO
(con fuoco)
La fenice è Dorabella.

GUGLIELMO
(con fuoco)
La fenice è Fiordiligi.

DON ALFONSO
Non è questa, non è quella,
Non fu mai, non vi sarà.

Clicca qui per il testo del recitativo "Scioccherie di poeti!".

FERRANDO
Scioccherie di poeti!

GUGLIELMO
Scempiaggini di vecchi!

DON ALFONSO
Or bene, udite,
Ma senza andar in collera:
Qual prova avete voi, che ognor costanti
Vi sien le vostre amanti;
Chi vi fe' sicurtà, che invariabili
Sono i lor cori?

FERRANDO
Lunga esperienza.

GUGLIELMO
Nobil educazion.

FERRANDO
Pensar sublime.

GUGLIELMO
Analogia d'umor.

FERRANDO
Disinteresse.

GUGLIELMO
Immutabil carattere.

FERRANDO
Promesse.

GUGLIELMO
Proteste.

FERRANDO
Giuramenti.

DON ALFONSO
Pianti, sospir, carezze, svenimenti.
Lasciatemi un po' ridere!

FERRANDO
Cospetto!
Finite di deriderci!

DON ALFONSO
Piano, piano;
E se toccar con mano
Oggi vi fo che come l'altre sono?

GUGLIELMO
Non si può dar!

FERRANDO
Non è!

DON ALFONSO
Giochiam!

FERRANDO
Giochiamo!

DON ALFONSO
Cento zecchini.

GUGLIELMO
E mille, se volete.

DON ALFONSO
Parola!

FERRANDO
Parolissima!

DON ALFONSO
E un cenno, un motto, un gesto,
Giurate di non far di tutto questo
Alle vostre Penelopi.

FERRANDO
Giuriamo.

DON ALFONSO
Da soldati d'onore?

GUGLIELMO
Da soldati d'onore.

DON ALFONSO
E tutto quel farete
Ch'io vi dirò di far?

FERRANDO
Tutto.

GUGLIELMO
Tuttissimo.

DON ALFONSO
Bravissimi!

FERRANDO E GUGLIELMO
Bravissimo,
Signor Don Alfonsetto.

FERRANDO
A spese vostre or ci divertiremo.

GUGLIELMO
(a Ferrando)
E de' cento zecchini che faremo?

Clicca qui per il testo di "Una bella serenata".

FERRANDO
Una bella serenata
Far io voglio alla mia dea.

GUGLIELMO
In onor di Citerea
Un convito io voglio far.

DON ALFONSO
Sarò anch'io de' convitati?

FERRANDO E GUGLIELMO
Ci sarete, sì, signor.

FERRANDO, GUGLIELMO E DON ALFONSO
E che brindis replicati
Far vogliamo al dio d'amor.
(partono)




Josef Kundlak (Ferrando), Alessandro Corbelli (Guglielmo), Claudio Desderi (Don Alfonso)
dir: Riccardo Muti (1989)


Luigi Alva (Ferrando), Hermann Prey (Guglielmo), Walter Berry (Don Alfonso)
dir: Karl Böhm (1970)


Topi Lehtipuu (Ferrando), Luca Pisaroni (Guglielmo), Nicholas Rivenq (Don Alfonso)
dir: Iván Fischer (2006)


Gerald Finley (Ferrando), Luca Pisaroni (Guglielmo), Martin Mitterrutzner (Don Alfonso)
dir: Christoph Eschenbach (2013)