29 novembre 2014

5. Duetto: "Conte mio, se l'eco avesse"

Scritto da Christian

La marchesa Clarice raggiunge il Conte e dà inizio con lui a una serie di irresistibili scambi di battute. Nonostante entrambi sappiano bene che cosa è accaduto poco prima (quando Asdrubale, nascosto dietro le quinte, ha "fatto l'eco" alle parole della donna), Clarice finge qui una totale ingenuità e domanda al Conte quale sia secondo lui la natura dell'eco che le ha appena – o almeno così afferma – confessato il proprio amore. Si giunge persino a discutere del sesso dell'eco (che Clarice naturalmente vorrebbe maschio: è divertente infatti come lei ne parli sempre al maschile, mentre il Conte al femminile: "La vedeste?" - "Non lo vidi", ecc.). Ne nasce una vera e propria dichiarazione, quando Clarice spiega al Conte: "Vorrei che l'eco [...] somigliasse a voi".


Per la cronaca, nella mitologia classica l'Eco è femmina. In questo dipinto di Waterhouse è alle prese con Narciso: un ribaltamento di generi rispetto alla "Pietra del paragone", dove l'Eco è maschio (il Conte) e il Narciso che si strugge d'amore parlando con sé stesso è femmina (Clarice).

Il bel duetto che ne segue ha l'impronta della schermaglia amorosa, mette in chiaro le carte ma sposta di poco gli equilibri (l'affetto di Clarice nei suoi confronti è già noto al Conte) e semina giusto qualche dubbio ("Che sia questa la fenice / del suo sesso io non lo spero", pensa Asdrubale: la "fenice" simboleggia ovviamente la rarità, l'eccezione alla regola).

Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

CLARICE (con brio ed aria di semplicità)
Conte, udite.

CONTE
In che posso, marchesina, ubbidirvi?

CLARICE
Io saper bramo
se l'eco è maschio o femmina. Ridete?

CONTE
(O finge, o è molto semplice.)
Non altro che nuda voce ripercossa è l'eco.

CLARICE
Cammina o no?

CONTE
No, certo.

CLARICE
Eppur poc'anzi era là.

CONTE
La vedeste?

CLARICE
Non lo vidi; ma l'ascoltai,
ma mi rispose... Oh caro! caro...
Se fosse femmina, ne avrei dispetto.

CONTE
(Il mio maggior periglio è costei, quando parla.)

CLARICE
(Ei va le cose ruminando fra sé.)

CONTE
Dunque rispose?

CLARICE
E come bene!

CONTE
Ed ora?

CLARICE
Ed ora... ed ora...
O dorme, o di parlar non ha più voglia,
come accade anche a noi.

CONTE
Questo alle donne non accade giammai.

CLARICE
No? tanto meglio!

CONTE
Perché?

CLARICE (quasi vergognandosi, ma sempre col medesimo brio e semplicità)
Perché vorrei... che l'eco fosse...
che fosse...

CONTE
Ebben?

CLARICE (manifestando rossore come prima)
Che fosse maschio!
E poi... e poi...

CONTE (facendole coraggio)
Via su.

CLARICE
Che somigliasse a voi.

Clicca qui per il testo del brano.

CLARICE
Conte mio, se l'eco avesse
tutto quel che avete voi,
io godrei fra le contesse
la maggior felicità.

CONTE
Io dell'eco avrei paura,
s'ella fosse come voi;
ché la fede è mal sicura
dove regna la beltà.

CLARICE
Ah! se un altro rispondesse,
come l'eco a me rispose!...

CONTE
Per esempio?

CLARICE
Certe cose...
Conte mio, non posso più.

CONTE
Via, sentiam, via dite su.

CLARICE
Mi disse che m'ama.

CONTE
Ma forse per giuoco.

CLARICE
Mi disse che brama...

CONTE
Spiegatevi.

CLARICE
...amor.
Mi disse che sente,
che mente rigor.

CONTE
Son prove da niente,
che ingannano un cor.

CLARICE
(Che mi creda la fenice
del mio sesso, io non dispero.)

CONTE
(Che sia questa la fenice
del suo sesso, io non lo spero.)

CLARICE E CONTE
(Quel che avvolga nel pensiero,
presto o più tardi io scoprirò.)

CONTE
Vi saluto.

CLARICE
Addio, contino.

CONTE
(Non mi fido.)

CLARICE
(Ha l'occhio fino.)

CONTE
Ricordatevi che l'eco
ha l'usanza di scherzar.

CLARICE
Se l'avessi sempre meco,
mi farebbe giubilar.



Sonia Prina (Clarice), François Lis (Asdrubale)


Marie-Ange Todorovich (Clarice), Marco Vinco (Asdrubale)


Julia Hamari, Justino Diaz

Fiorenza Cossotto, Ivo Vinco

26 novembre 2014

4. Cavatina: "Se di certo io non sapessi"

Scritto da Christian

E finalmente, ecco al centro della scena il Conte Asdrubale, in un'aria che mette in luce un aspetto chiave del suo carattere: la mancanza di fiducia verso il genere femminile. Questo è il motivo per cui, "malgrado i sei lustri d'età quasi compiti" (30 anni!), non si è ancora sposato, causando stupore e chiacchiere fra la gente. Ma non si pensi che il Conte sia un musone: al contrario, è un uomo di spirito, sempre con la voglia di scherzare e di divertirsi, magari anche alle spalle dei suoi ospiti. Lo ha dimostrato nella scena precedente, quando ha "fatto l'eco" alle parole di Clarice, e lo dimostrerà in seguito, quando si travestirà da mercante turco (nel finale del primo atto) o allestirà un finto duello per prendersi gioco di Macrobio (nel secondo atto).

Essendo ricco e benestante, al Conte non mancano le corteggiatrici. Nel recitativo che segue, egli stesso spiega: "Molte mi dan la caccia, e sopra ogni altra quelle tre vedovelle" (ossia Clarice, Aspasia e Fulvia). Ma c'è da fidarsi del loro amore? E come scegliere? Le simpatie maggiori andrebbero alla Marchesa, come suggerisce l'incipit dell'aria: "Se di certo io non sapessi / che la donna è ingannatrice, / i lamenti di Clarice / mi farebbero pietà". Ma è solo un breve momento di debolezza ("Pieta? Spropositi! Dove mi va la testa?"). E proprio per saggiare il cuore delle tre donne, oltre che l'amicizia degli altri ospiti, Asrubale sta per organizzare – in combutta con il suo attendente Fabrizio – la colossale burla che giustificherà il titolo dell'opera.

Nell'immagine in alto, Filippo Galli, primo interprete del ruolo di Asdrubale.

Clicca qui per il testo del brano.

CONTE
Se di certo io non sapessi
che la donna è ingannatrice,
i lamenti di Clarice
mi farebbero pietà.
Pietà? Pietà?... Spropositi!
Dove mi va la testa?
Guai, se a pietà mi desta!
Son fritto, come va.
Ah! non sedurmi, amore;
è giusto il mio rigore:
ah! non fia ver che in femmina
io sogni fedeltà.

Clicca qui per il testo del recitativo che segue il brano.

CONTE
Di me stupisce ognun, perché, malgrado
i sei lustri d'età quasi compiti,
non entro nella classe de' mariti;
[tanto più che son ricco.
Tanto meno io direi: son le ricchezze
della stima e del genio
tiranne antiche. Allo splendor dell'oro
bello si crede, o d'allettar capace,
quel ch'è brutto in essenza o che non piace.]
Molte mi dan la caccia, e sopra ogni altra
quelle tre vedovelle: io mi diverto
della lor gelosia; ma qual poi d'esse
me solo apprezzi, e non la mia fortuna,
chi lo può indovinar? forse nessuna.




Marco Vinco


François Lis


Justino Diaz

Rémi-Charles Caufman

23 novembre 2014

3. Cavatina: "Quel dirmi, oh Dio!" - "Eco pietosa"

Scritto da Christian

Continuiamo con la presentazione dei vari ospiti della dimora del Conte Asdrubale. È la volta della Marchesa Clarice, terza delle tre "vedovelle" (dopo la Baronessa Aspasia e Donna Fulvia) che aspirano, senza certo nasconderlo, a sposare il loro anfitrione. A differenza delle altre due, che vogliono maritarsi per puro interesse, Clarice è invece sinceramente innamorata del Conte, e proprio per questo si strugge per i suoi continui rifiuti e il suo "rigore" nei confronti del gentil sesso.

Non abbiamo ancora conosciuto Asdrubale, e capiremo meglio più tardi per quale motivo sia così refrattario a prendere moglie: nel frattempo, però, in questa scena lo intravediamo dietro le quinte e scopriamo uno dei tratti salienti del suo carattere: la leggerezza e la voglia di far scherzi. In maniera anche un po' infantile, il Conte si diverte infatti a "fare l'eco" alle frasi di Clarice, ripetendo le ultime parole di ogni verso della donna (e imitandone anche, con effetti comici, le "infiorettature" del canto). Clarice, naturalmente, se ne accorge: e non può fare a meno di notare ("ei con quest'arte / si scoperse abbastanza") che le parole pronunciate dall'eco, messe in fila tutte insieme, recitano "Bramo amor, mento rigor"!

L'introduzione di Clarice culmina con una breve cavatina assai gradevole, "Eco pietosa" (momentaneamente interrotta dalla donna quando si attende di udire ancora una volta l'eco, che però non risponde perché nel frattempo il Conte se n'è andato), in cui si rivolge direttamente all'eco invocandola come confidente e consolatrice. Musicalmente il brano sembra anticipare la celebre aria "Di tanti palpiti" che Rossini scriverà l'anno dopo per il "Tancredi". Stendhal amava molto questo brano, come scrive nel suo "Vita di Rossini":

Si sente qui quale possibilità abbia la musica di dipingere un amore disperato [...]. Si tratta di un amore non più ostacolato dall'opposizione banale di un padre o di un tutore, bensì dal timore, assai più crudele, di apparire agli occhi dell'amato dotata di un'anima bassa e volgare. [...] "Eco pietosa", dice Clarice, "tu sei la sola / che mi consoli nel mio dolor": infatti, dove trovare, nella situazione di Clarice, una confidente? Non ve ne sono per le anime nobili. Tutte le possibili amiche avrebbero detto a Clarice: "Sposatevi, sposatevi in fretta, con qualsiasi mezzo; sarete amata dopo, se sarà possibile".
Nell'immagine in alto, Marietta Marcolini, prima interprete del ruolo di Clarice.

Clicca qui per il testo del brano.

CLARICE
Quel dirmi, oh dio!, «non t'amo»...

CONTE (di dentro, a imitazione dell'eco)
T'amo.

(Clarice manifesta la sua sorpresa)

CLARICE
«Pietà di te non sento»...

CONTE
Sento.

CLARICE
(È il Conte... ah! sì...
proviamo se mi risponde ancor.)
È pena tal, ch'io bramo...

CONTE
Bramo...

CLARICE
...che alfin m'uccida amor.

CONTE
Amor.

CLARICE
Al fiero mio tormento...

CONTE
Mento...

CLARICE
Deh! ceda il tuo rigor.

CONTE
Rigor.

CLARICE
Eco pietosa...
(tendendo l'orecchio)
Su queste sponde...
(come sopra)
(Più non risponde.)
Eco pietosa,
tu sei la sola,
che mi consola
nel mio dolor.

Clicca qui per il testo del recitativo che segue il brano.

CLARICE
[Quella che l'eco mi facea, del Conte
era certo la voce: ei con quest'arte
si scoperse abbastanza.]
«Amo, sento», egli disse, e «bramo amore»;
e quel che assai più val, «mento rigore».
Là fra quei rami, per meglio assicurarmi
degli andamenti suoi, vado a celarmi.
(parte)




Sonia Prina (Clarice), François Lis (Asdrubale)


Marie-Ange Todorovich (Clarice), Marco Vinco (Asdrubale)


Julia Hamari, Justino Diaz

Martine Dupuy, Simone Alaimo

20 novembre 2014

2. Duetto: "Mille vati al suolo io stendo"

Scritto da Christian

Facciamo ora la conoscenza di altri due personaggi, anch'essi ospiti nella villa del Conte Asdrubale: Macrobio, cinico e venale giornalista che esalta il "quarto potere" della carta stampata di elevare sugli altari o di buttare giù nella polvere, a proprio piacimento, la carriera di qualsiasi artista; e il cavalier Giocondo, nobiluomo che si diletta di poesia ma che si mostra del tutto disinteressato a coltivare l'amicizia del primo, verso il quale manifesta anzi un totale disprezzo.

Il giornalista avvisa il cavaliere: "S'ella in zucca ha un po' di sale / non ricusi il mio favor". Ma Giocondo ribadisce di non avere alcuna intenzione di "comprare" il suo consenso ("Vo' far quel che mi piace"), e alternativamente lo prende in giro (con la metafora del "balsamo di bosco, / che adoprato in buona dose / dà cervello a chi non l'ha", ovvero una robusta dose di bastonate!) o lo insulta pesantemente. Nel personaggio di Macrobio, Rossini e Romanelli intendevano senza dubbio attaccare una critica letteraria e musicale che già allora, evidentemente, gli artisti percepivano come poco imparziale e utilizzata spesso per stroncare o incensare, a seconda dei casi, le opere e la reputazione degli "amici" e dei "nemici". Non è da escludere, anzi, che in Macrobio gli spettatori milanesi del 1812 potessero riconoscere qualche giornalista locale. Giocondo, d'altro canto, "insensibile alla vanità", non rappresenta solo il contraltare di Pacuvio (che, come vedremo più tardi, cerca in ogni modo di far pubblicare le proprie opere sul giornale di Macrobio) ma è il prototipo del poeta romantico che compone per l'arte e non per la gloria. Non gli interessa la fama, soprattutto se al prezzo di piegare sé stesso ai capricci di un giornalista con il quale continuerà ad altercare per tutta l'opera.

Il movimentato duetto che introduce questi due caratteri è sostenuto da gradevoli linee melodiche e da due voci (tenore e basso) che si intrecciano e "bisticciano" in maniera fresca e divertente, a tratti persino esilarante. Grazie anche al libretto, Rossini riesce così a caratterizzare i personaggi nel breve volgere di poche battute. Sul tema della critica letteraria, del suo ruolo e delle sua degenerazione, si tornerà a discutere più volte nel corso di questo primo atto (segnatamente nel recitativo che precede il quartetto "Voi volete, e non volete", per non parlare dell'aria buffa di Macrobio "Chi è colei che s'avvicina?").

Clicca qui per il testo del brano.

MACROBIO
Mille vati al suolo io stendo
con un colpo di giornale:
s'ella in zucca ha un po' di sale,
non ricusi il mio favor.

GIOCONDO
Vil timore ai versi miei
mai non fece alcun giornale:
ma una bestia come lei,
se mi loda, io ne ho rossor.

MACROBIO
Stamperò, signor Giocondo.

GIOCONDO
D'ordinario io non rispondo.

MACROBIO
Senza entrar nella materia
potrei metterla in ridicolo.

GIOCONDO
Forse allora in aria seria
rintuzzar potrei l'articolo.

MACROBIO
Rintuzzar?... cioè rispondere?

GIOCONDO
Senza dubbio, et toto pondere.

MACROBIO
Vale a dir?

GIOCONDO
Con tutto il peso.

MACROBIO
Somma grazia mi farà.

GIOCONDO
Ma in qual modo ella non sa.

MACROBIO
Che me 'l dica.

GIOCONDO
Venga qua.
(mostrando il suo bastone)
Per sua regola io conosco
certo balsamo di bosco,
che adoprato in buona dose
dà cervello a chi non l'ha.

MACROBIO
Io credea tutt'altra cosa
da trattarsi in versi o in prosa;
né la vera in lei conosco
letteraria nobiltà.

GIOCONDO (senza scaldarsi)
Vo' far quel che mi piace.

MACROBIO (con fuoco)
Patti chiari: o guerra, o pace.

GIOCONDO (deridendolo)
Più bel pazzo non si dà.

MACROBIO (come sopra)
Guerra vuole, e guerra avrà.

GIOCONDO (con disprezzo)
Voi siete un uom da niente.

MACROBIO
Ma guai se aguzzo il dente.

GIOCONDO (cominciando a scaldarsi)
Aborto di natura.

MACROBIO (in aria derisoria)
Ma stampo e fo paura.

GIOCONDO (con fuoco)
Hai spalle da bastone.

MACROBIO
Ho un becco da falcone.

GIOCONDO (con molto sdegno)
È un vile omai chi tollera
la tua temerità.

MACROBIO (deridendolo)
Non vada tanto in collera,
che insuperbir mi fa.

Clicca qui per il testo del recitativo che segue il brano.

Nota: indico fra parentesi quadre le parti del libretto che vengono tradizionalmente omesse dalle rappresentazioni, vuoi perché ridondanti, vuoi perché escluse dalla "edizione critica". In questo caso, l'intero recitativo che segue il duetto viene di solito soppresso: in fondo non fa altro che ribadire i concetti espressi dal brano precedente, e l'unica informazione che fornisce in più è quella dell'invaghimento di Giocondo per Clarice, che verrà peraltro ribadito in seguito.

[MACROBIO
Signor Giocondo, io vedo
ch'ella vuol guerra, e guerra avrà.

GIOCONDO
Né guerra
voglio con voi, né pace.

MACROBIO
Il mio giornale...

GIOCONDO
Ha molta fame.

MACROBIO
I letterari articoli...

GIOCONDO
Io non compro all'incanto.

MACROBIO
Orsù, parliamo di cose allegre.
Il Conte è vostro amico.

GIOCONDO
Ebben?

MACROBIO
Dunque saprete a qual di queste vedove
la destra ei porgerà.

GIOCONDO
Che importa a voi?

MACROBIO
Saperlo mi giova.

GIOCONDO
Ed io non cerco mai, né svelo i fatti altrui.

MACROBIO
La marchesina, io credo, trionferà.

GIOCONDO (sospirando di soppiatto)
(Pur troppo lo temo anch'io!)

MACROBIO (osservandolo)
(Par che sospiri.)
Un colpo sarebbe questo al vostro cor.

GIOCONDO
Che dici?
Al mio cor? tu deliri.

MACROBIO
Eh, via, che serve
farne un mistero? Ella vi piace...

GIOCONDO (interrompendolo con sommo impeto)
Insomma, vuoi tu finirla, o no?

MACROBIO (con affettata commiserazione)
Sa il ciel, se i vostri
non corrisposti affetti io compatisco!

GIOCONDO
Quando teco questiono, io m'avvilisco.
(partono per bande opposte)]




Joan Martin-Royo (Macrobio), José Manuel Zapata (Giocondo)


Pietro Spagnoli (Macrobio), Raul Giménez (Giocondo)


Claudio Desderi (Macrobio), Ugo Benelli (Giocondo)

La seguente clip è tratta dal film "Lo sceicco d'Arabia", versione filmata de "La pietra del paragone". Peccato che il duetto sia stato pesantemente tagliato nella parte centrale.


Alfredo Mariotti (Macrobio), Ugo Benelli (Giocondo)

17 novembre 2014

1. Introduzione I: "Non v'è del conte Asdrubale"

Scritto da Christian

L'intera azione de "La pietra del paragone" si svolge nella dimora di campagna del Conte Asdrubale ("in un popolato e ricco borgo, poco lontano da una delle principali città d'Italia", recita il libretto), che ospita numerosi personaggi in villeggiatura: aristocratici, intellettuali e "nullafacenti" di varia estrazione. La prima scena, ambientata nel giardino della villa, comincia a introdurci alcuni di questi.

Dopo un coro ("misto d'Ospiti e di Giardinieri") che tesse gli elogi del Conte e della sua ospitalità ("Non v'è del Conte Asdrubale / più amabil cavaliere"), pur sottolineandone la strana ritrosia a prendere moglie ("Sta forse nello scegliere / la sua difficoltà"?), ecco salire in cattedra il poeta Pacuvio, che vuole imporre ai presenti i suoi versi pomposi, strampalati e non-sense ("Ombretta sdegnosa del Missipipì"). Tutti lo rifuggono, evidentemente già adusi alla sua invadenza e al suo tipo di poesia ("Più gran seccatore / giammai non s'udì"). Nonostante Pacuvio, da buon seguace del Metastasio, cerchi di nobilitare le proprie composizioni con un'aura classico-mitologica (Alceste, Arbace), non riesce tuttavia a catturare l'attenzione né di Fabrizio, il maggiordomo del Conte ("Le orecchie, Fabrizio / ti vo' imbalsamare", ossia coprire del "balsamo" della poesia!), che pur di sfuggirgli si inventa una scusa sul momento ("Per certo servizio / lasciatemi andare"), né della Baronessa Aspasia, una delle nobili ospiti della villa.

A sua volta, in pieno furore pindarico, Pacuvio non si rende conto di essere chiamato, ad alta voce e con ampi gesti, da un'altra ospite, Donna Fulvia. Costei, che verso di lui prova una simpatia (ricambiata) e che tutto sommato sembra essere l'unica ad apprezzarne il talento rimario, è – proprio come Aspasia – in realtà interessata ad "accalappiare" Asdrubale, scapolo impenitente ma assai appetito per la sua ricchezza. Nel recitativo che segue il concertato introduttivo, Fulvia chiarisce le cose con Pacuvio: intende sposare il Conte soltanto perchè "è ricco". Il poeta, dal suo canto, non dovrà però temere: dopo il matrimonio avrà comunque "stipendio, alloggio e tavola", visto che "fa sempre onore alle famiglie un letterato in casa".

Clicca qui per il testo del brano.

CORO
Non v'è del Conte Asdrubale
più saggio cavaliere:
ha sensi e cor magnanimo,
è dolce di maniere;
e in casa sua risplendono
ricchezza e nobiltà.
Le femmine rispetta;
qui con piacer le accoglie;
ma par che poca fretta
si dia di prender moglie;
sta forse nello scegliere
la sua difficoltà.

PACUVIO (con alcuni fogli di carta spiegati in mano, e in atto di leggere)
Attenti! Ascoltate:
che rime sono queste!

CORO (voltandogli le spalle)
Di grazia lasciate...

PACUVIO (inseguendoli)
Io fingo che Alceste
facendo all'amore,
coll'ombra d'Arbace
ragioni così.

CORO (come sopra)
Lasciateci in pace.
(Più gran seccatore
giammai non s'udì.)

PACUVIO (come sopra)
«Ombretta sdegnosa
del Missipipì»...

CORO (ironicamente)
Bellissima cosa!
(con somma impazienza)
Ma basta fin qui.

PACUVIO (veggendo a comparir Fabrizio abbandona gli altri, e va ad incontrarlo con trasporto)
Le orecchie, o Fabrizio,
ti vo' imbalsamare.

FABRIZIO (mostrando molta fretta per liberarsene)
Per certo servizio
lasciatemi andare.

BARONESSA (da un'altra parte chiamandolo)
Fabrizio...

PACUVIO (rivolgendosi verso di lei)
Signora,
qui badi per ora:
è Alceste, che parla...
(in atto di leggere)

BARONESSA
Non voglio ascoltarla.

PACUVIO (ora verso gli uni, ora verso gli altri)
Quest'aria allusiva
eroico-bernesca
cantar sulla piva
dovrà una fantesca
per far delle risa
gli astanti crepar.

BARONESSA, FABRIZIO E CORO
È bella e decisa,
non voglio ascoltar.

PACUVIO (leggendo)
«Ombretta»...

FULVIA (contemporaneamente chiamandolo)
Pacuvio...

CORO (volendosi dispensare)
Di grazia...

PACUVIO (come sopra verso la Baronessa senz'avvedersi di Fulvia, che lo chiama)
«Ombretta»...

FULVIA
Pacuvio...

BARONESSA
Son sazia...

PACUVIO (come sopra verso Fabrizio)
«Ombretta»...

FULVIA
Pacuvio...

FABRIZIO (con impazienza)
Non posso.

BARONESSA
Ha il diavolo addosso.

FULVIA
Ma, caro Pacuvio,
badatemi un po'.

PACUVIO
Ho in petto un Vesuvio;
frenarmi non so.

BARONESSA, FABRIZIO E CORO
Da questo diluvio
si salvi chi può.

Clicca qui per il testo del recitativo che segue il brano.

PACUVIO (a Fabrizio)
«Ombretta»...

FABRIZIO (ritirandosi)
Per pietà...

PACUVIO (alla Baronessa)
«sdegnosa»...

BARONESSA
Io parto, se non tacete.

PACUVIO (avvedendosi solamente in questo punto di donna Fulvia)
Oh! Donna Fulvia...
Appunto qui giungete a proposito:
è uno squarcio degno d'illustri orecchie.

FULVIA
Io volentieri l'ascolterò.

PACUVIO (alla Baronessa con enfasi accennando donna Fulvia)
Queste son donne!

BARONESSA (con sarcasmo)
È vero: si chiama Donna Fulvia.

FULVIA (egualmente)
È molto meno che Baronessa.

PACUVIO
Insomma,
chi non ama il musaico, o parta o taccia.

FABRIZIO (a donna Fulvia, partendo)
Mi consolo con lei.

BARONESSA (egualmente)
Buon pro vi faccia.

PACUVIO
Che ignoranza maiuscola!

FULVIA
Io suppongo che sia malignità.

PACUVIO
Peggio per loro!
(nell'atto di tornare a spiegare il foglio)
Odi, mio bel tesoro...

FULVIA
Non dirmi così:
sai che alla destra aspiro del Conte.

PACUVIO
Già; ma non per genio.

FULVIA
È ricco.

PACUVIO (sospirando)
Purtroppo! ed io...

FULVIA
Ci vuol pazienza.
Avrai a buon conto stipendio, alloggio e tavola,
quando sposa io sarò.

PACUVIO
Fa sempre onore
alle famiglie un letterato in casa.

FULVIA
Io ne son persuasa.

[PACUVIO (tornando a spiegare il foglio)
Ascolta dunque...

FULVIA
Osserva:
Giocondo con Macrobio.

PACUVIO
Ah! quel Giocondo
non lo posso soffrir.

FULVIA
Dunque bisogna evitarlo.

PACUVIO
Sibbene: andiam di sopra;
anzi, per far più presto
entriamo in quella camera terrena,
dove ti recitai la prima scena.]
(partono)



Nella prima clip che vi propongo, si può apprezzare l'originale allestimento di Giorgio Barberio Corsetti e Pierrick Sorin, che fa uso (con notevoli effetti scenografici e comici) del fondale in chroma key per inserire i personaggi all'interno di scenari fittizi (in questo caso, di modellini).


Christian Senn (Pacuvio), Filippo Polinelli (Fabrizio), Jennifer Holloway (Aspasia),
Laura Giordano (Fulvia), dir: Jean-Christophe Spinosi

Questa invece è una messa in scena più tradizionale ma comunque di notevole livello. Ambientata ai giorni nostri, trasforma la villa del Conte Asdrubale nella residenza (con tanto di piscina) di un moderno Briatore.


Paolo Bordogna (Pacuvio), Tomeu Bibiloni (Fabrizio), Laura Brioli (Aspasia),
Patrizia Biccirè (Fulvia), dir: Alberto Zedda

Infine, un allestimento più classico e datato, quello della "Piccola Scala" del 1982, con la regia di Eduardo De Filippo e un cast di prim'ordine anche nei ruoli minori (Desderi, Benelli, Corbelli, Dessì, fra gli altri):


Alessandro Corbelli (Pacuvio), Armando Ariostini (Fabrizio), Antonella Pianezzola (Aspasia),
Daniela Dessì (Fulvia), dir: Piero Bellugi

14 novembre 2014

La pietra del paragone - Ouverture

Scritto da Christian

La sinfonia che apre l'opera è allegra e animata da due temi che si alternano in una consueta struttura bipartita. Come capita spesso con Rossini, l'ouverture non è legata tematicamente o musicalmente con il resto dell'opera: questo permise al compositore di riutilizzarla pochi mesi dopo per un altro melodramma, il "Tancredi", andato in scena per la prima volta alla Fenice di Venezia nel febbraio del 1813.

La consuetudine rossiniana di prendere in prestito brani delle proprie composizioni per spostarli da un'opera all'altra non era dovuta solo alla pigrizia o alla mancanza di tempo (nei primi anni della sua carriera, il compositore lavorava a getto continuo, sfornando un lavoro dietro l'altro), ma è anche un chiaro indizio della "intercambiabilità" con cui venivano considerati certi brani. Era persino consuetudine, da parte di alcuni teatri, di prendere un'aria di un'opera del tutto diversa (magari anche di un altro compositore) e di inserirla – con il testo, a volte, debitamente modificato – all'interno di una determinata rappresentazione perché si confaceva meglio alle esigenze di uno dei cantanti. Le ouverture, in particolare, erano viste come semplici introduzioni da suonare mentre gli ultimi spettatori prendevano posto in sala, e dunque poco male se si riciclavano da un'opera all'altra. Spesso l'operazione passava anche del tutto inosservata (nel caso del "Tancredi", erano pochi i veneziani che avevano potuto già udire la musica della "Pietra del paragone" andata in scena a Milano pochi mesi prima).


dir: Riccardo Chailly

dir: Christian Benda

Le due versioni che presento qui sotto sono relative agli allestimenti che ci accompagneranno sul blog durante l'intera trattazione della "Pietra del paragone". La prima, in particolare, è graziata da una scenografia veramente sui generis (di Giorgio Barberio Corsetti e Pierrick Sorin), che fa uso del "blue back" tanto noto agli appassionati di effetti speciali cinematografici: vedremo in seguito come questa trovata arricchirà la messa in scena. La seconda è diretta da Alberto Zedda, uno dei massimi esperti della musica di Rossini, avendo curato le "edizioni critiche" di molte sue opere, sfrondandole dalle aggiunte o dalle modifiche apposte nel corso dei secoli alle partiture originali.


Ensemble Matheus, dir: Jean-Christophe Spinosi


Teatro Real (Madrid), dir: Alberto Zedda

Ecco infine una curiosa riduzione per violino e chitarra:


Matteo Colombo (violino), Maurizio Mancini (chitarra)

10 novembre 2014

La pietra del paragone - Introduzione

Scritto da Christian

La pietra del paragone
Melodramma giocoso in due atti
Libretto di Luigi Romanelli
Musica di Gioacchino Rossini

Prima rappresentazione: Milano (Teatro alla Scala),
26 settembre 1812

Personaggi e voci:
- La Marchesa Clarice (contralto), vedova brillante, accorta e di buon cuore, che aspira alla destra del Conte Asdrubale
- La Baronessa Aspasia (soprano) e
- Donna Fulvia (soprano), rivali della medesima non per amore, ma per solo interesse
- Il Conte Asdrubale (basso), ricco signore, alieno dell'ammogliarsi, non per assoluta avversione al matrimonio, ma per supposta difficoltà di trovare una buona moglie
- Il Cavalier Giocondo (tenore), poeta, amico del Conte e modesto amante, non corrisposto, della Marchesa Clarice
- Macrobio (buffo), giornalista imperito, presuntuoso e venale
- Pacuvio (buffo), poeta ignorante
- Fabrizio (basso), maestro di casa e confidente del Conte
- Coro maschile di giardinieri, ospiti del Conte, cacciatori, soldati
- Molte comparse di diverso carattere


Commissionata a un Rossini appena ventenne (ma con già cinque opere all'attivo) dal Teatro alla Scala di Milano, pare su interessamento del contralto Marietta Marcolini (che interpretò il ruolo di Clarice alla "prima", e che del compositore era la musa e forse l'amante), "La pietra del paragone" fu il primo, vero, grande successo del giovane musicista, quello che lo consacrò come astro nascente del melodramma italiano e come erede designato di Paisiello e Cimarosa, fino ad allora considerati i pilastri del genere. Era la prima volta che uno dei maggiori teatri lirici d'Europa dava fiducia al giovane pesarese, e la fiducia fu ampiamente ripagata. Opera buffa con venature di satira sociale a 360 gradi, la "Pietra" fece scalpore e conquistò sull'istante una popolarità senza precedenti. Grazie anche al libretto agile e moderno di Luigi Romanelli e a un cast di prim'ordine (oltre alla Marcolini, riscosse elogi la prova del basso Filippo Galli nei panni del protagonista, il Conte Asdrubale), la reazione del pubblico fu infatti entusiasta (le rappresentazioni consecutive alla Scala furono ben 53), così come gli elogi della critica. Celebre è la recensione apparsa, dopo la prima, sull'autorevole "Corriere delle Dame":

Se la penna del poeta, la fantasia del maestro, la magia del pennello formano i tre punti essenziali per la buona riuscita di un'Opera melodrammatica, non può negarsi lode al poeta, ammirazione al pittore, ed applauso massimo al compositore di questa musica. Questo giovenissimo signor Rossini se non invanirà di troppo, se studierà sugli antichi modelli che dormono polverosi, potrebbe essere il ben preconizzato a far risorgere la vera e maschia gloria della musica italiana.
Altrettanto nota è l'ammirazione manifestata da Stendhal, che nella "Vita di Rossini" scrive così:
"La pietra del paragone" è, a parer mio, il capolavoro di Rossini nel genere buffo. [...] Quest'opera creò alla Scala un'epoca di entusiasmo e di gioia; si accorreva in massa a Milano da Parma, Piacenza, Bergamo, Brescia e da tutte le città per un raggio di venti leghe. Rossini fu il primo personaggio del paese; ci si accalcava per vederlo.
Il successo dell'opera, fra l'altro, fu determinante in più di un modo per la carriera di Rossini. Come racconta lo stesso Stendhal, il vicerè francese a Milano, Eugène de Beauharnais (all'epoca la Lombardia, così come gran parte dell'Italia settentrionale, faceva parte dell'impero napoleonico) rimase talmente impresso da scrivere al ministro dell'interno la seguente missiva, chiedendo di esentare il compositore dal servizio militare:
Non posso prendermi la responsabilità di esporre al fuoco nemico un'esistenza così preziosa, i miei contemporanei non me lo perdonerebbero mai. Perderemo forse un mediocre soldato, ma salveremo sicuramente un uomo di genio per la nazione.
La popolarità della "Pietra" diede persino origine, in tempi brevissimi, a un paio di tormentoni. Il finale del primo atto, quello in cui il Conte Asdrubale – travestito da mercante turco – minaccia di mettere i sigilli a ogni cosa (parlando in un buffissimo linguaggio sgrammaticato, ed esclamando in continuazione la parola "Sigillara!"), fornì una sorta di nomignolo all'opera, che nell'uso comune sostituì quello ufficiale. Sempre Stendhal annota:
Questo vocabolo barocco, ripetuto dal turco incessantemente e in tutti i toni, poiché è la risposta che dà a tutto quanto gli si dice, fece a Milano una tale impressione [...] che fece cambiare il titolo dell'opera. Se in Lombardia parlate della "Pietra del paragone", nessuno vi capisce, bisogna dire: "il Sigillara".
Il secondo tormentone è quello dell'aria del poeta Pacuvio, "Ombretta sdegnosa del Missipipì", che sarà ripresa da Antonio Fogazzaro nel suo romanzo "Piccolo mondo antico". Questo le permetterà di rimanere popolare anche negli anni successivi, quando l'opera sarà ormai caduta nel dimenticatoio.

E già, perché sic transit gloria mundi: nonostante lo straripante successo iniziale, la fama della "Pietra" verrà rapidamente eclissata, nel giro di pochi anni, dalle altre opere dello stesso Rossini ("Il barbiere di Siviglia", "L'italiana in Algeri" e "La cenerentola" su tutte), fino a scomparire completamente dalle scene a partire dal 1830. E tranne qualche recupero in tempi recenti (in particolare grazie all'impegno del Rossini Opera Festival di Pesaro, e all'edizione critica curata da Alberto Zedda), "La pietra del paragone" fa capolino di rado nelle programmazioni dei teatri lirici. Un vero peccato, visto che si tratta di un'opera ancora assai fresca e godibile, di alto livello sia dal punto di vista musicale (come vedremo) che da quello del libretto, opera di un brillante Luigi Romanelli (librettista di fiducia della Scala di Milano, per la quale scrisse i testi di svariate decine di opere).

Questa scena, tratta dal biopic "Rossini! Rossini!" di Mario Monicelli (1991), mostra il successo della prima scaligera della "Pietra" (e attribuisce, nella finzione narrativa, direttamente alla Marcolini la richiesta di esonerare il compositore dal servizio militare):



Il libretto di Romanelli, come già detto, è vivace, ricco di trovate, ispiratissimo (un riferimento potrebbe essere lo Shakespeare di "Tanto rumore per nulla") e soprattutto incredibilmente moderno nel mettere in scena le virtù e (soprattutto) i vizi degli esseri umani: tanto che pare naturale, come viene spesso fatto in occasione di ogni allestimento, ambientarlo ai giorni nostri. Aiuta, in questo, la presenza di figure sempre "attuali" come il giornalista prezzolato e a caccia di scandali, l'artista mediocre e presuntuoso, le arrampicatrici sociali: personaggi che fanno parte del tessuto sociale di oggi come di quello di duecento anni fa.

La trama vede il ricco Conte Asdrubale, che sta ospitando alcuni conoscenti nella sua villa di campagna, fingere di aver perso tutti i propri averi (a favore di un fantomatico mercante turco, in realtà sempre lui travestito) per mettere alla prova la fedeltà dei tanti amici che lo circondano, distinguendo chi gli sta vicino solo per interesse da chi invece gli è legato da un rapporto sincero; allo stesso modo, farà luce sulle reali intenzioni delle tre donne che gli fanno la corte (essendo lui, ancora scapolo all'età di trent'anni, una "preda" piuttosto appetibile). Di queste ultime, solo la marchesa Clarice è mossa da un amore disinteressato: ma per conquistare il Conte, che nonostante tutto continua a mostrarsi refrattario al matrimonio, dovrà ricorrere a sua volta a un elaborato inganno a fin di bene.

Il titolo dell'opera, naturalmente, fa riferimento alle "prove" alle quali prima Asdrubale, e poi Clarice, sottopongono le persone al loro fianco: "Del paragon la pietra / sono i contrari eventi: / nei giorni più ridenti / più dubbia è l'amistà", si canta nel finale del primo atto.

Vocalmente, è da sottolineare l'insolita scelta dei registri dei due protagonisti, rispettivamente basso e contralto, al posto dei più consueti tenore e soprano (a onor del vero, non è un caso unico: agli inizi dell'ottocento il tenore era spesso relegato a ruoli secondari). L'unico tenore qui è il Cavalier Giocondo, poeta romantico e fedele amico del conte Asdrubale, ma innamorato a sua volta di Clarice. Gli altri personaggi cantano da soprano (Fulvia e Aspasia, le "rivali" di Clarice) o da basso buffo (il venale giornalista Macrobio e lo strampalato poeta Pacuvio, figure a tutto tondo e ben più che semplici comprimari). A questi si aggiunge un ruolo minore (Fabrizio, il maggiordomo del conte) e un coro maschile (che per lo più rappresenta la servitù). La musica è ricchissima e soprattutto assai varia, con arie che si alternano a numeri d'insieme vivaci e cangianti così come le situazioni che il libretto propone.

Fra i brani più significativi, oltre alla già citata aria di Pacuvio ("Ombretta sdegnosa del Missipipì"), sono da ricordare quella di Macrobio ("Chi è colei che s'avvicina?", tipicamente rossiniana), quella romantica di Giocondo ("Quell'alme pupille"), la cavatina di Clarice ("Eco pietosa"), il duetto fra Clarice e Asdrubale ("Conte mio, se l'eco avesse"). E come suo solito, Rossini "riciclò" parte della musica dalle sue opere precedenti: alcuni passi del complesso e raffinato quartetto del primo atto ("Voi volete, e non volete") provengono da "La scala di seta" e da "Ciro in Babilonia", mentre l'aria finale di Clarice ("Se per voi le care io torno") è la rielaborazione di un'analoga scritta, sempre per la Marcolini, per "L'equivoco stravagante". Da quest'ultima opera provengono anche il coro dei cacciatori e il quintetto del secondo atto. A sua volta, la "Pietra" fornirà materiale per il "Tancredi" (l'ouverture) e per "Il barbiere di Siviglia" (il temporale).


Alcune delle incisioni più celebri:











Link utili:

Articolo su Wikipedia in italiano
Articolo su Wikipedia in inglese
Libretto completo
Partitura