24 aprile 2017

Norma (19) - "Qual cor tradisti, qual cor perdesti"

Scritto da Marisa

Finito il drammatico confronto con Pollione, di fronte alla fermezza di lui che non accetta di essere salvato sacrificando Adalgisa e che la implora di risparmiare i figli offrendo il proprio sangue, assistiamo ad un vero colpo di scena, un capovolvimento di tutta la situazione. E qui Norma innalza la sua statura umana e morale, diventando per sempre l'eroina impareggiabile che rimane nel nostro immaginario. La donna chiama tutti quelli che aveva precedentemente allontanato per rimanere sola con Pollione ed annuncia solennemente di essere pronta a rivelare il nome della vittima, da offrire al Dio per concludere il rito:

All'ira vostra
Nuova vittima io svelo.
Una spergiura sacerdotessa
I sacri voti infranse,
Tradì la patria,
E il Dio degli avi offese.
Ovviamente ci aspettiamo che faccia il nome di Adalgisa, ma nel suo cuore c'è stata una lotta terribile ed ora è pronta alla vittoria su sé stessa e finalmente a uscire allo scoperto, assumendosi la responsabilità della propria caduta e dei voti infranti per la passione verso quell'uomo che, davanti a lei, attende il verdetto di morte. In realtà il conflitto dura fino all'ultimo momento (“Io rea l'innocente accusar del fallo mio?”) e Pollione stesso cerca di fermarla, scongiurandola in ogni modo di non rivelare quel nome (“Oh! Ancor ti prego, Norma, pietà! ... Ah! Non lo dir!”), ma infine vince la verità, anche se questa le costerà la vita.

Alla solenne dichiarazione “Son io!”, segue un silenzio surreale. Mai pausa nel repertorio lirico è stata più significativa ed eloquente. Potenza del silenzio! Tutto viene sospeso in uno stupore e uno sbalordimento collettivo. È un vero fulmine a ciel sereno, l'incredulità iniziale è il segno di quanto nessuno avrebbe mai sospettato di lei, la sacerdotessa suprema, figlia del capo, amata e venerata da tutti per l'alto ruolo e la sua integrità. Proprio l'ultima persona di cui diffidare! E di fronte a tanto attonito stupore, Norma si erge impassibile e rincara la dose: ”Sì, sono io stessa, ergete il rogo!”, perché sa bene che ormai non c'è più niente da fare se non affrontare la morte. È la legge del suo popolo, che come sacerdotessa conosce anche meglio di altri, e sa che il rogo è inevitabile per chi si macchia delle colpe che lei stessa ha denunciato. Persino Pollione vorrebbe salvarla supplicando tutti di non crederle, ma fieramente lei rivendica la propria responsabilità: “Norma non mente!”.

Una volta venuta allo scoperto, sembra che Norma non tema più niente. È come in trance, tutto intorno a lei si allontana (la presenza del padre, i sacerdoti, i guerrieri; la vergogna stessa non esiste più...), ed è come se si ritrovasse sola con Pollione, l'unica presenza ancora viva per lei e con cui non ha finito di fare i conti, anche se con accenti del tutto nuovi. Le sue parole infatti sembrano provenire da un altro pianeta, da una lontananza carica però ancora di sentimento e di nostalgia; un accorato rimpianto in cui il rimprovero cede all'ineluttabilità della fine.
Qual cor tradisti, qual cor perdesti
Quest'ora orrenda ti manifesti.
Da me fuggire tentasti invano,
Crudel Romano, tu sei con me.
Un nume, un fato di te più forte
Ci vuole uniti in vita e in morte.
Sul rogo istesso che mi divora,
Sotterra ancora sarò con te.
Anche la musica trova accenti nuovi e si fa solenne, ma carica di emotività contenuta e scandita come se Norma parlasse in trance e si rivolgesse all'uomo che, nonostante tutto, continua ad amare, dando per scontato che lui non può capirla. È come se solo lei potesse vedere un destino guidato da una forza più grande di tutti e due, un destino a cui Pollione, nella sua spavalda sicurezza egoistica, pensava di potersi sottrarre, anzi di essere lui ad assoggettare ai suoi comodi, permettendosi di utilizzare il Dio dell'amore per sedurre Adalgisa. La sicurezza di Norma proviene dalla profondità del suo sentimento ed ora che è passata attraverso tutte le tempeste emotive che tale sentimento le ha procurato (dall'estasi iniziale al sospetto, alla gelosia, al rimpianto, alla rabbia, al bisogno di vendetta...) accetta anche di morire per esso, senza mai rinnegarlo. Stare con l'uomo amato, in vita e in morte, è l'unica realtà che conta e che nessuno può più mettere in discussione. Non ha più bisogno di nascondere un amore colpevole, celando persino l'esistenza dei figli, vivendo di sotterfugi e manipolando i responsi divini per assicurarsi la vicinanza dell'amante e risparmiargli la guerra. Vita e morte sono ritornate ad essere due facce della stessa medaglia e quello che conta è la continuità del suo sentimento: solo così la morte diventa l'unico modo per essere ancora insieme, che Pollione lo voglia o no, lo capisca o no.

Nei Celti la credenza nella vita dopo la morte era molto forte e il culto dei morti si basava proprio su di essa. Cesare ("De bello gallico" III, 22) ci informa che i capi avevano compagni o servi così devoti da accompagnarli volontariamene nella morte, e Diodoro afferma che essi credevano a tal punto nella sopravvivenza che gettavano nel rogo funebre delle lettere indirizzate al defunto... Non sorprende quindi che per Norma morire insieme all'uomo amato possa avverare un destino ineluttabile che si protrarrà anche oltre la morte. Nelle opere liriche in realtà è molto comune assistere alla speranza, o nella vera e propria fede, da parte di amanti che non possono vivere in terra il loro amore, di ritrovarsi a viverlo in cielo! Il cristianesimo ha alimentato ulteriolmente tali aspettative e quasi tutto il grande repertorio lirico del secolo XIX che pesca in drammi di amori contrastati (l'arguta sintesi di tanti melodrammi: il soprano e il tenore si amano, ma il baritono lo vuole impedire!) è intriso di fede cristiana.

Dopo le parole di Norma, assistiamo ad un altro colpo di scena. Quello che sembrava impossibile, e che neanche Adalgisa era riuscita ad ottenere, avviene spontaneamente. Pollione, davanti all'autoaccusa della sacerdotessa e alle sue lucide parole (non più di minaccia, ma ennesima prova d'amore), si pente e si getta ai suoi piedi, dichiarando un amore rinato.
Ah! Troppo tardi t'ho conosciuta!
Sublime donna, io t'ho perduta!
Col mio rimorso è amor rinato,
Più disperato, furente egli è!
Moriamo insieme, ah, sì, moriamo!
L'estremo accento sarà ch'io t'amo.
Ma tu morendo, non m'abborrire,
Pria di morire, perdona a me!
Sembra di assistere ad un risveglio dopo un periodo di letargo, un velo che cade dagli occhi prima offuscati, una nebbia che si dirada e offre in tutto il suo fulgore un paesaggio per troppo tempo nascosto e quasi dimenticato. In verità devo ammettere che questo ritorno di fiamma in Pollione mi è sempre sembrato forzato e poco autentico. D'accordo il pentimento ed anche il rimorso, ma un riaccendersi di passione così impetuoso non è poco credibile psicologicamente? E tutto l'amore folle sbandierato per Adalgisa, tanto da volerla rapire dagli altari e portarla a Roma, che fine ha fatto?

Forse la spiegazione è che, nonostante l'apetto adulto del proconsole, il suo orgoglio che non sopporta di essere salvato da una donna e la possibile accusa di viltà, la sua psiche sia rimasta fondamentalmente infantile: e capovolgimenti così rapidi dell'investimento libidico sono propri della psiche infantile. Non assistiamo divertiti agli improvvisi passaggi emotivi dei bambini, anche rispetto ai genitori da cui dipendono e che in realtà adorano, agli scoppi di collera (quando i loro capricci non vengono soddisfatti) che li portano a dire “Ti odio, vai via!” per passare subito dopo, riconciliati (soprattutto se ottegono ancora qualche nuovo gioco o gratificazione) ad abbracciare, baciare e dichiarare il loro enorme affetto? Si sa che la psiche dei bambini è ancora fragile, in formazione, che per loro le gratificazioni sono importanti e che tali scoppi di collera sono in fondo innocui, tanto che bisogna anche, in certa misura, permetterglieli. Ma, quando vediamo tali improvvisi sbalzi d'umore e repentini cambi di investimenti affettivi in un adulto, rimaniamo sconcertati.

Ma in fondo rimaniamo tutti un po' bambini, e i nostri investimenti affettivi non sono poi così stabili come vorremmo; il gioco delle seduzioni e il bisogno di novità hanno una grande parte nel comportamento relazionale. Non che non si possa cambiare oggetto negli investimenti affettivi adulti, tanto che le scappatelle sentimentali sono molto più frequenti di quanto non si ammetta, ma è molto improbabile che, pur ritornando dal partner ufficiale, rinasca una vera passione. In genere prevale l'affetto consolidato, le abitudini alla condivisione e (perché no?) anche un amore sincero, ma non la passione, e in realtà è meglio così. La passione è un fuoco destinato a bruciare e spegnersi con facilità, mentre un amore più tranquillo, basato sulla reciproca conoscenza e rispetto, offre più possibilità di serenità e durata. Evidentemente fa parte del carattere di Pollione l'impulsività, usare la passione come movente. E come solo poche ore prima era pronto a sfidare gli dei dei barbari e l'ira di Norma per soddisfare la passione per una fanciulla, ora, colpito dal coraggio e dalla fermezza di Norma, è pronto a morire con lei in un impeto di rinnovata passione!

Tra i due protagonisti si fa poi avanti Oroveso, il capo dei galli e padre di Norma. Per la prima volta lo sentiamo appellarsi proprio alla sua paternità. Non è il temibile guerriero che parla, ma un vecchio, che fa leva sui suoi capelli bianchi per intenerire la figlia che ha appena rivelato un misfatto che lo costringerebbe a decretarne la morte. Che terribile situazione, sia per un capo che per un padre! Per il capo che, ricordiamolo, è anche il referente supremo della casta sacerdotale, è il crollo della fiducia in una persona che fino ad un momento fa era la custode di ciò che di più sacro concerne la tribù e l'interprete fidata del volere del Dio; per il padre lo strazio di vedere la figlia di cui è sempre stato orgoglioso, cadere in una situazione di vergogna inaudita. Non riesce a crederci e lo sbalordimento è tale come accade ad uno che, davanti ad una catastrofe, pensa che sia solo un brutto sogno da cui svegliarsi il più presto possibile, o che chi ci porta la notizia funesta stia mentendo o delirando.
Oh! In te ritorna, ci rassicura!
Canuto padre te ne scongiura,
Dì che deliri, dì che tu menti,
Che stolti accenti uscir da te!
Tale è la fiducia che Oroveso, e con lui tutto il popolo, i guerrieri e i druidi ripongono in Norma, che si attaccano ad un'ultima speranza: la sacerdotessa è fuori di sé per qualche arcano motivo e la prova della sua innocenza è che il Dio non la sta punendo immediatamente, non manda alcun fulmine...
Il Dio severo che qui t'intende,
Se stassi muto, se il tuon sospende,
Indizio è questo, indizio espresso
Che tanto eccesso punir non de'!


Clicca qui per il testo del recitativo che precede.

POLLIONE Dammi quel ferro!

NORMA
Che osi? Scostati!

POLLIONE
Il ferro, il ferro!

NORMA
Olà, ministri, sacerdoti, accorrete!

(Ritornano Oroveso, i Druidi, i Bardi e i Guerrieri.)

NORMA
All'ira vostra
Nuova vittima io svelo.
Una spergiura sacerdotessa
I sacri voti infranse,
Tradì la patria,
E il Dio degli avi offese.

OROVESO E CORO
O delitto! O furor!
La fa palese!

NORMA
Sì, preparate il rogo!

POLLIONE
Oh! Ancor ti prego,
Norma, pietà!

OROVESO E CORO
La svela!

NORMA
Udite.
(Io rea l'innocente accusar
Del fallo mio?)

OROVESO E CORO
Parla. Chi è dessa?

POLLIONE
Ah! Non lo dir!

NORMA
Son io.

OROVESO E CORO
Tu! Norma!

NORMA
Io stessa. Il rogo ergete.

OROVESO E CORO
(D'orrore io gelo!)

POLLIONE
(Mi manca il cor!)

OROVESO E CORO
Tu delinquente!

POLLIONE
Non le credete!

NORMA
Norma non mente.

OROVESO
Oh! Mio rossor!

CORO
Oh! Quale orror!

Clicca qui per il testo di "Qual cor tradisti, qual cor perdesti".

NORMA
Qual cor tradisti, qual cor perdesti
Quest'ora orrenda ti manifesti.
Da me fuggire tentasti invano,
Crudel Romano, tu sei con me.
Un nume, un fato di te più forte
Ci vuole uniti in vita e in morte.
Sul rogo istesso che mi divora,
Sotterra ancora sarò con te.

POLLIONE
Ah! Troppo tardi t'ho conosciuta!
Sublime donna, io t'ho perduta!
Col mio rimorso è amor rinato,
Più disperato, furente egli è!
Moriamo insieme, ah, sì, moriamo!
L'estremo accento sarà ch'io t'amo.
Ma tu morendo, non m'abborrire,
Pria di morire, perdona a me!

OROVESO E CORO
Oh! In te ritorna, Ci rassicura!
Canuto padre te ne scongiura,
Dì che deliri, dì che tu menti,
Che stolti accenti uscir da te!
Il Dio severo che qui t'intende,
Se stassi muto, se il tuon sospende,
Indizio è questo, indizio espresso
Che tanto eccesso punir non de'!




Dimitra Theodossiou (Norma), Carlo Ventre (Pollione), Simon Orfila (Oroveso)
dir: Paolo Arrivabeni (2007)


Maria Callas, Mario Del Monaco, Giuseppe Modesti
dir: Tullio Serafin (1955)


Maria Callas, Mario Del Monaco, Nicola Zaccaria
dir: Antonino Votto (1955)


Montserrat Caballé, Robleto Merolla, Ivo Vinco
dir: Georges Prêtre (1971)

Leyla Gencer, Bruno Prevedi, Nicola Zaccaria
dir: Gianandrea Gavazzeni (1965)

21 aprile 2017

Norma (18) - "In mia man alfin tu sei"

Scritto da Marisa

Mentre Norma si accinge a rivelare il nome della vittima (molto presumibilmente Adalgisa) da sacrificare al Dio per propiziarsene il favore in vista della guerra, arriva la notizia che un romano è stato sorpreso entro il recinto sacro delle vergini sacerdotesse ed ora è condotto davanti al re Oroveso per essere condannato. Si tratta, come teme Norma, proprio di Pollione, che cercava di rapire Adalgisa. E spetterebbe a lei, sollecitata dai guerrieri e da Oroveso stesso, ucciderlo con un pugnale. Ma pur fremendo d'ira, Norma non riesce a sferrare il colpo su colui che in fondo ama ancora (così come si era trattenuta all'ultimo momento davanti ai figli) e, tremando di rabbia compressa e di emozione, chiede a tutti di lasciarli soli col pretesto di volerlo interrogare.

E qui assistiamo ad uno dei duetti più drammatici di tutta la lirica, un confronto tesissimo e vibrante, carico di emozioni fortissime e di terribile rabbia a stento trattenuta. “In mia man alfin tu sei: / Niun potria spezzar tuoi nodi. / Io lo posso”: in questa breve frase, che arriva come un sibilo, Norma condensa tutta la situazione e prospetta una possibile via d'uscita. Ha ormai preso atto fino in fondo del tradimento di Pollione e, come dall'alto di una fortezza (tale vorrebbe rendere il suo cuore!) detta delle condizioni, le sue condizioni, a colui che crede ormai vinto e prostrato ai suoi piedi. Gli offre la salvezza, ma a che prezzo! Norma si tira indietro, ma non è assolutamente disposta a vederlo felice con Adalgisa (“Se non puoi essere mio, non sarai di nessun'altra”, sembra dire), e lo incalza facendo leva su quello che crede sia più sacro per Pollione: il suo Dio e i figli stessi.

M'odi.
Pel tuo Dio, pei figli tuoi,
Giurar dei che d'ora in poi
Adalgisa fuggirai,
All'altar non la torrai,
E la vita io ti perdono,
E mai più ti rivedrò.
Giura.
© Ramella & Giannese | Teatro Regio di Torino

Ma nonostante tutto, non conosce bene Pollione, che mostra un coraggio inaspettato e non è assolutamente disposto ad obbedirle. “No. Si vil non sono”, si sente rispondere. E nonostante le ripetute pressioni, l'uomo la fronteggia con un orgoglio che viene meno solo quando lei, al colmo del furore, gli rivela che ha già tentato di uccidere i figli e che ora, se lui la continua ad esasperare, potrebbe veramente portare a termine l'intento... Ma c'è di più; anche il destino di Adalgisa è segnato. Per lei sarebbe facilissimo mandarla al rogo in quanto inadempiente ai voti di castità, punendo così lui facendolo doppiamente soffrire: attraverso la perdita dei figli e dell'amante... (“Nel suo cor ti vo ferire!”). Invano Pollione offre sé stesso alla vendetta, implorando la salvezza della ragazza innocente: non basta. Norma sa che si soffre molto di più assistendo alla perdita delle persone amate e che, a questo punto la propria morte sarebbe persino un sollievo!

Siamo così ritornati al parallelo con Medea. Ma dietro la somiglianza dei piani delle due donne (uccidere la nuova sposa e i figli per far soffrire il più possibile il traditore), la situazione è ben diversa. Norma gode di un notevole prestigio, ed è al culmine del suo potere (anche se deve nascondere i figli e tenere segreta la relazione con Pollione), mentre Medea è una “straniera”, guardata con sospetto, che ha perso tutto il suo potere rimanendo completamente in balia di Giasone. Questa maggiore vulnerabilità spiega il diverso comportamento. Medea infatti nasconde abilmente il suo piano, finge di essere rassegnata e di credere alle menzogne di Giasone, che le dice di aver contratto le nuove nozze non per il proprio piacere ma per meglio proteggere i figli e assicurare loro un futuro più brillante... Medea simula un desiderio di riconciliazione e convince persino Giasone ad accompagnare i figli dalla nuova sposa per portarle dei doni (!) da parte sua. È la trappola che sta preparando per far morire la principessa in modo atroce, bruciata viva dal fuoco che si sprigionerà dal peplo avvelenato. Chi è in condizioni di dipendenza deve simulare, come ben sanno anche i galli su invito di Oroveso. E Medea simula! Norma invece rivela apertamente il proprio piano di morte, lo sbatte in faccia a Pollione nel modo più diretto e aggressivo possibile. È lei l'arbitro del proprio destino, e pare intenzionata ad usare tutto il proprio potere fino in fondo. Ma vedremo che la sua rabbia, forse proprio perché trova sfogo nell'umiliazione e nel terrore che vede nel volto di Pollione, non sfocerà nell'assassinio degli innocenti, come invece avviene per Medea. In fondo la clemenza appartiene a chi ha veramente il potere, mentre l'impotenza genera, proprio per il suo bisogno di riscatto e di uscire dall'umiliazione, i peggiori delitti.

Nonostante il terrore, Pollione in questa scena dà il meglio di sé e si differenzia del tutto sia da Don Giovanni, il seduttore che non si assume mai la responsabilità per le proprie conquiste, sia da Giasone, al sicuro dietro la protezione del re. Pur di non accettare quello che in ultima analisi è un vero e proprio ricatto affettivo da parte di Norma, egli si dichiara disposto a pagare con la propria vita e chiede ripetutamente un'arma per uccidersi davanti a lei: “Ah! Ti basti il mio dolore / Ch'io mi sveni innanzi a te!”. La sua fermezza è del tutto autentica, senza alcun ombra di vigliaccheria, ma vero dolore per il possibile misfatto che si profila. Pollione non esita a fare l'ultimo tentativo per fermare la strage dal furore di Norma: offrire sé stesso quale vittima e colpevole. Questa prova di valore avrà il suo effetto!

Clicca qui per il testo del recitativo che precede.

NORMA
Ma qual tumulto?

CLOTILDE
(entra frettolosa)
Al nostro tempio insulto
Fece un Romano.
Nella sacra chiostra
Delle vergini alunne egli fu colto!

OROVESO E CORO
Un Romano?

NORMA
(Che ascolto? Se mai foss'egli?)

OROVESO E CORO
A noi vien tratto.

(Pollione entra, fra Galli armati.)

NORMA
(È desso!)

OROVESO E CORO
È Pollion!

NORMA
(Son vendicata adesso.)

OROVESO
Sacrilego nemico, e chi ti spinse
A violar queste temute soglie.
A sfidar l'ira d'Irminsul?

POLLIONE
Ferisci. Ma non interrogarmi.

NORMA
(svelandosi)
Io ferir deggio.
Scostatevi.

POLLIONE
Che veggio? Norma!

NORMA
Sì. Norma.

OROVESO E CORO
Il sacro ferro impugna,
Vendica il Dio.

NORMA
(prende il pugnale dalle mani d'Oroveso)
Sì. Feriam.
(Si arresta.)
Ah!

OROVESO E CORO
Tu tremi?

NORMA
(Ah! Non poss'io.)

OROVESO E CORO
Che fia? Perchè t'arresti?

NORMA
(Poss'io sentir pietà?)

OROVESO E CORO
Ferisci!

NORMA
Io deggio interrogarlo,
Investigar qual sia l'insidiata
O complice ministra
Che il profano persuase a fallo estremo.
Ite per poco.

OROVESO E CORO
(Che far pensa?)

POLLIONE
(Io fremo.)

(Oroveso e il coro si ritirano. Il tempio rimane sgombro.)

Clicca qui per il testo di "In mia man alfin tu sei".

NORMA
In mia man alfin tu sei:
Niun potria spezzar tuoi nodi.
Io lo posso.

POLLIONE
Tu nol dei.

NORMA
Io lo voglio.

POLLIONE
E come?

NORMA
M'odi.
Pel tuo Dio, pei figli tuoi,
Giurar dei che d'ora in poi
Adalgisa fuggirai,
All'altar non la torrai,
E la vita io ti perdono,
E mai più ti rivedrò.
Giura.

POLLIONE
No. Si vil non sono.

NORMA
Giura, giura!

POLLIONE
Ah! Pria morrò!

NORMA
Non sai tu che il mio furore
Passa il tuo?

POLLIONE
Ch'ei piombi attendo.

NORMA
Non sai tu che ai figli in core
Questo ferro...?

POLLIONE
Oh Dio! Che intendo?

NORMA
Sì, sovr'essi alzai la punta.
Vedi, vedi a che son giunta!
Non ferii, ma tosto, adesso
Consumar potrei l'eccesso.
Un istante, e d'esser madre
Mi poss'io dimenticar!

POLLIONE
Ah! Crudele, in sen del padre
Il pugnal tu dei vibrar!
A me il porgi.

NORMA
A te?

POLLIONE
Che spento cada io solo!

NORMA
Solo? Tutti!
I Romani a cento a cento
Fian mietuti, fian distrutti,
E Adalgisa...

POLLIONE
Ahimè!

NORMA
Infedele a suoi voti...

POLLIONE
Ebben, crudele?

NORMA
Adalgisa fia punita,
Nelle fiamme perirà, sì, perirà!

POLLIONE
Ah! Ti prendi la mia vita,
Ma di lei, di lei pietà!

NORMA
Preghi alfine?
Indegno! È tardi.
Nel suo cor ti vo' ferire,
Sì, nel suo cor ti vo' ferire!

Già mi pasco ne' tuoi sguardi,
Del tuo duol, del suo morire,
Posso alfine, io posso farti
Infelice al par di me!

POLLIONE
Ah! T'appaghi il mio terrore!
Al tuo piè son io piangente!
In me sfoga il tuo furore,
Ma risparmia un'innocente!
Basti, basti a vendicarti
Ch'io mi sveni innanzi a te!

NORMA
Nel suo cor ti vo' ferire!

POLLIONE
Ah! T'appaghi il mio terrore!

NORMA
No, nel suo cor!

POLLIONE
No, crudel!

NORMA
Ti vo' ferire!

POLLIONE
In me sfoga il tuo furore,
Ma risparmia un'innocente!

NORMA
Già mi pasco ne' tuoi sguardi, ecc.

POLLIONE
Ah! Ti basti il mio dolore
Ch'io mi sveni innanzi a te!




Daniela Dessì (Norma), Fabio Armiliato (Pollione)
dir: Evelino Pidò (2008)


Montserrat Caballé (Norma), Jon Vickers (Pollione)
dir: Giuseppe Patanè (1974)


Maria Callas, Mario del Monaco (1955)


Maria Callas, Franco Corelli (1960)


Joan Sutherland, John Alexander (1972)

Joan Sutherland, Luciano Pavarotti (1984)

18 aprile 2017

Norma (17) - "Guerra, guerra!"

Scritto da Marisa

“Guerra, strage, sterminio”: sono le prime parole che Norma pronuncia non appena si presenta nella sacra selva al cospetto del popolo riunito per ascoltare il responso divino. Il suo aspetto è terribile e sembra proprio invasata dal Dio che ora si è pronunciato a favore della guerra! Noi sappiamo che il cambiamento non è dovuto ad una reale manifestazione divina, in qualsiasi modo possa essere evocata o intesa (sogno, lancio di dadi o carte, volo di uccelli, lettura di viscere di animali sacrificali...), ma semplicemente dalla rabbia e dal bisogno di vendetta personale di Norma che parlano in sua vece. L'unica che non sembra credere alla possibilità che gli dèi manifestino il loro volere guidando le guerre degli umani (“Dio lo vuole!”) è proprio la sacerdotessa suprema, e questo la porta a manipolare a proprio piacimento i destini di tutto un popolo. Non che Norma non sia religiosa (anche se spergiura e colpevole rispetto alla sua posizione e al suo ruolo), e ne abbiamo avuto la prova nella sublime preghiera che aveva rivolto alla casta dea lunare ("Casta diva"), una delle più belle di ogni tempo, degna di stare alla pari con la preghiera alla Vergine che Dante mette in bocca a San Bernardo nell'ultimo canto del Paradiso (“Vergine Madre...”) e a quella che Lucio, nelle “Metamorfosi” di Apuleio, indirizza alla grande Iside, prototipo di ogni grande dea... La religiosità di Norma è del tutto sganciata dai responsi: si può persino dire che è più libera e pura. E la musica è il veicolo più adatto a tale spiritualità.

Ma ora non è più il tempo per la preghiera; è il tempo per la vendetta e la guerra, e i galli riuniti intorno al loro capo, Oroveso, cominciano già a gridare il loro inno di battaglia. E qui il dolce Bellini sfodera tutta la sua poliedrica abilità nel fornirci uno dei pezzi più forti di incitazione marziale: il suo “Guerra, guerra!” non è da meno rispetto al celebre brano dell'Aida di Verdi, il che è tutto dire... Il canto è tutto intriso di furore bellico e prepara lo scenario per i futuri sacchi di Roma, veri e propri traumi storici che hanno decretato la fine dell'impero e precipitato il mondo civilizzato dell'occidente nei secoli bui del primo Medioevo.

Il sacco di Roma del 410 ad opera del re dei Visigoti, Alarico, segna l'epilogo di un lungo periodo di decadenza e conflitti interni (come Norma presagisce quando avvisa i suoi che Roma cadrà per le sue debolezze e perversità), che vede Roma, con la capitale dell'impero ormai trasferita a Ravenna e mal governata da un imperatore, Onorio, salito al trono ancora bambino e mai emancipatosi dai consiglieri, in balia dei barbari. Il secondo e definitivo scacco all'impero viene effettuato dal re dei Vandali, Genserico, nel 455 (risale a questa impresa, e non all'avanzata di Attila, il tentativo di Papa Leone I di fermare la distruzione della città) e le conseguenze saranno devastanti, tanto che da allora il termine “vandalismo” è sinonimo di distruzione violenta di beni e monumenti civili... I Barbari premono alle porte di Roma, quindi, e se per ora i Galli non riescono nell'impresa, la storia parlerà ancora di loro. Prima o poi i popoli oppressi cercano di liberarsi e, se non sono distrutti completamente, covano propositi di rivincita.

Subito dopo l'annuncio del favore del Dio alla guerra, bisogna celebrare un rito di propiziazione che prevede un sacrificio umano. Abbiamo già detto che nel contesto dei riti celtici i sacrifici umani erano previsti e ritenuti indispensabili per mediare con il soprannaturale, come del resto in quasi tutte le civiltà antiche. Offerte sacrificali si tributano agli dèi sia all'inizio di un'impresa bellica sia alla sua fine, come ringraziamento, oltre ai previsti sacrifici rituali in occasione di feste (inizio anno, funerali solenni...). Ne vediamo testimonianza nel celebre “Bacile di Gundestrup”, dove è riconoscibile un calderone in cui si getta una vittima, ma la modalità più frequente era il rogo. Nel caso di più vittime da sacrificare contemporaneamente, si costruiva una specie di gabbia con vimini intrecciati e vi si chiudevano le vittime da ardere sul fuoco acceso.

Alla domanda sulla vittima di cui Norma non ha ancora rivelato il nome, ella risponde: ”Ella fia pronta. / Non mai l'altar tremendo / Di vittime mancò”. Subito pensiamo che nel suo furore voglia vendicarsi di Adalgisa, che immagina pronta a seguire Pollione a Roma tradendo l'amicizia appena giurata, consegnandola ai sacerdoti per farla immolare. Ma non mancheranno i colpi di scena...

Clicca qui per il testo di "Squilla il bronzo del Dio!" ... "Guerra, guerra!".

(Norma corre all'altare e batte tre volte lo scudo d'Irminsul. Accorrono da varie parti Oroveso, i Druidi, i Bardi e le Ministre. Norma si colloca sull'altare.)

OROVESO E CORO
(di dentro)
Squilla il bronzo del Dio!
Tutti entrano in scena.
Norma! Che fu?
Percosso lo scudo d'Irminsul,
Quali alla terra decreti intima?

NORMA
Guerra, strage, sterminio.

OROVESO E CORO
A noi pur dianzi pace
S'imponea pel tuo labbro!

NORMA
Ed ira adesso,
Stragi, furore e morti.
Il cantico di guerra alzate, o forti.

OROVESO E CORO
Guerra, guerra! Le galliche selve
Quante han quercie producon guerrier:
Qual sul gregge fameliche belve,
Sui Romani van essi a cader!
Sangue, sangue! Le galliche scuri
Fino al tronco bagnate ne son!
Sovra il flutti dei Ligeri impuri
Ei gorgoglia con funebre suon!
Strage, strage, sterminio, vendetta!
Già comincia, si compie, s'affretta.
Come biade da falci mietute
Son di Roma le schiere cadute!
Tronchi i vanni, recisi gli artigli.
Abbattuta ecco l'aquila al suol!
A mirare il trionfo de' figli
Ecco il Dio sovra un raggio di sol!

Clicca qui per il testo del recitativo che segue.

OROVESO
Nè compi il rito, o Norma?
Nè la vittima accenni?

NORMA
Ella fia pronta.
Non mai 'altar tremendo
Di vittime mancò.




Daniela Dessì (Norma)
dir: Evelino Pidò (2008)


Elena Rossi (Norma)
dir: Lu Jia (2014)

15 aprile 2017

Norma (16) - "Ei tornerà"

Scritto da Marisa

Mentre i guerrieri, sotto la guida di Oroveso, attendono nella sacra selva il responso divino, rassegnati già ad ascoltare il solito invito della sacerdotessa alla pace e a sospendere il momento della riscossa simulando obbedienza, Norma, in attesa dell'esito della missione che Adalgisa ha proposto per riconquistarle il cuore di Pollione, si abbandona ancora una volta alla speranza, come una ragazzina che sta aspettando la risposta alla prima lettera d'amore:

Ei tornerà. Sì.
Mia fidanza è posta in Adalgisa.
Ei tornerà pentito,
Supplichevole, amante.
Oh! A tal pensiero
Sparisce il nuvol nero
Che mi premea la fronte,
E il sol m'arride
Come del primo amore ai dì,
Ai dì felici.
Quale ingenuità! Ma del resto non siamo sempre pronti ad illuderci, quando desideriamo fortemente qualcosa? La speranza “ultima dea” fugge solo i sepolcri, dice il poeta, e ciò comporta che, finché viviamo, siamo sempre pronti a riattivare le speranze, anche le più improbabili, affinché tutto vada secondo i nostri desideri. E quindi non meravigliamoci se vediamo Norma, una donna così potente, orgogliosa ed esperta, credere che l'amato possa tornare da lei come “ai dì felici del primo amore”.

Anche chi si professa “pessimista”, appena può, indulge nella speranza che a volte sfocia persino nella più smaccata credulità, quando si tratta di cosa che stia veramente “a cuore”. Il “Non mi faccio illusioni” è spesso una facciata che nasconde una straziante richiesta: “Ditemi che non è vero, che posso ancora sperare!”. Da recenti studi di neuroscenziati emerge che la nostra autostima e il benessere psichico sono proprio basati sulla capacità di “autoilludersi”, una sopravvalutazione del lato positivo della vita e di sé stessi affidata a precisi circuiti neuronali. Coloro che hanno tali circuiti più labili sono più facilmente inclini alle depressioni... Come sopportare la vita altrimenti? Nietzsche affermava che l'uomo può reggere solo una piccola parte di verità. E ci vuole senza dubbio un forte allenamento (anni di meditazione, per esempio) per guardare serenamente la realtà, con i suoi lati sia positivi che negativi (che a volte sono decisamente più numerosi e persino catastrofici!).

L'illusione di Norma cade presto. Clotilde la informa che Adalgisa non è riuscita a persuadere Pollione a ritornare da lei, anzi il proconsole è deciso a non rinunciare alla ragazza ed è pronto persino a rapirla, sottraendola all'altare, pur di averla! Nella donna si riaccende immediatamente il furore, e anche l'amicizia con Adalgisa è ormai messa in discussione. Norma si pente di aver ceduto, aprendosi alla fiducia, e rapidamente passa all'auto-rimprovero (“Come ho potuto fidarmi di lei?”). La sua sensibilità femminile è acuita dal sospetto, immagina che una fanciulla piangente abbia ancora più fascino davanti ad un uomo maturo come Pollione e che Adalgisa abbia persino giocato su questo, ingannandola. Il suo vero scopo era quello di far crescere ancora di più il desiderio dell'uomo: ”Ed io fidarmi di lei dovea? / Di mano uscirmi, / e bella del suo dolore, / presentarsi all'empio ella tramava”.

Il sospetto di Norma non è del tutto paranoico, perché nella sua passione così dominante e duratura non può immaginare che Adalgisa si sia veramente già staccata dal desiderio di vivere l'amore e che possa muoversi solo guidata dal nuovo sentimento di amicizia. In realtà sappiamo che il più delle volte è proprio così: dietro l'amicizia fra due donne prevale la lotta per conquistare l'uomo, e spesso l'amicizia si trasforma in rivalità sentimentale e delusione (“Chi l'avrebbe mai detto? Era la mia migliore amica!”). Proprio per queste ambiguità e debolezze del cuore l'amicizia femminile è spesso messa in discussione: ogni amica può diventare una rivale... Questo era più grave quando l'unico modo di realizzarsi per una donna era il matrimonio (indissolubile!), e quindi la lotta per accaparrarsi il “partito migliore” e il controllo per non farselo “soffiare” dalle amiche era costante. Non che ora si sia diventati migliori, ma la maggiore libertà da parte delle donne permette una maggiore spregiudicatezza e magari, lungi da farne una tragedia, ci si consola prima (sempre quando non si sprofondi in una crisi abbandonica grave), cercando un altro amore o intensificando gli interessi lavorativi o altro. Anzi, proprio l'amicizia (ovviamente non con quella che ci ha soffiato il fidanzato o il marito!) può diventare il supporto più valido per attraversare la crisi.

Ma ora, non appena Clotilde informa Norma che Adalgisa, dopo il fallimento della sua missione, si sottrae in tutti i modi alle avances di Pollione e si rifugia presso l'altare (dove peraltro non è affatto al sicuro, perché proprio da lì il proconsole minaccia di rapirla!), la rabbia e il desiderio di vendetta di Norma si scatenano sulla testa del traditore: “Troppo il fellon presume. / Lo previen mia vendetta, / e qui di sangue roman, / scorreran torrenti”. Il passaggio dall'amore all'odio nel cuore di Norma è immediato (come abbiamo già visto in precedenza), ma non è detto che questa volta sia irreversibile (non lo era stato nemmeno prima). Tutta l'opera si regge sulle tempeste interiori della protagonista. Non che si possa parlare di volubilità, anzi: proprio il radicamento profondo della passione ne spiega i mutamenti. È un vento impetuoso che può cambiare direzione ma non cessare, un fuoco che può scaldare o distruggere ma non spegnersi. Ma ora, dopo la seconda grande disillusione e frustrazione, Norma è decisa a utilizzare il potere sacerdotale per la vendetta che il suo popolo aspetta e che diventa adesso anche la sua personale vendetta.

Clicca qui per il testo.

(Tempio d'Irminsul. Da un lato, l'ara dei Druidi.)

NORMA
Ei tornerà.
Sì. Mia fidanza è posta in Adalgisa.
Ei tornerà pentito,
Supplichevole, amante.
Oh! A tal pensiero
Sparisce il nuvol nero
Che mi premea la fronte,
E il sol m'arride
Come del primo amore ai dì,
Ai dì felici.
(Entra Clotilde)
Clotilde!

CLOTILDE
O Norma! Uopo è d'ardir.

NORMA
Che dici?

CLOTILDE
Lassa!

NORMA
Favella. Favella.

CLOTILDE
Indarno parlò Adalgisa, e pianse.

NORMA
Ed io fidarmi di lei dovea?
Di mano uscirmi,
E bella del suo dolore,
Presentarsi all'empio ella tramava.

CLOTILDE
Ella ritorna al tempio.
Triste, dolente,
Implora di profferir suoi voti.

NORMA
Ed egli?

CLOTILDE
Ed egli rapirla giura
Anco all'altar del Nume.

NORMA
Troppo il fellon presume.
Lo previen mia vendetta,
E qui di sangue, sangue roman,
Scorreran torrenti.

(Norma corre all'altare e batte tre volte lo scudo d'Irminsul.)




Montserrat Caballé (1974)


Maria Callas (1955)

Leyla Gencer (1965)

12 aprile 2017

Norma (15) - "Ah! del Tebro al giogo indegno"

Scritto da Marisa

Siamo ora nel campo dei Galli, dove si è diffusa la voce dell'imminente partenza del proconsole romano, che sarà sostituito da uno ancora più crudele. Per i guerrieri (coro "Non partì?... Finora è al campo") questa è una provocazione, e la loro impazienza cresce. Vorrebbero al più presto prendere le armi e ricacciare i romani dalle loro terre, ma Oroveso, non conoscendo il nuovo responso degli dèi perché Norma continua a tacere, li invita ad aspettare ancora e a simulare un atteggiamento di apparente rassegnazione, frenando la rabbia.

Ah! Del Tebro al giogo indegno
Fremo io pure,
All'armi anelo!
Ma nemico è sempre il cielo,
Ma consiglio è simular.
Certo, per Oroveso è dura tenere calmi i fieri guerrieri, soprattutto ora che arriverà un capo ancora più sprezzante, e la musica rende benissimo la cupa rabbia che bolle ma che non può esplodere! Simili stati emotivi, se protratti a lungo, sono molto pericolosi anche individualmente perché sono il terreno ideale per malattie psicosomatiche. A livello collettivo preludono a violente tensioni che possono sfociare nelle modalità più impreviste, ma sempre aggressive e devastanti. Pensiamo ad una massa di tifosi inferociti in uno stadio se la squadra del cuore ha subito un'umiliazione (secondo loro, beninteso) o a una folla che attende la comparsa del proprio idolo e viene disillusa e frustrata! Se allarghiamo ancora lo scenario e lo protrariamo nel tempo, potremmo capire un po' meglio certe rivoluzioni che, quando esplodono, dopo anni o magari secoli di frustrazioni e maltrattamenti, sfociano in mari di sangue... In assenza di un capo veramente carismatico e non sadico (il che è molto raro e difficile, perché la rabbia stessa vuole obbedire solo a chi la aizza ancora di più) a controllare il tutto e a incanalare la rabbia in modi più umanamente accettabili e costruttivi, le conseguenze sono gravissime per tutti e spesso per molto tempo. Non è dovuta soprattutto alla frustrazione imposta dai vincitori negli accordi di Versailles il bisogno di rivincita dei tedeschi, umiliati nell'orgoglio nazionale, sfociato poi nella più terribile delle guerre moderne? Elias Canetti, nel suo bel libro “Massa e potere”, ha delle pagine memorabili al riguardo e varrebbe la pena rifletterci su, ora che in varie parti del mondo lo scontento, la frustrazione e la rabbia collettiva vengono manipolati troppo facilmente e spesso anche abbastanza inconsciamente (vista la pochezza culturale e umana di certi capi-partito)...

Ma Oroveso è un capo attento a non infrangere i voleri degli dei, con i nervi saldi e in grado di controllare sia sé stesso che i propri uomini: un capo ideale, forte e paziente al tempo stesso, amato dal popolo e dai guerrieri ed obbedito senza bisogno di ricorrere a minacce o lusinghe. È in grado di dire la verità alla sua gente perché non vive a “palazzo” ma costantemente con loro, condividendone gioie e dolori.
Divoriam in cor lo sdegno,
Tal che Roma estinto il creda.
Di verrà, sì, che desto ei rieda
Più tremendo a divampar.
E i suoi gli fanno eco unificando i propositi e si tengono pronti a dar libero corso al “furore” solo sotto il suo comando. Per ora possono ancora fingere obbedienza al conquistatore (”Ma fingiamo è consiglio il simular / Sì, fingiamo!“). Va da sé che tale stato può durare poco, perché se protratto troppo a lungo si perde energia e subentra lo scoraggiamento e, peggio ancora, l'abitudine ad una rassegnazione passiva che rende una popolazione servile e non più in grado di difendere la propria dignità e lottare per la libertà.

Clicca qui per il testo di "Non partì? Finora è al campo!".

(Luogo solitario presso il bosco dei Druidi cinto da burroni e da caverne. In fondo un lago attraversato da un ponte di pietra.)

GUERRIERI GALLI
Non partì?
Finora è al campo!
Tutto il dice: i feri carmi,
Il fragor, dell'armi il suon,
Il suon dell'armi,
Dell'insegne il ventilar.
Un breve inciampo
Non ci turbi, non ci arresti
Attendiam, attendiam.
Un breve inciampo
Non ci turbi, non ci arresti
E in silenzio il cor s'appresti
La grand'opra a consumar!

Clicca qui per il testo del recitativo "Guerrieri! A voi venirne".

OROVESO
(entrando)
Guerrieri! A voi venirne
Credea foriero d'avvenir migliore!
Il generoso ardore,
L'ira che in sen vi bolle
Io credea secondar,
Ma il Dio non volle.

GUERRIERI GALLI
Come? Le nostre selve
L'abborrito Proconsole non lascia?
Non riede al Tebro?

OROVESO
Ma più temuto e fiero
Latino condottiero
A Pollione succede.

GUERRIERI GALLI
E Norma il sa?
Di pace è consigliera ancor?

OROVESO
Invan di Norma la mente investigai.

GUERRIERI GALLI
E che far pensi?

OROVESO
Al fato piegar la fronte,
Separarci, e nulla lasciar sospetto
Del fallito intento.

GUERRIERI GALLI
E finger sempre?

OROVESO
Cruda legge! Il sento.

Clicca qui per il testo di "Ah! Del Tebro al giogo indegno".

OROVESO
(con ferocità)
Ah! Del Tebro al giogo indegno
Fremo io pure,
All'armi anelo!
Ma nemico è sempre il cielo,
Ma consiglio è simular.

GUERRIERI GALLI
Ah sì, fingiamo, se il finger giovi,
Ma il furor in sen si covi.

OROVESO
Divoriam in cor lo sdegno,
Tal che Roma estinto il creda.
Di verrà, sì, che desto ei rieda
Più tremendo a divampar.

GUERRIERI GALLI
Guai per Roma allor che il segno
Dia dell'armi il sacro altar!
Sì, ma fingiam, se il finger giovi,
Ma il furore in sen si covi!
Guai per Roma, allor che il segno
Dia dell'armi il sacro altar!

OROVESO
Simuliamo, sì,
Ma consiglio è il simular!
Di verrà, che desto ei rieda
Più tremendo a divampar!

GUERRIERI GALLI
Ma fingiamo, è consiglio il simular,
Sì, fingiamo!




"Non partì?"
dir: Richard Bonynge (1964)


"Guerrieri!" ... "Ah! del Tebro al giogo indegno"
Samuel Ramey (1984)


"Guerrieri!" ... "Ah! del Tebro al giogo indegno"
Bonaldo Giaiotti (1975)

"Guerrieri!" ... "Ah! del Tebro al giogo indegno"
Cesare Siepi (1950)

9 aprile 2017

Norma (14) - "Deh! Con te, con te li prendi"

Scritto da Marisa

Norma ha finalmente resistito alla tentazione di sopprimere i figli e ora medita di morire lei stessa, dopo aver affidato i bambini ad Adalgisa perché li conduca con sé a Roma, dove andrà sposa a Pollione (“Si emendi il mio fallo, E poi, si mora“). Ma inaspettatamente trova nella ragazza una fermezza e un forte senso di amicizia ed empatia, una solidarietà femminile a tutto tondo, in grado di cambiare i suoi propositi di morte (prima sui figli, poi su sé stessa) e cercare una soluzione in cui la vita prevalga e con essa possa rinascere anche l'antico amore! La devozione della fanciulla per colei che reputava una maestra e incarnava il suo modello di saldezza e virtù si trasforma in pietà e desiderio di aiutarla in ogni modo possibile, salvo assecondarla nell'abdicare dal ruolo di madre, cosa che incautamente aveva promesso ad occhi chiusi, alla prima richiesta di Norma. Propone invece di recarsi lei stessa da Pollione e cercare di convincerlo a non abbandonare i figli e nemmeno Norma, riattivando il primo amore.

Vado al campo ed all'ingrato
Tutti io reco i tuoi lamenti.
La pietà che m'hai destato
Parlerà sublimi accenti.
Spera, ah, spera, amor, natura
Ridestar in lui vedrai.
Del suo cor son io secura,
Norma ancor vi regnerà!
Cosa potrebbe suonare più dolce alle orecchie di Norma? Poter riavere l'amore di colui che, pur maledicendo, continua ad amare e veder avverarsi quel sogno a cui lei stessa si abbandonava solo poche ore fa, quando fantasticava di ricondurlo a sé! Ormai la differenza di età è abolita, anzi le parti si capovolgono: Norma sembra la fanciulla trepidante d'amore che aspetta il primo incontro con l'amato e Adalgisa la matura consigliera che la guida! Per un attimo la donna esperta si affida a quella più ingenua e ignara, e accetta un patto di amicizia che non ha mai provato in tutta la sua vita perché le sue relazioni sono state sempre asimmetriche: lei era sempre la grande sacerdotessa, figlia del re, e le altre subalterne in ogni senso, per rango e per ruolo. Anche Clotilde, che pur si occupa dei suoi figli, non è un'amica ma una subordinata che ne esegue i comandi e non ha alcun potere di cambiarne le decisioni.

Dopo essersi assicurata che in Adalgisa l'amore per Pollione è spento, Norma accetta il piano escogitato dalla fanciulla e la riconosce quale “amica” (“Sì. Hai vinto. Abbracciami. Trovo un'amica ancor”). E il proposito che fanno insieme di cementare tale amicizia-solidarietà fino in fondo suona sincero, quasi a voler sfidare il futuro e una possibile incostanza da parte di una delle due.
Sì, fino all'ore estreme
Compagna tua m'avrai.
Per ricovrarci insieme
Ampia è la terra assai.
Teco del fato all'onte
Ferma opporrò la fronte,
Finché il tuo core a battere
Io senta sul mio cor, sì.
Perché si possa parlare di amicizia è necessaria una simmetria (anche se non perfetta) tra le persone, simmetria di solito di età o almeno di cultura e di formazione, ma soprattutto un basso livello di possibile conflittualità legata ad invidia o gelosia. E come si riduce il campo! In un'epoca dove le “amicizie” si fanno in Rete e se ne contano a migliaia, può suonare strano richiamare a una concezione più autentica ed elitaria di solidarietà, ma è proprio da lì che bisognerebbe ricominciare per non vanificare le parole e annullare i valori. Sì, è ancora vero il detto che “chi trova un amico, trova un tesoro!”, e i tesori sono tali proprio perché sono rari. Ma vale la pena di cercarli e adoperarsi per riconoscerli!

Il periodo in cui fioriscono le amicizie migliori è in genere l'adolescenza, la prima gioventù, quando si sente il bisogno di cominciare ad uscire dalla ristretta cerchia famigliare (nell'infanzia ci si fida ciecamente dei genitori, e gli altri bambini sono solo compagni di gioco) e si inizia a voler condividere idee ed esperienze lontano dagli occhi dei genitori. Tutto ha il sapore della scoperta, e trovare amici con cui fare incursioni nel nuovo modo di pensare è fondamentale. L'amica “del cuore” o l'amico “per la pelle” sono tipici di questo periodo, come è tipico entrare in un gruppetto di intimi con cui trovarsi il più frequentemente possibile... Poi la vita va avanti e spesso ci si perde di vista. Subentrano altri tipi di rapporti, soprattutto si scopre la sessualità, e dall'amicizia si passa a relazioni basate sul coinvolgimento erotico per quel che riguarda la sfera intima, mentre nel mondo del lavoro si stabiliscono rapporti più freddi e calcolati, in cui la competitività frena l'instaurasri di amicizie più sincere. Bisogna aspettare l'età più avanzata per riscoprire a pieno il valore dell'amicizia (come ha ben notato Cicerone), fuori ormai dalle lotte competitive e dall'urgenza delle passioni...

Non che durante la fase adulta, in fondo la più piena e carica di eventi della vita, non siano possibili amicizie: ma queste sono maggiormente inquinate da interessi e secondi fini, invidie, gelosie e confronti più o meno malevoli. Non di rado si fanno brutte scoperte e si finisce per chiudersi e vivere le amicizie in modo molto superficiale, riconoscendo sempre più spesso che in fondo si tratta solo di “conoscenze” e non di vere amicizie.

E poi c'è un problema di genere. Per gli uomini la sfera delle amicizie è sempre stata più accessibile, perché la vita maschile è tradizionalmente più incentrata sul lavoro e, fino a non molto tempo fa, anche su altre organizzazioni culturali, sportive o militari. I circoli di ritrovo, dal prestigioso Rotary a tutti gli altri, compresi i famosi circoli per ufficiali, sono sorti come luoghi di ritrovo maschile in cui condurre meglio gli affari, stabilire contatti, far nascere alleanze, divertirsi... e solo in seguito sono stati aperti alle donne, in genere solo alle mogli... L'entrata delle donne nel mondo del lavoro, e soprattutto la presa di posizione e la lunga educazione ed emancipazione delle donne, hanno cambiato molto il vecchio sistema. Ora le donne non sono più relegate in casa, al massimo tra figli, madri e sorelle... Anzi, sembra che vogliano rifarsi del tempo perduto, tanto che le vediamo sempre più spesso inieme agli uomini o anche in gruppi solo femminili (feste di nubilato o quant'altro), a pieno titolo. Ma si tratta di vere amicizie?

Quanto a Norma, anche se Adalgisa è veramente disposta a rimanere al suo fianco e la sua amicizia e la solidarietà appaiono ferree, essa è troppo abituata all'indipendenza, alla solitudine e al sospetto, e alla prima difficoltà ritornerà a minarne la possibilità. In fondo l'asimmetria fra le due è troppa, e la donna ormai disincantata non può riporre totale fiducia in una ragazzina, innamorata per di più dello stesso uomo. Ecco che la speranza di una possibile amicizia scompare.

Clicca qui per il testo del recitativo che precede.

ADALGISA
(entrando, con timore)
Mi chiami, o Norma?
(sbigottita)
Qual ti copre il volto tristo pallor?

NORMA
Pallor di morte.
Io tutta l'onta mia ti rivelo.
Una preghiera sola, odi, e l'adempi,
Si pietà pur merta
Il presente mio duol,
E il duol futuro.

ADALGISA
Tutto, tutto io prometto.

NORMA
Il giura.

ADALGISA
Il giuro.

NORMA
Odi, Purgar quest'aura
Contaminata dalla mia presenza
Ho risoluto, nè trar meco io posso
Questi infelici.
A te li affido.

ADALGISA
Oh ciel! A me li affidi?

NORMA
Nel romano campo guidali a lui,
Che nominar non oso.

ADALGISA
Oh! Che mai chiedi?

NORMA
Sposo ti sia men crudo;
Io gli perdono e moro.

ADALGISA
Sposo? Ah, mai!

NORMA
Pei figli suoi t'imploro.

Clicca qui per il testo di "Deh! Con te, li prendi".

NORMA
Deh! Con te, li prendi,
Li sostieni, li difendi
Non ti chiedo onori e fasci,
A' tuoi figli ei fian serbati.
Prego sol che i miei non lasci
Schiavi, abbietti, abbandonati.
Basti a te che disprezzata,
Che tradita io fui per te.
Adalgisa, deh! ti muova
Tanto strazio del mio cor.

ADALGISA
Norma, ah! Norma, ancora amata,
Madre ancora sarai per me.
Tienti i figli.
Ah! Non, ah non fia mai
Ch'io mi tolga a queste arene!

NORMA
Tu giurasti.

ADALGISA
Sì, giurai.
Ma il tuo bene, il sol tuo bene.
Vado al campo ed all'ingrato
Tutti io reco i tuoi lamenti.
La pietà che m'hai destato
Parlerà sublimi accenti.
Spera, ah, spera, amor, natura
Ridestar in lui vedrai.
Del suo cor son io secura,
Norma ancor vi regnerà!

NORMA
Ch'io lo preghi?
Ah, no! Giammai! Ah! No!

ADALGISA
Norma, ti piega.

NORMA
No, più non t'odo.
Parti. Va.

ADALGISA
Ah, no! Giammai! Ah! No!

Mira, o Norma, a' tuoi ginocchi
Questi cari tuoi pargoletti!
Ah! Pietade di lor ti tocchi,
Se non hai di te pietà!

NORMA
Ah! Perchè, perchè la mia costanza
Vuoi scemar con molli affetti?
Più lusinghe, ah, più speranza
Presso a morte un cor non ha!

ADALGISA
Mira questi cari pargoletti,
Questi cari, ah, li vedi, ah!
Mira, o Norma, a' tuoi ginocchi, ecc.

NORMA
Ah! Perchè, perchè la mia costanza, ecc.

ADALGISA
Cedi! Deh, cedi!

NORMA
Ah! Lasciami! Ei t'ama.

ADALGISA
Ei già sen pente.

NORMA
E tu?

ADALGISA
L'amai. Quest'anima
Sol l'amistade or sente.

NORMA
O giovinetta! E vuoi?

ADALGISA
Renderti i dritti tuoi,
O teco al cielo agli uomini
Giuro celarmi ognor.

NORMA
Sì. Hai vinto. Abbracciami.
Trovo un'amica amor.

NORMA ED ADALGISA
Sì, fino all'ore estreme
Compagna tua m'avrai.
Per ricovrarci insieme
Ampia è la terra assai.
Teco del fato all'onte
Ferma opporrò la fronte,
Finchè il tuo core a battere
Io senta sul mio cor, sì.

(Partono)




Daniela Dessì (Norma), Kate Aldrich (Adalgisa)
dir: Evelino Pidò (2008)


Maria Callas, Ebe Stignani (1954)


Montserrat Caballé, Fiorenza Cossotto (1977)


Joan Sutherland, Huguette Tourangeau (1972)

Renata Scotto, Joann Grillo (1978)