31 dicembre 2020

Il flauto magico (39) - Riepilogo

Scritto da Christian

Ecco un comodo elenco di tutti i post pubblicati su "Il flauto magico":

- Introduzione
- Ouverture

Atto I
- Introduzione: "Zu Hilfe! Zu Hilfe!"
- Aria: "Der Vogelfänger bin ich ja"
- Aria: "Dies Bildnis ist bezaubernd schön"
- Recitativo e aria: "O zittre nicht, mein lieber Sohn!"
- Quintetto: "Hm! Hm! Hm! Hm!"
- Terzetto: "Du feines Täubchen, nur herein!"
- Duetto: "Bei Männern, welche Liebe fühlen"
- Finale primo: "Zum Ziele führt dich diese Bahn" – "Die Weisheitslehre dieser Knaben"
- "Schnelle Füße, rascher Mut" – "Das klinget so herrlich" – "Könnte jeder brave Mann"
- "Es lebe Sarastro, Sarastro soll leben!" – "Herr, ich bin zwar Verbrecherin!"

Atto II

- Marcia dei Sacerdoti
- Aria con coro: "O Isis und Osiris"
- Duetto: "Bewahret euch vor Weibertücken"
- Quintetto: "Wie? wie? wie? Ihr an diesem Schreckensort?"
- Aria: "Alles fühlt der Liebe Freuden"
- Aria: "Der Hölle Rache kocht in meinem Herzen"
- Aria: "In diesen heil'gen Hallen"
- Terzetto: "Seid uns zum zweitenmal willkommen"
- Aria: "Ach, ich fühl’s, es ist verschwunden!"
- Coro: "O Isis und Osiris, welche Wonne!"
- Terzetto: "Soll ich dich, Teurer, nicht mehr seh'n?"
- Aria: "Ein Mädchen oder Weibchen"
- Finale secondo: "Bald prangt, den Morgen zu verkünden"
- "Der, welcher wandert diese Straße" – "Tamino halt! ich muß dich sehn!"
- "Tamino mein! O welch ein Glück!" – "Triumph, Triumph"
- "Papagena! Papagena!" – "Pa-Pa-Pa-Pa"
- "Nur stille! stille! stille! stille!" – "Die Strahlen der Sonne"

- I miti/1 - Il tema dell'eroe
- I miti/2 - Demetra e Kore
- I miti/3 - Amore e Psiche
- I miti/4 - Puer aeternus
- I miti/5 - Orfeo, Pan e Krishna
- I miti/6 - Iside e l'iniziazione ai misteri
- I miti/7 - Il Vecchio Saggio

- Seguiti ed epigoni
- Film, libri e fumetti


29 dicembre 2020

Il flauto magico (38) - Film, libri e fumetti

Scritto da Christian

Al cinema lo "Zauberflöte" è stato portato integralmente due volte, per mano di due grandi maestri della settima arte: nel 1975 da Ingmar Bergman e nel 2006 da Kenneth Branagh. Curiosamente, entrambe queste pellicole, pur conservando integralmente la musica di Mozart, hanno alterato la lingua del libretto originale, lasciando che gli interpreti cantassero rispettivamente in svedese e in inglese. La scelta può sembrare discutibile, ma l'intento era quello di andare incontro allo spettatore comune nelle sale, proprio come Mozart e Schikaneder avevano fatto a Vienna nel 1791 (cantando in tedesco, la lingua del popolo, anziché in italiano, lingua tipica dell'opera ma che era conosciuta soltanto a corte).



In inglese, per lo stesso motivo (è la lingua originale del resto del film, ovvero il "tedesco" nella finzione cinematografica), sono anche gli spezzoni dell'opera che si sentono nel celebre "Amadeus" di Miloš Forman, pellicola premio Oscar del 1984 e liberamente tratta dall'omonima opera teatrale di Peter Shaffer. E naturalmente brani del "Flauto magico" si possono ascoltare in tutti gli altri film biografici sul genio salisburghese: dal britannico "Whom the Gods Love" (1936) di Basil Dean, all'italiano "Melodie eterne" (1940) di Carmine Gallone, fino all'austriaco "Mozart" (1955) di Karl Hartl. Fra i film di ambientazione contemporanea, invece, segnalo "Magic Flute Diaries" (2008) di Kevin Sullivan, tutto incentrato sull'allestimento di uno "Zauberflöte" a Salisburgo.



Un capitolo a parte riguarda il cinema d'animazione, linguaggio che con miti, fiabe e fantasy si è sempre sposato volentieri. Cito, e propongo qui sotto, il "Papageno" (1935) di Lotte Reininger, pioniera tedesca dell'animazione con silhouette; il ben noto e suggestivo "Flauto magico" (1978) di Gianini e Luzzati; lo special televisivo americano "The magic flute" (1994) per la ABC, abbastanza mediocre; e infine lo "Zauberflöte" della serie OperaVox (1995), prodotto dalla BBC con i bei disegni del russo Igor Oleinikov.



"Papageno" (1935) di Lotte Reininger


"Il faluto magico" (1978) di Giulio Gianini ed Emanuele Luzzati (estratto)


"The magic flute" (1994), produzione Ruby-Spears per la ABC


"The magic flute" (1995), produzione BBC per la serie OperaVox



In letteratura, nel 1920 il politologo e filosofo inglese G. Lowes Dickinson scrisse "The Magic Flute: A Fantasia", reinterpretando la storia in chiave di parabola sulla civiltà dopo la prima guerra mondiale. Nel 1962, John Updike firmò un libro per bambini con illustrazioni di Warren Chappell. Nel 1982 è la volta di "Magic Flutes", romanzo per ragazzi di Eva Ibbotson ambientato a Vienna durante la prima rappresentazione del "Flauto magico". Nel 1985 esce il romanzo di fantascienza "Night's Daughter" di Marion Zimmer Bradley, che colloca la vicenda in un mondo atlantideo popolato da creature metà uomini e metà animali. Altre interpretazioni della storia appaiono nei romanzi "Temples of Delight" (1990) di Barbara Trapido e "Sunlight and Shadow" (2004) di Cameron Dokey.



Infine, concludiamo con i fumetti, menzionando alcune storie che si ispirano esplicitamente all'opera di Mozart, raccontandola, interpretandola o parodiandola a modo loro. Nel 1986, sul numero 1582 di "Topolino", appare la storia "Paperino e il flauto magico", scritta da Alessandro Bencivenni e disegnata da Massimo De Vita, con gli abitanti di Paperopoli nei panni dei personaggi di Schikaneder (Paperino è Tamino, Amelia è la Regina della Notte, zio Paperone è Sarastro, e così via). La storia è stata ristampata più volte nelle varie collane dedicate alle "grandi parodie" disneyane. Certo, sarebbe stato meglio un mix di paperi e topi (con Topolino Tamino e Paperino Papageno), che avrebbe funzionato di più come caratterizzazione, ma lo sceneggiatore non ci ha pensato, e non si può avere tutto.

Nel 1990, il disegnatore americano P. Craig Russell firma per la collana "Library of Operatic Adaptation" un adattamento del "Flauto magico", pubblicato inizialmente in tre albi e raccolto poi in un unico volume.

Nel 2008, infine, è il turno del giapponese Yoshitaka Amano, che illustra con il suo tratto suggestivo il volume "Mateki: the Magic Flute", inserendo nel canovaccio dell'opera elementi della cultura nipponica.

27 dicembre 2020

Il flauto magico (37) - Seguiti ed epigoni

Scritto da Christian

Il grande successo e la popolarità del "Flauto magico", con i suoi numerosi temi e significati, hanno sempre solleticato l'immaginazione degli artisti venuti in contatto con il capolavoro di Mozart.

Nel 1795, soltanto quattro anni dopo la prima rappresentazione dell'opera, il grande scrittore tedesco Johann Wolfgang von Goethe cominciò a scrivere il libretto per un seguito ideale, in cui ritornavano tutti i personaggi della storia originale. In una lettera, l'amico Friedrich Schiller lo mette in guardia: "Se lei non ha, per il seguito della "Zauberflöte", un compositore apprezzato e valente, rischia, io temo, di trovare un pubblico ingrato, perché nelle rappresentazioni nessun testo salva l'opera se la musica non è riuscita: piuttosto, si scarica sui poeti l'onere del fallimento". E Goethe, di fronte alla morte prematura di Mozart, sa bene che non sarà facile trovare un valido sostituto. Nel 1796 ritiene di averlo individuato in Paul Wranitzky, maestro di cappella a Vienna e già autore di un'opera, "Oberon", che aveva probabilmente ispirato in parte quella di Schikaneder. Ma il compositore, con gran disappunto di Goethe, si tirerà indietro, non ritenendosi all'altezza di un confronto diretto con Mozart e suggerendo allo scrittore di pensare ad un altro soggetto.

Deluso, per due anni Goethe lascerà da parte il suo "Flauto magico", salvo riprenderlo in mano nel 1798 su suggerimento di August Iffland, drammaturgo massone e direttore del Teatro di Berlino, dove intendeva rappresentarlo. La ricerca di un compositore tuttavia non andò a buon fine nemmeno questa volta (furono fatti i nomi, fra gli altri, di Johann Friedrich Reichardt e Carl Friedrich Zelter) e l'opera non vedrà mai il palcoscenico. Nel 1802 il testo sarà pubblicato in una prima forma frammentaria, per poi essere rieditato nel 1807 come testo teatrale a sé stante, con una trama più compiuta (almeno a livello simbolico: drammaturgicamente mancano invece alcune risoluzioni) e una "apoteosi" conclusiva (una tradizionale scena finale per l'epoca). Alcune annotazioni e appunti di Goethe rivelano comunque alcune delle sue intenzioni per lo sviluppo della storia nel caso l'avesse completata.

La trama ruota attorno al figlio di Pamina e Tamino che, appena nato, è stato rapito da Monostatos e dai suoi mori al servizio della Regina della Notte. Il bambino è stato rinchiuso in un sarcofago magicamente sigillato. Nel frattempo, Papageno e Papagena sono tristi perché non riescono in alcun modo ad avere bambini. Saranno però aiutati dalla magia di Sarastro, che ha abbandonato la comunità dei sacerdoti per andare in pellegrinaggio per il mondo. Riconoscente, Papageno si reca al palazzo reale per portare soccorso a Tamino con il flauto magico (che il principe gli aveva donato). Dopo un confronto con la Regina della Notte, il sarcofago si apre e il bambino ne esce sotto forma di "genio", per dispensare luce sull'umanità. Le idee, i temi e i simboli sembrano a tratti prefigurare alcuni passaggi del "Faust".

Se, come detto, il progetto di Goethe non sarà mai completato, diversa è invece la sorte di un altro seguito del "Flauto magico", questa volta "ufficiale" visto che è firmato dallo stesso librettista dell'originale, vale a dire Emanuel Schikaneder. Si tratta di "Das Labyrinth, oder Der Kampf mit den Elementen" ("Il labirinto, ovvero la lotta con gli elementi"), sottotitolato "Der Zauberflöte zweyter Theil" ("La seconda parte del Flauto magico"), singspiel in due atti con musica composta da Peter von Winter, andato in scena per la prima volta il 12 giugno 1798 al Theater auf der Wieden di Vienna, lo stesso dove era stata inaugurata l'opera di Mozart. Sia Schikaneder sia Josepha Hofer, la cognata di Mozart, ripresero i loro ruoli (rispettivamente Papageno e la Regina della Notte). Stando a Wikipedia, questa è la trama: "Dopo aver sconfitto il fuoco e l'acqua ci sono ancora due elementi da affrontare per Pamina e Tamino: l'aria e la terra. Tipheus, il re di Paphos, cerca di separare la coppia di fidanzati, mentre Monostatos – approfittando dell'assenza di Papageno, andato in cerca dei propri genitori e fratelli – insidia Papagena". Fra le prove che Tamino e Pamina devono superare c'è stavolta un labirinto sotterraneo (che dà il titolo all'opera), dove dovranno guardarsi dalle insidie della Regina della Notte.

Su YouTube si trovano diversi spezzoni di quest'opera, che di recente è tornata a essere rappresentata (per esempio al festival di Salisburgo nel 2012). Come si vede, Winter prova a emulare Mozart:


Ouverture
dir: Ivor Bolton (2012)


"Gelt Weibchen, jetzt wirst du mir's glauben"
Thomas Tatzl (Papageno), Regula Mühlemann (Papagena)


"Nun adieu, ich reis', ihr Schätzchen"
Thomas Tatzl (Papageno)


"Ha! Wohl mir! Höre es Natur!"
Sarah Traubel (Regina della Notte)

"Ach! ich muß alleine tragen"
Jana Büchner (Pamina)


A parte questi tentativi di dare un seguito all'opera, lo stesso "Zauberflöte" originale è stato di frequente rivisitato e riadattato, nelle chiavi più varie e con esiti differenti. Si va dal minimalistico "Un flauto magico" di Peter Brook, alla versione videogame del Pacific Opera Project, passando per la rilettura africana "Impempe Yomlingo" e quella romana de "Il flauto magico di piazza Vittorio". Tutto ciò senza contare, naturalmente, gli allestimenti più o meno originali o innovativi dell'opera mozartiana nei teatri di tutto il mondo (con i setting più vari: da un'aula scolastica alle cucine di un albergo!).

24 dicembre 2020

I miti nel flauto magico/7 - Il Vecchio Saggio

Scritto da Marisa

Il contraltare della Regina della Notte, l'altro polo di tutta la vicenda, è la figura di Sarastro. Pur essendo un personaggio importante e il motore di tutta la vicenda con il rapimento di Pamina, egli non è caratterizzato in chiave divina come la sua nemica; e pur circondato da grande rispetto e autorevolezza, appare sempre pienamente umano. Come mai? In fondo, alla fine è lui il vincitore, mentre la Regina della Notte, con tutto il suo splendore divino, viene sprofondata negli abissi. Forse è proprio il connotato divino di lei a rendere più accessibile la vittoria a Sarastro, perché più si partecipa del “divino” più si è contaminati dall'archetipo, lontani da una personificazione individuale che connota il percorso umano, e si finisce col rimanere nel generico, in un “complesso psicologico” che annulla l'individualità con le sue peculiari differenze e la possibilità di accedere a un destino non tracciato già dalle proiezioni parentali...

Per la Regina, Pamina è solo la figlia da non perdere (la Kore di Demetra), non importa quali siano i suoi desideri e le sue aspirazioni, purché rimanga entro il suo dominio. Così vediamo che prima la promette a Tamino e poi è persino disposta a cederla a Monostatos, incurante dell'amore che ormai prova per il giovane che all'inizio lei stessa aveva scelto, senza però prevedere la necessità di un percorso di conoscenza reciproca. Secondo l'imperativo materno basta soltanto l'immagine e quindi una prima attrazione basata sull'aspetto esteriore. La Regina è solo “la madre possessiva”, mentre Sarastro è un uomo interessato all'emancipazione della fanciulla e al suo destino individuale, uno che ha già fatto lui stesso un lungo percorso individuativo, un maestro insomma, un'autentica rappresentazione dell'archetipo del “Vecchio Saggio”.

Pur incarnando la figura paterna, egli non è il padre naturale di Pamina. Ha però ereditato dal vero padre il “settemplice scudo solare” e l'autorità di massimo sacerdote, e si pone quindi come tutore, responsabile dell'educazione della fanciulla e del suo sviluppo etico. Essendo un “padre putativo” è già fuori dal desiderio – tanto pericoloso nei padri naturali – di proiettare sui figli i propri bisogni e interessi, di pretendere di dirigerne la vita o, peggio ancora, di “divorarli” sbarrando loro il cammino con la sua ingombrante presenza e svalutandoli continuamente. Egli consiglia e promuove un cammino di conoscenza e il superamento di quelle prove che assicurano il rinforzo del coraggio e della virtù.

Sarastro incarna la parte positiva del padre e maestro, il Vecchio Saggio, il Logos, il principio maschile basato sulla ragione e la saggezza. Non è nemico del principio femminile in assoluto, ma solo di quella parte irrazionale e visceralmente possessiva che non lascerebbe mai che i figli corrano dei rischi e vadano per la propria strada. Infatti la sua devozione a Iside è assoluta, riconoscendone il materno positivo e misericordioso, ma si oppone al rapporto simbiotico madre-figlia. Eppure anche nel suo regno non può mancare la parte oscura e prevaricatrice, la violenza e l'abuso: questo lato viene incarnato da Monostatos, che già dal suo colore nero è chiaramente individuato come lato ombra, l'opposto della luce e di quel principio di saggezza e di amore fraterno su cui poggia tutta la concezione di Sarastro. Ritroviamo in Monostatos quell'istinto violento che scambia per amore la pulsione sessuale incontrollata e che vede nel femminile solo una preda per il proprio piacere. L'archetipo paterno viene così ricomposto nei suoi due lati. E se la parte più cruda, incarnata da Saturno che divora i suoi figli temendone la successione, è del tutto assente, rimane comunque l'aspetto del violentatore.



Monostatos viene prima cacciato dal regno e poi sprofondato insieme alla Regina della Notte negli inferi, e sembra che questo assicuri la vittoria definitiva della luce e del bene. L'opera di Mozart finisce così, ma come per tutti i lieti fini, anche quelli delle fiabe, sappiamo che si tratta solo della fine di un capitolo. Il “vissero felici e contenti” è solo un modo per chiudere temporaneamente la vicenda, ma se andassimo a vedere cosa succede dopo il matrimonio, avremmo sicuramente delle sorprese... Goethe, come abbiamo più volte ricordato, aveva immaginato un seguito in cui tutto viene rimesso in discussione, anche se a un altro livello, così come avviene di solito nella realtà, perché niente nella vita è definitivo e il “rimosso” tende a ritornare continuamente. Per quanto si lavori a consolidare il lato luminoso e la saggezza, nella natura umana persistono pur sempre le tendenze arcaiche e le pulsioni violente, e, quando il conflitto può sembrare finito con la vittoria della luce, il lato oscuro è solo momentaneamente ricacciato nell'inconscio ed è pronto a ritornare, spesso ancora più violento. Il lavoro per controllare e vincere le pulsioni distruttive non ha così mai fine...

22 dicembre 2020

I miti nel flauto magico/6 - Iside e l'iniziazione

Scritto da Marisa



Già dalla prima apparizione della Regina della Notte, la madre, ci accorgiamo di essere alla presenza di una dea. “La Regina siede su un trono, adornato di stelle trasparenti”, recita la didascalia della scena sesta, preceduta da “S'ode improvvisamente un violento, impressionante accordo di note”. Come non pensare a Maria incoronata di stelle, posta sulla falce di luna, e prima ancora a Iside, la grande dea egizia così come ce la presenta Apuleio nell'ultimo capitolo del suo capolavoro, colei a cui obbediscono le stelle? E proprio Iside rimane il punto di riferimento mitologico, il fine ideale verso cui converge tutta l'azione: “Trionfo, trionfo! Tu nobile coppia, tu hai vinto il pericolo! La consacrazione di Iside ora è tua!”.

Alla luce di questo finale possiamo rileggere tutta la problematica che ci presenta la figura del femminile. Nonostante l'innegabile fascino, la Regina della Notte si rivela nel corso dell'opera portatrice di un aspetto sempre più negativo, e la contrapposizione fra luce e tenebre, bene e male, si radicalizza in un conflitto fra padre e madre, maschile e femminile, in cui il polo positivo è appannaggio del padre e del maschile saggio e illuminato. Sembra di essere alla presenza di una visione misogina, ostile al femminile che, se vuole salvarsi, deve lasciarsi guidare da un uomo, “poiché senza di lui suole ogni donna deviare dalla via che le è propria”, come viene ricordato a Pamina, ancora molto legata alla madre, che invoca con dolcezza... Ma questo è solo un aspetto legato alla visione sociale e politica del tempo: siamo infatti ancora nel '700, in piena era illuministica, quando il primato del “Logos” è indiscutibile. In realtà, se sorvoliamo su questi innegabili, ma superficiali, aspetti misogini legati allo spirito del tempo ed esaminiamo i rapporti più profondi e sotterranei tra i due principi – le cui dinamiche risentono delle forze inconsce che sottendono da sempre i rapporti tra i sessi, come le strutture dei miti ci mostrano – troviamo nell'opera di Mozart piena conferma delle dinamiche archetipiche che sottendono la lotta per liberarsi dalla regressione rappresentata da un eccessivo legame con la madre, che assume l'aspetto del drago come Grande Madre divorante.

Sappiamo, soprattutto da Jung e dalla sua psicologia archetipica, che ogni archetipo ha due aspetti, positivo e negativo, benevolo e maligno, fecondo e distruttivo, due facce insomma della stessa medaglia, che possono alternarsi o cristallizzarsi a seconda delle circostanze e delle fasi della vita. In sintesi l'archetipo materno, in particolare, presenta i due aspetti sotto la forma positiva di origine della vita, grembo accogliente, amore incondizionato, per rivelare poi quello di matrigna crudele, portatrice di morte o comunque di ostacolo alla crescita e all'autonomia dei figli. I due aspetti possono essere iconicamente visibili nelle tante immagini di Maria col bambino, di Iside e Horus, e nelle figure della strega, della Baba-yaga, delle Erinni, di Medusa...

Nella Regina della Notte troviamo all'inizio la figura della madre tenera e protettrice, addolorata e in pena per la figlia rapita da un maschile prevaricatore e tiranno. Ma Pamina non è più una bambina, è già una fanciulla in età da marito, tanto che la madre stessa sceglie un giovane uomo per liberarla, promettendogliela in moglie! Quindi si prefigura un amore possessivo, un eccesso che vorrebbe tenere la figlia legata a sé oltre l'età consentita e che perciò ne preclude lo sviluppo. Un matrimonio in queste condizioni è del tutto inadeguato, e la fanciulla rischia di non crescere mai, di non conoscere la vita e di rimanere sempre e solo “la figlia di mammà”. Allontanarla dalla madre è l'unico modo per consentirle la crescita, anche se può sembrare traumatico e ingiusto. La madre che non riconosce la necessità di un distacco diventa sempre più furiosa e ostile, fino a maledire la figlia prima tanto amata e ora diventata nemica perché si oppone ai suoi piani di vendetta! Solo il sostegno paterno e l'innamoramento possono dare alla fanciulla la forza di sopportare la rabbia materna e i suoi ricatti, e avviarla, se pur con tanti pericoli, verso un'autentica crescita e al raggiungimento della forza d'animo per affrontare la vita da adulta. Ma la vera vittoria si prefigura nella conquista di una protezione materna superiore, diversa dalla prima madre possessiva che diventa con la sua pretesa di esclusività affettiva l'incarnazione della Grande Madre divorante, il drago da vincere con l'aiuto della parte eroica: la protezione di Iside, simbolo di un materno non egoisticamente attaccato alla figlia, un simbolo materno divino più vasto e universale, che assicura l'amore che può espandersi a tutte le creature...

Nelle “Metamorfosi” di Apuleio, il protagonista Lucio, trasformato in asino per la sua lussuria, riconquista la figura umana mangiando le rose di Iside in una sua processione e viene iniziato ai suoi misteri. Consacrandosi sacerdote di Iside, supera il mero istinto sessuale e diviene degno di partecipare alla conoscenza e alla trascendenza. Iside viene così salutata: “Tu sì sei santa, tu sei in ogni tempo salvatrice dell'umana specie, tu, nella tua generosità, porgi sempre aiuto ai mortali, tu offri ai miseri in travaglio il dolce affetto che può avere una madre... Te onorano gli dei del cielo e rispettano quelli dell'inferno, tu fai ruotare la terra, dai la luce al sole, governi l'universo, calchi col tuo piede il Tartaro. A te obbediscono le stelle, per te ritornano le stagioni, di te si rallegrano i numi, a te servono gli elementi...”. Seguono altre lodi e ringraziamenti, simili a quelli che Dante rivolge a Maria per bocca di San Bernardo nell'ultimo canto del Paradiso, a testimonianza dell'unicità dei sentimenti positivi verso il materno superiore divinizzato...

Concludendo l'opera con l'iniziazione a Iside, ogni sospetto di misoginia cade e il trionfo della coppia viene consacrato proprio al principio femminile nel suo aspetto più alto e più sacro. Quello che viene condannato è il materno regressivo, la parte mortifera che, pur di tenere la figlia con sé, la consegnerebbe anche a Monostatos, il nero violentatore. Ma questa condanna non prevede la morte: la Regina della Notte viene fatta sprofondare, il che vuol dire che l'aspetto negativo viene ricacciato nell'inconscio, per ora... E nell'inconscio continuerà a lavorare, come ben ha immaginato Goethe nel suo lavoro sul seguito del “Flauto magico”. Infatti, nella psiche umana niente muore. Si possono solo superare i problemi che ostacolano il passaggio da uno stadio all'altro, ma essi ritornano in altra forma quando, in ulteriori momenti di passaggio e di crisi, essi si riattivano e costringono ad ulteriori confronti. Nessuna vittoria è in realtà definitiva, e i vecchi complessi e conflitti sono sempre in agguato, a volte proprio quando meno ce lo aspettiamo...

Ma la novità assoluta del “Flauto magico”, quella che sfata ogni accusa di misoginia, è il fatto che anche Pamina è ammessa all'iniziazione, processo di crescita e di consapevolezza non più riservato solo al maschile. Il cammino verso la parità e la stessa dignità tra i sessi è quindi aperto, non solo come pari responsabilità, ma soprattutto come riconoscimento di un analogo percorso spirituale e di saggezza.

20 dicembre 2020

I miti nel flauto magico/5 - Orfeo, Pan e Krishna

Scritto da Marisa



Il tema centrale di tutta l'opera, e da cui essa prende il nome stesso, riguarda la musica e il suo potere. Non si può perciò non pensare ad Orfeo, il divino cantore che con la sua lira, donatagli dal padre Apollo, affascinava tutti gli esseri, umani e animali, le piante e persino le rocce e anche gli dei. La musica di Orfeo aveva il potere di instaurare il paradiso in terra, perché anche le belve si ammansivano e, per udire il suo canto, tutto si fermava in ascolto rapito...

La dama che consegna il flauto d'oro a Tamino ne decanta così le proprietà: “Il flauto magico ti proteggerà, ti sosterrà nelle maggiori sventure. Con questo puoi ritenerti onnipotente, puoi mutare le passioni umane, il triste diverrà lieto, l'amore conquisterà lo scapolo”. È il potere della musica! Che essa sia una consolazione non è mai messo in dubbio, ma che abbia un potere così esteso lo abbiamo forse dimenticato. Eppure, a ben riflettere, l'avventura umana deve l'uscita dallo stato ferino e l'inizio della civilizzazione e soprattutto l'addolcimento dei costumi proprio alla scoperta della musica, a quei primi tentativi ritmici di accompagnare una qualche attività (di caccia o di richiamo) con suoni, percussioni o voce ritmata... Il formarsi dell'attività simbolica, che è il vero contrassegno della civiltà, prima ancora che con la pittura o la parola evocativa di miti e leggende, inizia con la musica, di cui già si intravedevano le differenti ed enormi potenzialità: dai ritmi incalzanti per darsi coraggio e potenziare l'aggressività per fini bellici, ai canti magici per propiziarsi la caccia, a quelli solenni dei riti religiosi e i canti epici per tramandare le imprese, fino alle modulazioni più dolci per cantare l'amore e la nostalgia. Tutta la gamma delle emozioni e dei sentimenti si è dispiegata e potenziata con l'accompagnamento musicale.

Nella mitologia greca il primato tra gli dei spetta ad Apollo, il dio raffigurato sempre con la lira, signore delle arti e padre-protettore delle Muse; e tra gli umani, per suo esplicito dono, ad Orfeo, modello e precursore di ogni artista. Ma non è da dimenticare Pan, il potente dio-capro, signore della natura, che con il suo flauto di canne, la siringa (dal nome della ninfa di cui era innamorato e che fuggì trasformandosi in canna) percorreva i boschi suonando e seducendo le ninfe, mentre tutta la natura era in ascolto... E proprio in Apollo e Pan possiamo intravedere gli archetipi dei due tipi di musica che ritroviamo nell'opera di Mozart: uno più lirico ed elevato spiritualmente (il flauto d'oro consegnato al principe) e l'altro più agreste e vicino alla natura (i campanelli d'argento consegnati a Papageno, che peraltro suona proprio una siringa). C'è' sempre un padre all'origine dello strumento musicale sacro. Per Orfeo si tratta di Apollo; per Tamino, come ci viene rivelato nel secondo atto, il flauto è stato intagliato dal padre di Pamina, “in un'ora magica, dalla radice più profonda di una quercia millenaria, fra lampi e tuoni, tempesta e scrosci”. Ma invece che del sacro legno, il flauto che arriva nelle mani del giovane è d'oro, una trasmutazione alchemica che conserva comunque il simbolismo paterno e solare.

L'evento centrale del mito di Orfeo è la sua discesa agli inferi dopo la morte della sposa Euridice, per ottenere da Ade e Persefone, le divinità del regno dei morti, la possibilità di riportarla in vita. Il cantore affida tale inaudita richiesta proprio alla capacità che ha la sua musica di incantare e commuovere tutti. Sappiamo che Orfeo ottiene ciò che ha chiesto, ma la condizione posta di non voltarsi fino all'uscita non viene ottemperata, ed Euridice rimane per sempre nel regno dei morti. Come nel “Flauto magico”, la musica quindi accompagna e protegge un viaggio pericoloso nel regno oscuro. L'impresa di Orfeo non raggiunge il fine inizialmente desiderato, la resurrezione di Euridice (cosa comunque impossibile), ma porta al superamento del dolore, l'elaborazione del lutto con l'ultimo saluto all'amata, e la trasformazione di Orfeo stesso, in quanto dopo il suo ritorno nel mondo dei vivi egli vivrà appartato e si dedicherà ad instaurare i misteri orfici, misteri iniziatici importantissimi nell'antichità, a cui aderivano personaggi intellettuali di prim'ordine come Pitagora. Guidato dalla musica, si è compiuto quindi un vero e proprio percorso iniziatico che, come tale, include sempre una morte e rinascita, un viaggio agli inferi e l'uscita verso la luce.



Tamino ottiene di percorrere il suo viaggio agli inferi non solo con l'aiuto del flauto ma, dopo aver vinto la prova del silenzio, in compagnia della donna amata, e torna alla luce per realizzare quell'unione con la sposa che è il vero modello di una nuova possibilità di relazione, in cui il femminile e il maschile non sono solo legati da un legame biologico-sessuale ma da un'autentica concordia d'anima e unione spirituale, avendo già insieme superate le prove più dure: il terrore delle belve che rappresentano quegli aspetti ferini sempre pronti ad inghiottire e distruggere la coscienza, le pulsioni più pericolose della psiche inconscia (le tre belve di Dante!) e i pericoli legati alla sfera del fuoco e dell'acqua, i substrati psichici delle passioni che bruciano e i laghi paludosi e minaccianti della depressione.

Altra figura mitica per approfondire il potere della musica è la divinità induista Krishna, raffigurato spesso nell'atto di suonare il flauto, accompagnato da Radha, la sua innamorata. Su Wikipedia leggiamo:

"Krishna, ottavo avatara di Visnù, o aspetto originario del dio stesso, è qui raffigurato come Krishna Veṇugopāla, ovvero Krishna suonatore di flauto (veṇu) e pastore delle mucche (gopāla). Ha una corona regale (kirīṭa mukuṭa) con penne di pavone (mayūrapattra) che simboleggiano l'immortalità, richiamata anche dal pavone in basso a destra della figura. Il pavone simboleggia l'immortalità in quanto il suo progenitore nacque da una piuma di Garuḍa. La ghirlanda di Krishna è una ghirlanda di fiori (tulasī) ed è composta da cinque filari di fiori che rappresentano i cinque sensi dell'uomo. La sua postura è la ardhasamasthānaka pādasvastika, la postura a gambe incrociate con il piede destro che tocca con le punte delle dita il terreno mostrando leggerezza e calma e appoggiandosi alla mucca posta dietro di lui. Alla sinistra di Krishna, la sua eterna paredra, l'innamorata Rādhā, che simboleggia l'anima individuale eternamente legata al Dio. Dietro Krishna, l'immagine di una mucca, Surabhī, che vive nel paradiso di Krishna, Goloka. La mucca è dispensatrice di beni e per questo è sacra e non può essere uccisa. Sono le mucche che dopo la morte degli uomini consentono loro di attraversare un fiume sotterraneo (il Vaitaraṇī) pieno di coccodrilli per giungere all'altra riva dove disporranno di un nuovo corpo per la successiva reincarnazione. Krishna è vestito di giallo (pitāṁbara) colore della divinità solare che illumina il cosmo; la sua pelle è invece blu, o nera, sia per indicarne la pervasività nello spazio, sia per segnalarlo come manifestazione dell'Essere supremo nell'attuale era del kali (kaliyuga), essendo le altre tre precedenti ere contrassegnate da manifestazioni della divinità rispettivamente bianca, rossa e gialla (questi colori delle manifestazioni delle divinità delle differenti ere corrispondono ai quattro colori dei varṇa)."

La figura di Krishna è molto complessa e interessante e, per alcuni versi, ricorda quella di Cristo (la nascita miracolosa incarnata nell'umanità, l'infanzia perseguitata, l'amore come mezzo di redenzione...), ma si amplia immensamente diventando, nella Bhagavad Gita, il Dio assoluto, padrone di tutti i mondi e di tutte le ere, il Supremo Assoluto che continuamente si manifesta e si nasconde... Ma a noi qui interessa per il suo rapporto con la musica come suonatore di flauto, lo strumento che utilizza per incantare le Gopi che simboleggiano le anime degli uomini distratti nelle occupazioni mondane e che lui vuole sedurre per riportarle all'unico amore degno di riscattare e liberare dall'egoismo e dalle sofferenze terrene: quello divino. Krishna è soprattutto il Dio della gioia e della concezione della vita come gioco, colui che insegna ad attraversare la vita adempiendo in pieno il proprio compito senza però appropriarsene dei vantaggi e liberandosi da ogni attaccamento.