26 maggio 2017

Così fan tutte (4) - "Ah, guarda, sorella"

Scritto da Christian

Dopo aver conosciuto i tre personaggi maschili dell'opera, cominciamo ora ad incontrare quelli femminili, a partire dalle due "Penelopi" della cui fedeltà si è discusso tanto: le sorelle Fiordiligi (soprano) e Dorabella (mezzosoprano). Le troviamo in un "giardino sulla spiaggia del mare", intende a rimirare i ritratti dei rispettivi amanti e a decantarne a vicenda le lodi. Subito è evidente come siano innamorate, anzi innamoratissime! E quasi a fare eco alle convinzioni di Guglielmo e Ferrando, anch'esse declamano a gran voce la propria eterna fedeltà ("Se questo mio core / mai cangia desio, / Amore mi faccia / vivendo penar"). La sublime musica di Mozart fa danzare le due voci femminili l'una attorno all'altra (ciascuna delle cantanti, a turno, a un certo punto sostiene a lungo la nota mentre l'altra intona il tema). Il duetto trasuda di leziosità e frivolezza tipicamente settecentesca, come in un quadretto rococò.



Il recitativo che segue ci conferma come, al pari dei fidanzati, anche le immature Fiordiligi e Dorabella sono in preda ad un amore idealizzato (probabilmente le coppie si conoscono da molto poco, e vivono ancora la primissima fase dell'infatuazione, quando tutto è colorato di rosa). In ogni caso, a differenza degli uomini, è subito chiaro quale sia il loro desiderio maggiore: sposarsi, e il più presto possibile ("Io giurerei, / che lontane non siam dagli Imenei"). Desiderio che trova conferma nel buffo momento in cui Fiordiligi prova a leggere la mano della sorella ("Dammi la mano: io voglio astrologarti"): le linee sul palmo formano una Emme e una Pi, che la ragazza interpreta senza alcun dubbio in "Matrimonio Presto"! Quello di maritarsi in giovane età, all'epoca, era probabilmente un pensiero fisso per ogni ragazza di buona famiglia, anche a prescindere dalla specifica identità del futuro coniuge. E questo forse aiuta a comprendere meglio le cause, nel secondo atto, del loro rapido voltafaccia e del cedimento di fronte alla corte dei due misteriosi "nobili albanesi": a differenza dei fidanzati ufficiali, che evidentemente su questo argomento la tirano per le lunghe, gli amanti esotici si dimostreranno subito disposti a contrarre un matrimonio immediato. (Ricordiamo che anche Don Giovanni seduceva le sue prede dicendo loro "In questo istante io ti voglio sposar!")

Per ora, limitiamoci a notare come anche le due ragazze, nonostante la serietà e l'ampollosità con cui parlano (e parleranno) di amore e fedeltà, hanno una certa natura giocosa e incline agli scherzi: "Mi par, che stamattina volentieri / farei la pazzarella: ho un certo foco, / un certo pizzicor entro le vene. / Quando Guglielmo viene, se sapessi / che burla gli vo' far!", confida Fiordiligi, forse presagendo che questa giornata non sarà come tutte le altre.

La scelta di Ferrara come città d'origine delle due dame non deve essere stata casuale, visto che la prima interprete del personaggio di Fiordiligi nel 1791 fu la celebre Adriana Gabrielli Del Bene, detta appunto "La Ferrarese" (e amante, fra l'altro, di Lorenzo Da Ponte). E come se non bastasse, la prima Dorabella era Luisa Villeneuve, probabilmente sua sorella anche nella realtà, e anch'essa proveniente da quella città. Definire "sorelle ferraresi" i due personaggi era dunque un modo per identificarle spiritosamente, agli occhi del pubblico viennese, con le loro interpreti sul palcoscenico. Il setting napoletano, però, aggiunge un ulteriore strato di profondità:

Da Ponte aveva inizialmente proposto di ambientare la vicenda a Trieste, importante punto di scambio commerciale dell'impero asburgico sull'Adriatico. Da parte sua Mozart dovette di gran lunga preferire un'ambientazione pittoresca ed evocativa come Napoli. Se è davvero difficile pensare a Trieste come al luogo di soggiorno ideale per due le palpitanti gentildonne ferraresi, ben diverso è il caso di Napoli, all'epoca grandiosa capitale del Regno, metropoli fra le più sviluppate d'Europa, centro indiscusso dell'illuminismo italiano (dunque naturale residenza di un filosofo come Don Alfonso) e sede del più prestigioso teatro lirico della penisola, il San Carlo, ma anche epitome vivente del conflitto fra sensi e ragione alla base di "Così fan tutte". Ancora una volta è il sensuale Sud che seduce il compassato Nord: un mito, certo, ma come molti altri miti adattissimo a essere messo in scena.
(Daniel Heartz)

Clicca qui per il testo di "Ah, guarda, sorella".

FIORDILIGI
Ah, guarda, sorella,
Se bocca più bella
Se aspetto più nobile
Si può ritrovar.

DORABELLA
Osserva tu un poco,
Osserva, che foco
Ha ne' sguardi,
Se fiamma, se dardi
Non sembran scoccar.

FIORDILIGI
Si vede un sembiante
Guerriero ed amante.

DORABELLA
Si vede una faccia
Che alletta e minaccia.

FIORDILIGI E DORABELLA
Io sono felice!
Se questo mio core
Mai cangia desio,
Amore mi faccia
Vivendo penar.

Clicca qui per il testo del recitativo che segue.

FIORDILIGI
Mi par, che stamattina volentieri
Farei la pazzarella: ho un certo foco,
Un certo pizzicor entro le vene.
Quando Guglielmo viene, se sapessi
Che burla gli vo' far!

DORABELLA
Per dirti il vero,
Qualche cosa di nuovo
Anch'io nell'alma provo: io giurerei,
Che lontane non siam dagli Imenei.

FIORDILIGI
Dammi la mano: io voglio astrologarti.
Uh, che bell'Emme! E questo è un Pi: va bene:
Matrimonio presto.

DORABELLA
Affè che ci avrei gusto!

FIORDILIGI
Ed io non ci avrei rabbia.

DORABELLA
Ma che diavol vuol dir che i nostri sposi
Ritardano a venir?
Son già le sei.




Daniela Dessì (Fiordiligi), Delores Ziegler (Dorabella)
dir: Riccardo Muti (1989)


Gundula Janowitz (Fiordiligi), Christa Ludwig (Dorabella)
dir: Karl Böhm (1970)


Miah Persson (Fiordiligi), Anke Vondung (Dorabella)
dir: Iván Fischer (2006)


Dorothea Röschmann, Katharina Kammerloher

Renee Fleming, Joyce DiDonato

22 maggio 2017

Così fan tutte (3) - "La mia Dorabella"

Scritto da Christian

L'opera comincia con una sequenza di tre terzetti, che si succedono uno dopo l'altro (intervallati da due recitativi) e che vedono protagonisti i tre personaggi maschili. Essendo tutti abbastanza brevi e facendo parte di un'unica scena, li tratteremo in un solo post. Ci troviamo in una goldoniana "bottega del caffè", a Napoli, e il sipario si apre nel mezzo di un'accesa discussione che evidentemente è già in corso da qualche minuto. Da un lato abbiamo due giovani ufficiali, Ferrando (tenore) e Guglielmo (baritono), impegnati ad affermare che le loro fidanzate (rispettivamente Dorabella e Fiordiligi) sono "fedeli quanto belle"; dall'alto il più anziano Don Alfonso, esperto delle cose della vita ("Ho i crini già grigi / Ex cathedra parlo"), che ha dichiarato che, data l'occasione, anch'esse possono mostrarsi infedeli. Nel secondo terzetto spiegherà meglio il suo pensiero con una similitudine letteraria: "È la fede delle femmine / come l'araba fenice: / che vi sia ciascun lo dice, / dove sia nessun lo sa" (l'araba fenice, uccello in grado di rinascere dalle proprie ceneri, era una delle più celebri creature mitologiche). Si tratta della citazione quasi letterale di una quartina del "Demetrio" (1731) di Metastasio ("È la fede degli amanti / ecc."), che era stata ripresa anche da Goldoni ne "La scuola moderna" (1748). Fra le commedie di Goldoni e "Così fan tutte", come vedremo, si possono ritrovare numerose corrispondenze.

A suo onore, va riconosciuto che Don Alfonso cerca di troncare quasi subito la discussione ("Ma tali litigi / finiscano qua"), ma i due impulsivi innamorati non intendono passare sopra l'insinuazione di una possibile infedeltà delle loro belle, ed esigono delle prove. L'amico, saggiamente, li avvisa che è folle "cercar di scoprire / quel mal, che trovato / meschini ci fa". Insomma, non si può dire che Don Alfonso non metta in guarda a più riprese i due giovani idealisti, immaturi e un po' arroganti, che come supposta prova della fedeltà delle donne snocciolano una serie di banalità e luoghi comuni ("Lunga esperienza", "Nobil educazion", "Pensar sublime", "Analogia d'umor", ecc.).

Più che scettico o arido, come è stato a volte descritto (c'è chi vi ha visto "la caricatura del philosophe illuminista inviso alla cultura massonica e progressista di fine-secolo"), Don Alfonso è un saggio pragmatico. La sua filosofia è in realtà ben più complessa di quanto Ferrando e Guglielmo sembrano capire. Nel negare che nelle donne esista la fedeltà assoluta, egli non sta – come credono loro – denigrando le donne o addirittura l'amore stesso, ma soltanto quell'amore eterno e idealizzato in cui tutti i giovani innamorati sembrano immergersi nelle prime fasi della loro passione, e che è destinato a scontrarsi con la dura realtà. Nel prosieguo dell'opera, lo vedremo chiarire il concetto e addirittura prendere posizione a favore delle due fanciulle per difenderle dall'ira dei giovanotti scornati ("L'amante che si trova alfin deluso, / non condanni l'altrui / ma il proprio errore"). Al momento, però, annotiamo come le sue parole siano molto più giocose e leggere di quelle dei due amici (alla loro richiesta di battersi con la spada, se ne esce con una boutade: "Duelli non fo / se non a mensa"), e alla loro solennità ("Giuro al cielo...") contrappone una maggior concretezza ("Ed io giuro alla terra!"). Persino quando dichiara di parlare seriamente ("Non scherzo, amici miei") fa continuamente ricorso al senso dell'umorismo ("Solo saper vorrei / che razza d'animali / son queste vostre belle..."), domandando se si tratta di vere donne o di divinità olimpiche.

Nel secondo recitativo vengono fissati i termini della scommessa ("E se toccar con mano / oggi vi fo che come l'altre sono?", li sfida Don Alfonso: e si noti, "come l'altre", non "peggiori delle altre"), che per il momento sono tenuti nascosti agli spettatori: ci viene soltanto detto che i due giovani dovranno seguire ciecamente gli ordini dell'amico senza farne parola alle due "Penelopi" (Penelope è il prototipo della donna fedele, rimasta tale anche nei lunghi anni in cui Odisseo/Ulisse era partito per la guerra: e non a caso, infatti, la prima mossa di Don Alfonso sarà proprio quella di inscenare una finta partenza dei due ufficiali per il campo di battaglia: Guglielmo e Ferrando dovranno poi mettere alla prova la costanza delle rispettive fidanzate, tentando di sedurre – sotto false sembianze – ciascuno la promessa sposa dell'altro).

Trattandosi di una scommessa, c'è una somma in palio (cento zecchini), anche se naturalmente non è tanto il denaro a contare ma il principio. E questo ci ricorda il film "Una poltrona per due" (che si apriva, guarda caso, con un brano di Mozart!), dove una somma del tutto trascurabile – in quel frangente, un dollaro – era al centro di una scommessa che giocava, anche crudelmente, con i sentimenti e il destino di due individui ignari (anche lì c'era di mezzo uno scambio di persone). Non dimentichiamoci poi che "Così fan tutte" è definito un "dramma giocoso", dove "giocoso" è la parola chiave. Non solo Don Alfonso si prende gioco degli ingenui ideali dei suoi amici ("Cara semplicità, quanto mi piaci!"), ma anche i due ufficiali, una volta stretto il patto, sembrano rilassarsi. Convinti di vincere facilmente, mettono da parte la collera e la serietà precedente e assumono a loro volta toni scherzosi, rivolgendosi al filosofo con sarcasmo e ironia ("Signor Don Alfonsetto") e facendo già piani su come spendere il denaro che guadagneranno (con serenate e banchetti in onore delle loro dame). È proprio il caso di dire che stanno vendendo la pelle dell'orso prima di averlo ucciso! Il saggio Don Alfonso si limita a chiedere se sarà invitato anche lui a questo fantomatico banchetto...

Questi tre terzetti ci hanno dunque presentato tre dei sei personaggi dell'opera, quelli maschili. Apparentemente saranno le donne a essere messe alla prova, ma in realtà tale prova riguarderà anche gli uomini. Il fatto di porre le loro amanti su un piedistallo così elevato, distinguendole da tutte le altre, è il punto di partenza necessario del loro percorso di maturazione, alla scoperta di cosa è in realtà il vero amore: accettare anche i difetti della persona amata ("Prendetele come elle son", dirà loro nel finale Don Alfonso). Riporto ora alcune note critiche. Su Don Alfonso:

I critici romantici hanno visto in "Così fan tutte" solo un immorale esperimento clinico, messo a punto da uno scienziato senza cuore, Don Alfonso, con l'aiuto di una sordida assistente di laboratorio, Despina. Una lettura del genere si rivela scorretta e fuorviante un po' da tutti i punti di vista. Il modello di Marivaux ["Le false confidenze"] cui Da Ponte si è senz'altro ispirato non ha davvero nulla di cinico o immorale ed è semmai animato da una spiritualità lieve e spensierata. Don Alfonso non è uno scienziato ma un "vecchio filosofo" [...] nella moderna accezione di pensatore illuminato e di benefattore. È anche un virtuoso della parola, spesso impegnato a disseminare piccole ma preziose perle di saggezza: con prontezza, ad esempio, egli adatta ai propri fini il primo verso della quartina metastasiana ("È la fede degli amanti"), mutandolo in "È la fede delle femmine". La parabola presa qui in prestito provoca il puntuale sbottare di Ferrando ("Scioccherie di poeti!"), il più colto dei due gentiluomini: la sua esclamazione segnala fra le righe che egli abbia subito colto la citazione.
(Daniel Heartz)
Su Ferrando e Guglielmo:
All'inizio dell'opera Ferrando e Guglielmo vengono presentati come due bellimbusti infarciti di ridicoli luoghi comuni sull'amore e sull'onore e dunque bisognosi di cure urgenti non meno delle rispettive amanti, Fiordiligi e Dorabella, fanciulle fatue ed esibizioniste. È subito evidente, insomma, che la "scuola" sentimentale di Don Alfonso è destinata ai rappresentanti d'entrambi i sessi; una bella differenza rispetto alle "Nozze di Figaro" ove la lezione d'amore veniva impartita solo agli uomini, mentre i personaggi femminili si dimostravano fin da subito più forti, responsabili e intimamente consapevoli. E così Mozart, sin dagli esordi dell'opera, si prende musicalmente gioco non solo della credulità di Dorabella o della nevrotica teatralità di Fiordiligi, ma anche dei loro rispettivi amanti. Un primo effetto comico viene ottenuto nei tre terzetti d'apertura, ove il compositore fa continuamente cantare Ferrando e Guglielmo rendendoli indistinguibili uno dall'altro.
Quando Don Alfonso, provocato dalle loro bravate, dà inizio al secondo terzetto e sentenzia che "È la fede delle femmine / come l'araba fenice, / che vi sia ciascun lo dice, / dove sia nessun lo sa", l'orchestra risponde alla domanda "dove sia?" con una serie di terze discendenti che anticipano il motto "Così fan tutte". Gli stessi indimenticabili intervalli sono destinati a ritornare più avanti nell'opera, proprio nel momento in cui i due amanti invocano i nomi di Fiordiligi e Dorabella. È chiaro che Mozart si sta divertendo alle spalle dei due ignari giovanotti.
Il terzo terzetto, aperto da Ferrando e Guglielmo, è di carattere bellicoso ed eroico, ma solo entro certi limiti. Quando i tre personaggi maschili alzano i calici per brindare all'amore, e Mozart ne innalza le voci per formare un accordo sostenuto nel registro acuto, l'orchestra prorompe in un assurdo trillo a tre parti che risuona proprio come una risata di scherno, ancor più evidenziata dall'immediata ripetizione nel forte. (Si noti come lo stesso espediente sia impiegato nelle "Nozze" quando Susanna e la Contessa rimproverano il Conte per la finta lettera recapitatagli da Basilio.) Lo stesso trillo sarà poi ripreso per caratterizzare in modo altrettanto spassoso le sembianze false assunte da Despina.
(Daniel Heartz)
E ancora:
Molto è stato scritto sul carattere diverso di Fiordiligi e Dorabella, assai meno su quello altrettanto antitetico di Ferrando e Guglielmo, che pure ha modo di manifestarsi a tutti i livelli sin dal terzo numero dell'opera. Da un lato il sentimentale Ferrando, convinto di vincere la scommessa, si ripromette di spendere tutto il denaro in "una bella serenata" da offrire alla sua "Dea"; il più godereccio Guglielmo preferisce invece un sontuoso banchetto "in onor di Citerea" [ossia Venere, in quanto nata nelle acque dell'isola di Citèra]. Mozart rende ancor più netta la distinzione affidando al tenore una cantilena d'andamento nobile, percorsa da giri melodici in stile galant e sospinta da note prolungate su un frusciante accompagnamento in crome e semicrome degli archi. Di lì a un anno e mezzo lo stesso incipit sarebbe stato ripreso nella "Clemenza di Tito" per caratterizzare la nobile figura di Sesto. E proprio come Sesto – o gli altri suoi pari, Idamante, Belmonte e Ottavio – Ferrando esibisce qui tutti i tratti più tipici dell'amante da opera seria. Quel suo triadico librarsi in volo fino al Sol acuto, in preparazione alla cadenza finale, sfiorando appena il La prima di ridiscendere per gradi alla tonica, ha di certo ispirato il tema dell'oboe all'inizio dell'ouverture.
(Daniel Heartz)

Clicca qui per il testo di "La mia Dorabella".

FERRANDO
La mia Dorabella
Capace non è;
Fedel quanto bella
Il cielo la fe'.

GUGLIELMO
La mia Fiordiligi
Tradirmi non sa;
Uguale in lei credo
Costanza e beltà.

DON ALFONSO
Ho i crini già grigi,
Ex cathedra parlo,
Ma tali litigi
Finiscano qua.

FERRANDO E GUGLIELMO
No, detto ci avete
Che infide esser ponno;
Provar cel' dovete
Se avete onestà.

DON ALFONSO
Tai prove lasciamo.

FERRANDO E GUGLIELMO
(metton mano alla spada)
No, no, le vogliamo:
O fuori la spada,
Rompiam l'amistà.

DON ALFONSO
(a parte)
O pazzo desire,
Cercar di scoprire
Quel mal, che trovato
Meschini ci fa.

FERRANDO E GUGLIELMO
(a parte)
Sul vivo mi tocca
Chi lascia di bocca
Sortire un accento
Che torto le fa.

Clicca qui per il testo del recitativo "Fuor la spada!".

GUGLIELMO
Fuor la spada: scegliete
Qual di noi più vi piace.

DON ALFONSO
(placido)
Io son uomo di pace
E duelli non fo,
Se non a mensa.

FERRANDO
O battervi,
O dir subito
Perchè d'infedeltà le nostre amanti
Sospettate capaci.

DON ALFONSO
Cara semplicità, quanto mi piaci!

FERRANDO
Cessate di scherzar,
O giuro al cielo...

DON ALFONSO
Ed io giuro alla terra.
Non scherzo, amici miei;
Solo saper vorrei
Che razza d'animali
Son queste vostre belle,
Se han come tutti noi carne, ossa e pelle,
Se mangian come noi, se veston gonne,
Alfin, se dee, se donne son...

FERRANDO E GUGLIELMO
Son donne, ma son tali...

DON ALFONSO
E in donne pretendete
Di trovar fedeltà?
Quanto mi piaci mai, semplicità!

Clicca qui per il testo di "È la fede delle femmine".

DON ALFONSO
(scherzando)
È la fede delle femmine
Come l'araba fenice,
Che vi sia ciascun lo dice,
Dove sia nessun lo sa.

FERRANDO
(con fuoco)
La fenice è Dorabella.

GUGLIELMO
(con fuoco)
La fenice è Fiordiligi.

DON ALFONSO
Non è questa, non è quella,
Non fu mai, non vi sarà.

Clicca qui per il testo del recitativo "Scioccherie di poeti!".

FERRANDO
Scioccherie di poeti!

GUGLIELMO
Scempiaggini di vecchi!

DON ALFONSO
Or bene, udite,
Ma senza andar in collera:
Qual prova avete voi, che ognor costanti
Vi sien le vostre amanti;
Chi vi fe' sicurtà, che invariabili
Sono i lor cori?

FERRANDO
Lunga esperienza.

GUGLIELMO
Nobil educazion.

FERRANDO
Pensar sublime.

GUGLIELMO
Analogia d'umor.

FERRANDO
Disinteresse.

GUGLIELMO
Immutabil carattere.

FERRANDO
Promesse.

GUGLIELMO
Proteste.

FERRANDO
Giuramenti.

DON ALFONSO
Pianti, sospir, carezze, svenimenti.
Lasciatemi un po' ridere!

FERRANDO
Cospetto!
Finite di deriderci!

DON ALFONSO
Piano, piano;
E se toccar con mano
Oggi vi fo che come l'altre sono?

GUGLIELMO
Non si può dar!

FERRANDO
Non è!

DON ALFONSO
Giochiam!

FERRANDO
Giochiamo!

DON ALFONSO
Cento zecchini.

GUGLIELMO
E mille, se volete.

DON ALFONSO
Parola!

FERRANDO
Parolissima!

DON ALFONSO
E un cenno, un motto, un gesto,
Giurate di non far di tutto questo
Alle vostre Penelopi.

FERRANDO
Giuriamo.

DON ALFONSO
Da soldati d'onore?

GUGLIELMO
Da soldati d'onore.

DON ALFONSO
E tutto quel farete
Ch'io vi dirò di far?

FERRANDO
Tutto.

GUGLIELMO
Tuttissimo.

DON ALFONSO
Bravissimi!

FERRANDO E GUGLIELMO
Bravissimo,
Signor Don Alfonsetto.

FERRANDO
A spese vostre or ci divertiremo.

GUGLIELMO
(a Ferrando)
E de' cento zecchini che faremo?

Clicca qui per il testo di "Una bella serenata".

FERRANDO
Una bella serenata
Far io voglio alla mia dea.

GUGLIELMO
In onor di Citerea
Un convito io voglio far.

DON ALFONSO
Sarò anch'io de' convitati?

FERRANDO E GUGLIELMO
Ci sarete, sì, signor.

FERRANDO, GUGLIELMO E DON ALFONSO
E che brindis replicati
Far vogliamo al dio d'amor.
(partono)




Josef Kundlak (Ferrando), Alessandro Corbelli (Guglielmo), Claudio Desderi (Don Alfonso)
dir: Riccardo Muti (1989)


Luigi Alva (Ferrando), Hermann Prey (Guglielmo), Walter Berry (Don Alfonso)
dir: Karl Böhm (1970)


Gerald Finley (Ferrando), Luca Pisaroni (Guglielmo), Martin Mitterrutzner (Don Alfonso)
dir: Christoph Eschenbach (2013)


Topi Lehtipuu (Ferrando), Luca Pisaroni (Guglielmo), Nicholas Rivenq (Don Alfonso)
dir: Iván Fischer (2006)

20 maggio 2017

Così fan tutte (2) - Ouverture

Scritto da Christian



L'ouverture è introdotta da un breve tema lento e solenne, che sfocia in una frase musicale che sarà ripresa nel secondo atto, intonata dai personaggi maschili e abbinata proprio alle parole che danno il titolo dell'opera. Chi la sente non può fare a meno di cantare a propria volta, anche solo mentalmente, "Co-sì-fan-tut-te"! Subito, però, il ritmo cambia e mette in chiaro come questo sia, a tutti gli effetti, un dramma "giocoso". Ecco dunque una scatenata successione di note fuggevoli con flauti e archi che si intrecciano fra loro, quanto mai adatta a ciò che seguirà. Nel finale, c'è chi ha riconosciuto un richiamo (scherzoso pure questo) alla musica che ne "Le nozze di Figaro" accompagnava la frase di Don Basilio "Così fan tutte le belle", come a voler sottolineare anche attraverso la partitura quel riferimento testuale fra le due opere che per Mozart rappresentava soprattutto una strizzatina d'occhio verso i suoi ascoltatori più attenti (a trovate di questo tipo era già ricorso, in maniera ben più scoperta, nel "Don Giovanni", quando l'orchestrina durante il pranzo del seduttore suonava un brano dell'opera precedente).

L'introduzione lenta dell'ouverture propone il titolo musicale in modo quasi misterioso, come se la possibilità di uno svolgimento serio del tema fosse ancora in discussione. Decide della cosa il «presto» seguente, un tempo di sonata liberamente trattato, con l'impiego dell'idea principale nel gruppo secondario, affine, per vivacità, all'ouverture del «Figaro» anche se tematicamente non altrettanto incisivo. Quel non so che di inconsistente, di irreale, della vicenda si riflette anche nei colori cangianti dello sviluppo fortemente modulante. Nella coda riappare ancora una volta il «motto», il titolo dell'opera, come un discreto interrogativo. Risponderà con inequivocabile chiarezza la piena orchestra. Ridacchiando, il tema principale sancisce il perentorio dato di fatto, per subito lanciarsi, su un inebriante crescendo, nel festoso «fortissimo» delle battute conclusive.
(Bernhard Paumgartner)



Karl Böhm (1974)


John Eliot Gardiner (1992)


Nikolaus Harnoncourt (2000)

James Levine (2014)

15 maggio 2017

Così fan tutte (1) - Introduzione

Scritto da Christian

Così fan tutte, ossia La scuola degli amanti
Dramma giocoso in due atti
Libretto di Lorenzo Da Ponte
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart (K. 588)

Prima rappresentazione: Vienna (Burgtheater),
26 gennaio 1790

Personaggi e voci:
- Fiordiligi (soprano), dama ferrarese abitante in Napoli
- Dorabella (soprano o mezzosoprano), dama ferrarese e sorella di Fiordiligi
- Guglielmo (baritono), ufficiale, amante di Fiordiligi
- Ferrando (tenore), ufficiale, amante di Dorabella
- Despina (soprano o mezzosoprano), cameriera
- Don Alfonso (basso), vecchio filosofo
- Coro di soldati, servi e marinai


"Così fan tutte" è la terza e ultima delle opere buffe composte da Mozart su libretto di Lorenzo Da Ponte. A differenza delle altre due, il soggetto non si basa su celebri antecedenti letterari (rispettivamente la commedia di Beaumarchais per "Le nozze di Figaro" e il mito di Don Juan e del convitato di pietra per il "Don Giovanni") ma è interamente farina del sacco di Da Ponte, sebbene pare che l'ispirazione gli fosse stata fornita da un fatto di cronaca dell'epoca, accaduto a Vienna o a Trieste. Per lungo tempo è circolata la leggenda che la trama sia stata suggerita addirittura dall'imperatore Giuseppe II, ma recenti studi avrebbero escluso questa ipotesi. Pare invece certo che inizialmente, per quanto possa sembrare strano, il libretto non fosse destinato a Mozart: l'opera avrebbe dovuto essere messa in musica da Antonio Salieri (!), che però vi rinunciò dopo aver già composto i primi terzetti ("È la fede delle femmine" e "La mia Dorabella"), di cui sopravvivono le partiture. E chissà cosa ne sarebbe venuto fuori! Il libretto, dietro compenso di duecento ducati (il doppio del normale onorario), venne allora girato a Mozart, che tornò così a collaborare con Da Ponte a distanza di oltre due anni dall'ultima volta.

Sulla composizione vera e propria si hanno poche notizie (l'opera è citata solo di sfuggita nelle lettere di Mozart e nelle memorie di Da Ponte, il quale la menziona con il sottotitolo "La scola delle amanti": a proposito, il titolo "Così fan tutte" proverrebbe invece da un verso della precedente "Le nozze di Figaro", quando Don Basilio – riferendosi alla presunta tresca di Susanna con Cherubino – commentava "Così fan tutte le belle, non c'è alcuna novità"). Si è già detto come il soggetto non fosse di derivazione letteraria: ma qua e là spuntano riferimenti alle commedie di Goldoni, e un antecedente dello "scambio di coppia" si ritrova in un passaggio de "L'Orlando Furioso" (da Wikipedia: "nel canto XXVIII si legge di due amici che, appresa l'infedeltà delle loro donne, decidono di partire per sfogarsi in nuove esperienze amorose. Il viaggio-studio però rivela l'amara verità: anche le altre donne non sono più caste. Insomma: così fan tutte! Quivi si rinvengono inoltre i nomi di Fiordiligi, Doralice, Fiordispina, Guglielmo e Don Alfonso"). Da notare che nel film "Amadeus", che dedica ampio spazio alla composizione de "Le nozze di Figaro" e al "Don Giovanni", il "Così fan tutte" è del tutto assente (come d'altronde lo stesso personaggio di Da Ponte). In ogni caso, come detto, l'opera è alquanto differente dagli altri due frutti della collaborazione fra i due artisti, così come diversa è stata l'accoglienza che ha avuto nei secoli successivi. In un certo senso, la sua sfortuna è cominciata quasi subito: la morte di Giuseppe II, il 20 febbraio del 1790, e il conseguente periodo di lutto nazionale costrinsero il teatro a interromperne l'allestimento dopo solo cinque rappresentazioni. Accusata di essere troppo volgare e licenziosa, le sue sorti non miglioreranno (anzi peggioreranno) nel secolo successivo.

Nonostante l'apparente leggerezza, infatti, "Così fan tutte" è sempre stata la più discussa ed enigmatica di tutte le opere di Mozart, oltre che la più difficile da valutare (e anche da apprezzare) appieno. Il motivo è presto detto: è colpa della trama, considerata dai suoi detrattori frivola o addirittura immorale. L'azione si svolge a Napoli, ambientazione mediterranea e romantica che ben si prestava – soprattutto agli occhi germanici – a fare da sfondo a vicende amorose. Due giovani ufficiali, Guglielmo e Ferrando, convinti dell'assoluta fedeltà delle loro amanti, le sorelle Fiordiligi e Dorabella, ne fanno l'oggetto di una scommessa con l'amico Don Alfonso, anziano filosofo che invece sostiene che la fedeltà femminile sia soltanto un'illusione. Dopo aver finto di essere stati richiamati dall'esercito, i due – travestiti da "nobili albanesi" (con baffoni e turbanti) – si presentano in casa delle dame per corteggiare l'uno la promessa sposa dell'altro. Nel primo atto le loro buffe avances (favorite anche da Despina, la smaliziata cameriera delle fanciulle) non avranno successo; ma nel secondo atto le cose cambieranno, e i protagonisti scopriranno loro malgrado che l'amore eterno che idealizzavano non ha diritto di cittadinanza nel mondo reale. Attraverso i meccanismi dell'opera buffa (travestimenti ed equivoci compresi), Mozart e Da Ponte si fanno dunque gioco di chi, in amore, si prende troppo sul serio, invitando a una filosofia di vita meno rigorosa. Vedremo però come la musica e il testo non sempre sono in accordo nell'affrontare l'argomento: se il librettista guarda i suoi personaggi con freddo disincanto e cinismo, il compositore è ben più comprensivo verso i loro errori, riconoscendone la natura umana e celebrandone infine il perdono.

Farò come il musicista, dimenticherò l'intrigo. Il testo è satirico e buffo; io voglio vederlo con lui affettuoso e tenero; sul palcoscenico ci sono due italiane coquettes, che ridono e mentono; ma, nella musica, nessuno mente e nessuno ride; al massimo si sorride.
(W. A. Mozart)
Un tale soggetto non era forse ritenuto particolarmente offensivo dai viennesi di fine Settecento (il secolo, ricordiamolo, delle "Relazioni pericolose" di Laclos, romanzo uscito nel 1782 – dunque poco prima dell'opera – che come questa mette in scena finte seduzioni, crudeli inganni e tematiche apertamente sessuali). Tutto cambia invece nel secolo successivo, durante il quale il gusto e la morale si modificano, e il soggetto di "Così fan tutte" inizia a essere considerato inappropriato, se non addirittura "ripugnante". Per tutto l'Ottocento l'opera soffre di una cattiva fama, anche da parte della critica ufficiale (fu condannata, fra gli altri, da Beethoven e da Wagner), al punto che, per "salvare" in qualche modo la musica di Mozart (di cui comunque si riconosceva il valore), si registrano persino alcuni tentativi di riadattarla a nuovi libretti, scritti apposta per l'occasione. A fine Ottocento spunta fuori addirittura una "Messa dell'Incoronazione" (qui su Youtube), inutilmente spacciata dal suo ignoto autore come un lavoro di Mozart, la cui musica non è altro che un potpourri di arie dal "Così fan tutte" (il che, se non altro, dimostra come persino nei brani composti dall'autore salisburghese per un soggetto così "licenzioso" si potesse ritrovare una qualità "religiosa"). Tutto è però inutile: l'opera cade gradualmente nel dimenticatoio e sparisce dal repertorio, almeno fino alla seconda metà del Novecento, quando finalmente ritrova la sua popolarità (da notare come, nel frattempo, il suo titolo malizioso sia stato addirittura preso in prestito da film e fumetti).

Dal punto di vista formale, siamo di fronte all'opera "geometrica" per eccellenza, dominata dentro e fuori dalle simmetrie (un paragone cinematografico potrebbe essere il film "L'amico della mia amica" di Eric Rohmer). Rispetto al "Don Giovanni" e alle "Nozze di Figaro", abbiamo qui in scena molti meno personaggi (soltanto sei, equamente ripartiti fra maschi e femmine), e facilmente classificabili anche per i loro ruoli nella storia. Ci sono due coppie di amanti (Guglielmo e Fiordiligi, Ferrando e Dorabella), perfettamente speculari e quasi indistinguibili – piccole sfumature a parte – l'una dall'altra, che nel corso della storia saranno "smontate" e scambiate fra loro, più due personaggi (Don Alfonso e Despina) che manipolano gli eventi dietro le quinte. Le geometrie amorose del testo trovano poi analogia nella struttura musicale. Anche se non mancano le arie singole (e alcune sono eccezionalmente belle, per esempio "Come scoglio" o "Un'aura amorosa"), a dominare l'azione sono i numeri d'insieme: duetti, terzetti, quartetti, quintetti e sestetti si succedono caledoiscopicamente, consentendo agli allestimenti registici di riprodurre anche in chiave scenografica quelle specularità che il libretto (a livello di contenuti) e la partitura (a livello di corrispondenze musicali) suggeriscono in maniera spontanea. A questo proposito si noti come i registri vocali, nelle due coppie di amanti, attraverso lo scambio raggiungano un abbinamento più "naturale" di quello di partenza (il soprano con il tenore, il mezzosoprano con il baritono).
L'importanza preminente dei pezzi d'assieme su quelli solistici si nota pure nei recitativi. Perfino il «secco» è talvolta trattato a piú voci, nel tono scorrevole, arguto, accentuato, dell'opera buffa. Gli andamenti espressivi dei bassi ne accrescono ancora, qua e là, la vivezza. L'inserzione di numerosi «accompagnati» e una loro piú stretta coesione con i pezzi chiusi additano di già alle scene parlate del «Flauto magico» e, oltre ancora, al non piú lontano ideale dell'opera musicata per intero.
(Bernhard Paumgartner)
Oggi, oltre ad apprezzarne la perfezione formale, la critica riconosce più facilmente come l'opera – al di là di ogni moralismo – parli di amore in chiave quotidiana, realistica e pragmatica. Scrive Elvio Giudici: "È un'opera che tratta essenzialmente dell'amore: ma un amore intriso dello scetticismo connaturato al Settecento, e nel cui vortice d'ineludibile attrazione fisica ruolo determinante gioca il capriccio se non addirittura la noia. Il che beninteso, non significa affatto che secondo Mozart non si potesse provare sentimento alcuno: anzi, il «Così fan tutte» è proprio un inno all'amore, che solo non vuol essere sublime, eterno, ideale, per restare soltanto – ma anche soprattutto – amore e basta. Di conseguenza, è l'opera di Mozart che più d'ogni altra è stata sempre contemporanea all'ascoltatore". Siamo di fronte a una sorta di educazione al sentimento, a un percorso di maturazione dei personaggi. Inoltre, è importante sottolineare la fondamentale natura "giocosa" dell'opera, elargita tramite un'ironia soffusa da parte dei suoi autori nel rapporto che instaurano con i personaggi e il pubblico stesso. Non mancano però interpretazioni più cupe: Marco Emanuele sostiene che "l'opera sembra parlarci del cambiamento improvviso, del lutto, della perdita di memoria. Si rappresenta infatti, in modo crudele, un aspetto doloroso della vita umana: il fatto che cambiare vuol dire perdere un pezzetto di passato, vuol dire necessariamente dimenticare. Tutte le persone sono sostituibili". E ancora Giudici: "È un gioco certo: ma terribilmente serio, fin quasi alle soglie del cinismo. Giacché anche questo, per non dire soprattutto questo, è il «Così fan tutte». La vita come gioco casuale, un qualcosa di lieve, di imprevedibile, di fatuo: e quindi un qualcosa di molto crudele, ma la cui inevitabilità è pienamente accettata sì da far coesistere nella stessa piega delle labbra l'amarezza e il sorriso, senza che nessuno dei due prevalga ma entrambi essendo ben avvertibili".

La purezza delle geometrie, dicevamo, si rispecchia a livello musicale in una partitura "eterea, trasparente, rarefatta, che morbidamente accompagna la stilizzazione descrittiva: accentuazioni discrete, sfumature, sottintesi, in luogo di violente sottolineature di affetti" (Poggi e Vallora). Da un lato in armonia con un libretto "estremamente semplice, quasi privo di eventi e ricco invece di situazioni teatrali a sfondo emotivo" (Claudio Casini), dall'altro però in grado di infondere calore e sentimenti anche nelle situazioni apparentemente più fasulle, artificali o (auto)ingannevoli. Come spesso, in fondo, fa la vita vera.


Alcune delle incisioni più celebri:















Link utili:

Articolo su Wikipedia in italiano
Articolo su Wikipedia in inglese
Pagina con diversi saggi e articoli
Libretto completo
Partitura

30 aprile 2017

Norma - Riepilogo

Scritto da Christian
27 aprile 2017

Norma (20) - "Deh! non volerli vittime"

Scritto da Marisa

© Ramella & Giannese | Teatro Regio di Torino

"Norma! Deh! Norma, scolpati!": come tutti desiderano uscire dall'incubo! Di questa richiesta accorata di discolparsi si ricorderà Verdi nell'atto finale dell'Aida, quando i sacerdoti per ben tre volte chiedono a Radames di difendersi dall'accusa di grave tradimento alla patria, e anche in quel caso non ci sarà risposta. Qui, in verità, dopo un breve silenzio, dovuto ad uno stato quasi ipnotico di Norma che è come assente, alla domanda se è rea arriva la risposta, breve e inequivocabile: “Sì, oltre umana idea”. Nessuna giustificazione quindi, nessuna richiesta di pietà, ma piena assunzione di responsabilità. La sacerdotessa non si appella alla debolezza della fanciulla sedotta da un uomo di potere né ai diritti dell'amore, e questo suo atteggiamento conferma la grandezza di Norma che è sempre stata una donna pienamente consapevole. Pur nelle tempeste emotive che ha attraversato, alla fine riesce sempre a far prevalere la coscienza e l'assunzione di responsabilità.

Ma se non implora pietà per sé stessa, la implorerà per i figli. Al loro ricordo ha come un sussulto, una nuova presa di consapevolezza, e l'essere madre ha il sopravvento su tutto il resto. Dopo aver assistito alla sua lotta interna tra l'amore e l'odio per i bambini, la vicinanza della morte la libera dal bisogno di nascondere la propria vergogna e con essa il nascondere anche i figli della colpa, facendo emergere pura la parte materna di Norma, quell'amore incondizionato per i piccoli che proietta la vita oltre la propria in una catena di esistenze che forse è l'unica immortalità che l'uomo può avere... Il solo che può salvare i figli è Oroveso, e Norma si rivolge a lui pregandolo in modo così umile ed accorato da riuscire a capovolgere la situazione ed assicurare l'avvenire dei bambini.

L'ultimo conflitto interiore (e ne abbiamo visti tanti!) avviene dunque nel cuore di Oroveso. L'anziano re ha appena assorbito il colpo della rivelazione della colpa della figlia ed ora è pronto a condannarla, riprendendo in pieno il ruolo di garante della giustizia, appoggiato da tutto il popolo che ormai si è schierato contro Norma chiedendone la morte sul rogo (“Vanne al rogo ed il tuo scempio / Purghi l'ara e lavi il tempio, / Maledetta estinta ancor!”). Ma la rivelazione della maternità della figlia lo getta in un nuovo conflitto: come può sacrificare anche i nipoti, innocenti vittime e pur sempre sangue del suo sangue? E tra il ruolo istituzionale e l'affetto di padre, finalmente vince il sentimento paterno: piangendo, promette alla figlia di perdonarla e proteggere i bambini. Non è il re a piangere, ma il vecchio padre (“Addio! Sgorga o pianto, / Sei permesso a un genitor!”).

Forse per la prima volta, anche Norma può concedersi un pianto liberatorio e abbracciare il padre con sincero affetto e gratitudine, quel padre che ha sempre visto come rappresentante di leggi inesorabili e tutto teso a preparare il riscatto e la vendetta. Ora, messi al sicuro i figli, può morire insieme all'uomo che non ha mai smesso di amare e che finalmente ha riconquistato, come già sperava dall'inizio dell'opera. Anzi, è proprio Pollione a desiderare la morte con lei, unica possibilità ormai di stare sempre insieme (“Il tuo rogo, o Norma, è il mio! / Là più santo incomincia eterno amor!”).

In una sintesi estrema, possiamo dire che la figura di Norma è veramente una delle più intense e moderne di tutto il repertorio lirico, perché in lei i conflitti sono sempre retti da una salda coscienza e i giochi tra i vari sentimenti sono espressi senza falsi pudori né ricerca di attenuanti; è una donna che recupera il pieno possesso di sé, anche quando è sull'orlo della disperazione. E pur potendo usare il proprio potere per la vendetta, ci rinuncia facendo prevalere la giustizia e la verità. Quanto avrebbero da imparare da lei, non solo le donne che indulgono nel vittimismo, ma anche i potenti che non esitano a compiere delle stragi per risarcirsi delle frustrazioni e delle umiliazioni accumulate durante la vita, reali o solo presunte dal loro narcisismo! Inutile sottolineare che è la musica che rende così esemplare e indimenticabile la storia di Norma, una musica quanto mai attenta a tutte le coloriture emotive e che lega mirabilmente il privato con il sociale fino a sfociare nell'universale.

Clicca qui per il testo di "Norma! Deh! Norma, scolpati!".

OROVESO E CORO
Norma! Deh! Norma, scolpati!
Taci? Ne ascolti appena?

NORMA
(scuotendosi con grido, fra sè)
Cielo! E i miei figli?

POLLIONE
Ah! Miseri! Oh pena!

NORMA
(volgendosi a Pollione)
I nostri figli?

POLLIONE
Oh pena!

(Norma, come colpita da un'idea, s'incammina verso il padre. Pollione in tutta questa scena osserverà con agitazione i movimenti di Norma ed Oroveso.)

OROVESO E CORO
Norma, sei rea? Parla!

NORMA
Sì, oltre umana idea.

OROVESO E CORO
Empia!

NORMA
(ad Oroveso)
Tu m'odi.

OROVESO
Scostati.

NORMA
(a stento trascinandolo in disparte)
Deh! Deh! M'odi!

OROVESO
Oh, mio dolor!

NORMA
(piano ad Oroveso)
Son madre...

OROVESO
Madre!

NORMA
Acquetati.
Clotilde ha i figli miei.
Tu li raccogli, e ai barbari
Gl'invola insiem con lei.

OROVESO
No! Giammai! Va. Lasciami.

NORMA
Ah! Padre! Ah! Padre!
Un prego ancor.
(S'inginocchia.)

POLLIONE ED OROVESO
Oh, mio dolor!

CORO
Oh, qual orror!

Clicca qui per il testo di "Deh! Non volerli vittime".

NORMA
(sempre piano ad Oroveso)
Deh! Non volerli vittime
Del mio fatale errore!
Deh! Non troncar sul fiore
Quell'innocente età!
Pensa che son tuo sangue,
Abbi di lor pietade!
Ah! Padre, abbi di lor pietà!

POLLIONE
Commosso è già.

CORO
Piange! Prega!

NORMA
Padre, tu piangi?
Piangi e perdona!
Ah! Tu perdoni!
Quel pianto il dice.
Io più non chiedo. Io son felice.
Contenta il rogo io ascenderò!

POLLIONE
Sì, è già. Oh ciel!
Ah, più non chiedo!
Contento il rogo io ascenderò!

OROVESO
Oppresso è il core.
Ha vinto amor, oh ciel!
Ah, sì! Oh, duol! Oh, duol!
Figlia! Ah!
Consolarm'io mai, ah, non potrò!

CORO
Che mai spera?
Qui respinta è la preghiera!
Le si spogli il crin del serto,
La si copra di squallor!
Sì, piange!

NORMA
Padre, ah, padre! Tu mel prometti?
Ah! Tu perdoni!
Quel pianto il dice, ecc.

POLLIONE
Più non chiedo, oh ciel! ecc.

OROVESO
Ah! Cessa, infelice!
Io tel prometto, ah, sì!
Ah sì! Oh, duol! Oh, duol!
Figlia! Ah!
Consolarm'io mai, ah, non potrò!

CORO
Che mai spera? ecc.
(I Druidi coprono d'un velo nero la Sacerdotessa.)
Vanne al rogo!

OROVESO
Va, infelice!

NORMA
(incamminandosi)
Padre, addio!

CORO
Vanne al rogo ed il tuo scempio
Purghi l'ara e lavi il tempio,
Maledetta estinta ancor!

POLLIONE
Il tuo rogo, o Norma, è il mio!
Là più santo
Incomincia eterno amor!

NORMA
(si volge ancora una volta)
Padre, addio!

OROVESO
(la guarda)
Addio!
Sgorga o pianto,
Sei permesso a un genitor!

(Pollione e Norma sono trascinati al rogo.)




Daniela Schillaci (Norma), Gregory Kunde (Pollione), Enrico Giuseppe Iori (Oroveso)
dir: Giuliano Carella (2012)


Maria Callas, Mario Del Monaco, Giuseppe Modesti
dir: Tullio Serafin (1955)


Montserrat Caballé, Gianni Raimondi, Ivo Vinco
dir: Tullio Serafin (1974)


Renata Scotto, Giuseppe Giacomini, Paul Plishka
dir: James Levine (1979)

Joan Sutherland, Franco Tagliavini, Joseph Rouleau
dir: Richard Bonynge (1967)