16 giugno 2016

La Bohème - Riepilogo

Scritto da Christian
12 giugno 2016

La Bohème (25) - Analogie con "La traviata"

Scritto da Christian

La morte di Mimì ricorda per molti versi quella di Violetta ne "La traviata" di Verdi, e non solo perché giungono entrambe in conclusione delle rispettive opere. Condividono anche la natura della malattia (la tisi, ossia la tubercolosi polmonare, detta anche "mal sottile" e assai diffusa nel diciannovesimo secolo: ne soffrirono, fra gli altri, Fredric Chopin, Emily Bronte, John Keats e naturalmente molti personaggi del melodramma e della letteratura, dalla Silvia di Leopardi all'Iljuscia de "I fratelli Karamazov"), l'ambientazione parigina, il fatto che la morte stessa coincida con il ritorno, all'ultimo momento, fra le braccia dell'uomo amato.

Eppure le due sequenze, così come le due opere, presentano anche parecchie differenze. Il significato della morte del personaggio femminile, innanzitutto, è ben diverso: Mimì rappresenta la giovinezza di coloro che le sopravvivono, il passato oggetto di ricordo e di rimpianto (la sua storia d'amore con Rodolfo, di fatto, era già finita: nell'ultimo atto viene rievocata solo per nostalgia), una dinamica della vita che è destinata a concludersi prima o poi in maniera del tutto naturale; mentre nella "Traviata" c'è una lettura etica (attraverso il tema del peccato e della redenzione) che nella "Bohème" è completamente assente (i personaggi dell'opera di Puccini non sono mai sfiorati da questioni morali, se non per prendersene gioco come nella scena con Benoît, dove si ergono a paladini di una fedeltà coniugale che non è mai stata in cima ai loro pensieri). Certo, in un certo senso anche Mimì e Musetta sono "cortigiane" al pari di Violetta, ovvero dispensano amore per guadagnarsi – anche se solo per brevi periodi – condizioni di vita più agiate: ma non ne provano colpa, né nella loro cerchia sono accusate di comportamento immorale (se non dagli amanti abbandonati, che comunque abbandonano rapidamente l'ira e il rancore per tornare a rimpiangerle).

Non dimentichiamo poi che l'opera di Verdi, realizzata quasi mezzo secolo prima e dunque in pieno ottocento, era costruita su un meccanismo narrativo decisamente schematico e melodrammatico (si pensi all'intervento del padre di Alfredo, della scelta di Violetta di abbandonare l'amante fingendosi infedele, eccetera) mentre "La Bohème", alle soglie del novecento e in piena atmosfera di "cambio di secolo", scorre in maniera più spontanea e naturale. Forse per questo la morte di Mimì ci appare ancora più struggente, più devastante, più "vera".

Detto questo, se andiamo alle fonti (ovvero ai drammi francesi che costituiscono il materiale di partenza per i rispettivi libretti), scopriamo che i legami fra "La Bohème" e "La Traviata" a livello letterario sono effettivamente molto stretti. Non a caso, a differenza delle opere di Verdi e Puccini (rappresentate per la prima volta rispettivamente nel 1853 e nel 1896), i lavori di Dumas e della coppia Murger-Barrière sono quasi contemporanei.

Nella "Vie de Bohème" [la piece teatrale del 1849], il giovane, ma già esperto autore di vaudevilles, Barrière aveva aiutato Murger a costruire il suo successo personale, sopprimendo ogni elemento scabroso dell’originale e creando una struttura drammatica sulla falsariga del romanzo "La Dame aux Camélias", apparso nel 1848 e ridotto nei mesi successivi a “pièce en cinq acts mêlée de chant”. Lo scartafaccio di Alexandre Dumas fils – da cui Piave trasse "La traviata" per Verdi –, ritenuto immorale, venne bloccato dalla censura e dovette attendere sino al 1852 prima di essere pubblicato, ma nel frattempo circolava in tutti le società letterarie parigine. Il calco realizzato da Barrière è così evidente da risultare incontestabile: Mimì, cortigiana piena di buon cuore, malata, sacrifica i suoi sentimenti per Rodolfo e se ne va a vivere con un visconte onde consentire l’unione dell’amante con Césarine de Rouvre, una giovane e rispettabile vedova. Questo matrimonio è fortemente voluto per amor di convenienza dall’uomo d’affari Durandin, zio di Rodolphe – lo “zio milionario” evocato da Rodolfo nell’opera, che come Germont-père è causa della separazione fra il nipote e la giovane grisette. Nella scena finale ogni equivoco viene chiarito, ma solo nelle ultime battute Durandin tenta di rimediare al male che ha fatto a Mimì, e benedice il matrimonio proprio quando la ragazza muore. [...] Se Barrière e Murger possono precedere Dumas in un ambiente dove trame topiche vengono ampiamente sfruttate, Puccini non poté né volle mettersi in concorrenza con "La Traviata": nel mondo dell’opera si dovevano evitare i calchi troppo evidenti. Del resto seguire il dramma voleva dire accettare la logica in cui s’inseriva come prodotto standard in una tematica di successo (e si pensi al capostipite Musset e alla sua Mimì Pinson). Peraltro nella riduzione del mondo composito del romanzo andò forzosamente smarrita una peculiarità dell’originale, e cioè il preciso riferimento, nei brevi ritratti dei protagonisti, a noti personaggi della cultura e dell’arte parigina del tempo, fra cui Charles Baudelaire e il pittore Champfleury. Questa perdita fece sì che l’opera di Puccini fosse meno vincolata a fatti contingenti e dunque si volgesse a una rappresentazione di tipo simbolico. Da questa universalità il pubblico di tutto il mondo sarebbe poi stato affascinato, anche perché s’identificò con i protagonisti di Puccini: a una simile mèta Murger mai avrebbe potuto tendere. Anche i personaggi del romanzo conquistano alla fine, come il loro creatore, un miglior tenore di vita, il che li induce persino a pronunciare amare considerazioni sul loro passato prossimo, e a identificare con lucido distacco la Bohème con la giovinezza appena trascorsa.
(Michele Girardi)

6 giugno 2016

La Bohème (24) - La morte di Mimì

Scritto da Christian

Dopo il tuffo nei ricordi, è tempo del vertiginoso precipitare verso la fine. A nulla valgono le premure di Rodolfo e degli amici che ritornano (Schaunard, Musetta e Marcello). Il manicotto portatole da Musetta scalda per un ultimo istante le mani di Mimì, che si assopisce sul letto. Marcello spiega che il medico "verrà". Musetta recita un'accorata preghiera (è il primo e unico momento in cui la religione si fa strada seriamente nelle parole e nelle vite di questi personaggi).

Tutto è però inutile. Schaunard è il primo a rendersi conto che non c'è più speranza, e sussurra sottovoce a Marcello che "Mimì è spirata". Mentre anche Colline fa ritorno nella soffitta, Rodolfo continua a volersi illudere: è l'ultimo a capire la verità, turbato dal contegno degli amici ("Che vuol dire / quell'andare e venire, /quel guardarmi così...?", recita a parole, anziché cantare). L'opera si conclude con il grido disperato del poeta, in mezzo agli amici affranti. Con Mimì muore un'epoca, un amore, una giovinezza.

Per questo finale, i librettisti di Puccini scelsero di ispirarsi non al romanzo di Murger (nel quale Mimì moriva da sola in ospedale) ma alla versione teatrale da lui scritta in collaborazione con Théodore Barrière, nella quale la ragazza tornava appunto da Rodolfo per trascorrere con lui gli ultimi istanti di vita. Sempre dall'adattamento scenico provengono i momenti in cui Musetta impegna i suoi gioielli e Colline la sua zimarra (nel romanzo, il filosofo si limitava a vendere i suoi libri). La scelta, ovviamente, fu dovuta alla necessita di un finale "collettivo", ben più adatto all'opera. Nei post precedenti abbiamo già ricordato come Illica e Puccini discussero a lungo a proposito delle dinamiche del quadro conclusivo, prima di accordarsi sulla versione finale.

Il circolo vitale di Mimì, ormai divenuta sineddoche dell’amore romantico, perduto ma eternamente rimpianto si è chiuso, e la coda è solo sofferenza, a cominciare dall’inutile preghiera di Musetta, mentre Rodolfo s’agita invano; solo Schaunard ha percepito e constatato la morte, e la segnala agli altri. L’ultimo a capire è il poeta: quattro violini primi creano un’atmosfera rarefatta di momentanea pace riprendendo ancora per poche battute il tema di «Mi piaccion quelle cose» (come non rammentare la fine di Violetta, sorella nella malattia, anche nell’idea d’impiegare sonorità ridotte per connotare il «mal sottile»?); poi rimane solo il pedale di La, tenuto da un clarinetto e un contrabbasso. Brevi attimi di dialogo parlato – la speranza è davvero l’ultima a morire – e infine l’attacco a tutta forza di «Sono andati» che diventa la trenodia di Mimì, con l’ultimo Sol acuto di Rodolfo, invocazione disperata del nome di lei. L’opera si conclude con la stessa cadenza della «Vecchia zimarra» di Colline, con la sensibile modale che imprime un tocco d’arcaismo alla tonalità, ed è un modo per scrivere con la musica la parola addio, ricordando il saluto commosso che il filosofo aveva da poco rivolto al pastrano. Anche questa ripresa trasmette un messaggio: comunicare il senso di un distacco materiale, al di là del fatto che si tratti di un oggetto o di una persona. Sono infatti tutte componenti della «Vita gaia e terribile!…» ideata da Murger. Il richiamo è quindi volto a rafforzare l’atmosfera di morte come metafora della conclusione di un periodo dell’esistenza, e si tratta dunque di un gesto musicale che sollecita un "affetto", e non di un rapporto tra causa ed effetto. La cadenza è il congedo più suggestivo da un mondo fatto di persone e di cose, un mondo di cui la morte di Mimì ha decretato la fine traumatica.
(Michele Girardi)

Clicca qui per il testo.

(Mimì è presa da uno spasimo di soffocazione e lascia ricadere il capo, sfinita.)

RODOLFO
(spaventato, la sorregge)
Oh Dio! Mimì!

(In questo momento Schaunard ritorna: al grido di Rodolfo accorre presso Mimì.)

SCHAUNARD
Che avvien?

MIMÌ
(apre gli occhi e sorride per rassicurare Rodolfo e Schaunard)
Nulla. Sto bene.

RODOLFO
(la adagia sul cuscino)
Zitta, per carità.

MIMÌ
Sì, sì, perdona,
ora sarò buona.

(Musetta e Marcello entrano cautamente, Musetta porta un manicotto e Marcello una boccetta.)

MUSETTA
(a Rodolfo)
Dorme?

RODOLFO
(avvicinandosi a Marcello)
Riposa.

MARCELLO
Ho veduto il dottore!
Verrà; gli ho fatto fretta.
Ecco il cordial.
(prende una lampada a spirito, la pone sulla tavola e l'accende)

MIMÌ
Chi parla?

MUSETTA
(si avvicina a Mimì e le porge il manicotto)
Io, Musetta.

MIMÌ
(aiutata da Musetta si rizza sul letto, e con gioia quasi infantile prende il manicotto)
Oh, come è bello e morbido! Non più
le mani allividite. Il tepore
le abbellirà...
(a Rodolfo)
Sei tu che me lo doni?

MUSETTA
(pronta)
Sì.

MIMÌ
(stende una mano a Rodolfo)
Tu, spensierato!
Grazie. Ma costerà.
(Rodolfo scoppia in pianto)
Piangi? Sto bene...
Pianger così, perché?
(mette le mani nel manicotto, si assopisce inclinando graziosamente la testa sul manicotto in atto di dormire)
Qui.. amor... sempre con te!
Le mani... al caldo... e... dormire.
(silenzio)

RODOLFO
(rassicurato nel vedere che Mimì si è addormentata, cautamente si allontana da essa e fatto un cenno agli altri di non far rumore, si avvicina a Marcello)
Che ha detto il medico?

MARCELLO
Verrà.

(Rodolfo, Marcello e Schaunard parlano assai sottovoce fra di loro; di tanto in tanto Rodolfo fa qualche passo verso il letto, sorvegliando Mimì, poi ritorna verso gli amici.)

MUSETTA
(fa scaldare la medicina portata da Marcello sul fornello a spirito, e quasi inconsciamente mormora una preghiera)
Madonna benedetta,
fate la grazia a questa poveretta
che non debba morire.
(interrompendosi, a Marcello)
Qui ci vuole un riparo
perché la fiamma sventola.
(Marcello si avvicina e mette un libro ritto sulla tavola formando paravento alla lampada)
Così.
(ripiglia la preghiera)
E che possa guarire.
Madonna santa, io sono
indegna di perdono,
mentre invece Mimì
è un angelo del cielo.
(mentre Musetta prega, Rodolfo le si è avvicinato)

RODOLFO
Io spero ancora. Vi pare che sia grave?

MUSETTA
Non credo.

(Camminando sulla punta dei piedi, Schaunard va ad osservare Mimì, fa un gesto di dolore e ritorna presso Marcello.)

SCHAUNARD
(con voce strozzata)
Marcello, è spirata...

(Intanto Rodolfo si è avveduto che il sole della finestra della soffitta sta per battere sul volto di Mimì e cerca intorno come porvi riparo; Musetta se ne avvede e gli indica la sua mantiglia, sale su di una sedia e studia il modo di distenderla sulla finestra. Marcello si avvicina a sua volta al letto e se ne scosta atterrito; intanto entra Colline che depone del danaro sulla tavola presso a Musetta.)

COLLINE
Musetta, a voi!
(poi visto Rodolfo che solo non riesce a collocare la mantiglia corre ad aiutarlo chiedendogli di Mimì)
Come va?...

RODOLFO
Vedi?... È tranquilla.

(Rodolfo si volge verso Mimì, in quel mentre Musetta gli fa cenno che la medicina è pronta, scende dalla scranna, ma nell'accorrere presso Musetta si accorge dello strano contegno di Marcello e Schaunard.)

RODOLFO
(con voce strozzata dallo sgomento)
Che vuol dire
quell'andare e venire,
quel guardarmi così...

MARCELLO
(non regge più, corre a Rodolfo e abbracciandolo con voce angosciata grida:)
Coraggio!

RODOLFO
(si precipita al letto di Mimi, la solleva e scotendola grida colla massima disperazione, piangendo)
Mimì... Mimì!...
(si getta sul corpo esanime di Mimì)

(Musetta, spaventata corre al letto, getta un grido angoscioso, buttandosi ginocchioni e piangente ai piedi di Mimì dalla parte opposta di Rodolfo. Schaunard si abbandona accasciato su di una sedia a sinistra della scena. Colline va ai piedi del letto, rimanendo atterrito per la rapidità della catastrofe. Marcello singhiozza, volgendo le spalle al proscenio.)




Luciano Pavarotti (Rodolfo), Renata Scotto (Mimì), Ingvar Wixell (Marcello), Maralin Niska (Musetta),
Allan Monk (Schaunard), Paul Plishka (Colline)
dir: James Levine (1977)


Giuseppe di Stefano, Maria Callas,
Rolando Panerai, Anna Moffo

Rolando Villazón, Anna Netrebko,
George van Bergen, Nicole Cabell

2 giugno 2016

La Bohème (23) - "Sono andati? Fingevo di dormire"

Scritto da Christian

Rimasti soli, Rodolfo e Mimì possono finalmente abbracciarsi e parlarsi nell'intimità. A rompere il ghiaccio è proprio Mimì, con un disperato grido d'amore, tanto più struggente perché ne cogliamo la profonda e sincera verità. Non è infatti più tempo di schermaglie amorose, o di fingere di non provare quei sentimenti che in realtà non hanno mai abbandonato i due amanti nemmeno nel periodo della separazione. La ricomparsa della cuffietta rosa, che Rodolfo le mette in testa, dà il via a un'ondata di ricordi che Puccini evidenzia riproponendo i vari temi musicali che avevano accompagnato i due personaggi nei quadri precedenti (un modo per far partecipare anche il pubblico a questa rievocazione nostalgica di un passato felice), in particolare del loro primo incontro in quella stessa soffitta. Mimì ripete le parole della sua presentazione ("Mi chiamano Mimì / il perché non so...") e, poco più tardi, persino quelle di lui ("Che gelida manina..."), ricostruendo la vicenda della chiave perduta ("Mio bel signorino, / posso ben dirlo adesso: / lei la trovò assai presto"), al che lui non può che ammettere: "Aiutavo il destino...". In mezzo a tanta sincerità, il loro dialogo sembra invece girare attorno – senza volerlo affrontare – all'argomento della salute di Mimì, al quale la ragazza allude solo per via scherzosa ("Son bella ancora?" - "Bella come un'aurora" - "Hai sbagliato il raffronto. / Volevi dir: bella come un tramonto").

Questa disperata melodia in Do minore ["Sono andati?"] è l’ultimo tema nuovo dell’opera: ogni frase è detta in progressione discendente sui gradi della scala, quasi a rendere l’affaticamento di lei, poi sorge improvvisa l’ultima espansione lirica verso l’acuto: “Sei il mio amor e tutta la mia vita”.
(Michele Girardi)

Clicca qui per il testo.

MIMÌ
(apre gli occhi, vede che sono tutti partiti e allunga la mano verso Rodolfo, che gliela bacia amorosamente)
Sono andati? Fingevo di dormire
perché volli con te sola restare.
Ho tante cose che ti voglio dire,
o una sola, ma grande come il mare,
come il mare profonda ed infinita...
(mette le braccia al collo di Rodolfo)
Sei il mio amore e tutta la mia vita!

RODOLFO
Ah, Mimì,
mia bella Mimì!

MIMÌ
(lascia cadere le braccia)
Son bella ancora?

RODOLFO
Bella come un'aurora.

MIMÌ
Hai sbagliato il raffronto.
Volevi dir: bella come un tramonto.
«Mi chiamano Mimì,
il perché non so...».

RODOLFO
(intenerito e carezzevole)
Tornò al nido la rondine e cinguetta.
(si leva di dove l'aveva riposta, sul cuore, la cuffietta di Mimì e gliela porge)

MIMÌ
(gaiamente)
La mia cuffietta...
Ah!
(tende a Rodolfo la testa, questi le mette la cuffietta. Mimì fa sedere presso a lei Rodolfo e rimane colla testa appoggiata sul petto di lui)
Te lo rammenti quando sono entrata
la prima volta, là?

RODOLFO
Se lo rammento!

MIMÌ
Il lume si era spento...

RODOLFO
Eri tanto turbata!
Poi smarristi la chiave...

MIMÌ
E a cercarla
tastoni ti sei messo!...

RODOLFO
...e cerca, cerca...

MIMÌ
Mio bel signorino,
posso ben dirlo adesso:
lei la trovò assai presto...

RODOLFO
Aiutavo il destino...

MIMÌ
(ricordando l'incontro suo con Rodolfo la sera della vigilia di Natale)
Era buio; e il mio rossor non si vedeva...
(sussurra le parole di Rodolfo)
«Che gelida manina...
Se la lasci riscaldar!...»
Era buio
e la man tu mi prendevi...




Renata Scotto (Mimì), Luciano Pavarotti (Rodolfo)
dir: James Levine (1977)


Mirella Freni, Placido Domingo


Anna Netrebko, Rolando Villazón


Renata Tebaldi, Giacinto Prandelli

Licia Albanese, Beniamino Gigli

28 maggio 2016

La Bohème (22) - "Vecchia zimarra"

Scritto da Christian

Se Musetta ha deciso di vendere i suoi orecchini, anche un altro personaggio è pronto a sacrificare un oggetto a lui caro pur di racimolare qualche spicciolo per alleviare la fine di Mimì. Si tratta di Colline, il filosofo, che in una breve aria per basso dà l'addio alla sua "vecchia zimarra", il pastrano che ha sempre indossato con orgoglio e nelle cui tasche, fin dal momento in cui l'aveva acquistato al Quartiere Latino, ha conservato libri e volumi di ogni genere. L'indumento non serviva dunque solo a ripararlo dal freddo, ma è per lui un simbolo di cultura e dunque di dignità. Colline gli si rivolge come a un vecchio amico, costretto ora ad "ascendere il sacro monte" (ovvero il monte di pietà, per essere impegnato), e questo affetto rende ancora più doloroso il commiato. Come altri oggetti di uso comune all'interno dell'opera (la cuffietta rosa di Mimì su tutti), anche la zimarra ha un valore simbolico e nostalgico che va al di là di quello economico: anzi esso simboleggia – soprattutto giunti a questo punto – tutta l'umanità, l'emozione e la pietà di un personaggio che finora era sempre rimasto sullo sfondo (nella scena precedente non aveva spiccicato parola), spesso in disparte e mai sotto i riflettori (a differenza per esempio di Schaunard, protagonista dell'episodio del pappagallo nel primo quadro).

All'interno del quadro conclusivo, questo brano rappresenta il primo momento in cui Puccini introduce un tema musicale nuovo, senza riprendere – con connotazioni nostalgiche o per indicare il ricordo – quelli già usati in precedenza. E che non si tratti di un semplice intermezzo o di un episodio fine a sé stesso, buono soltanto per "staccare" drammaticamente il momento del ritorno di Mimì nella soffitta da quello in cui la ragazza rimane sola con Rodolfo, è dimostrato dal fatto che il tema dell'aria sarà ripreso proprio nelle ultime battute dell'opera, a suggello della morte di Mimì, mettendo in un certo senso, scrive Girardi, "sullo stesso piano la perdita di una persona e di un oggetto amati, riconducendo entrambi alla vie de bohème. [...] Con l’indumento se ne va un altro pezzo della giovinezza di tutti, e poiché Colline non vive avventure romantiche, l’amore per la cultura è anche il sentimento più autentico che prova. Un sentimento che lo lega di amicizia a «filosofi e poeti», e lo rende dignitoso coi potenti".

Clicca qui per il testo.

COLLINE
(mentre Musetta e Marcello parlavano, si è levato il pastrano; con commozione crescente)
Vecchia zimarra, senti,
io resto al pian, tu ascendere
il sacro monte or devi.
Le mie grazie ricevi.
Mai non curvasti il logoro
dorso ai ricchi ed ai potenti.
Passâr nelle tue tasche
come in antri tranquilli
filosofi e poeti.
Ora che i giorni lieti
fuggîr, ti dico: addio,
fedele amico mio.
Addio, addio.




Paul Plishka


Carlo Colombara


James Morris


Nicolai Ghiaurov


Ezio Pinza

Boris Christoff

Luciano Pavarotti (che non è certamente un basso!) spiega come cantare al meglio quest'aria durante una Masterclass:


Robert Briggs, Luciano Pavarotti

24 maggio 2016

La Bohème (21) - L'ultimo desiderio

Scritto da Christian

I giochi e gli scherzi dei quattro amici sono ancora in pieno corso quando, all'improvviso, la porta della soffitta si spalanca e compare Musetta, che annuncia il ritorno di Mimì, le cui condizioni di salute sono peggiorate. Poco prima Marcello aveva riferito a Rodolfo di averla vista "in carrozza / vestita come una regina". E invece, come spiega Musetta, la ragazza, ormai "in fin di vita", ha scelto di propria volontà di abbandonare gli agi offertile dal Viscontino Paolo pur di venire a morire nelle braccia di Rodolfo. Come già ricordato, Puccini aveva pensato di cominciare il quadro conclusivo con Mimì già nella soffitta, a letto malata. Fu il librettista Illica a convincere Puccini a cambiare idea, in modo da dar maggiore significato al ritorno della ragazza. Il suo apparire sulla scena è accompagnato dal tema di "Mi chiamano Mimì", drammaticamente trasfigurato nella melodia e nell'accompagnamento per trasmettere l'idea che la malattia ha ormai compromesso il suo fisico. Scrive Girardi: "Il Leitmotiv svela dunque come l’unico vero evento dell’opera sia il progressivo imporsi della tisi sul fisico della protagonista, mentre le altre melodie a lei associate tornano nella stessa forma perché Mimì, nella costellazione dei personaggi, incarna simbolicamente il tempo della giovinezza e dell’amore, e come tale può solo passare, dunque morire".

Tutti si radunano attorno a lei e la aiutano a stendersi sul letto. Mentre Rodolfo la abbraccia, lei finge di star meglio, ma agli altri la situazione è ben chiara (Schaunard sussurra tristemente a Colline, in disparte: "Fra mezz'ora è morta!"). In casa non v'è nulla, nè vino né caffè ("Ah! miseria!", esclama Marcello con sconforto, maledicendo quella stessa povertà di cui fino a poco prima lui e gli altri si prendevano gioco). Mimì esprime un ultimo desiderio ("Ho tanto freddo!... / Se avessi un manicotto!"), e gli amici si danno da fare come possono per rendere i suoi ultimi istanti più confortevoli. A cominciare da Musetta, che si priva dei suoi orecchini, affidandoli a Marcello perché li venda per comprare un cordiale e chiamare un dottore, mentre lei penserà al manicotto. L'episodio contribuisce a riavvicinare definitivamente Marcello e Musetta (favoriti dall'intercessione della stessa Mimì, che dice a Marcello: "Date retta: è assai buona Musetta").

Tutte le emozioni che la fine di un essere amato può procurare sono sistemate secondo una scaletta che porta infallibilmente alla commozione il pubblico d’ogni dove e d’ogni età. Tanta efficace universalità non è dovuta al solo potere evocativo della musica, ma anche alla sapiente strategia formale che governa la partitura: il ritorno nei momenti più opportuni dei temi che descrivono il carattere e le emozioni di Mimì ce l’hanno resa familiare e indimenticabile al tempo stesso. Inoltre la musica, riepilogando il già trascorso, va incontro al tempo assoluto, raccogliendo ogni sfumatura semantica del testo e ricostituendo una nuova entità, la memoria collettiva, sulla base dell’ordine in cui i temi vengono riproposti. Mentre Mimì viene adagiata sul letto scorre la musica del primo incontro con Rodolfo nel momento del malore («Là. Da bere»), poi la seconda sezione della sua prima aria (ancora «Mi piaccion quelle cose») a commento del racconto di Musetta («Dove stia?»), che si scioglie, con esito lancinante, nel tema d’amore («Ancor sento la vita qui»). Puccini non tralascia un dettaglio: a commento della frase «Ho un po’ di tosse» una cadenza plagale ci riporta al momento del quadro terzo in cui Mimì confessa a Marcello che Rodolfo è fuggito da casa. E prosegue con precisione implacabile dopo che la protagonista ha portato il suo messaggio di riconciliazione a Marcello e Musetta, citando il complimento che Rodolfo le aveva rivolto mentre s’aggiravano tra la folla del Quartiere latino. Il filo di sentimentalità che cuce la cuffietta alla lusinga dell’amante esalta in quel tocco l’amaro sapore del rimpianto per la perduta bellezza di Mimì ed emana, con effetto straziante, un segnale sottilissimo, quasi indirizzato all’inconscio di chi ascolta: il rimpianto della sua bellezza bruna.
(Michele Girardi)
A proposito del manicotto che Mimì chiede come ultimo desiderio (anche se possiamo ben dire che il realtà il suo ultimo desiderio è quello di poter morire nella soffitta, fra le braccia dell'amato Rodolfo), ecco un interessante passo da una lettera di Puccini al librettista Luigi Illica, scritta mentre stava completando la composizione dell'opera e ancora pensava a mettere a punto alcuni particolari:
Ti ricordi che osservammo che Mimì, se fosse fuggita dal viscontino, non avrebbe avuto quel desiderio così vivo del manicotto, e che l’episodio del manicotto – così com’è attualmente – era una zeppa?! Tu proponesti di dirle, o cioè di far dire a Musetta, che era fuggita dall’ospedale. La cosa fu accolta da me e da te con grande entusiasmo perché così ci si trovava un po’ più nel vero circa la fine di Mimì. Così Mimì avrebbe dovuto presentarsi in abito dimesso e non chic come è adesso. [...] Tengo molto, anzi assolutamente voglio (lasciamelo dire) questa modificazione [...] all’ultim’atto, dove bisogna andar per le corte e venire all’arrivo della Mimì. L’episodio dei bohemi riuniti è solo messo per contrasto, perché volendo si poteva far venire Mimì subito appena alzato il sipario infischiandosene del rigodone, dell’aringa, di Demostene che il diavolo se lo porti.
(Giacomo Puccini, settembre 1895)

Clicca qui per il testo.

(Si spalanca l'uscio ed entra Musetta in grande agitazione.)

MARCELLO
(scorgendola)
Musetta!

MUSETTA
(ansimante)
C'è Mimì...
(tutti con viva ansietà la attorniano)
C'è Mimì che mi segue e che sta male.

RODOLFO
Ov'è?

MUSETTA
Nel far le scale
più non si resse.

(Si vede, per l'uscio aperto, Mimì seduta sul più alto gradino della scala.)

RODOLFO
Ah!
(si precipita verso Mimì; Marcello accorre anche lui)

SCHAUNARD
(a Colline)
Noi accostiam
quel lettuccio.
(ambedue portano innanzi il letto)

RODOLFO
(coll'aiuto di Marcello porta Mimì fino al letto)
Là.
(agli amici, piano)
Da bere.

(Musetta accorre col bicchiere dell'acqua e ne dà un sorso a Mimì.)

MIMÌ
(con grande passione)
Rodolfo!

RODOLFO
(adagia Mimì sul letto)
Zitta, riposa.

MIMÌ
(abbraccia Rodolfo)
O mio Rodolfo!
Mi vuoi qui con te?

RODOLFO
Ah! mia Mimì,
sempre, sempre!
(persuade Mimì a sdraiarsi sul letto e stende su di lei la coperta, poi con grandi cure le accomoda il guanciale sotto la testa)

MUSETTA
(trae in disparte gli altri, e dice loro sottovoce:)
Intesi dire che Mimì, fuggita
dal Viscontino, era in fin di vita.
Dove stia? Cerca, cerca... la veggo
passar per via
trascinandosi a stento.
Mi dice: «Più non reggo...
Muoio! lo sento...
(agitandosi, senz'accorgersene alza la voce)
Voglio morir con lui! Forse m'aspetta...
M'accompagni, Musetta?...»

MARCELLO
(fa cenno di parlar piano e Musetta si porta a maggior distanza da Mimì)
Sst.

MIMÌ
Mi sento assai meglio...
lascia ch'io guardi intorno.
(con dolce sorriso)
Ah, come si sta bene qui!
Si rinasce, ancor sento la vita qui...
(alzandosi un poco e riabbracciando Rodolfo)
No! tu non mi lasci più!

RODOLFO
Benedetta bocca,
tu ancor mi parli!

MUSETTA
(da parte agli altri tre)
Che ci avete in casa?

MARCELLO
Nulla!

MUSETTA
Non caffè? Non vino?

MARCELLO
(con grande sconforto)
Nulla! Ah! miseria!

SCHAUNARD
(osservata cautamente Mimì, tristemente a Colline, traendolo in disparte)
Fra mezz'ora è morta!

MIMÌ
Ho tanto freddo!...
Se avessi un manicotto! Queste mie mani
riscaldare non si potranno mai?
(tossisce)

RODOLFO
(prende nelle sue le mani di Mimì riscaldandogliele)
Qui nelle mie! Taci!
Il parlar ti stanca.

MIMÌ
Ho un po' di tosse!
Ci sono avvezza.
(vedendo gli amici di Rodolfo, li chiama per nome: essi accorrono premurosi presso di lei)
Buon giorno, Marcello,
Schaunard, Colline... buon giorno.
(sorridendo)
Tutti qui, tutti qui
sorridenti a Mimì.

RODOLFO
Non parlar, non parlar.

MIMÌ
Parlo piano,
non temere, Marcello,
(facendogli cenno di appressarsi)
date retta: è assai buona Musetta.

MARCELLO
Lo so, lo so.
(porge la mano a Musetta)

(Schaunard e Colline si allontanano tristemente: Schaunard siede al tavolo, col viso fra le mani; Colline rimane pensieroso.)

MUSETTA
(conduce Marcello lontano da Mimì, si leva gli orecchini e glieli porge dicendogli sottovoce:)
A te, vendi, riporta
qualche cordial, manda un dottore!...

RODOLFO
Riposa.

MIMÌ
Tu non mi lasci?

RODOLFO
No! No!

(Mimì a poco a poco si assopisce, Rodolfo prende una scranna e siede presso al letto. Marcello fa per partire, Musetta lo arresta e lo conduce più lontano da Mimì.)

MUSETTA
Ascolta!
Forse è l'ultima volta
che ha espresso un desiderio, poveretta!
Pel manicotto io vo. Con te verrò.

MARCELLO
(commosso)
Sei buona, o mia Musetta.

(Musetta e Marcello partono frettolosi.)




Luciano Pavarotti (Rodolfo), Renata Scotto (Mimì), Maralin Niska (Musetta),
Ingvar Wixell (Marcello), Paul Plishka (Colline), Allan Monk (Schaunard)
dir: James Levine (1977)


Giuseppe di Stefano, Maria Callas,
Anna Moffo, Rolando Panerai

Roberto Alagna, Angela Gheorghiu,
Inger Dam-Jensen, Bo Skovhus