23 marzo 2017

Norma (8) - "Sgombra è la sacra selva"

Scritto da Marisa

Dopo che il rito si è concluso, nel bosco rimasto libero entra furtiva Adalgisa, una giovane sacerdotessa di Irminsul (in realtà ancora “novizia”, verremo a sapere, cioè non ancora definitivamente consacrata al Dio ma che tale si era prefissa di diventare prima dell'incontro con Pollione). La conosciamo già come nuova fiamma di Pollione: di lei il proconsole romano aveva infatti parlato all'amico Flavio (“Tu la vedrai… / Fior d'innocenza e riso, / di candore e d'amor“). Si tratta di una fanciulla quindi, appena sbocciata al richiamo d'amore, ma già profondamente turbata ed in pieno conflitto interiore. Ne possiamo seguire tutti i moti, tratteggiati dalla musica di Bellini con grande varietà e finezza.

Ogni vero conflitto, termine guerresco per eccellenza, vede lo scontro in campo di due forze determinate a prendere il sopravvento con la soppraffazione e forse la distruzione dell'altro. E qui il terreno di scontro è il proprio cuore e la posta in gioco altissima: il cuore stesso. A chi darlo, al Dio che ci eleva nella sua pura sfera, ma che rimane pur sempre lontano dai sensi e dall'esperienza erotica diretta, o all'uomo che ci parla con voce così suadente promettendo e facendo già provare i brividi del piacere? Adalgisa sa di aver già perso una parte del cuore e di non essere più innocente: vuole e non vuole cedere a Pollione, vuole e non vuole dedicarsi solo al servizio del Dio... Sa bene che andando da sola nel bosco, apparentemente per pregare all'altare, sarà raggiunta dall'uomo che desidera e che teme di vedere, e naturalmente ci va... Infatti non è la prima volta che lo ha incontrato davanti all'altare, anzi sembra che sedurre le vergini consacrate al Dio proprio vicino al suo altare sia per Pollione un piacere raddoppiato!

Il personaggio di Adalgisa ci porta a parlare del problema della vocazione precoce e dell'abitudine (per fortuna fenomeno ormai molto ridotto, anzi quasi scomparso) di indirizzare adolescenti o persino bambini al sacerdozio o al monachesimo, rinchiudendoli in seminari o conventi e pretendendo un'adesione a un progetto di vita di castità, in un'età in cui non si ha la minima idea di cosa comporti tale promessa. Questo non era solo un costume dei barbari, che sceglievano i loro sacerdoti (druidi o sacerdotesse) tra i figli delle classi più elevate come privilegio per una funzione così elevata, ma un pratica che si è poi moltiplicata con il cristianesimo, anche perché spesso per le famiglie numerose era il solo modo di assicurare un futuro ai figli e per i nobili quello di risolvere il problema dei “cadetti”.

Vedremo tuttavia che Adalgisa si era veramente proposta, senza alcuna coercizione, di dedicare tutta la sua vita e il suo amore al Dio, e che prima dell'incontro col “fatal romano” che risveglia i primi impulsi erotici era perfettamente serena, come dirà poco più tardi lei stessa (“All'altar che oltraggiai, / lieta andava ed innocente...”) Non è raro, infatti, soprattutto nelle società dove il religioso permea tutta la vita, che nella prima adolescenza e spesso già nell'infanzia si senta molto forte il desiderio di purezza e il richiamo alla trascendenza, uniti anche ad una naturale sessuofobia difensiva, prima dello scatenamento delle pulsioni sessuali favorite dalle “tempeste ormonali” imminenti... Per questo in Grecia esisteva una particolare istituzione che metteva le ragazze di famiglie nobili sui 12-13 anni (all'apparire del menarca quindi) sotto la protezione di Artemide, la dea vergine custode della natura incontaminata e selvaggia. Erano le “Orse” di Artemide, libere di correre nei boschi e di praticare sport fino ai 18 anni, età in cui potevano finalmente incontrare Afrodite ed aprirsi ai primi rapporti sessuali.

Adalgisa rimpiange quella serenità che ha perso e che sa di non poter più ritrovare, ed ora chiede solo protezione (da Pollione o da sé stessa?), inginocchiata davanti a quell'altare, simbolo della presenza divina ma anche luogo d'incontro con l'amato... (“Deh! Proteggimi, o Dio! / Perduta io son! / Gran Dio, abbi pietà, / Perduta io son!”). Quale ambivalenza! Ma è proprio così che si presentano i conflitti, con la compresenza di due forti sentimenti che si contendono lo stesso terreno. Per Adalgisa è la prima grande prova ed è questo che la rende così commovente.

Clicca qui per il testo di "Sgombra è la sacra selva".

ADALGISA
Sgombra è la sacra selva,
Compiuto il rito.
Sospirar non vista alfin poss'io,
Qui… dove a me s'offerse
La prima volta quel fatal Romano,
Che mi rende rubella
Al tempio, al Dio…
Fosse l'ultima almen!
Vano desio!
Irresistibil forza qui mi trascina,
E di quel caro aspetto
Il cor si pasce,
E di sua cara voce
L'aura che spira mi ripete il suono.

(Corre a prostrarsi sulla pietra d'Irminsul.)

Deh! Proteggimi, o Dio!
Perduta io son!
Gran Dio, abbi pietà,
Perduta io son!




Kate Aldrich (Adalgisa)
dir: Evelino Pidò (2008)


Giulietta Simionato


Ebe Stignani


Fiorenza Cossotto

Marilyn Horne

20 marzo 2017

Norma (7) - "Ah! Bello a me ritorna"

Scritto da Marisa

Finito il rito, Norma ritorna ad essere la donna ambigua e conflittuale che ormai è diventata dopo la relazione con il nemico del suo popolo. E pur promettendo di essere pronta a dare il segnale della riscossa contro i romani (“Quando il Nume irato e fosco / chiegga il sangue dei Romani, / dal druidico delubro / la mia voce tuonerà”), sa bene di non avere il coraggio di farlo per non danneggiare l'amante (“Ma punirlo il cor non sa”), anche se si è accorta benissimo della sua freddezza e del suo allontanamento. Questo perché lei è invece ancora molto innamorata, e prorompe in un accorato richiamo-lamento che ci mostra tutto il dolore che si sta accumulando, ma anche l'illusione che vuol mantenere viva... Pur avendo tradito il ruolo sacerdotale, ne conserva pur sempre il potere per punire o salvare l'amante, solo però se quell'amore può ancora risorgere. (“Ah! bello a me ritorna / del fido amor primiero, / e contro il mondo intiero / difesa a te sarò”). Appena dietro la maschera del potere ci si mostra ora tutta la fragilità della donna.

Nel cuore di Norma non c'è ancora gelosia (non sa nulla della nuova fiamma di Pollione), ma soltanto amarezza, nostalgia e fantasticheria sognante. Con che facilità passa da fantasie di vendetta a quelle di salvezza, nella speranza di ritrovare nel rapporto amoroso l'unica via d'uscita dal conflitto! Sarebbe persino pronta ad abbandonare la sua gente, spogliarsi del ruolo sacerdotale così alto e importante, pur di vivere a pieno l'amore! (“E vita nel tuo seno, e patria e cielo avrò.”) Sembra di assistere al rapido mutamento di un cielo di primavera, con il formarsi di nuvole che rapidamente si dissolvono poi nel sereno. Siamo però ai prodromi di una tempesta che si sta preparando, ma che per ora si cerca di esorcizzare con l'illusione che si possa fermare il tempo, anzi farlo tornare indietro!

Come è profondamente umano tutto ciò: se solo si potesse ricominciare, ritornare al tempo dei primi incontri e all'incanto dei primi baci... Ci si rifugia nel passato (“il fido amor primiero”) o si fugge in avanti, in un futuro salvifico, ma illusorio ("vita, patria e cielo nel tuo seno") pur di esorcizzare il presente, quando questo appare nella sua freddezza desolante! E per Norma affrontare il presente è ancora più difficile che in condizioni analoghe per le altre donne perchè bisogna tener conto del contesto. Non si tratta soltanto di vivere un abbandono, pur sempre molto doloroso e spesso devastante, ma per lei è in gioco la vita stessa e anche quella dei figli, perchè la sua comunità ha regole ben precise per le sacerdotesse che violano il giuramento di castità: la morte. Ma per ora anche questo è rimosso e la vediamo solo abbandonarsi al desiderio di vedere l'amato tornare a lei, come voler continuare il sogno di ebbrezza senza dover rendere conto a nessuno, anzi pensando ancora di utilizzare il potere sacerdotale a suo modo, per i propri fini.

Clicca qui per il testo di "Fine al rito... Ah! bello a me ritorna".

NORMA
Fine al rito.
E il sacro bosco
Sia disgombro dai profani.
Quando il Nume irato e fosco
Chiegga il sangue dei Romani,
Dal druidico delubro
La mia voce tuonerà.

OROVESO E CORO
Tuoni,
E un sol del popolo empio
Non isfugga al giusto scempio;
E primier da noi percosso
Il Proconsole cadrà.

NORMA
Cadrà!
Punirlo io posso.
(Ma punirlo il cor non sa.)

(Ah! Bello a me ritorna
Del fido amor primiero,
E contro il mondo intiero
Difesa a te sarò.
Ah! bello a me ritorna
Del raggio tuo sereno
E vita nel tuo seno
E patria e cielo avrò.)

OROVESO E CORO
Sei lento, sì, sei lento,
O giorno di vendetta,
Ma irato il Dio t'affretta
Che il Tebro condannò!

NORMA
(Ah! riedi ancora qual eri allora,
Quando il cor ti diedi allora,
Qual eri allor, ah, riedi a me!)

OROVESO E CORO
O giorno!
O giorno, il Dio t'affretta
Che il Tebro condannò!

(Tutti escono.)




Joan Sutherland (Norma)
dir: Richard Bonynge (1978)


Maria Callas


Montserrat Caballé


Leyla Gencer

Mariella Devia

15 marzo 2017

Norma (6) - "Casta diva"

Scritto da Marisa

Ed eccoci alla pagina più bella di tutta l'opera, quella che anche chi non conosce la lirica non può non aver sentito qualche volta, (grazie anche alla sublime interpretazione della Callas!) tanto è entrata nell'animo e nell'immaginario collettivo. Qui Norma è veramente soltanto la “sacerdotessa”. La donna che abbiamo visto appena poco prima, con tutto il suo carico di angoscia e conflitti, si fa da parte, ed emerge la pura e sacra vergine che rimane ancora intatta dietro ogni possibile errore e contaminazione umana. Il suo canto è una delle preghiere più belle che si siano mai elevate al cielo notturno e all'astro che lo domina: quella luna che continuamente è fonte di ispirazione religiosa e poetica di tutti i tempi. E tutta la vena romantica di Bellini trova la possibilità di dare il meglio di sé, abbandonandosi ad un canto purissimo che ci traporta in un'atmosfera così elevata e magica da farci dimenticare per un po' tutte le bassezze e le meschinità che si consumano sotto il suo placido sguardo.

Sì, perché una delle caratteristiche del romanticismo si fonda proprio sull'amore per la notte in contrapposizione al giorno, per l'oscurità che custodisce i segreti dell'animo e favorisce la fantasticheria, l'immaginazione e la meditazione... La luna è la grande amica dei poeti e degli innamorati. “Pure, io mi volgo altrove: / verso la santa inesprimibile / misteriosa Notte", canta Novalis, uno dei massimi rappresentanti del Romanticismo, nel suo primo "Inno alla notte" (ne ha scritti sei, dopo la morte della sua amata!), dopo aver ricordato i vantaggi del giorno e reso omaggio al sole. E come dimenticare il continuo colloquio tra Leopardi e la luna, unica testimone del dolente suo spirito? Anche tutto il "Tristano" di Wagner si regge sul desiderio da parte degli amanti di prolungare lo spazio notturno, di vivere il più possibile nell'atmosfera emotiva e raccolta che solo la notte permette, sottraendosi allo sguardo troppo crudele del giorno fatto per i doveri legati alle istituzioni e il pragmatismo di una realtà che penalizza il sogno e lo slancio dell'anima. Mai contrasto tra giorno e notte è stato più acutamente sentito! Allo stesso modo sentivano la notte gli amanti adolescenti Romeo e Giulietta: unico rifugio al loro amore che lo spirito di realtà del giorno condannava. Ma al di là di ogni romanticismo, la luna ha sempre avuto nell'immaginario e quindi anche nella simbologia di tutte le religioni la stessa importanza del sole, tanto che spesso i due astri vengono raffigurati come fratello e sorella (Apollo e Diana), rappresentando le divinità che presiedono ai due aspetti fondamentali della psiche: maschile e femminile, attività e passività, Yin e Yang...

Nell'invocazione di Norma la luna appare nel suo aspetto benevolo, come dispensatrice di luce argentea e custode di pace, esattamente speculare al negativo che vediamo dominare in un'altra celeberrima opera in cui la notte ha una importanza cruciale: quella "Turandot" in cui l'apparizione della luna segna l'esecuzione capitale per il giovane pricipe. Ma di questo abbiamo parlato nel post cui rimando.

“Casta” è l'appellativo che sentiamo come primo attributo alla Dea, e su cui conviene fermarsi un attimo. Perché “casta”? Sappiamo che non tutte le divinità femminili erano vergini e che la promiscuità della “Grande Madre” era quasi d'obbligo, trattandosi dell'origine della fecondità e quindi di ogni possibile generazione, endogamica o esogamica che fosse! Solo tre dee (Atena, Artemide ed Estia) hanno chiesto ed ottenuto dal padre Zeus il privilegio di restare immuni dagli strali di Eros e quindi la possibilità di rimanere vergini, ma si tratta di funzioni psichiche indipendenti dalla libido sessuale e dalle passioni ad essa legate (l'amore per la conoscenza e le arti, lo spirito indomito insito nella natura incontaminata e nella caccia, e il religioso approccio alla fedeltà del “fuoco” che garantisce il perpetuo ardere dell'amore sublimato, che diventa amore per la casa, per la patria e per il tempio). Sicuramente la luna è legata alla sfera archetipica rappresentata da Artemide, la Diana romana, sorella di Apollo, e quindi merita l'appellativo di “casta”. Ma qui, pronunciata da Norma come incipit della preghiera, la parola si colora di nostalgia e di rimpianto: rimpianto da parte della sacerdotessa proprio per quella castità perduta per sempre e tradimento di un giuramento che ora è fonte di tanto dolore e inquietudine.

Ricordiamo ancora che nelle religioni antiche la verginità non era legata a una condizione strettamente anatomo-fisiologica, ma era una condizione squisitamente psichica: la libertà dalla dipendenza dell'uomo attraverso la sessualità e l'asservimento emotivo che la passione porta con sé. L'aspetto vergine della donna consiste, al di là di ogni rapporto sessuale, nella possibilità di conservare la propria autonomia interiore e la libertà di pensiero. In questo senso anche Maria può aver ereditato dalle tre dee pagane l'attributo di “Vergine” pur essendo madre. Il suo rapporto privilegiato è infatti con il divino, di cui si mette al servizio, e non con Giuseppe, il proprio uomo e marito legittimo (da cui per altro, secondo i vangeli apocrifi, pare abbia avuto altri figli, oltre Gesù). Anche l'iconografia fa di Maria l'erede delle antiche dee vergini, raffigurandola con i piedi sulla luna e incoronata di stelle: una vera dea della notte, quindi!

Questo momento incantato dell'apparizione della luna, in cui tutto è sospeso nella preghiera, crea un'atmosfera unica che la musica dilata e fa aleggiare come una benedizione su tutta la terra e placa ogni inquietudine.

Tempra, o Diva,
Tempra tu de' cori ardenti,
Tempra ancora lo zelo audace.
Spargi in terra quella pace
Che regnar tu fai nel ciel.
La seconda strofa della preghiera di Norma dà voce al bisogno di pace e di riconciliazione in tutti i sensi: con sé stessi, con gli altri e con l'intero creato, ripristinando anche in terra l'armonia che vediamo regnare nelle sfere celesti!

Ma la notte non è solo romantica amica dei sogni d'amore o di pace. L'atmosfera notturna qui sottolinea anche il diverso modo di sentire e di vivere non solo il religioso, ma l'organizzazione stessa del ciclo della vita. Infatti il calendario celtico-gallico era prevalentemente lunare (essi calcolavano il tempo, ci dice Cesare, per notti e non per giorni) e Lucano ci informa che i loro riti esigevano uno luogo oscuro, un bosco sacro talmente fitto da garantire con i suoi rami intricati un'aria tenebrosa e gelida, impenetrabile al sole. Inoltre i loro riti si concludevano quasi sempre con sacrifici umani, aboliti poi definitivamente da Tiberio. Da notare anche che la riunione notturna è maggiormente adatta alla cospirazione e qui si stanno covando progetti di rivolta che devono rimanere segreti... Va da sé che il mondo romano è invece tutto proteso alla celebrazione del giorno e della sua gloria, come simbolo di un potere luminoso che vince le tenebre dei barbari. Le stesse insegne romane hanno come simbolo l'aquila: l'animale sacro a Giove e uccello diurno per eccellenza, in grado di guardare direttamente il sole!

Clicca qui per il testo di "Casta diva".

(Norma falcia il vischio; le Sacerdotesse lo raccolgono in canestri di vimini; Norma si avanza e stende le braccia al cielo; la luna splende in tutta la sua luce; tutti si prostrano.)

NORMA
Casta Diva, che inargenti
Queste sacre antiche piante,
A noi volgi il bel sembiante,
Senza nube e senza vel!

OROVESO E CORO
Casta Diva, che inargenti
Queste sacre antiche piante,
A noi volgi il bel sembiante,
Senza nube e senza vel!

NORMA
Tempra, o Diva,
Tempra tu de' cori ardenti,
Tempra ancor lo zelo audace.
Spargi in terra quella pace
Che regnar tu fai nel ciel.

OROVESO E CORO
Diva, spargi in terra
Quella pace che regnar
Tu fai nel ciel.





Maria Callas (1954)


Maria Callas (1960)


Joan Sutherland


Montserrat Caballé


Leyla Gencer

Renata Tebaldi

12 marzo 2017

Norma (5) - "Norma viene"

Scritto da Marisa

Ed ecco entrare in scena Norma, il personaggio centrale, quella che dà il nome all'intera opera, una delle figure femminili più memorabili e indimenticabili di tutto il repertorio lirico. La sua apparizione era già stata invocata all'inizio da parte del popolo tutto (“Sacro vischio a mietere / Norma verrà?"). Ed ora viene solennemente annunciata: “Norma viene: le cinge la chioma / la verbena ai misteri sacrata; / In sua man come luna falcata / l'aurea falce diffonde splendor".

Abbiamo già precisato che, anche nel mondo celtico dove pur le donne avevano un certo potere come “sacerdotesse”, la funzione sacerdotale massima era appannaggio dei veri Druidi, uomini di alto lignaggio e potere, gli unici addetti al taglio del sacro vischio. Ricordiamo che il vischio era la pianta sacra anche per i Vichinghi, e un suo ramo era stato utilizzato come freccia per uccidere il dio più amato, Balder, in un contesto di gelosia tra fratelli (l'ambiguo Loki!), adempiendo così a pieno il suo ruolo di simbolo di morte e rinascita. Ma questa è un'altra storia... L'attribuire a Norma, in questa opera, un tale ruolo è funzionale ad ingigantirne la portata e rendere più drammatica la vicenda.

Norma ci si presenta subito con tutte insegne del potere sacerdotale e ricorda ai suoi che lei non si lascia intimidire da nessuno perché nessuno può “dettar responsi alla veggente Norma”. Lei sola può leggere negli arcani misteri divini e interpretarne i voleri. Ma capiamo subito che sta abusando del suo potere e manipolando i suoi per non nuocere ai romani e tenere il più possibile l'amante vicino a sé, anche se lo sente ormai emotivamente lontano e sospetta di averne perso l'amore. È la donna innamorata che sta parlando e che utilizza la sacerdotessa per proteggere il proprio uomo! Alle pressanti richieste di Oroveso e dei guerrieri, risponde che per ora i segnali divini sono contrari ad una rivolta armata e che non bisogna sfidare la potenza di Roma, troppo più forte di loro. Ma c'è una profezia in tutto questo trattenere i suoi: ”Della superba Roma è scritto il nome. / Ella un giorno morrà, ma non per voi. / Morrà pei vizi suoi”. Col senno di poi, sappiamo quanto questa profezia sia esatta. Saranno sì i popoli barbarici (Goti, Unni, Vandali...) a far cadere una Roma ormai indebolita dai vizi e dalle effeminatezze, ma questo è troppo lontano per gli impazienti Galli che vorrebbero recuperare subito la libertà e hanno ancor vivo il ricordo del valore di Brenno.

Il problema che emerge però è questo: i responsi divini sono autentiche rivelazioni del destino che si prepara, conoscenze che l'uomo può in qualche modo utilizzare per assecondarlo o prevenirlo, o sono semplici stratagemmi che chi ha un certo potere utilizza per manipolare gli altri, sfruttando la buona fede e la credulità di chi è in una situazione di incertezza e debolezza? La questione è molto complessa. Qui vediamo Norma, come una spregiudicata “maga” dei nostri tempi, manipolare il volere divino per i suoi interessi personali. Ma ricordiamoci che questa è un'opera dell'ottocento, secolo ancora intriso di illuminismo, epoca in cui la fiducia nella razionalità umana e nelle possibilità di un progresso affidato solo alle sue conquiste sono in continua ascesa e la scienza inizia a fare progressi da gigante, anche se il tentativo di mettersi in contatto con il soprannaturale non è mai venuto meno, come dimostra il fiorire delle sedute spiritistiche con tanto di tavolini parlanti!

Per tutta l'antichità, comunque, in ogni tipo di cultura e religione la fiducia nei responsi divini era vivissima e quindi i tentativi di conoscerli e di interpretarli sono stati sempre molto praticati, dalla lettura del volo degli uccelli e delle viscere degli animali sacrificati per gli Etruschi e poi per i Romani, ai responsi sibillini delle sacerdotesse di Apollo a Delfi e a Cuma, o di Zeus a Dodona e Olimpia. Erodoto, come primo storico, ce ne dà ampia testimonianza, raccontando come praticamente non ci si accingeva a nessuna impresa di un certo rilievo senza aver prima consultato qualche oracolo. I sogni poi, come possiamo vedere già dalla Bibbia, hanno sempre avuto un significato profetico, come se un dio parlasse attraverso di essi. Il grande Jung ne darà finalmente un'inquadratura scientifica con la scoperta dell'inconscio collettivo, grande deposito di tutte le esperienze dell'umanità e radice di ogni possibile sviluppo, perché il futuro non può che essere il frutto dei semi depositati in passato, anche se a volte in chiave molto lontana dai nostri desideri e aspettative. Come prevedere quali degli innumerevoli semi si svilupperanno, e in che modo? Solo la storia ce lo dirà, ma intanto qualche sogno può suggerirlo... Nel post “Le carte”, a commento dell'episodio della Carmen, si può leggere qualche altra riflessione sul tentativo di conoscere il destino. Ma mentre a Carmen e alle sue compagne interessa solo il proprio futuro, qui è in gioco il futuro di tutto un popolo!

Clicca qui per il testo di "Norma viene".

(Druidi dal fondo, Sacerdotesse, Guerrieri, Bardi, Eubagi, Sacrificatori, e in mezzo a tutti, Oroveso.)

CORO
Norma viene: le cinge la chioma
La verbena ai misteri sacrata;
In sua man come luna falcata
L'aurea falce diffonde splendor.
Ella viene, e la stella di Roma
Sbigottita si copre d'un velo;
Irminsul corre i campi del cielo
Qual cometa foriera d'orror.

Clicca qui per il testo del recitativo "Sediziose voci".

(Entra Norma in mezzo alle sue ministre. Ha sciolto i capelli, la fronte circondata di una corona di verbena, ed armata la mano d'una falce d'oro. Si colloca sulla pietra druidica, e volge gli occhi d'intorno come ispirata. Tutti fanno silenzio.)

NORMA
Sediziose voci, voci di guerra
Avvi chi alzarsi attenta
Presso all'ara del Dio?
V'ha chi presume
Dettar responsi alla veggente Norma,
E di Roma affrettar il fato arcano?
Ei non dipende, no, non dipende
Da potere umano.

OROVESO
E fino a quando oppressi
Ne vorrai tu?
Contaminate assai
Non fur le patrie selve
E i templi aviti
Dall'aquile latine?
Omai di Brenno oziosa
Non può starsi la spada.

UOMINI
Si brandisca una volta!

NORMA
E infranta cada.
Infranta, sì, se alcun di voi snudarla
Anzi tempo pretende.
Ancor non sono della nostra vendetta
I dì maturi.
Delle sicambre scuri
Sono i pili romani ancor più forti.

OROVESO E UOMINI
E che t'annunzia il Dio?
Parla! Quai sorti?

NORMA
Io ne' volumi arcani leggo del cielo,
In pagine di morte
Della superba Roma è scritto il nome.
Ella un giorno morrà,
Ma non per voi.
Morrà pei vizi suoi,
Qual consunta morrà.
L'ora aspettate, l'ora fatal
Che compia il gran decreto.
Pace v'intimo…
E il sacro vischio io mieto.




"Norma viene"
dir: Lu Jia (2014)


"Norma viene"
dir: Tullio Serafin (1953)

"Sediziose voci"
Maria Callas (1952)

9 marzo 2017

Norma (4) - "Meco all'altar di Venere"

Scritto da Marisa

Il secondo personaggio che ci si presenta è il proconsole romano, Pollione, che sta spiando e attendendo il momento in cui gli altri si ritirano per avvicinarsi all'altare e cercare di vedere Adalgisa, la giovane sacerdotessa di cui si è recentemente invaghito, stanco ormai dell'amore di Norma. Già dalle prime battute vediamo che i valori sono completamente capovolti e che quello che per i primi è sacro, per gli altri, i conquistatori, è fonte di biasimo e disprezzo, se non di pura malvagità e orrore. A cominciare dal bosco che per i celti è luogo sacro ed epifania del divino, e che per il proconsole romano è solo “orrenda selva”, prova della barbarie di un popolo che invece di costruire templi adora i propri dèi su altari di pietra in mezzo ai boschi.

Il disprezzo per i riti dei “barbari” non impedisce a Pollione di concupire le loro donne, soprattutto le sacerdotesse, incurante del fatto che sedurle voglia dire costringerle a violare il giuramento più sacro per esse: la castità. Eppure dovrebbe sapere che anche a Roma esiste tale giuramento per le Vestali, le custodi del sacro fuoco che arde nel tempio di Vesta, a garanzia della pace sia domestica che di tutto lo stato. Ma del giuramento di sacerdotesse straniere, per un vincitore, non occorre tener nessun conto, anzi l'orgoglio maschile di vincere col proprio fascino un cuore votato a un dio ne esce rinforzato e il gioco è sicuramente molto eccitante! Del resto Pollione non è riuscito a sedurre persino Norma, la sacerdotessa suprema e figlia del re? E come potrebbe fallire con una giovane e inesperta novizia, se utilizza la stessa tecnica e – come vedremo, attraverso il ricordo di Norma – le medesime parole?

Ma nonostante l'arroganza del conquistatore, Pollione non è tranquillo e, alla domanda dell'amico che gli ricorda la presenza di Norma e dei figli avuti da lei come ostacolo al nuovo amore, confessa di esserne terrorizzato (“Piè mi veggo l'abisso aperto, e in lui m'avvento io stesso”). Semplicemente cerca di rimuovere il tutto, di non pensarci, attribuendo solo a un dio la responsabilità di pulsioni che non ha alcuna intenzione di controllare, anche se ammette di provare rimorso pensando a Norma. Ed ecco che quello che cerca di rimuovere gli arriva in sogno; un sogno in cui vede il suo desiderio di portare Adalgisa a Roma e sposarla nel tempio di Venere distrutto dalla vendetta di Norma che lo raggiunge come un demone, volando e facendo scempio di lui e dei figli... Freud era ancora lontano con la sua “Interpretazione dei sogni”, pubblicata solo all'inizio del Novecento (quel XX secolo iniziato sotto le migliori speranze di progresso e conoscenza illuminata e proseguito nello sprofondamento nella barbarie peggiore mai sperimentata dall'uomo!), ma possiamo vedere con facilità il gioco dello smascheramento dell'inconscio: ciò che rimuoviamo di giorno ci viene ripresentato di notte come incubo, aggravato e amplificato! Anche nella "Cenerentola" di Rossini c'è, seppure in chiave comica, un sogno rivelatore, quando vediamo Don Magnifico svegliato nel bel mezzo di un sogno che ne smaschera la megalomania e le illusorie aspettative e che egli travisa a suo piacimento! Qui Pollione intende bene l'avvertimento, ma decide di non tenerne conto, perché non vuol rinunciare al godimento della pulsione. Al bando ogni Super-io! Per ora l'importante è vincere le resistenze della fanciulla, conquistarla in ogni modo e non pensare alle proprie responsabilità nei confronti di Norma e dei figli.

Pollione è talmente sicuro, essendo dalla parte dei vincitori, di potersi permettere tutto che, nella sua libidine, si sente giustificato da un dio stesso pronto a prendere le sue parti contro tutto quello che per i nemici “barbari” è sacro ricorrendo anche alla violenza. Con che piglio, anche per dissipare i dubbi e la paura che vuol negare, lo sentiamo declamare:

Me protegge, me difende
un poter maggior di loro.
È il pensier di lei che adoro,
è l'amor che m'infiammò.
Di quel Dio che a me contende
quella vergine celeste,
arderò le rie foreste,
l'empio altare abbatterò.
Non stiamo forse assistendo alla solita arroganza dei conquistatori che utilizzano anche la religione per il soddisfacimento dei loro istinti (sessuali o di potere), dichiarando “empi” e malvagi o semplicemente falsi idoli le divinità dei vinti, soprattutto se si oppongono ai loro desideri?

Ma il profilo psicologico di Pollione pesca anche nell'onnipresente archetipo del seduttore immortalato da Mozart nel suo “Don Giovanni”, e ne vedremo le somiglianze e le differenze, visto che Pollione ne ricalca solo alcuni aspetti. Per ora i punti in comune già evidenti sono il proposito di non fermarsi davanti a nessun ostacolo, sia pure una divinità (per Don Giovanni il primo ostacolo è stato il padre di Donna Anna, diventato poi un vero dio vendicatore), il liberarsi dalla gelosia e dalla vendetta di Norma tradita (come Donna Elvira, che “vuol strappargli il cor”) e la passione per una vergine, che tra tutte, è anche "la passion predominante" nel libertino mozartiano!

Clicca qui per il testo di "Svanir le voci... Meco all'altar di Venere".

(Escono da un lato Flavio e Polline guardinghi e ravvolti nelle loro toghe.)

POLLIONE
Svanir le voci!
E dell'orrenda selva
Libero è il varco.

FLAVIO
In quella selva è morte
Norma tel disse.

POLLIONE
Profferisti un nome
Che il cor m'agghiaccia.

FLAVIO
Oh, che di' tu?
L'amante!
La madre de' tuoi figli!

POLLIONE
A me non puoi far tu rampogna,
Ch'io mertar non senta.
Ma nel mio core è spenta
La prima fiamma,
E un Dio la spense,
Un Dio nemico al mio riposo
Ai piè mi veggo l'abisso aperto,
E in lui m'avvento io stesso.

FLAVIO
Altra ameresti tu?

POLLIONE
Parla sommesso …
Un'altra, sì … Adalgisa …
Tu la vedrai …
Fior d'innocenza e riso,
Di candore e d'amor.
Ministra al tempio
Di questo Dio di sangue,
Ella v'appare
Come raggio di stella in ciel turbato.

FLAVIO
Misero amico! E amato
Sei tu del pari?

POLLIONE
Io n'ho fidanza.

FLAVIO
E l'ira
Non temi tu di Norma?

POLLIONE
Atroce, orrenda me la presenta
Il mio rimorso estremo …
Un sogno …

FLAVIO
Ah! Narra.

POLLIONE
In rammentarlo io tremo.

Meco all'altar di Venere
Era Adalgisa in Roma,
Cinta di bende candide,
Sparsa di fior la chioma;
Udia d'Imene i cantici,
Vedea fumar gl'incensi,
Eran rapiti i sensi
Di voluttade e amore.
Quando fra noi terribile
Viene a locarsi un'ombra
L'ampio mantel druidico
Come un vapor l'ingombra;
Cade sull'ara il folgore,
D'un vel si copre il giorno,
Muto si spande intorno
Un sepolcrale orror.
Più l'adorata vergine
Io non mi trovo accanto;
N'odo da lunge un gemito
Misto de' figli al pianto …
Ed una voce orribile
Echeggia in fondo al tempio
Norma così fa scempio
D'amante traditor!

(Squilla il sacro bronzo.)

FLAVIO
Odi? I suoi riti a compiere
Norma dal tempio move.

DRUIDI
(lontani)
Sorta è la Luna, o Druidi.
Ite, profani, altrove,
Ite altrove, ite altrove!

FLAVIO
Vieni…

POLLIONE
Mi lascia.

FLAVIO
Ah, m'ascolta!

POLLIONE
Barbari!

FLAVIO
Fuggiam…

POLLIONE
Io vi proverrò!

FLAVIO
Vieni… Fuggiam…
Scoprire alcun ti può.

POLLIONE
Traman congiure i barbari,
Ma io li preverrò!

FLAVIO
Ah! Vieni, fuggiam…
Sorprendere alcun ti può.

DRUIDI
(lontani)
Ite, profani, altrove.

POLLIONE
Me protegge, me difende
Un poter maggior di loro
È il pensier di lei che adoro,
È l'amor che m'infiammò.
Di quel Dio che a me contende
Quella vergine celeste,
Arderò le rie foreste,
L'empio altare abbatterò.

FLAVIO
Vieni, vieni …
Scoprire alcun ti può …
Vieni… Fuggiam…

DRUIDI
(sempre lontani)
Sorta è la Luna, o Druidi.
Ite, profani, altrove,
Ite altrove.

POLLIONE
Traman congiure i barbari,
Ma io li preverrò!

(Pollione e Flavio partono rapidamente.)




Mario Del Monaco (Pollione), Mario Guggia (Flavio)
(1967)


Franco Corelli


Mario Filippeschi


Jon Vickers

Giuseppe Giacomini

6 marzo 2017

Norma (3) - "Ite sul colle, o Druidi"

Scritto da Marisa

L'opera inizia in un contesto notturno, in territorio gallo-celtico, in un momento non ben precisato durante la conquista di quasi tutta l'Europa meridionale da parte di Roma nella sua inarrestabile espansione, ma sicuramente dopo le imprese di Cesare perché la capitale viene identificata proprio come “Città dei Cesari”. Ci si presentano subito due motivi importanti: la notte e la contrapposizione di due popoli, due mondi con mentalità e religioni diverse in un momento in cui uno sta sopraffacendo l'altro...
Vedremo in un post successivo il grande significato della notte in tutte le sue valenze, sia positive che negative, di elementi simbolici che fanno da contaltare al mondo solare e diurno dei romani. Concentriamoci ora sull'esortazione di Oroveso, capo della sua gente e padre di Norma, di andare sul colle ad aspettare il sorgere della luna per cogliere il segnale di un possibile momento favorevole, stabilito dal dio Irminsul, ad iniziare la rivolta contro l'invasore romano. La rabbia è tanta e non mancano il coraggio e il desiderio di ricacciare il nemico da dove è venuto, ma bisogna aspettare il permesso degli dei e il loro aiuto in tale impresa. Senza il loro benestare, ogni sforzo umano è non solo inutile ma anzi distruttivo perché destinato a ritorcersi contro. Oroveso li apostrofa “druidi”, ma in realtà si tratta di guerrieri, pronti ed impazienti a combattere. I druidi erano invece sacerdoti, i “sapientissimi della quercia”, come il loro stesso nome indica, e costituivano la classe superiore del clero organizzata in una sorta di confraternita con potere giudiziario, detentori dei segreti della scienza e consiglieri del re. A loro esclusivamente spettava l'onore (e non quindi ad una sacerdotessa come Norma) di recidere con un falcetto d'oro il sacro vischio, pianta quanto mai sacra perché simbolo di vita oltre la morte, presenza del divino nella natura e garanzia dell'immortalità dell'anima.

Siamo quindi immediatamente scaraventati in un mondo immerso nel “religioso” e nel “mistico”, dove tutto è regolato dal divino e dal rapporto che l'uomo ha con la natura. E in effetti era proprio così. Quello che sappiamo dei celti (per i territori della Gallia le fonti sono principalmente i vincitori stessi: Cesare, Posidonio, Strabone, Diodoro, Lucano, Plinio il vecchio, oltre alle testimonianze dirette dei siti archeologici; il tutto rielaborato da studiosi del calibro di Dumézil e Dillon, per citarne solo due) è che erano un popolo profondamente permeato dal sacro in tutte le manifestazioni di vita, con culti di rocce, sorgenti, alberi, alture, animali, a rappresentanza di forze divine locali. Ma adoravano anche numerosi dei e dee, raggruppabili principalmente intorno a tre: Taranis (forse simile a Mercurio o, per i suoi attributi di sovranità e potere, a Giove), Teutates (potenza guerriera assimilabile a Marte), Epona-Trivia (dea lunare, grande madre, sintesi di tante divinità femminili). Facevano anche sacrifici umani (ne resta testimonianza nella raffigurazione del "Bacile di Gundestrup") ed avevano un grande culto dei morti.
Irminsul, di cui parla Oroveso, in realtà non è un vero dio, ma un simbolo sacro, una colonna, stilizzazione dell'albero cosmico, forse l'equivalente di Yggdrasill, il frassino sacro ad Odino, pilastro del mondo, nella mitologia norrena. Quello più famoso è stato abbattuto da Carlo Magno nel 772, per sradicare completamente i resti dei culti pagani, presso la fortezza sassone di Eresburg.

La culla dei celti è probabilmente la regione situata tra il Reno e la Boemia. Essi parlavano una lingua indoeuropea i cui resti sono il gaelico d'Irlanda e di Scozia e il bretone del Galles e della Bretagna. A partire dal V secolo a.C., i celti avevano conosciuto una notevole espansione, grazie ad un eccellente uso del ferro, fino ad occupare la Spagna, la Gallia, l'Italia del nord, l'Austria, l'Ungheria e la Romania. Attraverso la Grecia e la Bulgaria, arrivarono fino all'Asia Minore dove fondarono il regno di Galazia, introducendovi anche il loro linguaggio. Verso il 385 a.C. conquistarono anche Roma (il primo famoso sacco di Roma!) con il leggendadrio Brenno, ma a poco a poco, dopo la riscossa, i Romani occuparono la maggior parte dei loro territori e i celti praticamente conservarono solo le isole britanniche, dove erano passati già dal V secolo in ondate successive. I celti non hanno mai formato una nazione né un impero (e forse questa mancanza di un centro di potere forte li ha resi non idonei a mantenere le loro conquiste) ma avevano una forma di pre-urbanesimo ed erano organizzati in tribù. Ciò nondimeno, in tutta la storia dell'Europa antica esiste un indubbio sostrato celtico. Purtroppo di questi antichi resti e soprattutto dei simboli celtici (la svastica, simbolo solare, e il sacro Irminsul, albero e pilastro del mondo) si sono impadroniti i nazisti per il loro uso perverso.

Nonostante il tentativo di minimizzare l'umiliazione subita da Roma nel sacco del 385 a.C. con le leggende delle oche capitoline e del coraggio dell'indomito Furio Camillo (rispetto all'avidità di Brenno che cercava solo l'oro), nell'orgoglio romano è sempre rimasta una ferita con la conseguente necessità di demonizzare e screditare i nemici, cosa che del resto fa ogni vincitore, cercando anche di distruggerne l'identità imponendo i propri costumi e le proprie tradizioni religiose.

L'opera di Bellini ci porta direttamente nel pieno dell'espansione romana e ci fa assistere al punto di vista degli oppressi, nel cuore stesso della tribù invasa ma non vinta nell'animo. Anche quando sembrano piegare la testa, i celti covano in cuore la vendetta e il sogno di ricacciare indietro l'invasore, emulando forse l'impresa di Brenno... Ricordiamo che all'epoca della rappresentazione di “Norma”, alla prima della Scala del 26 dicembre del 1831, Milano e tutto il lombardo-veneto erano sotto la dominazione austriaca. E questa opera intrisa di rivalsa di un popolo oppresso e dell'invito alla rivolta poteva essere intesa come incitazione alla ribellione e a rinforzare quello spirito patriottico che si stava formando e di cui Verdi sarà l'indiscusso animatore. Ma all'epoca non venne intesa così, e dopo l'insuccesso della prima rappresentazione, dovuta più a cause incidentali che ad un vero rifiuto da parte del pubblico, l'opera ha ricevuto un sempre più acceso plauso anche da parte della classe politica dominante, compresi gli stessi austro-ungarici, gli “oppressori” di allora. Forse perché il sostrato celtico li galvanizzava inconsciamente già allora o forse perché la melodia belliniana faceva vibrare maggiormente le corde sentimentali concentrando l'attenzione sulle vicende intime di Norma?

Clicca qui per il testo di "Ite sul colle, o Druidi".

(Foresta sacra de' Druidi. In mezzo la quercia d'Irminsul, al piè della quale vedesi la pietra druidica che serve d'altare. Colli in distanza sparsi di selve. È notte; lontani fuochi trapelano dai boschi. Al suono di marcia religiosa diffilano le schiere de' Galli, indi la processione de' Druidi. Per ultimo Oroveso coi maggiori Sacerdoti.)

OROVESO
Ite sul colle, o Druidi,
Ite a spiar ne' cieli
Quando il suo disco argenteo
La nuova Luna sveli!
Ed il primier sorriso
Del virginal suo viso
Tre volte annunzi il mistico
Bronzo sacerdotal!

DRUIDI
Il sacro vischio a mietere
Norma verrà?

OROVESO
Sì, Norma, sì verrà.

DRUIDI
Verrà, verrà.

OROVESO
Sì, sì.

DRUIDI
Dell'aura tua profetica,
Terribil Dio, l'informa!
Sensi, o Irminsul, le inspira
D'odio ai Romani e d'ira,
Sensi che questa infrangano
Pace per noi mortal, sì!

OROVESO
Sì. Parlerà terribile
Da queste quercie antiche,
Sgombre farà le Gallie
Dall'aquile nemiche,
E del suo scudo il suono,
Pari al fragor del tuono,
Nella città dei Cesari
Tremendo echeggerà!

OROVESO E DRUIDI
Luna, t'affretta sorgere!
Norma all'altar verrà!
O Luna, t'affretta!

(Si allontanano tutti e si perdono nella foresta; di quando in quando si odono le loro voci risuonare in lontananza.)




Giorgio Giuseppini (Oroveso)
dir: Lu Jia (2014)


Samuel Ramey

Cesare Siepi