6 aprile 2012

9. Aria: "Perdonate, signor mio"

Scritto da Daniele Ciccolo

Ci siamo lasciati con Paolino che, a seguito di una discussione col Conte, esce di scena, serbando al suo interno un misto di sentimenti dalla rabbia alla tristezza.
Il Conte, però, rimane ed ecco ricomparire Carolina.
Nel recitativo che precede il brano oggetto di questo post riusciamo a carpire i sentimenti provati dalla giovane donna. Ella, infatti, si era accordata con lo sposo nel senso che questi avrebbe chiesto intercessione al Conte per la loro causa. Così, passato un tempo ragionevole, si chiede perché l'amato tardi con la risposta.
Noi spettatori sappiamo che Paolino non ha avuto molta fortuna. Infatti, prima che potesse proferire qualsiasi genere di richiesta, ecco che il Conte ha manifestato a Paolino quell'amore che l'ha trafitto vedendo per la prima volta Carolina.
Dal canto suo, Robinson la vede sola e pensa che possa essere il momento più adatto per dichiararsi. Così si fa avanti.
A questo punto c'è un piccolo fraintendimento. Da una parte, infatti, il Conte sta per dichiararsi e si convince che l'amata ricambi; dall'altra, invece, Carolina crede che sia egli stesso a volerle comunicare la volontà di intercedere presso Geronimo a favore della sua causa. Si tratta, però, di un fraintendimento che dura molto poco. Il nobile, infatti, è molto chiaro nel dire che prova per Elisetta solo antipatia, mentre solo Carolina è riuscita a conquistare il suo cuore.
Ecco che all'improvviso l'atmosfera cambia radicalmente, quasi a voler comunicare che quella "tempesta" preannunciata nel quartetto "Sento in petto un freddo gelo" sia diventata realtà. Dunque è comprensibile che Carolina cerchi di passare alla difensiva. Prima di tutto tira in ballo una questione molto importante, quella dell'onore. Non è onorevole, infatti, che il Conte venga meno alla parola data di impegnarsi a sposare Elisetta. La risposta non si fa attendere: l'onore non risulterebbe compromesso, a dire del nobile, se il Conte si offrisse di sposare Carolina in luogo della sorella maggiore. E proprio sulla scia del disappunto finale di Carolina che comincia l'aria.

Clicca qui per il testo del recitativo.

CAROLINA
Paolino ritarda
con la risposta; ed io l'aspetto ansiosa;
E allor che qualche cosa
con ansietà si aspetta,
ogni minuto vi diventa un'ora.
Ma cosa fa che non ritorna ancora?
Quel pur che vedo è il Conte. Un segno è questo
che il discorso è finito.
Ed ei qui viene senza mio marito!

CONTE
(Non trascuro il momento.) Oh, Carolina!
La sorte mi è propizia,
perché lontani dall'altrui presenza
io vi posso parlar con confidenza.

CAROLINA
Oh! questo è quell'appunto
che bramavo ancor io.

CONTE
Lo bramavate, sì? (Ciò mi consola.)
Veramente Paolino
ve lo dovea dir lui;
ma pronta l'occasion trovando adesso,
quello ch'ei vi diria vel dico io stesso.

CAROLINA
Dite, dite, parlate, e voglia il cielo
che le vostre parole
dieno al mio core di speranza un raggio.

CONTE
(Questa già m'ama anch'essa. Orsù, coraggio.)
Ah, mia cara ragazza,
amor ha un gran poter! Voi che ne dite?

CAROLINA
Quello che dite voi.

CONTE
E quelle debolezze
che vengono d'amor, se ancor son strane,
s'hanno da compatir fra genti umane.

CAROLINA
Io sono certamente
del vostro sentimento. Or seguitate,
ditemi tutto il resto.
Se conoscete amor, mi basta questo.

CONTE
Quand'è così, stringiamo l'argomento.

CAROLINA
Veniamo pure al punto.

CONTE
Io son venuto
per sposar Elisetta, ma che serve
ch'io venuto ci sia,
quando non ho per lei che antipatia?
E quando a prima vista
m'avete fatto voi vostra conquista?

CAROLINA
Io! cosa avete detto?

CONTE
Voi! cosa avete inteso?

CAROLINA
È questo solo quel che avete a dirmi?

CONTE
Questo, sì, questo. E voi
che ben sapete compatir l'amore,
scusando il mio trasporto,
darete all'amor mio qualche conforto.

CAROLINA
E nel momento istesso
di dover adempire a un sacro impegno
manchereste di fede? Io scuso bene,
chiunque si lascia trasportar d'amore;
ma non uno che manca al proprio onore.

CONTE
Oh, oh, voi date in serio. Ed io tutt'altro
mi aspettava da voi.

CAROLINA
Tutt'altro anch'io mi credea di sentire.

CONTE
Di sentir cosa?

CAROLINA
Io non ve l'ho da dire.

CONTE
All'onor si rimedia
sposando voi per lei.

CAROLINA
Questa cosa accordar io non potrei.


Considero l'aria di Carolina come una vera e propria perla dell'opera.
Ma andiamo con ordine, distinguendo due diversi piani, quello del testo e quello della musica.
Per quanto riguarda il testo si possono fare diverse considerazioni. Innanzitutto, ci troviamo di fronte ad una classica "aria da catalogo". Si tratta di un'aria che contiene una elencazione di qualcosa; in genere, si tratta di azioni o di qualità positive che il personaggio possiede: un espediente col quale chi canta cerca di autocelebrarsi agli occhi di un altro personaggio e, di riflesso, del pubblico.
Sono sicuro che sarete riusciti subito a collegare l'espressione "aria da catalogo" con la più celebre che la storia della musica ci abbia tramandato, ossia "Madamina, il catalogo è questo" del Don Giovanni di Mozart. In quest'ultimo caso, giustamente divenuto celebre, Leporello fa un elenco delle conquiste amorose del padrone, che ammira e teme allo stesso momento.
Nel nostro caso, invece, ci troviamo di fronte ad un catalogo del tutto particolare. Carolina, infatti, non elenca le sue qualità, ma i suoi difetti. È una caricatura di se stessa, una denigrazione finalizzata a far desistere il Conte dalle sue pretese.  Per questo quest'aria assume un'importanza di prim'ordine. Riuscite a concepire un personaggio che elenca con disinvoltura i propri difetti? Certo, Carolina ha ottime ragioni per farlo (tentare si salvare il matrimonio combinato che ancora non c'è stato ed il suo, che invece c'è stato eccome!), eppure risulta sempre difficile immaginarlo.
Il discorso di Carolina si sostanzia nel seguente messaggio: "i miei limiti personali mi rendono inadatta al ceto nobiliare che tu, Conte Robinson, rappresenti". In particolare, l'autocritica della donna si concentra sull'ignoranza delle lingue, che deduciamo essere elemento caratterizzante della nobiltà dell'epoca: niente inglese, né francese o tedesco.
Così Carolina può uscire di scena, ribadendo la sua natura "alla buona", essendo per sua stessa definizione "una figliuola di buon fondo e niente più".

Ma è davvero così? La descrizione che Carolina fa di se stessa corrisponde alla sua vera natura?
La risposta è no. Ce lo rivela la musica entro cui le parole dell'aria si sviluppano.
L'aria presenta la forma del rondò. Leggendo qua e là ho scoperto che nel corso del Settecento questo tipo di aria divenne prerogativa dei personaggi di primo piano. Non è un caso che a questa forma corrisponda un virtuosismo destinato a far primeggiare l'interprete cui è destinata.
Qui ci troviamo di fronte proprio a questo schema. L'aria, infatti, non è affatto facile e rappresenta un buon banco di prova per il registro sopranile.
Con ciò voglio comunicare una verità che non può lasciare indifferenti: nel momento della storia in cui il testo denigra Carolina in quanto personaggio, Cimarosa regala a Carolina in qualità di cantante un'aria difficile il cui superamento permette di far comprendere al pubblico che le parole del testo non sono veritiere. Carolina, insomma, ha una nobiltà d'animo che la eleva rispetto alle altre donne della storia (Fidalma ed Elisetta) e al contempo non è la ragazza umile e "di buon fondo" che vorrebbe far credere di essere. Ancora una volta la Musica riesce a comunicarci ben di più rispetto a ciò che saremmo portati a credere fidandoci solo del testo del libretto.

Infine, una piccola curiosità. Quando Carolina cita le lingue che non conosce si può dire che non si tratta di una elencazione del tutto nuova nella musica operistica. Cercando ho infatti scoperto che qualcosa di simile è presente nell'aria "Con un vezzo all'italiana", dall'opera giovanile di Mozart La finta giardiniera.

Clicca qui per il testo del brano.

CAROLINA
Perdonate, signor mio,
se vi lascio e fo partenza.
Io per essere Eccellenza
non mi sento volontà.
Tanto onore è riservato
a chi ha un merto singolare,
a chi in circolo sa stare
con sussiego e gravità.
Io meschina vo alla buona,
io cammino alla carlona,
son piccina di figura,
io non ho disinvoltura;
non ho lingua, non so niente,
farei torto veramente
alla vostra nobiltà.
Se mi parla alla francese,
che volete ch'io risponda?
Non so dire che monsieur.
Se qualcun mi parla inglese,
ben convien che mi confonda.
Non intendo che auduiudu.
Se poi vien qualche tedesco,
vuol star fresco, vuol star fresco,
non intendo una parola.
Sono infatti una figliuola
di buon fondo e niente più.


Seguono, com'è consuetudine, alcune versioni di quest'aria.
YouTube contiene un discreto numero di versioni di questo brano: così ne ho fatto una selezione.


Antonella Bandelli



Georgine Resick

Arleen Augér



Laura Giordano

Enedina Lloris



Manuela Freua

Maria Luisa Carboni


Vorrei porre alla vostra attenzione il secondo video. Esso non è in lingua originale, ma in una lingua che non riesco ad identificare. Comunque, ciò testimonia la diffusione dell'opera all'estero ancora ai giorni nostri.


Margherita Rinaldi

Mirjana Pantelic



Claudia Galli

Oh Han Nah


Concludo in bellezza con la versione dell'aria proveniente da un'incisione del Matrimonio abbastanza importante, nella quale Nino Sanzogno dirige l'orchestra del Teatro alla Scala.


Graziella Sciutti