27 novembre 2012

La Cenerentola (11) - "Conciossiacosaché"

Scritto da Christian

La scena cambia: dalla villa di Don Magnifico si passa ora al palazzo estivo del principe, dove Dandini – sempre impegnato a vestire i panni dell'aristocratico – sta intrattenendo i suoi ospiti. Ramiro, il vero principe, prima di allontanarsi gli ordina di “esaminare” il cuore e il carattere delle due sorellastre, per fargli poi un rapporto. Il valletto si appresta dunque a solleticare l'orgoglio delle ragazze, continuando con i suoi elogi smodati (“Scommetterei che siete fatte al torno / e che il guercetto amore è stato il tornitore”: il “guercetto amore” è naturalmente Cupido, che lancia le sue frecce da bendato, ma Dandini gioca sul significato di guercio (orbo) per insinuare che le due dame non gli sono riuscite proprio bellissime!), suscitando i primi accenni di rivalità fra le due, che se lo “contendono” in maniera non certo elegante.

E Don Magnifico? Dandini se ne è liberato invitandolo a visitare le cantine e sollecitando la sua vanità con la proposta di nominarlo “cantiniere” (come se questa fosse una carica da nobile), vista la sua competenza su vini e vendemmie. Lo ritroviamo dunque, in una parentesi comica che anticipa il gran finale del primo atto, intento a degustare una smodata quantità di vino, attorniato dai cortigiani del principe che stanno al gioco, facendogli credere che le numerose cariche di cui è stato investito (“intendente dei bicchier”, “presidente a vendemmiar”, “direttor dell'evoè”) abbiano un reale valore. Nota: "Evoè" era il grido di giubilo delle baccanti in onore di Dioniso – ne abbiamo parlato qui – e dunque quest'ultimo titolo può essere interpretato come “direttore dei canti da ubriachi”.

Pur restando ancora in piedi dopo aver assaggiato ben trenta botti di vino, il patrigno è evidentemente ubriaco e, pavoneggiandosi dei suoi nuovi titoli (a cui aggiunge quelli vecchi, “Duca e barone di Montefiascone”: la scelta della località non è casuale, visto che la cittadina laziale di Montefiascone è celebre proprio per il vino, il famoso “Est! Est! Est!”; alcuni commentatori sottolineano inoltre come il nome contenga la parola “fiasco” che, oltre al significato enologico, ha in sé anche quello di “fallimento”, e che dunque sia perfetto per Don Magnifico!), si appresta a mettere subito all'opera la propria autorità, dettando un delirante proclama che vieta – pena lo strangolamento! – di mescolare al vino anche una sola goccia d'acqua.

Introdotto da fiati (corni e clarinetti) che sembrano provenire da uno spartito di Händel (viene alla mente, per esempio, la "Musica sull'acqua") e accompagnato dal coro maschile, il brano è spigliato e divertente. Soprattutto la dettatura del decreto è un crescendo di esilaranti trovate, che ne fanno quasi un antesignano di celebri dettature di lettere cinematografiche (da Groucho Marx a Totò e Peppino). Si comincia con l'ego di Don Magnifico che esige che il suo nome sia scritto in maiuscole – e riprende coloro che, fra i cortigiani, non lo fanno – e si prosegue con l'uso ancora una volta sgrammaticato (come in precedenza aveva fatto Dandini) del latino, “et stranguletur” al posto del corretto “et strangulator”, per non parlare dei continui “etcetera” che portano i vassalli a ribattezzare il trionfo cantiniere con il titolo “Barone etcetera”. Alcuni allestimenti sfruttano anche la ripetizione della frase “Ora affiggetelo per la città” per generare un ulteriore effetto comico, facendo in modo che Don Magnifico, a causa dell’ubriachezza, storpi ripetutamente la parola “affiggetelo” (trasformandola in “friggetelo”, “affliggetelo”, ecc., e imbroccando la versione giusta solo al terzo tentativo). L'incipit del brano, quel "Conciossiacosaché" declamato dai cortigiani, ricorda invece il "Conciossiacosaquandofosseché" di Leporello nel "Don Giovanni" di Da Ponte e Mozart.


Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

DANDINI
Ma bravo, bravo, bravo,
caro il mio Don Magnifico!
Di vigne, di vendemmie e di vino
m'avete fatto una disertazione.
Lodo il vostro talento:
si vede che ha studiato.
(a Don Ramiro)
Si porti sul momento
dove sta il nostro vino conservato
e se sta saldo e intrepido
al trigesimo assaggio
lo promovo all'onor di cantiniero.
Io distinguo i talenti e premio il saggio.

DON MAGNIFICO
Prence! L'Altezza Vostra
è un pozzo di bontà.
Più se ne cava, più ne resta a cavar.
(piano alle figlie)
Figlie! Vedete?
Non regge al vostro merto;
N'è la mia promozion indizio certo.
(forte)
Clorinduccia, Tisbina,
tenete allegro il Re. Vado in cantina.
(parte)

RAMIRO
(piano a Dandini)
Esamina, disvela, e fedelmente
tutto mi narrerai. [Anch'io fra poco
il cor ne tenterò. Del volto i vezzi
svaniscon con l'età. Ma il core...]

DANDINI
[Il core
credo che sia un melon tagliato a fette,
un timballo l'ingegno,
e il cervello una casa spigionata.]
(forte, come seguendo il discorso fatto sottovoce)
[Il mio voler ha forza d'un editto.]
Eseguite trottando il cenno mio.
Udiste?

RAMIRO
Udii.

DANDINI
Fido vassallo, addio.
(Ramiro parte)
Ora sono da voi. Scommetterei
che siete fatte al torno
e che il guercetto amore
è stato il tornitore.

CLORINDA
(tirando a sé Dandini)
Con permesso:
la maggiore son io,
onde la prego darmi la preferenza.

TISBE
(come sopra)
Con sua buona licenza:
la minore son io,
m'invecchierò più tardi.

CLORINDA
Scusi.
Quella è fanciulla,
proprio non sa di nulla.

TISBE
Permetta.
Quella è un'acqua senza sale,
non fa né ben né male.

CLORINDA
Di grazia.
I dritti miei la prego bilanciar.

TISBE
Perdoni.
Veda, io non tengo rossetto.

CLORINDA
Ascolti.
Quel suo bianco è di bianchetto.

TISBE
Senta...

CLORINDA
Mi favorisca...

DANDINI
Anime belle! Mi volete spaccar?
Non dubitate:
ho due occhi reali e non adopro occhiali.
(a Tisbe)
Fidati pur di me, mio caro oggetto.
(a Clorinda)
Per te sola mi batte il core in petto.
(parte)

TISBE
M'inchino a Vostr'Altezza.

CLORINDA
Anzi all'Altezza Vostra.

TISBE
Verrò a portarle qualche memoriale.

CLORINDA
Lectum.

TISBE
Ce la vedremo.

CLORINDA
Forse sì, forse no.

TISBE
Poter del mondo!

CLORINDA
Le faccio riverenza!

TISBE
Oh! Mi sprofondo!

Clicca qui per il testo del brano.

(Don Magnifico a cui i cavalieri pongono un mantello color ponsò con ricami in argento di grappoli d'uva, e gli saltano intorno battendo i piedi in tempo di musica. Tavolini con recapito da scrivere.)

CORO
Conciossiacosaché
trenta botti già gustò!
E bevuto ha già per tre
e finor non barcollò!
È piaciuto a Sua Maestà
nominarlo cantinier,
intendente dei bicchier
con estesa autorità,
presidente al vendemmiar,
direttor dell'evoè.
Onde tutti intorno a te
s'affolliamo qui a ballar [saltar].

DON MAGNIFICO
Intendente! Direttor!
Presidente! Cantinier!
Grazie, grazie; che piacer!
Che girandola ho nel cor.

Si venga a scrivere
Quel che dettiamo.
Sei mila copie
Poi ne vogliamo.

CORO
Già pronti a scrivere
Tutti siam qui.

DON MAGNIFICO
Noi Don Magnifico...
Questo in maiuscole.
(osservando come scrivono)
Bestie! Maiuscole!
Bravi, così.

Noi Don Magnifico,
Duca e Barone
dell'antichissimo
Montefiascone,
Grand'intendente;
Gran presidente,
con gli altri titoli
con venti eccetera,
in splenitudine d’autorità,
riceva l'ordine
chi leggerà,
di più non mescere
per anni quindici
nel vino amabile
d'acqua una gocciola,
alias capietur
et stranguletur,
perché ita eccetera
laonde eccetera
nell'anno eccetera
Barone eccetera.

CORO
Barone eccetera,
è fatto già.

DON MAGNIFICO
Ora affiggetelo
per la città.

CORO
Il pranzo in ordine
andiamo a mettere.
Vino a diluvio
si beverà.

DON MAGNIFICO
Premio bellissimo
di piastre sedici
a chi più Malaga
si beverà [succhierà].




Paolo Montarsolo



Alfonso Antoniozzi



Luciano Miotto

Giuseppe Taddei