14 febbraio 2016

Lohengrin (19) - La morte di Elsa

Scritto da Marisa

Per Elsa l'apparire della navicella condotta dal cigno segna inevitabilmente la fine. Il suo tenero cuore, tutto ripieno dell'uomo che aveva prima sognato e poi sperato di avere, cede per il troppo dolore. La morte per “crepacuore” esiste realmente ed è pericolosamente vicina quando si delega totalmente il senso della propria vita e la felicità ad un'altra persona (nel teatro lirico ci sono molti esempi di morte per amore, quasi sempre da parte della donna...). Sembra bello e romantico amare un altro totalmente, fino all'annullamento di sé stessi, ma è sempre segno di una autosvalutazione e di una forte immaturità. Per quanto dolorosa sia una separazione, una parte del proprio cuore deve rimanere fedele a sé stessi per garantire la “rinascita”, l'elaborazione del lutto con la conseguente trasformazione – attraverso il dolore – di tutta la personalità verso una forma più consapevole e matura (quello che è in fondo il percorso di Psiche).

In effetti una vera crisi prepara sempre una morte: quella della parte adolescenziale, idealista e eccessivamente fiduciosa, per far nascere la parte adulta, più disincantata, ma in grado di reggere le delusioni della vita e badare meglio a sé stessi... Ma è una morte parziale e simbolica, e non l'annientamento totale della persona. In un libro che è diventato un best-seller, “Donne che amano troppo”, Robin Norwood chiarisce bene alcune dinamiche che spingono alcune donne ad annullarsi per “troppo amore”. In modo paradossale (ma in fondo gli opposti finiscono sempre per toccarsi), nel libro vengono messe in luce dinamiche di donne che si annullano per “redimere” il proprio uomo, che pensano di poter “salvare” col proprio amore e la propria dedizione alcolisti, drogati, psicopatici, uomini immaturi e violenti... e finiscono naturalmente per esserne distrutte. Qui Elsa, all'opposto, aspetta dal proprio cavaliere ogni redenzione e felicità, ma si tratta pur sempre di affidare il senso della propria vita ad un altro, o per salvarlo o per essere salvata. Non rimane spazio e non c'è amore per sé stessi. In fondo anche nel Vangelo, che predica l'amore disinteressato, la misura dell'amore per l'altro rimane fissata nella capacità di amare sé stessi (“Ama il prossimo tuo come te stesso”), riconoscendo molto opportunamente che non si può parlare di vero amore se non si parte da quello per sé stessi. Altrimenti si rimane vittime di idealizzazione e di proiezioni immature e, quando queste cadono, il risveglio è molto tragico e doloroso. Alcune volte, come per Elsa, è la morte.

In mitologia conosciamo una situazione che può ricordarci la fine di Elsa. È quella di Semele, figlia del re tebano Cadmo e amata da Zeus, che imprudentemente chiede al dio (su istigazione di Era, moglie gelosa di Zeus) di poter vedere l'eccelso amante in tutto il suo splendore, così come si mostra alla stessa Era durante i loro amplessi. Invano il sommo dio tenta di farla desistere da tale desiderio, ma ormai non può tirarsi indietro perché nell'intimità le aveva giurato di assecondare qualsiasi suo desiderio, e così si manifesta pienamente all'amante, che non può reggere la vista dello splendore divino e ne viene incenerita. Tra piano umano e piano divino c'è una distanza incolmabile, e solo con opportuni travestimenti e precauzioni le due sfere possono incontrarsi e il divino può fecondare l'umano con la conseguente nascita di eroi. Semele stessa è già stata fecondata da Zeus e da questo amplesso nascerà Dioniso, uno dei maggiori déi dell'antichità, che proprio dal tragico rogo della madre Semele viene salvato dal padre che cuce il bimbo in una propria coscia... Ma questa storia fa già parte dei misteri di Dioniso e dei suoi vari episodi di morte e rinascita.

Semele, principessa e donna mortale, viene distrutta e muore folgorata nel momento stesso in cui può vedere il proprio sposo divino in tutto il suo aspetto soprannaturale. Morendo però lei ha già una discendenza, il divino Dioniso che otterrà per lei l'immortalità. Elsa invece muore sola, anche se ha la gioia di rivedere l'amato fratello della cui morte era stata ingiustamente accusata. Forse in fondo il fratello è il sostituto del figlio che non può nascere, visto che Lohengrin parte definitivamente prima ancora di aver consumato le nozze... Ma la differenza più evidente è che Semele si trova davanti Zeus stesso, cioè la massima divinità dell'Olimpo che, per proteggerla, si era presentato a lei in forma umana senza però nascondere la propria identità, mentre Elsa non sa proprio niente del suo amante e dopo tutto Lohengrin è pur sempre un uomo, anche se il fatto di essere al servizio del Graal lo eleva sul piano spirituale. Sarebbe come se la Vergine Maria, al momento del concepimento, si fosse trovata faccia a faccia con Dio stesso, il Padre Eterno, e non con la mediazione dell'Angelo! Tra la divinità nella sua forma assoluta e l'umano c'è infatti sempre bisogno di una mediazione.

Proprio nel momento della rivelazione il confronto tra il destino di Elsa e quello di Psiche si fa più significativo, ed è qui che emergono le differenze fondamentali. La scoperta dell'identità nascosta dello sposo è cruciale, ma mentre per Elsa coincide con la morte, per Psiche si apre una profonda crisi che la porterà ad affrontare prove dolorose fino al raggiungimento del vero scopo: il ricongiugimento con Eros. In fondo la vera storia di Psiche inizia là dove finisce quella di Elsa, perché prima della scoperta di chi fosse veramente il suo amante era stata anche lei completamente passiva. Il coraggio e la capacità d'azione le vengono proprio dal dolore della perdita e dal desiderio di ritrovarlo. Ma per Elsa – che è dentro un sistema di valori religiosi fondati sull'obbedienza e l'inferiorità – tale via è preclusa, ed è questa preclusione che rende tragica tutta la vicenda: essa sembra condannare con Elsa l'intera umanità ad una passività e ad un'obbedienza infantile che penalizzano il bisogno di conoscenza e di sviluppo di tutta la coscienza umana e sanciscono una separazione troppo netta tra piano religioso e scientifico. Nella favola ellenistica invece gli sforzi di Psiche vengono alla fine premiati da Zeus stesso, che permette ad Eros di salvare la sua Psiche e condurla con sé all'Olimpo per accedere alle nozze divine. Assistiamo cioè ad una vera divinizzazione della psiche attraverso le prove che vince per amore, e questo ne rende l'anima pari al divino sposo, come è anche mirabilmente cantato nel "Cantico dei Cantici". Ma per Wagner e per gran parte della coscienza moderna la scissione tra sacro e profano è troppo accentuata e l'idealizzazione rende ancora più catastrofica la soluzione. Per Elsa quindi non c'è crisi vera che preveda “morte e rinascita”, ma solo morte.

Chi invece trionfa è Ortruda, che vede nella partenza di Lohengrin la possibilità di una rivincita della vecchia religione, o per lo meno una momentanea rivalsa di Odino. Il suo grido di gioia fa da stridente contrasto con l'angoscia e la morte di Elsa e forse prepara i futuri lavori di Wagner, sempre più volto all'esplorazione di quel mondo magico ed affascinante, ormai perso ma mai scomparso nel profondo inconscio dell'Europa centrale e del Nord...