22 maggio 2017

Così fan tutte (3) - "La mia Dorabella"

Scritto da Christian

L'opera comincia con una sequenza di tre terzetti, che si succedono uno dopo l'altro (intervallati da due recitativi) e che vedono protagonisti i tre personaggi maschili. Essendo tutti abbastanza brevi e facendo parte di un'unica scena, li tratteremo in un solo post. Ci troviamo in una goldoniana "bottega del caffè", a Napoli, e il sipario si apre nel mezzo di un'accesa discussione che evidentemente è già in corso da qualche minuto. Da un lato abbiamo due giovani ufficiali, Ferrando (tenore) e Guglielmo (baritono), impegnati ad affermare che le loro fidanzate (rispettivamente Dorabella e Fiordiligi) sono "fedeli quanto belle"; dall'alto il più anziano Don Alfonso, esperto delle cose della vita ("Ho i crini già grigi / Ex cathedra parlo"), che ha dichiarato che, data l'occasione, anch'esse possono mostrarsi infedeli. Nel secondo terzetto spiegherà meglio il suo pensiero con una similitudine letteraria: "È la fede delle femmine / come l'araba fenice: / che vi sia ciascun lo dice, / dove sia nessun lo sa" (l'araba fenice, uccello in grado di rinascere dalle proprie ceneri, era una delle più celebri creature mitologiche). Si tratta della citazione quasi letterale di una quartina del "Demetrio" (1731) di Metastasio ("È la fede degli amanti / ecc."), che era stata ripresa anche da Goldoni ne "La scuola moderna" (1748). Fra le commedie di Goldoni e "Così fan tutte", come vedremo, si possono ritrovare numerose corrispondenze.

A suo onore, va riconosciuto che Don Alfonso cerca di troncare quasi subito la discussione ("Ma tali litigi / finiscano qua"), ma i due impulsivi innamorati non intendono passare sopra l'insinuazione di una possibile infedeltà delle loro belle, ed esigono delle prove. L'amico, saggiamente, li avvisa che è folle "cercar di scoprire / quel mal, che trovato / meschini ci fa". Insomma, non si può dire che Don Alfonso non metta in guarda a più riprese i due giovani idealisti, immaturi e un po' arroganti, che come supposta prova della fedeltà delle donne snocciolano una serie di banalità e luoghi comuni ("Lunga esperienza", "Nobil educazion", "Pensar sublime", "Analogia d'umor", ecc.).

Più che scettico o arido, come è stato a volte descritto (c'è chi vi ha visto "la caricatura del philosophe illuminista inviso alla cultura massonica e progressista di fine-secolo"), Don Alfonso è un saggio pragmatico. La sua filosofia è in realtà ben più complessa di quanto Ferrando e Guglielmo sembrano capire. Nel negare che nelle donne esista la fedeltà assoluta, egli non sta – come credono loro – denigrando le donne o addirittura l'amore stesso, ma soltanto quell'amore eterno e idealizzato in cui tutti i giovani innamorati sembrano immergersi nelle prime fasi della loro passione, e che è destinato a scontrarsi con la dura realtà. Nel prosieguo dell'opera, lo vedremo chiarire il concetto e addirittura prendere posizione a favore delle due fanciulle per difenderle dall'ira dei giovanotti scornati ("L'amante che si trova alfin deluso, / non condanni l'altrui / ma il proprio errore"). Al momento, però, annotiamo come le sue parole siano molto più giocose e leggere di quelle dei due amici (alla loro richiesta di battersi con la spada, se ne esce con una boutade: "Duelli non fo / se non a mensa"), e alla loro solennità ("Giuro al cielo...") contrappone una maggior concretezza ("Ed io giuro alla terra!"). Persino quando dichiara di parlare seriamente ("Non scherzo, amici miei") fa continuamente ricorso al senso dell'umorismo ("Solo saper vorrei / che razza d'animali / son queste vostre belle..."), domandando se si tratta di vere donne o di divinità olimpiche.

Nel secondo recitativo vengono fissati i termini della scommessa ("E se toccar con mano / oggi vi fo che come l'altre sono?", li sfida Don Alfonso: e si noti, "come l'altre", non "peggiori delle altre"), che per il momento sono tenuti nascosti agli spettatori: ci viene soltanto detto che i due giovani dovranno seguire ciecamente gli ordini dell'amico senza farne parola alle due "Penelopi" (Penelope è il prototipo della donna fedele, rimasta tale anche nei lunghi anni in cui Odisseo/Ulisse era partito per la guerra: e non a caso, infatti, la prima mossa di Don Alfonso sarà proprio quella di inscenare una finta partenza dei due ufficiali per il campo di battaglia: Guglielmo e Ferrando dovranno poi mettere alla prova la costanza delle rispettive fidanzate, tentando di sedurre – sotto false sembianze – ciascuno la promessa sposa dell'altro).

Trattandosi di una scommessa, c'è una somma in palio (cento zecchini), anche se naturalmente non è tanto il denaro a contare ma il principio. E questo ci ricorda il film "Una poltrona per due" (che si apriva, guarda caso, con un brano di Mozart!), dove una somma del tutto trascurabile – in quel frangente, un dollaro – era al centro di una scommessa che giocava, anche crudelmente, con i sentimenti e il destino di due individui ignari (anche lì c'era di mezzo uno scambio di persone). Non dimentichiamoci poi che "Così fan tutte" è definito un "dramma giocoso", dove "giocoso" è la parola chiave. Non solo Don Alfonso si prende gioco degli ingenui ideali dei suoi amici ("Cara semplicità, quanto mi piaci!"), ma anche i due ufficiali, una volta stretto il patto, sembrano rilassarsi. Convinti di vincere facilmente, mettono da parte la collera e la serietà precedente e assumono a loro volta toni scherzosi, rivolgendosi al filosofo con sarcasmo e ironia ("Signor Don Alfonsetto") e facendo già piani su come spendere il denaro che guadagneranno (con serenate e banchetti in onore delle loro dame). È proprio il caso di dire che stanno vendendo la pelle dell'orso prima di averlo ucciso! Il saggio Don Alfonso si limita a chiedere se sarà invitato anche lui a questo fantomatico banchetto...

Questi tre terzetti ci hanno dunque presentato tre dei sei personaggi dell'opera, quelli maschili. Apparentemente saranno le donne a essere messe alla prova, ma in realtà tale prova riguarderà anche gli uomini. Il fatto di porre le loro amanti su un piedistallo così elevato, distinguendole da tutte le altre, è il punto di partenza necessario del loro percorso di maturazione, alla scoperta di cosa è in realtà il vero amore: accettare anche i difetti della persona amata ("Prendetele come elle son", dirà loro nel finale Don Alfonso). Riporto ora alcune note critiche. Su Don Alfonso:

I critici romantici hanno visto in "Così fan tutte" solo un immorale esperimento clinico, messo a punto da uno scienziato senza cuore, Don Alfonso, con l'aiuto di una sordida assistente di laboratorio, Despina. Una lettura del genere si rivela scorretta e fuorviante un po' da tutti i punti di vista. Il modello di Marivaux ["Le false confidenze"] cui Da Ponte si è senz'altro ispirato non ha davvero nulla di cinico o immorale ed è semmai animato da una spiritualità lieve e spensierata. Don Alfonso non è uno scienziato ma un "vecchio filosofo" [...] nella moderna accezione di pensatore illuminato e di benefattore. È anche un virtuoso della parola, spesso impegnato a disseminare piccole ma preziose perle di saggezza: con prontezza, ad esempio, egli adatta ai propri fini il primo verso della quartina metastasiana ("È la fede degli amanti"), mutandolo in "È la fede delle femmine". La parabola presa qui in prestito provoca il puntuale sbottare di Ferrando ("Scioccherie di poeti!"), il più colto dei due gentiluomini: la sua esclamazione segnala fra le righe che egli abbia subito colto la citazione.
(Daniel Heartz)
Su Ferrando e Guglielmo:
All'inizio dell'opera Ferrando e Guglielmo vengono presentati come due bellimbusti infarciti di ridicoli luoghi comuni sull'amore e sull'onore e dunque bisognosi di cure urgenti non meno delle rispettive amanti, Fiordiligi e Dorabella, fanciulle fatue ed esibizioniste. È subito evidente, insomma, che la "scuola" sentimentale di Don Alfonso è destinata ai rappresentanti d'entrambi i sessi; una bella differenza rispetto alle "Nozze di Figaro" ove la lezione d'amore veniva impartita solo agli uomini, mentre i personaggi femminili si dimostravano fin da subito più forti, responsabili e intimamente consapevoli. E così Mozart, sin dagli esordi dell'opera, si prende musicalmente gioco non solo della credulità di Dorabella o della nevrotica teatralità di Fiordiligi, ma anche dei loro rispettivi amanti. Un primo effetto comico viene ottenuto nei tre terzetti d'apertura, ove il compositore fa continuamente cantare Ferrando e Guglielmo rendendoli indistinguibili uno dall'altro.
Quando Don Alfonso, provocato dalle loro bravate, dà inizio al secondo terzetto e sentenzia che "È la fede delle femmine / come l'araba fenice, / che vi sia ciascun lo dice, / dove sia nessun lo sa", l'orchestra risponde alla domanda "dove sia?" con una serie di terze discendenti che anticipano il motto "Così fan tutte". Gli stessi indimenticabili intervalli sono destinati a ritornare più avanti nell'opera, proprio nel momento in cui i due amanti invocano i nomi di Fiordiligi e Dorabella. È chiaro che Mozart si sta divertendo alle spalle dei due ignari giovanotti.
Il terzo terzetto, aperto da Ferrando e Guglielmo, è di carattere bellicoso ed eroico, ma solo entro certi limiti. Quando i tre personaggi maschili alzano i calici per brindare all'amore, e Mozart ne innalza le voci per formare un accordo sostenuto nel registro acuto, l'orchestra prorompe in un assurdo trillo a tre parti che risuona proprio come una risata di scherno, ancor più evidenziata dall'immediata ripetizione nel forte. (Si noti come lo stesso espediente sia impiegato nelle "Nozze" quando Susanna e la Contessa rimproverano il Conte per la finta lettera recapitatagli da Basilio.) Lo stesso trillo sarà poi ripreso per caratterizzare in modo altrettanto spassoso le sembianze false assunte da Despina.
(Daniel Heartz)
E ancora:
Molto è stato scritto sul carattere diverso di Fiordiligi e Dorabella, assai meno su quello altrettanto antitetico di Ferrando e Guglielmo, che pure ha modo di manifestarsi a tutti i livelli sin dal terzo numero dell'opera. Da un lato il sentimentale Ferrando, convinto di vincere la scommessa, si ripromette di spendere tutto il denaro in "una bella serenata" da offrire alla sua "Dea"; il più godereccio Guglielmo preferisce invece un sontuoso banchetto "in onor di Citerea" [ossia Venere, in quanto nata nelle acque dell'isola di Citèra]. Mozart rende ancor più netta la distinzione affidando al tenore una cantilena d'andamento nobile, percorsa da giri melodici in stile galant e sospinta da note prolungate su un frusciante accompagnamento in crome e semicrome degli archi. Di lì a un anno e mezzo lo stesso incipit sarebbe stato ripreso nella "Clemenza di Tito" per caratterizzare la nobile figura di Sesto. E proprio come Sesto – o gli altri suoi pari, Idamante, Belmonte e Ottavio – Ferrando esibisce qui tutti i tratti più tipici dell'amante da opera seria. Quel suo triadico librarsi in volo fino al Sol acuto, in preparazione alla cadenza finale, sfiorando appena il La prima di ridiscendere per gradi alla tonica, ha di certo ispirato il tema dell'oboe all'inizio dell'ouverture.
(Daniel Heartz)

Clicca qui per il testo di "La mia Dorabella".

FERRANDO
La mia Dorabella
Capace non è;
Fedel quanto bella
Il cielo la fe'.

GUGLIELMO
La mia Fiordiligi
Tradirmi non sa;
Uguale in lei credo
Costanza e beltà.

DON ALFONSO
Ho i crini già grigi,
Ex cathedra parlo,
Ma tali litigi
Finiscano qua.

FERRANDO E GUGLIELMO
No, detto ci avete
Che infide esser ponno;
Provar cel' dovete
Se avete onestà.

DON ALFONSO
Tai prove lasciamo.

FERRANDO E GUGLIELMO
(metton mano alla spada)
No, no, le vogliamo:
O fuori la spada,
Rompiam l'amistà.

DON ALFONSO
(a parte)
O pazzo desire,
Cercar di scoprire
Quel mal, che trovato
Meschini ci fa.

FERRANDO E GUGLIELMO
(a parte)
Sul vivo mi tocca
Chi lascia di bocca
Sortire un accento
Che torto le fa.

Clicca qui per il testo del recitativo "Fuor la spada!".

GUGLIELMO
Fuor la spada: scegliete
Qual di noi più vi piace.

DON ALFONSO
(placido)
Io son uomo di pace
E duelli non fo,
Se non a mensa.

FERRANDO
O battervi,
O dir subito
Perchè d'infedeltà le nostre amanti
Sospettate capaci.

DON ALFONSO
Cara semplicità, quanto mi piaci!

FERRANDO
Cessate di scherzar,
O giuro al cielo...

DON ALFONSO
Ed io giuro alla terra.
Non scherzo, amici miei;
Solo saper vorrei
Che razza d'animali
Son queste vostre belle,
Se han come tutti noi carne, ossa e pelle,
Se mangian come noi, se veston gonne,
Alfin, se dee, se donne son...

FERRANDO E GUGLIELMO
Son donne, ma son tali...

DON ALFONSO
E in donne pretendete
Di trovar fedeltà?
Quanto mi piaci mai, semplicità!

Clicca qui per il testo di "È la fede delle femmine".

DON ALFONSO
(scherzando)
È la fede delle femmine
Come l'araba fenice,
Che vi sia ciascun lo dice,
Dove sia nessun lo sa.

FERRANDO
(con fuoco)
La fenice è Dorabella.

GUGLIELMO
(con fuoco)
La fenice è Fiordiligi.

DON ALFONSO
Non è questa, non è quella,
Non fu mai, non vi sarà.

Clicca qui per il testo del recitativo "Scioccherie di poeti!".

FERRANDO
Scioccherie di poeti!

GUGLIELMO
Scempiaggini di vecchi!

DON ALFONSO
Or bene, udite,
Ma senza andar in collera:
Qual prova avete voi, che ognor costanti
Vi sien le vostre amanti;
Chi vi fe' sicurtà, che invariabili
Sono i lor cori?

FERRANDO
Lunga esperienza.

GUGLIELMO
Nobil educazion.

FERRANDO
Pensar sublime.

GUGLIELMO
Analogia d'umor.

FERRANDO
Disinteresse.

GUGLIELMO
Immutabil carattere.

FERRANDO
Promesse.

GUGLIELMO
Proteste.

FERRANDO
Giuramenti.

DON ALFONSO
Pianti, sospir, carezze, svenimenti.
Lasciatemi un po' ridere!

FERRANDO
Cospetto!
Finite di deriderci!

DON ALFONSO
Piano, piano;
E se toccar con mano
Oggi vi fo che come l'altre sono?

GUGLIELMO
Non si può dar!

FERRANDO
Non è!

DON ALFONSO
Giochiam!

FERRANDO
Giochiamo!

DON ALFONSO
Cento zecchini.

GUGLIELMO
E mille, se volete.

DON ALFONSO
Parola!

FERRANDO
Parolissima!

DON ALFONSO
E un cenno, un motto, un gesto,
Giurate di non far di tutto questo
Alle vostre Penelopi.

FERRANDO
Giuriamo.

DON ALFONSO
Da soldati d'onore?

GUGLIELMO
Da soldati d'onore.

DON ALFONSO
E tutto quel farete
Ch'io vi dirò di far?

FERRANDO
Tutto.

GUGLIELMO
Tuttissimo.

DON ALFONSO
Bravissimi!

FERRANDO E GUGLIELMO
Bravissimo,
Signor Don Alfonsetto.

FERRANDO
A spese vostre or ci divertiremo.

GUGLIELMO
(a Ferrando)
E de' cento zecchini che faremo?

Clicca qui per il testo di "Una bella serenata".

FERRANDO
Una bella serenata
Far io voglio alla mia dea.

GUGLIELMO
In onor di Citerea
Un convito io voglio far.

DON ALFONSO
Sarò anch'io de' convitati?

FERRANDO E GUGLIELMO
Ci sarete, sì, signor.

FERRANDO, GUGLIELMO E DON ALFONSO
E che brindis replicati
Far vogliamo al dio d'amor.
(partono)




Josef Kundlak (Ferrando), Alessandro Corbelli (Guglielmo), Claudio Desderi (Don Alfonso)
dir: Riccardo Muti (1989)


Luigi Alva (Ferrando), Hermann Prey (Guglielmo), Walter Berry (Don Alfonso)
dir: Karl Böhm (1970)


Topi Lehtipuu (Ferrando), Luca Pisaroni (Guglielmo), Nicholas Rivenq (Don Alfonso)
dir: Iván Fischer (2006)


Gerald Finley (Ferrando), Luca Pisaroni (Guglielmo), Martin Mitterrutzner (Don Alfonso)
dir: Christoph Eschenbach (2013)