20 gennaio 2014

Don Giovanni (19) - Don Ottavio

Scritto da Marisa

Se qualcuno considera ancora Don Ottavio con sufficenza e lo ridicolizza come un individuo piuttosto inetto e patetico, si riascolti bene le arie dedicate a lui da Mozart, pagine musicali tra le più sublimi dell'opera. Bisogna partire da questa musica per capire Don Ottavio e leggerlo in relazione a Don Giovanni, perché solo dal confronto con lui (cosa del resto vera per tutti gli altri personaggi) prende forma nella propria identità e contribuisce a sua volta a meglio definire e far risaltare il protagonista.
È vero che entra in scena proclamando “Tutto il mio sangue verserò, se bisogna...” e lo vediamo fare grandi promesse di vendetta senza mai passare all'azione, e questo lo rende poco credibile, ma cerchiamo di andare oltre queste dichiarazioni che, pur esprimendo un autentico desiderio, provengono da una natura per nulla portata all'azione e danno ancora più risalto alla rapidità dell'agire di Don Giovanni.

Nella prima grande aria, “Dalla sua pace la mia dipende...”, c'è la dichiarazione che il centro stesso e unico senso della propria vita è nella relazione con la donna amata: anzi, più che nella relazione (che presuppone comunque il riconoscimento della dualità e quindi una certa distanza e differenziazione), nel benessere e nella “pace” di lei, come se lui non avesse vita autonoma o separazione alcuna, ma dipendesse totalmente dagli stati emotivi di lei. Cosa ci può essere di più lontano dal modo di essere e di vivere di Don Giovanni, centrato solo sul proprio piacere, specchio fuggevole della bellezza femminile e mai fedele? Eppure siamo sempre nel dominio di Eros, di “quell'amor ch'è palpito dell'universo intero...” come dice un altro grande della musica, ed è in questo comune terreno che bisogna misurare la distanza, perché il campo di Eros è molto vasto e ognuno si colloca nella posizione che la propria componente individuale permette, e qui ne vediamo gli estremi, come se i due fungessero proprio da indicatori di tale vastità, esagerazioni di tendenze che possiamo ritrovare in tutti, magari in momenti diversi.
È come se avessimo davanti l'intero spettro elettromagnetico, dagli infrarossi agli ultravioletti: la grande differenza e le conseguenti applicazioni dipendono solo dalla diversa frequenza, ma la natura del fenomeno rimane la stessa. Così possiamo collocare Don Giovanni nel campo dell'infrarosso, dove l'energia è più fisica e terrestre, mentre Don Ottavio appartiene all'ultravioletto, dove le vibrazioni si fanno più sottili e spirituali, con meno urgenza istintuale.

Sappiamo che il campo di Don Giovanni è molto vasto (“Non ho veduto mai naturale più vasto”, conferma Leporello), come se occupasse la base di una piramide, mentre tutto l'interesse di Don Ottavio risiede in un punto solo, l'esistenza di Donna Anna, come se questo coincidesse con il vertice della piramide. Ora poligamia e monogamia, dispersione e concentrazione della libido, sono gli eterni aspetti che occupano la fantasia e il comportamento degli uomini. E tutta la civiltà e l'etica sessuale si declinano entro questi poli, perchè una fedeltà senza alcuna tentazione non rappresenta un valore etico, ma solo fissazione monolitica derivata dalla proiezione su un unico oggetto d'amore.
In realtà, nel caso dei nostri due eroi, non si può parlare né di poligamia né di monogamia, perché l'investimento affettivo di Don Giovanni è talmente effimero – anzi nullo, visto che si tratta esclusivamente di investimento erotico – da non potersi realizzare nessuna condizione matrimoniale seppur breve (le sue sono solo promesse al fine di intrappolare le donne che non riesce ad avere in altro modo), mentre l'atteggiamento di Don Ottavio è talmente poco concreto da renderlo più adatto alla contemplazione estatica della donna che a un vero matrimonio. Siamo quindi fuori per tutti e due dal campo dell'eros che si incarna in una relazione durevole e concreta, piena di responsabilità come il matrimonio, e rimaniamo in un piano ideale, nel piano mitico e archetipico dunque, in cui gli uomini non possono realmente muoversi, pena la follia (anche se a volte si parla di “divina follia”), il grottesco e l'alienazione.
Come è pericoloso per una donna imbattersi in Don Giovanni, così è poco augurabile un fidanzato come Don Ottavio, apparentemente perfetto perché tutto proteso verso il bene dell'amata, ma in realtà anche lui incapace di un vero rapporto, perché alienandosi in lei perde completamente l'energia maschile e il proprio centro. Per una vera relazione occorre ritirare la proiezione d'anima dalla donna amata, almeno quel tanto che permetta di porsi in modo più autonomo e reale.

L'ultima osservazione che rinforza l'idea che Don Ottavio rappresenti il polo archetipico estremo rispetto a Don Giovanni, l'altra faccia della stessa medaglia, deriva dalla constatazione che entrambi non cambiano né possono cambiare (a differenza di tutti gli altri personaggi), come vediamo dal finale dell'opera: Don Giovanni non può pentirsi perché questo muterebbe la sua natura e Don Ottavio non può smettere di spasimare per Donna Anna in modo piuttosto sterile, senza accorgersi nemmeno del cambiamento di lei e rimanendo in perpetua attesa. L'uno è destinato alla coazione dell'azione senza possibilità di ripensamenti e di soste, l'altro è incapace di qualsiasi azione, tutto preso e perso nell'adorazione della proiezione della "sua" Anima.