30 gennaio 2014

Don Giovanni (21) - Don Giovanni e il dionisiaco

Scritto da Marisa

In tutta l'opera, quando è in scena Don Giovanni, c'è una particolare coloritura musicale che accompagna le sue imprese, lo rende riconoscibile o lo catapulta irresistibilmente al centro dell'azione, come ad esempio nella festa di matrimonio tra Zerlina e Masetto: è l'atmosfera che svela il mondo dionisiaco, lo sfrenato dio della gioia di vivere e dell'ebbrezza, ma anche della tragedia. Soprattutto però è nella famosa aria dello champagne – che prelude alla festa mascherata – e nella sua smodata concitazione che si manifesta in pieno il volto del dio che muove e governa la sfrenata vitalità di Don Giovanni: Dioniso, con tutte le implicazioni che il complesso archetipico legato a questa divinità comporta. Nell'ultimo proclama, poi (”Vivan le femmine! Viva il buon vino! Sostegno e gloria d'umanità!”), ne vediamo sancita la irrinunciabile appartenenza, quasi una fede e una religione, uno stile di vita stile indomabile. Se Eros rende il personaggio particolarmente incline a cogliere la specifica femminilità in ogni donna e ad esaltarla risvegliando in ognuna il centro stesso dell'intima identità erotico-mistica, Dioniso (che comunque non può essere dissociato da Eros) ne guida la frenesia e l'estasi orgiastica.

Apollo e Dioniso, i divini fratelli figli di Zeus, sono sempre stati sentiti come modelli archetipici di due aspetti opposti e complementari, due stili di sentire e vivere che stanno alla base di tendenze comportamentali, di filosofie e di generi artistici diversi.
Il mondo greco della classicità ha cercato di organizzarsi intorno ad Apollo, fortemente voluto come garante del logos, dell'ordine che doma il caos primordiale, della solarità della coscienza patriarcale che emerge e trionfa sull'oscurità del mondo lunare matriarcale, della bellezza patrocinata dalle Muse, della necessità e possibilità di conoscenza (“Conosci te stesso” è il motto inciso sul frontone del tempio delfico), dell'interpretazione dei sogni e delle profezie. Tutto questo rassicura e protegge dalle paure primordiali di perdere il controllo, di abbandonarsi ed essere travolti da quelle forze selvagge sempre latenti che risiedono nelle profondità della psiche e che appartengono all'altra faccia della medaglia di pertinenza del fratello-antagonista, anche se a volte il prezzo da pagare è la freddezza del distacco e la crudeltà raffinata di Apollo che utilizza le sue frecce e la peste come hybris.

Dioniso, col suo sfrenato corteo di menadi invasate e satiri ebbri, viene da lontano, da quelle parti del mondo antico (la Tracia, la Lidia e la grande Siria), dove la religione orgiastica delle grandi dee madri primordiali e dei loro giovani figli-amanti (prima fra tutte la coppia Cibele e Attis) era dominante, passando per la Creta minoica ed arrivando in Grecia, accolto non sempre favorevolmente, anzi spesso (come testimonia Euripide nelle “Baccanti”) con ostilità e grande conflittualità, proprio perché rappresenta tutto quello che la cultura greca, organizzata intorno ad Apollo, avrebbe voluto rimuovere e allontanare, ma che sempre ritorna con la sua carica di vitalità e di energia istintuale. Prima ancora che nel teatro bisogna collocare Dioniso, il potente dio delle donne, nel silenzioso e lussureggiante elemento vegetativo ed erboreo, in cui la vite, la più indomita e pervasiva pianta mediterranea, spadroneggia dispensando ebbrezza e follia.



Un grande appassionato del mitico mondo del matriarcato, Bachofen, così si esprime:

La forza magica con cui il signore fallico dell'esuberante vita naturale ha condotto su nuove strade il mondo delle donne si manifesta in fenomeni che trascendono i limiti della nostra esperienza, nonché quelli della nostra forza di immaginazione; e tuttavia relegare questi fenomeni nel regno dell'invenzione poetica significherebbe una scarsa confidenza con le oscure profondità della natura umana, con la forza di una religione che appagava i bisogni sensuali e sovrasensibili, con l'eccitabilità del mondo sentimentale femminile, che tanto indissolubilmente combina l'immanente e il trascendente, e infine una totale incomprensione del grandissimo fascino della lussureggiante natura meridionale. In tutti gli stadi del suo sviluppo il culto dionisiaco ha mantenuto lo stesso carattere che aveva quando per la prima volta fece il suo ingresso nella storia. Con la sua sensualità e il significato che dà all'offerta dell'amore sessuale, intimamente connaturato alla condizione femminile, esso è entrato in un rapporto d'elezione con il mondo delle donne piegandolo in una direzione affatto nuova. In quel mondo ha trovato le sue più leali alleate, le sue serventi più assidue, e sul suo entusiasmo ha fondato tutta la propria forza. Dioniso è il dio delle donne nel senso più pieno della parola, la fonte di tutte le speranze sensuali e sovrasensibili delle donne, il centro dell'intera esistenza femminile; perciò egli è stato riconosciuto dapprima da loro in tutta la sua gloria, si è rivelato a loro, e sono state le donne a propagare il suo culto e a portarlo alla vittoria.
(Johann Jakob Bachofen, Il matriarcato)
E come, parlando del dionisiaco, rinunciare a Nietzsche e alla sua estatica visione derivata dall'incantesimo della musica di Wagner, la massima espressione per lui dell'irruzione del dionisiaco, che trova solo nella musica la sua espressione più completa? Una breve citazione per rendere la complessità della sua visione, da cui non si può più prescindere:
Sotto l'incantesimo del dionisiaco non solo si restringe il legame tra uomo e uomo, ma anche la natura estraniata, ostile o soggiogata celebra di nuovo la sua festa di riconciliazione col suo figlio perduto, l'uomo. La terra offre spontaneamente i suoi doni, e gli animali feroci delle terre rocciose e desertiche si avvicinano pacificamente. Il carro di Dioniso è tutto coperto di fiori e di ghirlande: sotto il suo giogo si avanzano la pantera e la tigre. Si trasformi l'inno alla gioia di Beethoven in un quadro e non si rimanga indietro con l'immaginazione, quando i milioni si prosternano rabbrividendo nella polvere: così ci si potrà avvicinare al dionisiaco. Ora lo schiavo è uomo libero, ora s'infrangono tutte le rigide, ostili delimitazioni che la necessità, l'arbitrio o la “moda sfacciata” hanno stabilite tra gli uomini. Ora nel vangelo dell'armonia universale, ognuno si sente non solo riunito, riconciliato, fuso col suo prossimo, ma addirittura uno con esso, come se il velo di Maia fosse stato strappato e sventolasse ormai in brandelli davanti alla misteriosa unità originaria. Cantando e danzando, l'uomo si manifesta come membro di una comunità superiore: ha disimparato a camminare e a parlare ed è sul punto di volarsene al cielo danzando. Dai suoi gesti parla l'incantesimo. Come ora gli animali parlano, e la terra dà latte e miele, così anche risuona in lui qualcosa di soprannaturale: egli sente se stesso come dio, egli si aggira ora in estasi e in alto, così come in sogno vide aggirarsi gli dei. L'uomo non è più artista, è divenuto opera d'arte: si rivela qui tra i brividi dell'ebbrezza il potere artistico dell'intera natura, con il massimo appagamento estatico dell'unità originaria.
(Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia)
Come vediamo, quel divino che era stato cacciato col famoso proclama “Dio è morto!” ritorna dalla natura stessa ed ha il volto di Dioniso! Questa è la visione idealizzata che Nietzsche cercò di tenere distinta dal “Barbaro dionisiaco” con la sua “smodata frenesia sessuale”, ma che in Don Giovanni non si possono separare perché la sublime musica di Mozart ha per oggetto proprio quella smodata e dirompente eccitazione che tutto travolge e che dilaga come un fiume in piena.

Il principio cosmico rappresentato da Dioniso come dirompente energia vitale che sta alla base della vita stessa è indistruttibile ed eterna e, come la linfa che in primavera rinnova la vite dopo che la vendemmia ha spogliato la pianta e la fermentazione ha trasformato in succo inebriante i pesanti grappoli, vuole sempre riemergere, nonostante la tragedia e la follia che sempre ne accompagnano l'irrazionale e appasionato procedere. Così Don Giovanni, anche se muore nel suo aspetto personale trascinato dalla legge del padre con la sua inesorabilità temporale, nella sua qualità di incarnazione ed interprete del dionisiaco è invece immortale e questo è stato intuito da alcuni registi, come Robert Carsen che, nella rappresentazione alla Scala per la prima del 2011, lo fa giustamente riemergere sorridente e spavaldo in chiusura dello spettacolo.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Simbologia della vite: http://www.cavernacosmica.com/simbologia-della-vite/


Marisa ha detto...

Sì, il significato simbolico della vite è molto complesso e nel tuo post è ben rappresentato. Se non lo conosci, mi permetto di segnalarti il bel libro di uno dei massimi esperti di mitologia e religioni comparate, amico di Jung, Carl Kerenyi "Dioniso".
Don Giovanni partecipa del significato archetipico della vitalità frenetica del grande dio...