30 aprile 2014

Don Giovanni (39) - "Già la mensa è preparata"

Scritto da Christian

Tutto è apparecchiato (è proprio il caso di dirlo) per il gran finale. Siamo infatti a casa di Don Giovanni, con il libertino che siede alla tavola imbandita per gustarsi la ricca cena servita da Leporello, mentre alcuni musicisti – presenti "diegeticamente" sul palco – suonano per intrattenerlo. Come dicevo qualche post fa, i personaggi sembrano già aver dimenticato quello che è accaduto poco prima al cimitero, e di certo Don Giovanni non si attende che la statua del Commendatore, da lui invitata a cena, si possa presentare davvero. L'atmosfera è dunque giocosa, quasi goliardica, e ad essa contribuisce la partitura di Mozart che, con la collaborazione del librettista Lorenzo Da Ponte, si permette persino alcune strizzatine d'occhio al pubblico dell'epoca, riprendendo musicalmente (ed esplicitamente, visto che Leporello le riconosce e commenta al riguardo) tre arie di opere liriche rappresentate nei mesi immediatamente precedenti e assai popolari fra i viennesi: "Una cosa rara" (1786) di Vicente Martín y Soler su libretto dello stesso Da Ponte (la "cosa rara" del titolo, per la cronaca, è la fedeltà coniugale); "Fra i due litiganti il terzo gode" (1782) di Giuseppe Sarti, con libretto basato su "Le nozze" di Carlo Goldoni; e persino "Le nozze di Figaro" (1786) dello stesso Mozart (con Leporello che, udendo le note della popolarissima aria "Non più andrai, farfallone amoroso", commenta ironicamente: "Questa poi la conosco pur troppo").

Ma prima di parlar di ciò, riflettiamo – come preannunciato – sulla collocazione cronologica di questa scena. Al cimitero Don Giovanni aveva affermato "ancor non sono le due della notte", eppure aveva poi invitato la statua a cena per "questa sera". E che si parlasse della sera del giorno stesso, e non – per esempio – del giorno successivo, lo aveva confermato il Commendatore, quando aveva minacciato Don Giovanni che avrebbe finito di ridere "pria dell'aurora". Come se ne esce? Ecco una possibile spiegazione:

Con l'atto sacrilego commesso da Don Giovanni il tempo, il suo tempo, si è fermato, e la scena finale, che può essere anche vista come un'allucinazione, si svolge in un tempo non più reale, ma mitico, il tempo eterno del giudizio universale. Nella sala preparata per mangiare ("Già la mensa è preparata"), Don Giovanni crede di vivere ancora nel presente (infatti i musici suonano alla sua tavola, per allietare la sua ultima cena, tre estratti di opere contemporanee, la terza delle quali è una citazione dell'ultimo successo di Mozart stesso), ma in realtà è già catapultato, senza ch'egli lo sappia, in una dimensione sovratemporale, o meglio atemporale. Ed è proprio questa proiezione a conferire alla scena, dopo l'estremo, vano appello di Donna Elvira – "cangiar vita"! – un carattere insieme irreale, eroico e mitico, avvolgendo il cavaliere in un'aura metafisica che lo estranea dalla sua più propria facoltà: quella di bruciare il tempo senza farlo mai arrestare.
(Sergio Sablich)
Il menù della cena è di tutto rispetto: fagiano (che Leporello adocchia con invidia, soprattutto guardando l'appetito con cui il suo padrone lo divora) e Marzemino, un vino dell'Italia del Nord (in particolare del Trentino) che era certamente ben noto a Vienna, visto che quelle regioni facevano parte dell'impero austriaco (d'altro canto, è forse improbabile che fosse esportato fino in Spagna, dove si svolge l'opera). Fa certo sorridere come il libretto associ le melodie delle tre celebri arie succitate a quella che non è che una schermaglia triviale fra Don Giovanni e Leporello, con quest'ultimo che cerca di mangiare un pezzo di fagiano all'insaputa del suo padrone, che invece se ne accorge e si prende gioco di lui. In un certo senso Da Ponte e Mozart stanno scherzando con il pubblico e con i propri "concorrenti", ma anche con sé stessi, visto che nella scena è inserita anche il tema del loro maggior successo precedente!

Questo clima è interrotto (con la musica che si riappropria della sua originalità, ponendo fine alla prolungata gag citazionista) dall'improvvisa irruzione di Donna Elvira, disperatamente decisa a concedere al libertino un'ultima possibilità di redenzione. Naturalmente questi non può accettare, anzi si fa beffe di lei e la invita ironicamente a unirsi ai suoi bagordi. È qui che Don Giovanni declama la celebre frase "Vivan le femmine! Viva il buon vino! / Sostegno e gloria d'umanità", che potrebbe essere il suo motto, una sorta di "credo filosofico tutto mondano". Leporello, dal canto suo, ha empaticamente pietà di Donna Elvira ("Quasi da piangere / mi fa costei"), al punto da unirsi a lei nel rivolgersi al padrone con un accusatorio "Cor perfido!".

Mentre si sta allontanando, Elvira lancia un forte grido che allarma i due uomini: sull'uscio ha infatti incontrato la statua del Commendatore che sta presentandosi all'appuntamento (più tardi, nel sestetto finale, quando Leporello spiegherà agli altri personaggi cos'è accaduto, Donna Elvira commenterà: "Ah, certo è l'ombra che m'incontrò"). Il servitore, in preda alla paura, si rifugia sotto il tavolo, lasciando Don Giovanni da solo a fronteggiare il "convitato di pietra".
L'insistenza di questa scena sul tema del cibo e dell'ingordigia di Don Giovanni può far pensare a una traccia di antichi rituali mortuari: il libertino sta in realtà consumando il suo pasto funebre. Certo è proprio il tema del cibo a sancire la barriera fra i due mondi: "Non si pasce di cibo mortale / chi si pasce di cibo celeste".
(Franco Bergamasco)

Clicca qui per il testo del brano.

DON GIOVANNI
Già la mensa è preparata.
(ai suonatori)
Voi suonate, amici cari:
giacché spendo i miei danari,
io mi voglio divertir.
(siede a mensa)
Leporello, presto in tavola!

LEPORELLO
Son prontissimo a servir.

(I servi portano in tavola. I suonatori cominciano a suonare "Una cosa rara", e Don Giovanni mangia)

LEPORELLO
Bravi! "Cosa rara".

DON GIOVANNI
Che ti par del bel concerto?

LEPORELLO
È conforme al vostro merto.

DON GIOVANNI
Ah, che piatto saporito!

LEPORELLO
(Ah, che barbaro appetito!
Che bocconi da gigante!
Mi par proprio di svenir.)

DON GIOVANNI
(Nel vedere i miei bocconi
gli par proprio di svenir.)
(a Leporello)
Piatto!

LEPORELLO
Servo.

(i musicisti suonano "Fra i due litiganti il terzo gode")

LEPORELLO
Evvivano i "Litiganti"!

DON GIOVANNI
Versa il vino.
(Leporello versa il vino nel bicchiere)
Eccellente marzimino!

LEPORELLO
(Questo pezzo di fagiano
piano piano vo' inghiottir.)

DON GIOVANNI
(Sta mangiando quel marrano;
fingerò di non capir.)

(i musicisti suonano "Le nozze di Figaro")

LEPORELLO
Questa poi la conosco pur troppo!

DON GIOVANNI
(lo chiama senza guardarlo)
Leporello!

LEPORELLO
(risponde con la bocca piena)
Padron mio.

DON GIOVANNI
Parla schietto, mascalzone!

LEPORELLO
Non mi lascia una flussione
le parole proferir.

DON GIOVANNI
Mentre io mangio, fischia un poco.

LEPORELLO
Non so far.

DON GIOVANNI
Cos'è?

LEPORELLO
Scusate.
Sì eccellente è il vostro cuoco,
che lo volli anch'io provar.

DON GIOVANNI
(Sì eccellente è il cuoco mio,
che lo volle anch'ei provar.)

DONNA ELVIRA
(entrando affannosa)
L'ultima prova
dell'amor mio
ancor vogl'io
fare con te.
Più non rammento
gl'inganni tuoi:
pietade io sento...

DON GIOVANNI E LEPORELLO
Cos'è, cos'è?

DONNA ELVIRA
(s'inginocchia)
Da te non chiede,
quest'alma oppressa,
della sua fede
qualche mercé.

DON GIOVANNI
Mi meraviglio!
Cosa volete?
Se non sorgete
non resto in piè.
(s'inginocchia davanti a Donn'Elvira, con affettazione)

DONNA ELVIRA
Ah, non deridere
gli affanni miei!

LEPORELLO
(Quasi da piangere
mi fa costei.)

DON GIOVANNI
Io te deridere?
Cielo! Perché?
Che vuoi, mio bene?

DONNA ELVIRA
Che vita cangi.

DON GIOVANNI
Brava!

DONNA ELVIRA
Cor perfido!

DON GIOVANNI
Lascia ch'io mangi.
E, se ti piace,
mangia con me.
(torna a sedere, a mangiare e a bere)

DONNA ELVIRA
Réstati, barbaro,
nel lezzo immondo:
esempio orribile
d'iniquità.

LEPORELLO
(Se non si muove
del suo dolore,
di sasso ha il core,
o cor non ha.)

DON GIOVANNI
Vivan le femmine!
Viva il buon vino!
Sostegno e gloria
d'umanità!

DONNA ELVIRA
(esce, poi rientra mettendo un grido orribile)
Ah!
(fugge attraverso un'altra porta)

DON GIOVANNI E LEPORELLO
Che grido è questo mai?

DON GIOVANNI
(a Leporello)
Va' a veder che cosa è stato.

LEPORELLO
(esce e, prima di tornare, mette un grido ancor più forte)
Ah!

DON GIOVANNI
Che grido indiavolato!
Leporello, che cos'è?

LEPORELLO
(entra spaventato e chiude l'uscio)
Ah!... signor... per carità...
non andate fuor... di qua...
L'uom... di... sasso... L'uomo... bianco...
Ah, padrone! Io gelo... Io manco...
Se vedeste... che figura...
Se sentiste... come fa:
(imitando i passi della statua)
ta, ta, ta, ta...

DON GIOVANNI
Non capisco niente affatto.

LEPORELLO
Ta, ta, ta, ta...

DON GIOVANNI
Tu sei matto in verità.

(si sente battere alla porta)

LEPORELLO
Ah! sentite!

DON GIOVANNI
Qualcun batte:
apri!

LEPORELLO
Io tremo...

DON GIOVANNI
Apri, ti dico!

LEPORELLO
Ah!

DON GIOVANNI
Apri!

LEPORELLO
Ah!...

DON GIOVANNI
Matto! Per togliermi d'intrico,
ad aprir io stesso andrò.
(piglia il lume e va ad aprire)

LEPORELLO
(Non vo' più veder l'amico:
pian pianin m'asconderò.)
(si nasconde sotto la tavola)



Samuel Ramey (Don Giovanni), Ferruccio Furlanetto (Leporello), Julia Varady (Donna Elvira),
dir: Herbert von Karajan (1987)


Ruggero Raimondi (Don Giovanni), José van Dam (Leporello), Kiri Te Kanawa (Donna Elvira),
dir: Lorin Maazel (1979)


Wojtek Drabowicz (Don Giovanni), Kwanchul Youn (Leporello), Véronique Gens (Donna Elvira),
dir: Bertrand de Billy (2009)


Gabriel Bacquier, Donald Gramm, Pilar Lorengar,
dir: Richard Bonynge (1968)

George London, Walter Berry, Sena Jurinac,
dir: Rudolf Moralt (1955)


Tornando alle arie suonate dall'orchestrina alla cena di Don Giovanni, eccole qui nella loro versione originale. Di "Come un agnello" (un brano che evidentemente gli piaceva) Mozart scrisse anche una serie di variazioni per pianoforte.


"O quanto in sì bel giubilo"
da "Una cosa rara"
di Vicente Martín y Soler

"Come un agnello"
da "Fra i due litiganti il terzo gode"
di Giuseppe Sarti