2 dicembre 2014

6. Aria: "Ombretta sdegnosa del Missipipì"

Scritto da Christian

L'incipit dell'opera ci aveva mostrato il poeta Pacuvio nell'atto di recitare il suo nuovo componimento ("Quest'aria allusiva, eroico-bernesca / cantar sulla piva dovrà una fantesca / per far delle risa gli astanti crepar"), di cui però riusciva a leggere solo il primo verso ("Ombretta sdegnosa del Missipipì"). Adesso, davanti a Donna Fulvia (l'unica che apprezza il suo talento), ecco che declama l'intera composizione. Lo fa dopo averne modificato alcune parti: non certo perché non ne fosse soddisfatto ("Quand'è ch'io faccia / cosa che non mi piaccia?") ma perché, come spiega a una Fulvia che pende dalla sua bocca, "il primo io sono che conosca il teatro / e il più distingua dal meno musicabile".

Il poema, dal ritmo pulsante, è un gioiellino di comicità, i cui versi bizzarri e strampalati accostano similitudini ittiche (il luccio, la triglia) a un contesto classico-mitologico un po' confuso (perché l'ombra del mago Arbace debba nascondersi nel fiume Mississippi – da Pacuvio storpiato in Missipipì – non è molto chiaro). E il continuo ripetere di quel "pipì... pipì..." faceva certo sbellicare dalle risate gli spettatori di allora come quelli di oggi. Se lo sviluppo poetico, attraverso il conflitto fra le due voci (entrambe interpretate, alterando la voce o mutandola in falsetto, dal medesimo cantante), conduce a un esilarante non sequitur, la cantabilità del testo iniziale rese quest'aria buffa talmente popolare da farne il brano più celebre dell'opera, nonché l'unico che sopravviverà all'oblio in cui "La pietra del paragone" cadrà per più di un secolo, a cavallo fra l'ottocento e il novecento.

L'aria fu infatti ripresa da Antonio Fogazzaro, che pare ignorasse la sua origine (l'opera di Rossini era già caduta nel dimenticatoio) nel suo romanzo più famoso, "Piccolo mondo antico" (1895), dove viene spesso cantata da zio Piero alla piccola Maria (che proprio per questo motivo viene ribattezzata "Ombretta"):

Lo zio, tenendo il ginocchio destro sul sinistro e la bambina sul mucchio, le ripeteva per la centesima volta, con affettata lentezza, e storpiando un poco il nome esotico, la canzonetta:
Ombretta sdegnosa del Missipipì
Fino alla quarta parola la bambina lo ascoltava immobile, seria, con gli occhi fissi; ma quando veniva fuori il «Missipipì» scoppiava in un riso, sbatteva forte le gambucce e piantava le manine sulla bocca dello zio, il quale rideva anche lui di cuore e dopo un breve riposo ricominciava adagio adagio, nel tono solito.
Il brano, uno dei primi esempi degli effetti comici che Rossini saprà generare nelle sue opere giocando con il rapporto fra parole e musica, senza esitare a storpiare il linguaggio attraverso la ripetizione o la manipolazione delle sillabe o la creazione di versi surreali, è collocato in un contesto in cui Fulvia chiede l'aiuto di Pacuvio per accostarsi al Conte e offrirgli una rosa appena colta. Pacuvio presenta il dono con versi altrettanto pomposi e strampalati ("Io v'offro in questa rosa spampanata / la mia lacera, stanca e pelagrosa alma, / che sul finir di sua giornata / dir non saprei se sia gramigna o rosa"), da lui definiti di "genere petrarchesco", che sfociano in un esilarante anacronismo ("L'ho raccolta per voi di proprio pugno: / e quando? nel maggior caldo di giugno." – "Ora siamo in aprile." – "Non importa. / In grazia della rima un cronichismo di due mesi è permesso: / Virgilio somaron facea lo stesso").

Clicca qui per il testo del recitativo che precede il brano.

FULVIA
Dove mai si cacciò? La rosa al Conte
io vorrei presentar: ma se Pacuvio...
Eccolo; ebben?

PACUVIO
Già la sestina è fatta; e che sestina!
Il Conte le ciglia inarcherà.

FULVIA
Questa è la rosa.

PACUVIO
Bella!

FULVIA
Sentiam.

PACUVIO
No; prima voglio farvi sentir come ho cambiata
l'aria che poco fa vi ho recitata.

FULVIA
Forse non vi piacea?

PACUVIO
Quand'è ch'io faccia cosa che non mi piaccia?

FULVIA
Perché dunque?...

PACUVIO
Eh, donna Fulvia,
il primo io sono che conosca il teatro
e il più distingua dal meno musicabile.
(in atto di leggere)
Ascoltate come in lingua patetica e burlesca
parli all'ombra del mago una fantesca.

Clicca qui per il testo del brano.

PACUVIO
«Ombretta sdegnosa
del Missipipì,
non far la ritrosa,
ma resta un po' qui.»
«Non posso, non voglio»,
l'ombretta risponde:
«son triglia di scoglio,
ti basti così.»
E l'altra ripiglia:
«Sei luccio, non triglia.»
Qui nasce un insieme:
chi piange, chi freme.
Fantesca: «Sei luccio.»
Ombretta: «Son triglia.»
Fantesca: «Ma resta.»
Ombretta: «Ti basti,
ti basti, t'arresta,
non dirmi così.»

Clicca qui per il testo del recitativo che segue il brano.

FULVIA
Bravo, bravo, bravissimo!

PACUVIO
Eh... che ne dici di quel «Missipipì»?...
quel «mi basta così»?...
quel contrapposto fra luccio e triglia non t'incanta?

FULVIA
È vero.

PACUVIO
Bizzarria di pensiero,
sorpresa, novità...

FULVIA
Il Conte appunto è qua.

CONTE (in atto di attraversare il giardino)
(In favor di Clarice mi parla il cor;
ma consiglier non saggio egli è sovente. Or si vedrà.)

PACUVIO (a Fulvia)
Coraggio.

FULVIA (al Conte)
Serva sua.

CONTE
Mia padrona.

PACUVIO (al medesimo)
A voi s'inchina
il pindarico.

CONTE (a Pacuvio)
Addio.

PACUVIO (a Fulvia)
Fuori la rosa.
(prima al Conte, ch'è in atto di partire, poi a Fulvia con impazienza)
Un momentin... Fuori la rosa.

FULVIA
Aspetta.

PACUVIO (come sopra)
Fuori la rosa, o recito.

FULVIA
Che fretta!

CONTE
(Sarà qualcuna delle sue.)

FULVIA (vuol presentar la rosa al Conte)
Scusate...

PACUVIO
Zitto per or: voi state
ferma così, di presentarla in atto.

CONTE
(È un vero ciarlatan, ma sciocco e matto.)

PACUVIO
Parlo in terza persona.
(mettendosi fra il Conte e donna Fulvia, che sta in atto di presentar la rosa)
«Io v'offro in questa rosa spampanata
la mia lacera, stanca e pelagrosa alma,
che sul finir di sua giornata
dir non saprei se sia gramigna o rosa.»
Genere petrarchesco.

CONTE
In quanto a me lo chiamerei grottesco.

PACUVIO (prima al Conte, poi a donna Fulvia)
Anche. Or date la rosa.

FULVIA
Eccola.

CONTE
Grazie.

PACUVIO
[Agli ultimi due versi.]
«L'ho raccolta per voi di proprio pugno:
e quando? nel maggior caldo di giugno.»

CONTE
Ora siamo in aprile.

PACUVIO
Non importa.
In grazia della rima un cronichismo
di due mesi è permesso:
Virgilio somaron facea lo stesso.

CONTE
Ah, ah, ah... cronichismo... ah, ah... Virgilio...
Virgilio somaron... (Quanti spropositi!)
Ah, ah, ah...

PACUVIO (a Fulvia, ch'è restata attonita)
Lo vedete? a' versi miei
mai non manca un effetto.

CONTE (appoggiandosi ad una pianta)
Oh dio! non posso più.

PACUVIO (a Fulvia che si stringe nelle spalle, conducendola via)
Non ve l'ho detto?




Christian Senn


Paolo Bordogna


Alessandro Corbelli


Bruno De Simone


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Alfonso Antoniozzi