Al dialogo fra Marcello e Mimì fuori dalla locanda ne segue un altro – quasi speculare – fra lo stesso Marcello e Rodolfo, che nel frattempo si è svegliato e può finalmente dire all'amico perché è giunto da lui nel cuore della notte: intende separarsi da Mimì. Ignaro che la ragazza è nascosta dietro l'angolo del cabaret e in grado di ascoltare tutto, il poeta snocciola la sua versione dei fatti: "Mimì è una civetta / che frascheggia con tutti". Ma la sua gelosia è solo un paravento. Marcello, che lo conosce bene (e può permettersi di insultarlo bonariamente: "Tu sei geloso. [...] Collerico, lunatico, imbevuto / di pregiudizi, noioso, cocciuto!"), riconosce che c'è dell'altro: "Lo devo dir? Non mi sembri sincer".
Infine Rodolfo confessa la verità ("Invan nascondo / la mia vera tortura"). Il suo amore per Mimì non si è mai assopito, anzi l'ama "sovra ogni cosa al mondo". Ma la vede declinare ogni giorno di più, fiaccata dalla malattia. "La povera piccina / è condannata!", spiega. "Una terribil tosse / l'esil petto le scuote", e la sua umile e squallida soffitta, sempre al freddo e piena di spifferi, non è certo il luogo adatto a lei. "Mimì di serra è fiore. / Povertà l'ha sfiorita; / per richiamarla in vita / non basta amore!".
Dunque, è tutta una questione di pragmatico realismo: se la povertà sta uccidendo Mimì, l'amore non può bastare a salvarla. Per questo Rodolfo preferirebbe vederla trascorrere i suoi giorni in un ambiente migliore e più ricco, magari anche fra le braccia del famigerato "Viscontino", purché questo serva a farla star meglio. È una grande decisione, questa, per un poeta che in precedenza abbiamo visto idealizzare l'amore sopra ogni altra cosa. Ed ecco spiegato perché mentire a sé stesso, oltre che agli amici, e mascherare la sua decisione con il manto della gelosia. Ora, attraverso la consapevolezza del reale stato di cose, l'angoscia di lui si traduce direttamente in quella di lei, che ha ascoltato tutto di nascosto (sembrando rendersi conto solo ora del proprio stato di salute) e prorompe in un pianto desolante: "Ahimè! È finita / O mia vita! È finita / Ahimè, morir!". I colpi di tosse rivelano la sua presenza: Rodolfo e Mimì si abbracciano amorevolmente e teneramente, pronti a dirsi addio.
Il risveglio di Rodolfo è annunciato dalla melodia dei «cieli bigi» che si combina poco dopo in contrappunto col tema d’amore, una combinazione che sfocia nel tema della bohème (Allegretto), fino all’attacco del tenore che ostenta una disinvoltura («Già un’altra volta credetti morto il mio cuor») che in realtà non possiede: questo insieme di rimandi concentrato in pochissime battute comincia a prefigurare il clima del ricordo, della separazione, ma ecco che poco dopo l’amore torna in modo minore (la): l’«Invan, invan nascondo», frase lacerante, sconfessa la spigliatezza con cui poco prima Rodolfo, sulla stessa melodia, aveva cercato di motivare a Marcello la sua fuga di casa. [...] La sezione successiva incrementa il senso di desolazione nel passaggio dal modo minore di «Mimì è tanto malata» a «Una terribil tosse» (Lento triste), che diventa bruciante quando le voci di Mimì e Marcello si uniscono a quella di Rodolfo, il quale intona l’ultima tragica metafora («Mimì di serra è fiore»). Solo a questo punto i singhiozzi e la tosse rivelano la presenza di lei: Marcello rientra nel cabaret, richiamato dalle risate di Musetta, contrappeso umoristico di breve durata, mentre Mimì tenta di prendere congedo da Rodolfo.(Michele Girardi)
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RODOLFO(esce dal Cabaret ed accorre verso Marcello)
Marcello. Finalmente!
Qui niun ci sente.
Io voglio separarmi da Mimì.
MARCELLO
Sei volubil così?
RODOLFO
Già un'altra volta credetti morto il mio cor,
ma di quegli occhi azzurri allo splendor
esso è risorto.
Ora il tedio l'assale.
MARCELLO
E gli vuoi rinnovare il funerale?
(Mimì non potendo udire le parole, colto il momento opportuno, inosservata, riesce a ripararsi dietro a un platano, presso al quale parlano i due amici.)
RODOLFO
Per sempre!
MARCELLO
Cambia metro.
Dei pazzi è l'amor tetro
che lacrime distilla.
Se non ride e sfavilla
l'amore è fiacco e roco.
Tu sei geloso.
RODOLFO
Un poco.
MARCELLO
Collerico, lunatico, imbevuto
di pregiudizi, noioso, cocciuto!
MIMÌ
(fra sé)
(Or lo fa incollerir! Me poveretta!)
RODOLFO
(con amarezza ironica)
Mimì è una civetta
che frascheggia con tutti.
Un moscardino di Viscontino
le fa l'occhio di triglia.
Ella sgonnella e scopre la caviglia
con un far promettente e lusinghier.
MARCELLO
Lo devo dir? Non mi sembri sincer.
RODOLFO
Ebbene no, non lo son. Invan nascondo
la mia vera tortura.
Amo Mimì sovra ogni cosa al mondo,
io l'amo, ma ho paura, ma ho paura!
Mimì è tanto malata!
Ogni dì più declina.
La povera piccina
è condannata!
MARCELLO
(sorpreso)
Mimì?
MIMÌ
(fra sé)
Che vuol dire?
RODOLFO
Una terribil tosse
l'esil petto le scuote
e già le smunte gote
di sangue ha rosse...
MARCELLO
Povera Mimì!
MIMÌ
(piangendo)
Ahimè, morire!
RODOLFO
La mia stanza è una tana squallida...
il fuoco ho spento.
V'entra e l'aggira il vento di tramontana.
Essa canta e sorride
e il rimorso m'assale.
Me, cagion del fatale
mal che l'uccide!
Mimì di serra è fiore.
Povertà l'ha sfiorita;
per richiamarla in vita
non basta amore!
MARCELLO
Che far dunque?
Oh, qual pietà!
Poveretta!
Povera Mimì!
MIMÌ
(desolata)
O mia vita!
Ahimè! È finita
O mia vita! È finita
Ahimè, morir!
(La tosse e i singhiozzi violenti rivelano la presenza di Mimì.)
RODOLFO
(vedendola e accorrendo a lei)
Che? Mimì! Tu qui?
M'hai sentito?
MARCELLO
Ella dunque ascoltava?
RODOLFO
Facile alla paura
per nulla io m'arrovello.
Vien là nel tepor!
(vuol farla entrare nel Cabaret)
MIMÌ
No, quel tanfo mi soffoca!
RODOLFO
Ah, Mimì!
(stringe amorosamente Mimì fra le sue braccia e l'accarezza)
(Dal Cabaret si ode ridere sfacciatamente Musetta.)
MARCELLO
È Musetta che ride.
(corre alla finestra del Cabaret)
Con chi ride? Ah, la civetta!
Imparerai.
(entra impetuosamente nel Cabaret)
MIMÌ
(svincolandosi da Rodolfo)
Addio.
RODOLFO
(sorpreso)
Che! Vai?
Luciano Pavarotti (Rodolfo), Ingvar Wixell (Marcello), Renata Scotto (Mimì)
dir: James Levine (1977)
Plácido Domingo, Alberto Rinaldi, Mirella Freni | Giuseppe di Stefano, Giuseppe Valdengo, Bidú Sayao |

Inutilmente Marcello prova a resistere alla seduzione di Musetta: nonostante le sue parole astiose, infatti, la ama ancora. E la cosa è reciproca ("Io vedo ben / ell'è invaghita di Marcello!", commenta Mimì). Dopo altri capricci e provocazioni ad arte, allontanato Alcindoro con una scusa (Musetta finge di avere dolore al piede, e lo manda da un calzolaio a comprare un altro paio di scarpe), i due amanti possono finalmente abbracciarsi. "Siamo all'ultima scena!", commenta Schaunard, proseguendo nel suo paragone con una commedia il cui finale era già noto a tutti.
"All'angolo di via Mazzarino appare una bellissima signora dal fare civettuolo ed allegro, dal sorriso provocante. Le vien dietro un signore pomposo, pieno di pretensione negli abiti, nei modi, nella persona". Non appena menzionata, ecco che nello stesso caffè dove si trovano i nostri amici appare Musetta, l'ex fidanzata di Marcello, in abito vistoso, accompagnata da un anziano amante, Alcindoro. Come vedremo, le donne dei bohémiens alternano periodi di fedeltà ai loro amici poveri ad altri in cui preferiscono la corte (e il denaro) di ricchi "protettori", che garantiscono loro qualche momento di agio e di comodità. Evidentemente Musetta è ben conosciuta da tutti gli abitanti del quartiere, visto che al suo incedere i commenti si sprecano. Le bottegaie osservano il suo abito e il suo stato ("To'! - Lei! - Sì! - To'! - Lei! - Musetta! / Siamo in auge! - Che toeletta!"), mentre le sartine e gli studenti si focalizzano sul suo accompagnatore ("Guarda, guarda chi si vede, / proprio lei, Musetta! / Con quel vecchio che balbetta..."). È Marcello stesso, ancora stizzito per essere stato da lei abbandonato, a presentarla a Mimì con parole astiose: "Il suo nome è Musetta; / cognome: Tentazione! / Per sua vocazione / fa la Rosa dei venti; / gira e muta soventi / e d'amanti e d'amore. / E come la civetta / è uccello sanguinario; / il suo cibo ordinario / è il cuore... Mangia il cuore!... / Per questo io non ne ho più".
Qualche parola anche sul personaggio di Alcindoro (indicato come un "consigliere di stato" nell'elenco dei personaggi a inizio libretto), "pomposo", dichiaratamente buffo, e destinato a restar scornato alla fine del quadro. Tutto in lui è caricaturale (ancora più che nel Benoît conosciuto in precedenza), a partire dal nomignolo ("Lulù") con il quale viene chiamato dalla fanciulla, e di cui si vergogna ("Tali nomignoli, / prego, serbateli / al tu per tu!"). Quasi una figura da commedia dell'arte, o – per restare nel mondo dell'opera – una sorta di Don Bartolo che finirà ridicolizzato nel suo tentativo di accompagnarsi con una giovane ragazza, e che ha nel denaro l'unico mezzo a sua disposizione per riuscirci. È l'esatto contrario dei bohémiens, che di denaro non ne hanno (come dimostrerà la conclusione del quadro) ma che in compenso sanno amare, sognare, apprezzare la poesia, il bello e il brutto della vita.
Finalmente i nostri amici si sistemano in un tavolo all'aperto, appena fuori dal locale, e discutono fra loro con allegria. Rodolfo presenta Mimì ai compagni ("Questa è Mimì, gaia fioraia") e ricorre alla stessa metafora ("Perché son io il poeta, / essa la poesia") che loro stessi gli avevano suggerito quando lo avevano preso in giro in precedenza ("Il poeta trovò la poesia"). Discorrendo, ben presto il discorso cade – naturalmente – sull'amore, il che dà l'occasione a Marcello di esprimere un'inattesa vena cinica. Gli amici spiegano a Mimì che il pittore "è in lutto", essendo vittima di una delusione sentimentale. E come se fosse stata invocata, ecco che nello stesso caffè si presenta la donna in questione, Musetta, in compagnia del suo ricco e anziano amante.
Fra i tanti venditori ambulanti spicca l'arrivo di Parpignol, che porta il suo carretto di giocattoli, seguito da "una turba di ragazzi" che lo circonda e ne ammira la mercanzia (e poi dalle madri di tali bambini e ragazzi, che li rimproverano e li trascinano via). Il breve inserto con il giocattolaio, non a caso coincidente con la lettura del menù da parte degli amici, "vuol essere un richiamo all’infanzia innocente, a un tempo di capricci come fa Mimì, che reclama «la crema» facendo eco al bimbo che vuole «la tromba, il cavallin». «O bella età d’inganni ed utopie» la definisce Marcello alla ripresa del dialogo".
La magia dell'incontro fra Rodolfo e Mimì è interrotta – ma solo per un momento – dal vociare degli amici impazienti che lo chiamano dall'esterno, rimproverandolo per il ritardo. Quando lui spiega che si trova in compagnia di una donna, invitandoli ad andare avanti al caffé Momus e a tenere loro un posto, i tre si allontanano cantando e deridendolo con bonarietà. Curiosamente le loro parole ("il poeta trovò la poesia") saranno riprese e ripetute dallo stesso Rodolfo quasi pari pari ("perché son io il poeta, / essa la poesia") quando più tardi, nel secondo quadro, presenterà Mimì agli amici.


