6 aprile 2017

Norma (13) - "Dormono entrambi"

Scritto da Marisa

Ormai sicura del tradimento e dell'abbandono di Pollione, Norma si reca nella stanza segreta riservata ai figli. Alla rabbia si accompagna un grande dolore e lo stato d'animo della donna è un vero mare in tempesta. Chi più di lei conosce l'intransigenza della legge druidica sul destino dei figli di una colpa grave come la sua, una volta scopertane l'esistenza? E se anche Pollione decidesse di portarli a Roma con sé per sottrarli alla morte, senza la presenza vigile e protettiva della madre, i bambini sarebbero umiliati e sottoposti ai maltrattamenti di una matrigna. Il destino dei bambini sembra quindi segnato e l'ambivalenza risolta a vantaggio della parte negativa: devono scomparire, ed ora ci sono buoni motivi per sopprimerli! Norma sembra decisa e ha già il coltello in mano, ma dietro la determinazione e la rabbia è ancora vivo l'istinto materno, quell'istinto che la vendetta (sono pur figli di quel Pollione che bisogna colpire attraverso loro!) non vorrebbe ascoltare e che invece ritorna prepotentemente a fermare la mano assassina.

Muoiano, sì.
Non posso avvicinarmi.
Un gel mi prende
E in fronte mi si solleva il crin.
I figli uccido!
Teneri figli.
Un simile conflitto è già stato magistralmente descritto nell'anima della Medea di Euripide: il lungo soliloquio che precede l'azione che culmina nell'infanticidio è una delle pagine più complesse e indimenticabili di tutto il teatro greco. L'orgoglio ferito (“Ahi, tristo frutto dell'orgoglio mio!”) lotta con i sentimenti più teneri che sembrano avere la meglio (“Ahi, che farò? Mi manca il cuore, o donne, se fisso gli occhi dei miei figli fulgidi. No, ch'io mai non potrò...”). Interessante il fatto che Medea è sola, ma quando l'amore per i figli è presente si rivolge alle donne, quasi a voler farsi proteggere lei stessa da altre madri più tenere e amorevoli... Ma il ricordo della terribile umiliazione torna presto a riaccendere i truci propositi (“Eppure, no: che faccio? I miei nemici impuniti lasciar devo, ed oggetto essere a lor di riso? Ardire occorre”). E il piano abilmente concepito per distruggere Giasone con l'uccidere prima la nuova sposa, poi lo stesso re, e infine colpirlo al cuore con la morte dei figli stessi va avanti... Assistiamo inorriditi ad un'escalation di violenza inaudita e ormai irreversibile, visto che i bambini (inconsapevoli strumenti di morte), mandati dalla madre a portare come regalo di nozze il peplo avvelenato, non possono comunque continuare a vivere perché, se non dalla madre, sarebbero ora uccisi dal popolo infuriato per la strage a corte.

Per Norma, per fortuna, le cose vanno diversamente e il suo coltello non calerà sui teneri figli. La sacerdotessa riesce infatti a controllare la terribile rabbia e a far prevalere l'amore per la vita dei bambini, anche se il loro futuro è quanto mai incerto. Ma almeno non cadranno per mano materna! Diversamente da Medea, Norma è pronta a concepire un altro piano, che presto vedremo, mandando a chiamare Adalgisa.

È facile giudicare certi infanticidi e rimanerne inorriditi, comodamente seduti nella propria poltrona. Trattandosi di casi estremi, ci sfugge in genere la dinamica più profonda e contorta che li sottende. Ci piace pensare che siano cose “disumane e contro natura”, raptus fuori da ogni razionalità, che non potrebbero mai sfiorare noi o la nostra cerchia più vicina. Salvo cadere dalle nuvole quando uno di questi fattacci accade nel nostro paese, città o quartiere (“Chi l'avrebbe mai detto? Sembrava una persona così tranquilla e riservata!”). Eppure l'esistenza di gravi depressioni post-partum è ormai sindrome abbastanza frequentemente accertata e il passaggio dalla depressione a stati mentali più gravi, in donne con una psiche già fragile, a volte rimane sospeso a un filo, quel filo che ci separa dall'abisso! Basta una situazione di isolamento, l'abbandono affettivo del marito, un licenziamento... e la donna si può ritrovare “straniera” ed “esiliata” in casa propria, come la barbara Medea. Per il bambino vivere con una madre fortemente depressa può equivalere a una specie di morte psichica!

E non è ancora più probabile che una madre depressa rivolga infine l'aggressività repressa verso sé stessa (come viene in mente a Norma, dopo aver escluso l'assassinio dei figli), abdicando definitivamente a quel ruolo di madre tanto bello e gravoso? Ricordiamo che per i Greci la paideia (educazione dei giovani) passava anche attraverso il teatro, che fungeva da insegnamento catartico; vedere rappresentati gli orrori che derivavano dalle grandi passioni non controllate, serviva ad avvertire i giovani della necessità di autodisciplinarsi. Alla fine del famoso monologo prima citato, Euripide fa concludere il terribile discorso di Medea con queste parole: “Intendo ben che scempio son per compiere; ma più che il senno può la passione, che di gran mali pei mortali è causa”.

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(Interno dell'abitazione di Norma. Da una parte un letto romano coperto di pelle d'orso. I figli di Norma sono addormentati. Comparisce Norma con una lampa e un pugnale alla mano. Siede. È pallida, contraffatta.)

NORMA
Dormono entrambi,
Non vedran la mano
Che li percuote.
Non pentirti, o core;
Viver non ponno. Qui supplizio,
E in Roma obbrobrio avrian,
Peggior supplizio assai;
Schiavi d'una matrigna.
Ah! No! Giammai!
Sorge risoluta
Muoiano, sì.
Non posso avvicinarmi.
Un gel mi prende
E in fronte mi si solleva il crin.
I figli uccido!
Teneri figli.
Essi, pur dianzi delizia mia,
Essi nel cui sorriso
Il perdono del ciel mirar credei
Ed io li svenerò?
Di che son rei?
(risoluta)
Di Pollione son figli
Ecco il delitto.
Essi per me son morti!
Muoian per lui.
E non sia pena che la sua somigli.
Feriam.
(S'incammina verso il letto; alza il pugnale; dà un grido inorridita; al grido i fanciulli si svegliano.)
Ah! No! Son miei figli!
(Li abbraccia piangendo amaramente.) Olà! Clotilde!
(Entra Clotilde.)
Vola. Adalgisa a me guida.

CLOTILDE
Ella qui presso
Solitaria si aggira.
E prega e plora.
(esce)

NORMA
Va. Si emendi il mio fallo,
E poi, si mora.




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