24 aprile 2017

Norma (19) - "Qual cor tradisti, qual cor perdesti"

Scritto da Marisa

Finito il drammatico confronto con Pollione, di fronte alla fermezza di lui che non accetta di essere salvato sacrificando Adalgisa e che la implora di risparmiare i figli offrendo il proprio sangue, assistiamo ad un vero colpo di scena, un capovolvimento di tutta la situazione. E qui Norma innalza la sua statura umana e morale, diventando per sempre l'eroina impareggiabile che rimane nel nostro immaginario. La donna chiama tutti quelli che aveva precedentemente allontanato per rimanere sola con Pollione ed annuncia solennemente di essere pronta a rivelare il nome della vittima, da offrire al Dio per concludere il rito:

All'ira vostra
Nuova vittima io svelo.
Una spergiura sacerdotessa
I sacri voti infranse,
Tradì la patria,
E il Dio degli avi offese.
Ovviamente ci aspettiamo che faccia il nome di Adalgisa, ma nel suo cuore c'è stata una lotta terribile ed ora è pronta alla vittoria su sé stessa e finalmente a uscire allo scoperto, assumendosi la responsabilità della propria caduta e dei voti infranti per la passione verso quell'uomo che, davanti a lei, attende il verdetto di morte. In realtà il conflitto dura fino all'ultimo momento (“Io rea l'innocente accusar del fallo mio?”) e Pollione stesso cerca di fermarla, scongiurandola in ogni modo di non rivelare quel nome (“Oh! Ancor ti prego, Norma, pietà! ... Ah! Non lo dir!”), ma infine vince la verità, anche se questa le costerà la vita.

Alla solenne dichiarazione “Son io!”, segue un silenzio surreale. Mai pausa nel repertorio lirico è stata più significativa ed eloquente. Potenza del silenzio! Tutto viene sospeso in uno stupore e uno sbalordimento collettivo. È un vero fulmine a ciel sereno, l'incredulità iniziale è il segno di quanto nessuno avrebbe mai sospettato di lei, la sacerdotessa suprema, figlia del capo, amata e venerata da tutti per l'alto ruolo e la sua integrità. Proprio l'ultima persona di cui diffidare! E di fronte a tanto attonito stupore, Norma si erge impassibile e rincara la dose: ”Sì, sono io stessa, ergete il rogo!”, perché sa bene che ormai non c'è più niente da fare se non affrontare la morte. È la legge del suo popolo, che come sacerdotessa conosce anche meglio di altri, e sa che il rogo è inevitabile per chi si macchia delle colpe che lei stessa ha denunciato. Persino Pollione vorrebbe salvarla supplicando tutti di non crederle, ma fieramente lei rivendica la propria responsabilità: “Norma non mente!”.

Una volta venuta allo scoperto, sembra che Norma non tema più niente. È come in trance, tutto intorno a lei si allontana (la presenza del padre, i sacerdoti, i guerrieri; la vergogna stessa non esiste più...), ed è come se si ritrovasse sola con Pollione, l'unica presenza ancora viva per lei e con cui non ha finito di fare i conti, anche se con accenti del tutto nuovi. Le sue parole infatti sembrano provenire da un altro pianeta, da una lontananza carica però ancora di sentimento e di nostalgia; un accorato rimpianto in cui il rimprovero cede all'ineluttabilità della fine.
Qual cor tradisti, qual cor perdesti
Quest'ora orrenda ti manifesti.
Da me fuggire tentasti invano,
Crudel Romano, tu sei con me.
Un nume, un fato di te più forte
Ci vuole uniti in vita e in morte.
Sul rogo istesso che mi divora,
Sotterra ancora sarò con te.
Anche la musica trova accenti nuovi e si fa solenne, ma carica di emotività contenuta e scandita come se Norma parlasse in trance e si rivolgesse all'uomo che, nonostante tutto, continua ad amare, dando per scontato che lui non può capirla. È come se solo lei potesse vedere un destino guidato da una forza più grande di tutti e due, un destino a cui Pollione, nella sua spavalda sicurezza egoistica, pensava di potersi sottrarre, anzi di essere lui ad assoggettare ai suoi comodi, permettendosi di utilizzare il Dio dell'amore per sedurre Adalgisa. La sicurezza di Norma proviene dalla profondità del suo sentimento ed ora che è passata attraverso tutte le tempeste emotive che tale sentimento le ha procurato (dall'estasi iniziale al sospetto, alla gelosia, al rimpianto, alla rabbia, al bisogno di vendetta...) accetta anche di morire per esso, senza mai rinnegarlo. Stare con l'uomo amato, in vita e in morte, è l'unica realtà che conta e che nessuno può più mettere in discussione. Non ha più bisogno di nascondere un amore colpevole, celando persino l'esistenza dei figli, vivendo di sotterfugi e manipolando i responsi divini per assicurarsi la vicinanza dell'amante e risparmiargli la guerra. Vita e morte sono ritornate ad essere due facce della stessa medaglia e quello che conta è la continuità del suo sentimento: solo così la morte diventa l'unico modo per essere ancora insieme, che Pollione lo voglia o no, lo capisca o no.

Nei Celti la credenza nella vita dopo la morte era molto forte e il culto dei morti si basava proprio su di essa. Cesare ("De bello gallico" III, 22) ci informa che i capi avevano compagni o servi così devoti da accompagnarli volontariamene nella morte, e Diodoro afferma che essi credevano a tal punto nella sopravvivenza che gettavano nel rogo funebre delle lettere indirizzate al defunto... Non sorprende quindi che per Norma morire insieme all'uomo amato possa avverare un destino ineluttabile che si protrarrà anche oltre la morte. Nelle opere liriche in realtà è molto comune assistere alla speranza, o nella vera e propria fede, da parte di amanti che non possono vivere in terra il loro amore, di ritrovarsi a viverlo in cielo! Il cristianesimo ha alimentato ulteriolmente tali aspettative e quasi tutto il grande repertorio lirico del secolo XIX che pesca in drammi di amori contrastati (l'arguta sintesi di tanti melodrammi: il soprano e il tenore si amano, ma il baritono lo vuole impedire!) è intriso di fede cristiana.

Dopo le parole di Norma, assistiamo ad un altro colpo di scena. Quello che sembrava impossibile, e che neanche Adalgisa era riuscita ad ottenere, avviene spontaneamente. Pollione, davanti all'autoaccusa della sacerdotessa e alle sue lucide parole (non più di minaccia, ma ennesima prova d'amore), si pente e si getta ai suoi piedi, dichiarando un amore rinato.
Ah! Troppo tardi t'ho conosciuta!
Sublime donna, io t'ho perduta!
Col mio rimorso è amor rinato,
Più disperato, furente egli è!
Moriamo insieme, ah, sì, moriamo!
L'estremo accento sarà ch'io t'amo.
Ma tu morendo, non m'abborrire,
Pria di morire, perdona a me!
Sembra di assistere ad un risveglio dopo un periodo di letargo, un velo che cade dagli occhi prima offuscati, una nebbia che si dirada e offre in tutto il suo fulgore un paesaggio per troppo tempo nascosto e quasi dimenticato. In verità devo ammettere che questo ritorno di fiamma in Pollione mi è sempre sembrato forzato e poco autentico. D'accordo il pentimento ed anche il rimorso, ma un riaccendersi di passione così impetuoso non è poco credibile psicologicamente? E tutto l'amore folle sbandierato per Adalgisa, tanto da volerla rapire dagli altari e portarla a Roma, che fine ha fatto?

Forse la spiegazione è che, nonostante l'apetto adulto del proconsole, il suo orgoglio che non sopporta di essere salvato da una donna e la possibile accusa di viltà, la sua psiche sia rimasta fondamentalmente infantile: e capovolgimenti così rapidi dell'investimento libidico sono propri della psiche infantile. Non assistiamo divertiti agli improvvisi passaggi emotivi dei bambini, anche rispetto ai genitori da cui dipendono e che in realtà adorano, agli scoppi di collera (quando i loro capricci non vengono soddisfatti) che li portano a dire “Ti odio, vai via!” per passare subito dopo, riconciliati (soprattutto se ottegono ancora qualche nuovo gioco o gratificazione) ad abbracciare, baciare e dichiarare il loro enorme affetto? Si sa che la psiche dei bambini è ancora fragile, in formazione, che per loro le gratificazioni sono importanti e che tali scoppi di collera sono in fondo innocui, tanto che bisogna anche, in certa misura, permetterglieli. Ma, quando vediamo tali improvvisi sbalzi d'umore e repentini cambi di investimenti affettivi in un adulto, rimaniamo sconcertati.

Ma in fondo rimaniamo tutti un po' bambini, e i nostri investimenti affettivi non sono poi così stabili come vorremmo; il gioco delle seduzioni e il bisogno di novità hanno una grande parte nel comportamento relazionale. Non che non si possa cambiare oggetto negli investimenti affettivi adulti, tanto che le scappatelle sentimentali sono molto più frequenti di quanto non si ammetta, ma è molto improbabile che, pur ritornando dal partner ufficiale, rinasca una vera passione. In genere prevale l'affetto consolidato, le abitudini alla condivisione e (perché no?) anche un amore sincero, ma non la passione, e in realtà è meglio così. La passione è un fuoco destinato a bruciare e spegnersi con facilità, mentre un amore più tranquillo, basato sulla reciproca conoscenza e rispetto, offre più possibilità di serenità e durata. Evidentemente fa parte del carattere di Pollione l'impulsività, usare la passione come movente. E come solo poche ore prima era pronto a sfidare gli dei dei barbari e l'ira di Norma per soddisfare la passione per una fanciulla, ora, colpito dal coraggio e dalla fermezza di Norma, è pronto a morire con lei in un impeto di rinnovata passione!

Tra i due protagonisti si fa poi avanti Oroveso, il capo dei galli e padre di Norma. Per la prima volta lo sentiamo appellarsi proprio alla sua paternità. Non è il temibile guerriero che parla, ma un vecchio, che fa leva sui suoi capelli bianchi per intenerire la figlia che ha appena rivelato un misfatto che lo costringerebbe a decretarne la morte. Che terribile situazione, sia per un capo che per un padre! Per il capo che, ricordiamolo, è anche il referente supremo della casta sacerdotale, è il crollo della fiducia in una persona che fino ad un momento fa era la custode di ciò che di più sacro concerne la tribù e l'interprete fidata del volere del Dio; per il padre lo strazio di vedere la figlia di cui è sempre stato orgoglioso, cadere in una situazione di vergogna inaudita. Non riesce a crederci e lo sbalordimento è tale come accade ad uno che, davanti ad una catastrofe, pensa che sia solo un brutto sogno da cui svegliarsi il più presto possibile, o che chi ci porta la notizia funesta stia mentendo o delirando.
Oh! In te ritorna, ci rassicura!
Canuto padre te ne scongiura,
Dì che deliri, dì che tu menti,
Che stolti accenti uscir da te!
Tale è la fiducia che Oroveso, e con lui tutto il popolo, i guerrieri e i druidi ripongono in Norma, che si attaccano ad un'ultima speranza: la sacerdotessa è fuori di sé per qualche arcano motivo e la prova della sua innocenza è che il Dio non la sta punendo immediatamente, non manda alcun fulmine...
Il Dio severo che qui t'intende,
Se stassi muto, se il tuon sospende,
Indizio è questo, indizio espresso
Che tanto eccesso punir non de'!


Clicca qui per il testo del recitativo che precede.

POLLIONE Dammi quel ferro!

NORMA
Che osi? Scostati!

POLLIONE
Il ferro, il ferro!

NORMA
Olà, ministri, sacerdoti, accorrete!

(Ritornano Oroveso, i Druidi, i Bardi e i Guerrieri.)

NORMA
All'ira vostra
Nuova vittima io svelo.
Una spergiura sacerdotessa
I sacri voti infranse,
Tradì la patria,
E il Dio degli avi offese.

OROVESO E CORO
O delitto! O furor!
La fa palese!

NORMA
Sì, preparate il rogo!

POLLIONE
Oh! Ancor ti prego,
Norma, pietà!

OROVESO E CORO
La svela!

NORMA
Udite.
(Io rea l'innocente accusar
Del fallo mio?)

OROVESO E CORO
Parla. Chi è dessa?

POLLIONE
Ah! Non lo dir!

NORMA
Son io.

OROVESO E CORO
Tu! Norma!

NORMA
Io stessa. Il rogo ergete.

OROVESO E CORO
(D'orrore io gelo!)

POLLIONE
(Mi manca il cor!)

OROVESO E CORO
Tu delinquente!

POLLIONE
Non le credete!

NORMA
Norma non mente.

OROVESO
Oh! Mio rossor!

CORO
Oh! Quale orror!

Clicca qui per il testo di "Qual cor tradisti, qual cor perdesti".

NORMA
Qual cor tradisti, qual cor perdesti
Quest'ora orrenda ti manifesti.
Da me fuggire tentasti invano,
Crudel Romano, tu sei con me.
Un nume, un fato di te più forte
Ci vuole uniti in vita e in morte.
Sul rogo istesso che mi divora,
Sotterra ancora sarò con te.

POLLIONE
Ah! Troppo tardi t'ho conosciuta!
Sublime donna, io t'ho perduta!
Col mio rimorso è amor rinato,
Più disperato, furente egli è!
Moriamo insieme, ah, sì, moriamo!
L'estremo accento sarà ch'io t'amo.
Ma tu morendo, non m'abborrire,
Pria di morire, perdona a me!

OROVESO E CORO
Oh! In te ritorna, Ci rassicura!
Canuto padre te ne scongiura,
Dì che deliri, dì che tu menti,
Che stolti accenti uscir da te!
Il Dio severo che qui t'intende,
Se stassi muto, se il tuon sospende,
Indizio è questo, indizio espresso
Che tanto eccesso punir non de'!




Dimitra Theodossiou (Norma), Carlo Ventre (Pollione), Simon Orfila (Oroveso)
dir: Paolo Arrivabeni (2007)


Maria Callas, Mario Del Monaco, Giuseppe Modesti
dir: Tullio Serafin (1955)


Maria Callas, Mario Del Monaco, Nicola Zaccaria
dir: Antonino Votto (1955)


Montserrat Caballé, Robleto Merolla, Ivo Vinco
dir: Georges Prêtre (1971)

Leyla Gencer, Bruno Prevedi, Nicola Zaccaria
dir: Gianandrea Gavazzeni (1965)