21 febbraio 2012

L'Orfeo (3) - Toccata e prologo

Scritto da Christian


Trudeliese Schmidt (direttore: Nikolaus Harnoncourt)


L'opera di Monteverdi è divisa in un prologo e cinque "atti", che però sono più assimilabili a dei quadri che non ad atti veri e propri come verranno intesi nell'opera moderna. Già all'epoca della prima rappresentazione lo spettacolo era eseguito tutto di fila, senza intervalli (i cambi di scena avvenivano a sipario aperto, e peraltro sono solo due: i primi due atti e il quinto sono ambientati nelle campagne della Tracia, il terzo e il quarto nel regno degli inferi). Anche dal punto di vista musicale ci troviamo di fronte a un flusso continuo in cui le arie, i cori, i recitativi e i ritornelli musicali si succedono senza pause l'uno dopo l'altro.

Dopo una breve toccata suonata con le trombe (una specie di fanfara, che serviva sia come saluto alla corte che per richiamare l'attenzione degli spettatori sullo spettacolo che stava per cominciare), l'opera si apre con un prologo, un brano allegorico in cui la Musica impersonificata si rivolge agli spettatori, elogiando il potere della propria arte e introducendo i temi dell'opera, chiedendo infine al pubblico di fare silenzio. Si tratta di un preambolo che ricorda le introduzioni dei poemi e dei componimenti epici in cui l'autore invocava le muse, presentava al lettore gli argomenti che avrebbe trattato o ringraziava il signore di cui era al servizio. Le diverse stanze (in tutto cinque, di quattro versi ciascuna) sono separate l'una dall'altra da un gentile ritornello che viene ripetuto ogni volta con una strumentazione diversa e che si udirà anche successivamente (per esempio, all'inizio dell'ultimo atto): simboleggia infatti la "forza della musica", uno dei temi cardini dell'opera.

Clicca qui per il testo del brano.

LA MUSICA
Dal mio Permesso amato a voi ne vegno,
incliti eroi, sangue gentil de' regi,
di cui narra la fama eccelsi pregi,
né giunge al ver, perch'è tropp'alto il segno.

Io la Musica son, ch'ai dolci accenti
so far tranquillo ogni turbato core,
ed or di nobil ira ed or d'amore
poss'infiammar le più gelate menti.

Io su cetera d'or cantando soglio
mortal orecchio lusingar talora,
e in questa guisa a l'armonia sonora
de la lira del ciel più l'alme invoglio.

Quinci a dirvi d'Orfeo desio mi sprona,
d'Orfeo che trasse al suo cantar le fere
e servo fe' l'Inferno a' sue preghiere,
gloria immortal di Pindo e d'Elicona.

Or mentre i canti alterno, or lieti or mesti,
non si mova augellin fra queste piante,
né s'oda in queste rive onda sonante,
ed ogni auretta in suo cammin s'arresti.

Alcune note sul testo: negli oltre quattrocento anni trascorsi dalla pubblicazione della partitura sono stati tramandati alcuni errori di trascrizione che ancora oggi si possono udire nelle varie rappresentazioni e incisioni. Il più famigerato riguarda proprio il primissimo verso cantato dell'opera: "Dal mio Permesso amato" (il Permesso, che scende dal monte Elicona, era un fiume sacro alle Muse) che diventa talora "Dal mio Parnasso amato" (più noto con la grafia Parnaso, il Parnasso era il monte dove risiedeva Apollo), forse per eccessivo scrupolo nel correggere quello che sembrava un errore (il fiume Permesso è certamente meno noto del monte Parnaso!).

Qui sotto vi propongo alcune clip: da notare come nell'ultima a cantare non sia un soprano ma un controtenore (o meglio un contraltista, ovvero un uomo che canta nel registro del contralto).


Montserrat Figueras (direttore: Jordi Savall)



Efrat Ben-Nun (dir: René Jacobs)


Lynne Dawson (dir: John Eliot Gardiner)


Cecilia Gasdia (dir: René Jacobs)

David Cordier (dir: Stephen Stubbs)