27 febbraio 2012

L'Orfeo (6) - Orfeo ed Euridice

Scritto da Marisa

Eccoci al centro della storia e del dramma che tutti conosciamo. Virgilio e Ovidio hanno cantato diffusamente come, subito dopo le nozze, l'amata Euridice muoia in seguito al morso di una vipera e come, “dopo averla pianta abbastanza alla luce del sole” (Ovidio), Orfeo osi andare con la sua lira fin dentro il regno degli inferi e, dopo aver commosso sia Caronte che il feroce Cerbero, alla presenza di Ade e Persefone canti così appassionatamente facendo leva sui ricordi d'amore della coppia divina, da ottenere l'eccezionale grazia di poter riportare in vita Euridice a patto di non voltarsi fino all'uscita dalla soglia degli inferi, cosa che invece accade ed Orfeo perde così per sempre l'amata.

Da questa storia molto scarna sono scaturiti innumerevoli commenti, riflessioni e interpretazioni, oltre che ammonimenti più o meno moralistici (tipo aneddoti alla La Fontaine) sull'impazienza, l'impulsività o la mancanza di controllo che un amore appassionato può provocare. Ma di questo parleremo più avanti, perché quello che ci si può vedere è molto diverso, ma bisogna arrivarci addentrandosi meglio nel mito e leggendolo più attentamente.

Cominciamo con l'innamoramento di Orfeo. Trattandosi di un mito, e quindi di una traccia esemplare e fondamentale dell'animo umano, non possiamo cavarcela semplicemente prendendo la cosa come un dato di fatto e la banale considerazione che da giovani ci si innamora facilmente. Almeno chiediamoci “quando” ci si innamora e di “chi”. Che l'amore sia cieco è uno slogan che ci piace ripetere per non farci troppe domande, ma in realtà Eros, dio o demone (come preferiva chiamarlo Socrate), sa benissimo dove indirizzare le sue frecce. I ciechi siamo noi che, colpiti dalla passione, non abbiamo nessun interesse a cercare di guardare da dove nasce e dove ci vuol condurre un simile sconvolgimento. Per fortuna, o per disgrazia non si sa (croce e delizia!), il potere di Eros è grande se persino gli dei gli sono soggetti.

Nella sua opera più celebre, il “Symposium”, Platone, prima di cedere la parola a Socrate, ci presenta attraverso Aristofane uno strano ma interessantissimo mito sulle origini dell'amore, secondo cui originariamente gli uomini erano rotondi come delle palle perché costituiti da coppie strettamente avvinte e unite attraverso la parte frontale, con due teste, quattro arti superiori e quattro inferiori. C'erano tre combinazioni: maschio-maschio, maschio-femmina (ermafrodito) e femmina-femmina. Essendo sempre in coppia, erano praticamente autosufficienti ed erano diventati così indifferenti agli dei e arroganti per cui gli dei decisero di separarli tagliando il rotundum a metà e allontanando le due parti così divise. Da allora ogni metà soffre di nostalgia e cerca disperatamente il partner (l'anima gemella!) a cui ricongiungersi per ristabilire la beatitudine perduta. L'uomo tagliato in due diventa quindi “simbolo” (σύμβολον) che acquista il suo vero valore e senso solo quando si ricongiunge con la metà mancante e ritrova così l'unità con sé stesso.

Oltre a mettere sullo stesso piano l'amore etero e quello omosessuale, questa leggenda rende giustizia al grande anelito e bisogno dell'altro che si impossessa degli innamorati fino a desiderare di fondersi realmente in un'anima sola. Socrate completerà il discorso sull'amore riconoscendo Eros come figlio di Penia (la povertà) e di Poros (l'espediente) e stabilendo quindi che la motivazione principale che spinge all'innamoramento è la mancanza di quacosa di fondamentale che l'espediente dell'amore cerca di colmare attribuendo o riconoscendo all'amato/a quelle qualità che più ammiriamo e vagheggiamo.

Non so quanto Jung sia stato influenzato da Platone, ma una qualche risonanza c'è nella sua teoria dell'ermafroditismo psicologico e nella scoperta dell'Anima nell'uomo, intendendo per “Anima” una parte femminile interiore, una funzione psichica che lo guida verso la relazione sia entro sé stesso (all'esplorazione dell'inconscio) che fuori. Per Jung l'innamoramento si basa proprio sulla propria parte animica proiettata sulla donna. Va da sé che per la donna è la stessa cosa, solo che la controparte maschile proiettata sull'uomo è chiamata “Animus”.

Tornando ad Orfeo, all'inizio dell'opera lo vediamo innamorato felice di Euridice, ma in una delle arie più melodiose (“Vissi già mesto e dolente...”) Monteverdi ci parla di un tempo in cui Orfeo era senza Euridice e la sua ricerca d'amore non ancora esaudita. La mancanza che Orfeo sente e testimonia con i suoi canti riempie tanta poesia, musica e opere d'arte (il poeta infelice e innamorato è quasi uno stereotipo), essendo sostanzialmente il canto dell'anima esiliata da sé stessa, la nostalgia di un sentimento di pienezza e beatitudine, posto in età mitica (il paradiso terrestre) e ricercato attraverso l'amore.

Se il “quando” diventa così più chiaro (si è più disposti a innamorarsi quando la mancanza e la nostalgia della pienezza è maggiormente costellata), resta da capire di “chi” ci si innamora, cosa ancora più difficile perché il gioco delle proiezioni è molto complicato e illusorio.

Orfeo si innamora di Euridice, e qui la traccia viene dal nome stesso perché Euridice significa “colei che giudica in un vasto territorio”: era un nome che spettava solo alla regina degli inferi. Così il destino di Orfeo (il luminoso cantore che però ha già nel nome tracce di oscurità) è da subito indissolubilmente legato al regno dei morti. Ma c'è un altro nome che a volte sostituisce quello di Euridice, ed è – secondo Apollonio Rodio – Agriope, che significa “dal volto selvaggio”, attributo di Selene, la parte oscura della Luna; sotto questo nome i discepoli di Orfeo riconoscevano la madre di Museo, il figlio attribuito ad Orfeo e suo successore nel portare avanti le opere delle Muse. Anche sotto questo nome la sposa di Orfeo è portatrice di quell'aspetto complementare (il femminile lunare e sotterraneo) che manca alla coscienza maschile, troppo orientata e centrata sull'aspetto solare e apollineo. Il nome Agriope a volte è sostituito con Argiope, “dal volto luminoso”, e così i contrari si riuniscono in un gioco di specchi.

Possiamo dunque dire che Orfeo è irresistibilmente attratto dalla controparte femminile che rappresenta la sua anima lunare, profondamente legata alla morte, a cui deve ricongiungersi; e l'innamoramento capta in Euridice la donna giusta per realizzare il proprio destino. Orfeo unito ad Euridice realizza quel momento di estasi in cui la proiezione coincide con la sua immagine esteriore.

Nella mitologia induista le coppie perfette sono tante (Krishna e Rukmini o Radha, Shiva e Parvati, Vishnu e Lakshmi, Rama e Sita, Brama e Sarasvati, ecc...) perché ogni divinità maschile ha strettamente legata a sé un femminile che è la propria parte attiva, la manifestazione della propria potenza, la propria anima per dirla con Jung, che si manifesta anche all'esterno come donna reale e che acquista così autonomia per permettere l'azione nel mondo, vero canale tra l'attività mentale e la realizzazione.

Il momento della felicità sulla terra è breve, lo sappiamo, e quella di Orfeo dura pochissimo perché vediamo molto presto (nell'opera di Monteverdi avviene nel giorno stesso delle nozze) Euridice morire, morsa al piede da un serpente, forse una vipera. E qui ci sarebbe molto da dire sia sulla brevità della felicità, sia sul tipo di morte: il morso del serpente, una delle morti maggiormente simboliche, essendo il serpente una delle raffigurazioni più evidenti del passaggio da uno stato all'altro per la sua facoltà di cambiamento e di trasformazione attraverso la muta; passaggio in tutte e due i sensi, sia dalla vita alla morte che rinnovamento e rinascita. “Chi sa se il vivere non sia morire e il morire invece vivere?”, recita Euripide riproducendo un verso orfico.

Mi limito ad affidare a Rilke il tema della caducità, che vede nei “Sonetti ad Orfeo” e nelle “Elegie Duinesi” la sua espressione più perfetta, e ne trascrivo solo qualche verso per rendere palpabile il clima dell'inesorabile cambiamento che incombe su ogni momento felice, anche in amore, quando gli amanti si aspettano invece (giurandoselo a vicenda) tutt'altro:

“... E l’abbraccio, per voi, è una promessa
quasi d’eternità. Eppure, dopo lo sgomento
dei primi sguardi, e lo struggersi alla finestra
e la prima passeggiata fianco a fianco,
una volta per il giardino,
amanti, siete amanti ancora? ...”


(seconda elegia, vv. 59-63)