Elsa, se io dovrò essere tuo sposoAppena dopo aver salutato il Re, il cavaliere chiede ad Elsa, come contropartita per battersi per lei, la sua mano e il solenne giuramento di non cercare mai di indagare sulla sua identità. Elsa, che vediamo già prostrata umilmente ai suoi piedi in completa offerta di sé stessa (“Come io giaccio ai tuoi piedi, così corpo ed anima dono in tua balía”), accetta immediatamente e non ha nessuna titubanza a profferire un simile giuramento: “Mai, o Signore, mai m'uscirà la domanda!“. Fermiamoci un po' su questo cruciale passaggio.
e terra e popolo guardare per te,
e niente mai da te dovrà strapparmi,
una cosa sola tu dovrai giurarmi:...
Mai non dovrai domandarmi,
né ti struggerai di sapere,
da qual regione sia venuto,
né quale sia il mio nome e la mia stirpe!
Nella situazione in cui Elsa si trova, sembra una richiesta quasi da nulla, quasi una formalità. Cosa può importare di conoscere il nome e la provenienza di un “salvatore”, per di più bellissimo e di cui si è già perdutamente innamorati, ad una fanciulla inesperta, ingenua e in pericolo di morte? La situazione è già completamente asimmetrica (Elsa impotente di fronte all'accusa infamante e lo splendido cavaliere in grado di ristabilire la giustizia e salvarla) e la richiesta del giuramento non fa che aumentare tale asimmetria, poiché il cavaliere sa bene il nome e l'appartenenza regale della fanciulla a cui chiede di rimanere “sconosciuto”.Questa “asimmetria” di partenza riflette la condizione di assoggettamento sociale e culturale in cui si è venuta a trovare la donna nel periodo patriarcale, praticamente da sempre in epoca storica, perché il “matriarcato” sembra essere confinato nel remotissimo tempo pre-storico in cui non si conosceva ancora l'esatta dinamica della riproduzione e il ruolo maschile in essa, mentre si vedeva che dal grembo femminile scaturiva una nuova vita e si tendeva ad attribuirne il merito soltanto alla donna e ai suoi legami con il mondo magico, soprattutto lunare, le cui fasi di ingrossamento e assottigliamento analogicamente richiamavano la gravidanza. Il potere del femminile, di cui resta traccia nei miti sulle Amazzoni e le religioni legate alla Grande Madre, era prevalentemente legato ai misteri della fecondità ed è stato completamente soppiantato dal patriarcato con le sue religioni monoteiste (Ebraismo, Cristianesimo e Islam), ma già in Grecia e a Roma il potere maschile aveva relegato in secondo piano il femminile, la natura e la donna.
Sul piano giuridico poi la situazione è sempre stata molto sbilanciata a favore del maschile e degli uomini, tanto che nei diritti famigliari si riconosceva solo la “patria potestas” e i figli venivano legittimati solo se il padre li riconosceva come propri sollevandoli da terra. Anche nel mondo nordico, in tutta l'area scandinava dominata dalla religione dell'Edda con il panteon riunito intorno ad Odino, la predominanza del maschile è indubbia e la condizione della donna subordinata ad essa, anche se con qualche concessione maggiore rispetto ad altre culture. Nel medioevo, in particolare, l'importanza della donna sparisce quasi completamente per ritornare in modo sublimato e molto particolare nella poesia provenzale e nell'amor cortese. Ma questa evoluzione del rapporto uomo-donna è molto complessa e merita di essere presa in considerazione in altra sede.
Nel "Lohengrin" vediamo che Elsa non ha il diritto di difendersi da sola; le sue affermazioni di innocenza non valgono nulla se non sono sostenute con le armi da un cavaliere pronto a battersi per lei. Questo la rende completamente dipendente dalla forza maschile, anche se si tratta di un cavaliere “nobile” e del tutto disposto a crederle, a sostenerne l'innocenza e persino diventare suo sposo, il che sembrerebbe metterla su un piano di parità. In fondo marito e moglie non sono due parti della stessa unità e non condividono lo stesso destino? Apparentemente...
Elsa è del tutto in accordo con questa situazione. È completamente integrata nel mondo patriarcale e non sospetta nemmeno che possa esserci per la donna un'altra condizione. È talmente assoggettata allo schema della dipendenza che non può non essere profondamente e sinceramente grata al suo cavaliere-salvatore (“In te io debbo perdermi, innanzi a te svanire...”) che vorrebbe annullarsi davanti a lui pur di godere della sua intimità.Anche Psiche si trova in una situazione “asimmetrica” e di ignoranza dell'identità del proprio partner. Ma ricordiamoci che Psiche, come si deduce dal nome stesso, rappresenta non solo una fanciulla, ma la parte “femminile” dell'essere umano stesso, la sua parte psichica appunto, un'istanza della persona in formazione e che deve evolvere, destinata a elevarsi proprio attraverso il mistero dell'amore e il lavoro che sarà disposta a fare per ricongiungersi con Eros, divinizzandosi a sua volta. La promessa sembra comunque simile ed anche Psiche accetta di non tentare di scoprire l'identità dello sposo misterioso, pena la perdita di lui. Psiche però ha già goduto il frutto dell'amplesso e si trova in uno stato “paradisiaco”, una “luna di miele” in cui, completamente appagata nei sensi, si bea di tale situazione. Elsa invece promette senza aver avuto ancora nessuna esperienza di intimità erotico-sessuale, ma solo presa dalla necessità impellente di salvare la propria vita e in preda di una completa idealizzazione del maschile, vista la propria impotenza femminile.
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LOHENGRIN (der das Ufer verlossen hat und langsam und feierlich in den Vordergrund vorgeschritten ist, verneigt sich vor dem König) Heil, König Heinrich! Segenvoll mög Gott bei deinem Schwerte stehn! Ruhmreich und gross dein Name soll von dieser Erde nie vergehn! KÖNIG Hab Dank! Erkenn ich recht die Macht, die dich in dieses Land gebracht, so nahst du uns von Gott gesandt? LOHENGRIN (mehr in die Mitte tretend) Zum Kampf für eine Magd zu stehn, der schwere Klage angetan, bin ich gesandt. Nun lasst mich sehn, ob ich zu Recht sie treffe an. - (Er wendet sich etwas näher zu Elsa) So sprich denn, Elsa von Brabant: - Wenn ich zum Streiter dir ernannt, willst du wohl ohne Bang und Graun dich meinem Schutze anvertraun? ELSA (die, seitdem sie Lohengrin erblickte, wie in Zauber regungslos festgebannt war, sinkt, wie durch seine Ansprache erweckt, in überwältigend wonnigem Gefühle zu seinen Füssen) Mein Held, mein Retter! Nimm mich hin! Dir geb ich alles, was ich bin! LOHENGRIN (mit grosser Wärme) Wenn ich im Kampfe für dich siege, willst du, dass ich dein Gatte sei? ELSA Wie ich zu deinen Füssen liege, geb ich dir Leib und Seele frei. LOHENGRIN Elsa, soll ich dein Gatte heissen, soll Land und Leut ich schirmen dir, soll nichts mich wieder von dir reissen, musst Eines du geloben mir: - Nie sollst du mich befragen, noch Wissens Sorge tragen, woher ich kam der Fahrt, noch wie mein Nam und Art! ELSA (leise, fast bewusstlos) Nie, Herr, soll mir die Frage kommen! LOHENGRIN (gesteigert, sehr ernst) Elsa! Hast du mich wohl vernommen? (noch bestimmter) Nie sollst du mich befragen, noch Wissens Sorge tragen, woher ich kam der Fahrt, noch wie mein Nam und Art! ELSA (mit grosser Innigkeit zu ihm aufblickend) Mein Schirm! Mein Engel! Mein Erlöser, der fest an meine Unschuld glaubt! Wie gäb es Zweifels Schuld, die grösser, als die an dich den Glauben raubt? Wie du mich schirmst in meiner Not, so halt in Treu ich dein Gebot! LOHENGRIN (ergriffen und entzückt sie an seine Brust erhebend) Elsa, ich liebe dich! (Beide verweilen eine Zeitlang in der angenommenen Stellung.) DIE MÄNNER UND FRAUEN (leise und gerührt) Welch holde Wunder muss ich sehen? Ist's Zauber, der mir angetan? Ich fühl das Herze mir vergehen, schau ich den hehren, wonnevollen Mann! (Lohengrin geleitet Elsa zum König und übergibt sie dessen Hut, dann schreitet er feierlich in die Mitte des Kreises.) |
LOHENGRIN (che ha abbandonato la riva e lentamente e solennemente è avanzato verso il proscenio, s'inchina davanti al Re) Salute, Re Enrico! Benedicente possa Iddio stare presso la tua spada! Glorioso e grande possa il tuo nome giammai perire su questa terra! IL RE Grazie! S'io bene riconosco la potenza, che in questo paese t'ha portato a noi tu vieni, messo del Signore? LOHENGRIN (avanzandosi maggiormente verso il centro) A sostenere battaglia per una fanciulla, fatta segno a grave accusa, sono io inviato. Lasciate ora ch'io veda, se giusto è il mio incontro con lei!... (Si volge verso Elsa avvicinandosi a lei) Parla, dunque, Elsa di Brabante:... Se sono scelto per tuo campione, vuoi tu senza alcun timore ed orrore affidarti alla mia protezione? ELSA (la quale, da poi che ha visto Lohengrin è rimasta senza movimento, come sotto l'influsso d'un incantesimo, quasi svegliata dal suo discorso, cade ai suoi piedi, sopraffatta da un dolcissimo sentimento) Mio Eroe, mio salvatore! Portami via! A te intera io mi dono, quale io mi sia! LOHENGRIN (con grande ardore) Se in campo io vinco per te, vuoi che io sia il tuo consorte? ELSA Come io giaccio ai tuoi piedi, così corpo ed anima dono in tua balía. LOHENGRIN Elsa, se io dovrò essere tuo sposo e terra e popolo guardare per te, e niente mai da te dovrà strapparmi, una cosa sola tu dovrai giurarmi:... Mai non dovrai domandarmi, né ti struggerai di sapere, da qual regione sia venuto, né quale sia il mio nome e la mia stirpe! ELSA (sommessamente, quasi incosciente) Mai, o Signore, mai m'uscirà la domanda! LOHENGRIN (con voce più alta, molto serio) Elsa! M'hai tu ben compreso? (con tono ancora più deciso) Mai non dovrai domandarmi, né ti struggerai di sapere, da qual regione io sia venuto, né quale sia il mio nome e la mia stirpe! ELSA (con grande fervore alzando a lui lo sguardo) Mio schermo! Mio angelo! Mio salvatore, che saldo credi alla mia innocenza! Quale colpa nel dubitare potrebbe mai darsi maggiore / di quella che togliesse d'aver fede in te? Come tu mi proteggi nel mio periglio, così fedelmente il tuo comandamento io osserverò! LOHENGRIN (commosso e rapito alzandola al suo petto) Elsa, io t'amo! (Ambedue rimangono un certo tempo in questa posizione.) GLI UOMINI E LE DONNE (commossi, sommessamente) Quale dolce miracolo debbo io vedere? È incanto, quel che mi prende? Sento, che mi si smarrisce il cuore, s'io contemplo quell'augusta dolcissima figura! (Lohengrin accompagna Elsa dal Re e l'affida alla sua protezione, quindi s'avanza solennemente nel mezzo della scena.) |
dir: Claudio Abbado (1990)
Placido Domingo (Lohengrin), Cheryl Studer (Elsa), Robert Lloyd (König Heinrich)
"Wenn ich im Kampfe für dich siege" dir: Rudolf Kempe Jess Thomas (Lohengrin), Elisabeth Grümmer (Elsa) | "Se in campo avrò la palma" (in italiano) Alessandro Ziliani (Lohengrin), Maria Caniglia (Elsa) |

In genere ci si sofferma poco sull'immagine del cigno, liquidandolo solo come “opera di magia” in senso generico, senza entrare nello specifico simbolismo proprio di questo elegante e bellissimo animale.
Esso compare all'inizio e alla fine dell'opera e quindi si può dire che inquadra tutto il dramma, facendo da cornice; merita perciò un momento di attenzione perché è come se tutta l'avventura si svolgesse entro il suo immaginario simbolico. Conosceremo solo alla fine il suo mistero, quando Ortruda stessa confesserà di essere stata lei, con le sue arti magiche, a trasformare il giovane principe Goffredo, fratello di Elsa, in cigno. Ma come questi sia andato a finire nel mondo da cui proviene il cavaliere rimane un mistero. Il legame tra i due, comunque, è molto interessante dal punto di vista psicologico, perché tra fratello e cavaliere interno c'è spesso una corrispondenza e una sovrapposizione simbolica (fratello, amico, amante...).
Il cigno compare in tante mitologie e racconti popolari, in virtù della suggestione che la sua bellezza, il suo candore e la sua eleganza hanno sempre esercitato sull'immaginazione. L'appartenenza ai tre regni (acqua, cielo e terra, in quanto uccello acquatico che nidifica sulla terra) e la sua trasmigrazione ne fanno un simbolo elusivo di capacità di rapporto tra “cielo e terra” e quindi di immanenza e trascendenza, così come di ermafroditismo (aspetto sia lunare che solare per la sua bianchezza lunare e per l'associazione agli dei diurni e solari come Apollo e Zeus).
Tornando al "Lohengrin", alla fine della scena seconda del I atto, dopo l'accorata invocazione di Elsa, vediamo comparire un magnifico cigno bianco che conduce una navicella da cui scende uno splendido cavaliere con corazza argentea. L'animale viene salutato e ringraziato in modo sublime dal cavaliere stesso al momento del congedo, un canto quasi religioso, come la musica sottolinea ("Mein lieber Schwan!").
Siamo subito, quindi, avvertiti che si tratta di un animale speciale, un messaggero (le grandi ali e la purezza del bianco fanno subito pensare agli angeli e alla loro funzione di mediatori e viaggiatori celesti).
Tutta la scena ispira solennità e sacro stupore, e contribuisce a elevare la vicenda su un piano soprannaturale, in cui l'intervento divino si mescola alle vicende umane.
Vediamo ora le principali linee guida di questa prima situazione.
È sicuramente molto importante, e un indizio prezioso, il fatto che Elsa non si aspetti un aiuto da un uomo qualsiasi ma da quello visto in sogno. Questo particolare ha dato adito alle interpretazioni che fanno di Elsa una povera allucinata e quindi un caso psichiatrico, una persona che è completamente fuori dalla realtà e vive solo nel suo mondo delirante, una psicotica insomma... Se invece rimaniamo più aderenti a come Wagner ci presenta la scena, possiamo osservare che nessuno prende Elsa per pazza, ma tutti restano impressionati dalla sua aria assorta, mistica e come rapita in una visione che diventa ben presto “preveggenza”, perché il cavaliere misterioso si manifesta veramente, a meno di non parlare di una psicosi collettiva... Questo ci conduce verso il riconoscimento di un mondo intrapsichico, una realtà dell'anima che opera e si rende manifesta nelle sue conseguenze anche sul piano della realtà fisica, una vera e propria corrispondenza tra interno ed esterno, microcosmo e macrocosmo...
L'opera comincia nella prateria lungo le sponde del fiume Schelda, nei pressi di Anversa (l'attuale Belgio), dove il re Enrico I di Sassonia è giunto a chiedere ai nobili brabantini un aiuto militare per la sua spedizione contro le popolazioni orientali, gli Ungari, che si stanno ribellando minacciosamente all'Impero. Federico di Telramondo, reggente del ducato del Brabante, rievoca davanti al re la confusa situazione del paese: Goffredo, il legittimo erede al trono, affidato alla tutela di Federico insieme alla sorella Elsa, è scomparso; e Federico, su testimonianza della moglie Ortruda, accusa proprio Elsa di fratricidio.
Quando, per la prima del 7 dicembre 2012, la Scala ha messo in scena il "Lohengrin" con la direzione di Daniel Barenboim e la regia di Claus Guth, le aspettative erano tante e piuttosto confuse, ma mai mi sarei immaginata una realizzazione così “bassa” e “brutta”. Bassa perché il regista ha fatto di tutto per abbassare il piano “alto”, quasi sovrumano-misterioso, in cui si muove l'opera; brutta (nonostante il tenore Jonas Kaufmann, bello e bravo anche!) perché esteticamente ridicola e poverissima.
“Bisogna saper che ogni cosa fa rima”. Come riassumere in modo più esatto e sintetico la legge dell'Analogia, quella misteriosa concordanza e corrispondenza che lega aspetti apparentemente così lontani ad un occhio e un orecchio superficiale, ma che è alla base della possibilità di cogliere il senso (non la spiegazione!) della vita che ci scorre davanti non in modo casuale e caotico, ma legata insieme e pervasa da “quell'Amor che muove il sole e l'altre stelle”? Ecco, è solo così, tenendo presente che “Tutto è simbolo e analogia” (come dice Pessoa nel suo “Faust”), che posso accingermi ad entrare nel mondo altamente simbolico del Lohengrin e restituire ad esso quei significati che possono essere ancora validi per la nostra coscienza.
Ed ecco brevemente la favola di
Disperata, Psiche (che ora è realmente innamorata perché si è ferita con la freccia del dio) lo cerca per tutta la terra e, dopo avere anche tentato il suicidio, si reca nel palazzo di Venere per sottomettersi a lei e cercare di riacquistarne i favori in vista di un possibile ritrovamento di Eros. Venere la sottopone a durissime prove (separare in una sola notte un grandissimo mucchio di semi, recuperare fiocchi di lana d'oro dal vello di montoni feroci, riempire un'ampolla di acqua da una sorgente inaccessibile), che Psiche porta a buon fine con l'aiuto di animali soccorrevoli (le formiche, un'aquila) o di elementi della natura (le canne). C'è infine la prova più difficile, che la conduce addirittura nel regno dei morti per chiedere alla Regina degli inferi, Persefone, un vasetto della sua bellezza da portare a Venere, prova che Psiche porta a buon esito con l'aiuto di un elemento costruito dall'ingegno umano: una torre (il significato simbolico degli elementi che aiutano Psiche è ampiamente trattato da 


