Terminato il quartetto, ritroviamo in scena Carolina e Paolino.
E' la prima volta che hanno l'occasione di parlare da soli in seguito al loro ultimo contatto, che ha aperto il primo atto dell'opera.
Nel frattempo è successa almeno una cosa di rilievo che Carolina sente il bisogno di confidare allo sposo.
Infatti, come ho scritto in questo post, Geronimo aveva ricevuto una proposta di matrimonio anche per la figlia minore. E' proprio in questo momento che Paolino ne viene a conoscenza. Di certo, non può esserne contento: si tratta di un ulteriore elemento di complicazione della sua vicenda amorosa.
Ma questo non significa che il giovane si dia per vinto. Egli, come dichiara alla sposa, ha intenzione di affidarsi al Conte perché questi difenda la sua causa. Legittimamente, Carolina gli chiede cosa potrebbe fare in caso il Conte si rifiutasse di prendere un tale impegno; in caso di disperazione, Paolino sa di potersi gettare ai piedi di Fidalma, che lo ha sempre trattato con gentilezza e rispetto: la donna, infatti, "del fratello suo possiede il core" e quindi potrebbe eventualmente fare da mediatrice.
Finisce così il breve dialogo tra i giovani sposi, visto che il Conte è solo e sembra essere il momento adatto per parlargli.
Il recitativo continua così tra Paolino e il Conte, mentre Carolina è uscita di scena.
Paolino si fa coraggio e dice al nobile di aver bisogno di lui. Ma anche il Conte ha qualcosa da dire al giovane suo protetto. Il Conte fa capire a Paolino che Elisetta non gli piace e che non intende sposarla: è Carolina che, invece, gli ispira sinceri sentimenti d'amore.
Come potrete immaginare, la tensione sale ancora. Si tratta, infatti, di un ulteriore elemento di complicazione che agisce su due piani:
- da una parte lede le intenzioni di Geronimo e le smanie di Elisetta;
- dall'altra, invece, si pone come ulteriore ostacolo all'annuncio dell'unione segreta tra Paolino e Carolina.
Paolino, allora, chiede al padrone quale argomentazione userà per disimpegnarsi con Geronimo nei confronti di Elisetta. Qui riemerge il concetto del matrimonio combinato con fini esclusivamente economici: l'interesse prevale sugli affetti. Il Conte, infatti, è molto rapido e deciso a dare la propria risposta: basterà accontentarsi di metà della dote promessa (cioè di 50.000 scudi un luogo di 100.000) e tutto si sistemerà, senza tenere in alcuna considerazione i sentimenti che potrebbero provare ora Elisetta (apertamente rifiutata) ora Carolina (già sposata).
Si conclude così questo recitativo, di cui segue il testo.
Clicca qui per il testo del recitativo.
CAROLINA
Ah, Paolino mio...
PAOLINO
Sposa mia cara...
CAROLINA
Di poterti aver solo
io non vedevo l'ora.
Sappi che ogni dimora
è omai precipitosa;
mio padre a un Cavalier va a farmi sposa.
PAOLINO
Ci mancava anche questa
per più inasprirlo al caso!
Ma non perdo il coraggio. Al conte subito
vado a raccomandarmi.
CAROLINA
Ma se sdegnasse il Conte
d'entrar in questo impegno?
PAOLINO
Di lui punto non dubito;
ma al caso disperato, o cara mia,
a pie' mi metterei della tua zia:
sa essa cos'è amore,
e del fratello suo possiede il core.
CAROLINA
E te ne fideresti?
PAOLINO
Sì: con bontà mi tratta, e con dolcezza,
anzi, quasi direi che m'accarezza.
CAROLINA
In qualunque maniera
non devi differir. Vedi là il Conte,
cogli questo momento.
Datti coraggio; io mi ritiro intanto
tutta, tutta agitata.
Ti assista amor che la cagion n'è stata.
PAOLINO
Cara, son tutto vostro. Amor pietoso,
quanto grato ti sono. Anima mia,
della gioia l'eccesso
quasi quasi mi trae fuor di me stesso,
brillar mi sento il core,
mi sento giubilar;
Ah! più felice amore
di questo non si dà.
Datemi, o cara, un pegno
d'amore e fedeltà;
Io sono un impaziente
che tollerar non sa.
(Carolina parte)
PAOLINO
Sì, coraggio mi faccio
giacché solo qui viene.
CONTE
Amico mio,
io vo di te cercando,
smanioso, ansioso, ch'è di già mezz'ora.
Ho di te gran bisogno.
PAOLINO
Ed io di voi.
CONTE
Sì: quello che tu vuoi. – Per te son io,
ma prima dir mi lascia il fatto mio.
PAOLINO
Sì, signore, parlate.
CONTE
All'amor, Paolino,
che sempre t'ho portato,
sempre tu fosti grato.
Però non serve qui di far preamboli;
ma veniamo alla breve,
ché, senza far un giro di parole,
ciascheduno può dir quello che vuole.
PAOLINO
Benissimo. Veniamo dunque al fatto.
CONTE
Tu sai che ho già disposto
di richiamarti a casa
fra pochi mesi, e darti del contante
perché tu pur divenga un buon mercante.
Sì, già lo sai, non serve un tal racconto;
ma, alla breve, alla breve,
quello che si vuol dir, dire si deve.
PAOLINO
Ebbene, signor mio,
lo sbrigarvi sta a voi.
CONTE
Sentimi dunque.
Sia com'esser si voglia,
o per l'una o per l'altra
delle ragioni che non si comprendono,
o sia come si sia,
perché fare gran chiacchiere non soglio;
la sposa non mi piace, e non la voglio.
PAOLINO
Che cosa dite adesso?
CONTE
Dico assolutamente
che non la voglio.
PAOLINO
E come mai potreste
oggi disimpegnarvene?
CONTE
Facilissimamente.
Invece di sposare la maggiore
sposerò la cadetta:
dei cento mila invece per la dote,
sol di cinquanta mila io mi contento.
Ecco tutto aggiustato in un momento.
Quella, quella mi piace,
quella m'ha innamorato. Ora, da bravo:
vanne, fa presto, al padre ciò proponi.
Sciogli, conchiudi, e poi di me disponi.
PAOLINO
(Me infelice!)
CONTE
Cos'hai?
PAOLINO
Niente, signore.
CONTE
Va dunque, va, fa presto.
PAOLINO
(Misero me, che contrattempo è questo!)
La successiva aria ha la forma del duetto.
Da notare la diversità degli atteggiamenti di Paolino prima e del Conte poi.
Paolino, infatti, appare titubante; è chiaro che non sa cosa dire e così si appella a vaghe espressioni, come quando dice "la civiltà, l'onore, di tutti lo stupore", ecc. Dal canto suo, invece, il Conte appare abbastanza deciso nel suo pensiero: ormai l'innamoramento per Carolina sembra irreversibile e coinvolge per intero la sua sfera emozionale.
La musica di Cimarosa esprime bene questa diversità di "vedute". Se, da un lato, la linea melodica di Paolino si caratterizza per la presenza di cromatismi ed abbellimenti (che, musicalmente parlando, sono utilizzati per esprimere l'incertezza e la titubanza del personaggio), il canto del Conte, dall'altro, appare invece deciso e si sviluppa su accenti ben definiti, che evidenziano il vigore delle intenzioni del nobile.
Insomma, sia testualmente che musicalmente, il duetto presenta due punti di vista al momento inconciliabili. Sarà nel secondo atto che potremo osservare se ed in che misura tale diversità di vedute possa in qualche modo trovare una soluzione.
Vi lascio al testo dell'aria e agli ascolti relativi.
Clicca qui per il testo del brano.
PAOLINOSignor, deh concedete...
Sdegnarvi io non vorrei...
Pensate, riflettete...
Il dispiacer di lei...
La civiltà, l'onore...
Di tutti lo stupore...
Ah, che mi vo' a confondere!
Ah, più non so che dir!
CONTE
Tu cosa vai dicendo,
tu cosa vai seccando?
Non star più discorrendo,
a te mi raccomando.
L'amabile cadetta
mi stimola, m'affretta;
non posso più resistere,
mi sento incenerir.
PAOLINO
Quel fuoco che v'accende,
un altro forse offende...
Ah, sento proprio il core
che in sen mi va a languir!
CONTE
Il fuoco che m'accende
da me più non dipende:
non sposo la maggiore
se credo di morir.
(Partono)
Roberto Coviello e Paolo Barbacini
Claudio Nicolai e David Kuebler | Dong-II Park e Moreno Patteri |
Alberto Rinaldi e Ryland Davies

























Orfeo torna dagli inferi profondamente trasformato e quindi anche il suo canto è inevitabilmente diverso. Cosa canta ora che ha visto l'altra faccia della vita, che ha gustato con i morti “il loro papavero”?
Al centro dei misteri c'è la vicenda di Dioniso Zagreo (che significa "cacciatore di anime"). Figlio di Zeus e di Persefone, Zagreo riceve dal padre il trono del mondo, ma i Titani invidiosi lo traggono in inganno con vari oggetti, tra cui uno specchio (parte del rituale orfico). Nonostante le varie trasformazioni del fanciullo per sfuggire alle intenzioni malvagie dei Titani, questi riescono a catturarlo nel momento in cui assume le sembianze di un toro, lo sbranano e lo divorano crudo. Atena ne salva il cuore e lo porta a Zeus, il quale trangugiandolo e unendosi a Semele genera un nuovo Dioniso, gloriosa risurrezione di Zagreo. Per la loro empietà i Titani vengono inceneriti da Zeus: proprio dalle loro ceneri sorgerà il genere umano, in cui troviamo dunque riuniti i due principi, quello titanico e quello dionisiaco.
Per quanto riguarda l'orfismo posso dire che siamo di fronte a una delle più affascinanti correnti di pensiero, filosofie e stili di vita; forse la più antica forma di religiosità personale, contrapposta a forme ufficiali, “di stato”, e quindi sempre in odore di eresia.
Dopo che Orfeo si è voltato, Ermes non può che riaccompagnare definitivamente Euridice nel regno dei morti: questa scena è diventata l'immagine più commovente di ogni addio, raffigurata tante volte nelle stele attiche dei luoghi di culto dei defunti. E Orfeo, tornato solo, si chiude prima nel suo dolore, in profonda elaborazione del lutto, e poi si apre a una nuova fase, perché dal viaggio nell'oltretomba torna profondamente trasformato; e come potrebbe essere altrimenti per chi ha visto l'altra faccia della vita? L'iniziazione è compiuta e i nuovi canti saranno ormai la testimonianza della “sapienza” acquisita con tanto dolore.
Proseguiamo ora con l'ultimo atto della vita di Orfeo: la morte. È stato detto che Orfeo, dopo il ritorno dall'Ade, disdegnasse la compagnia delle donne, circondandosi solo di uomini ai quali trasmetteva gli insegnamenti segreti (a lui viene fatta risalire anche l'omofilia), e che per questo fu punito dalle
Ed eccoci all'atto finale: la morte ad opera delle Baccanti, le sfrenate seguaci di Dioniso che celebravano i loro riti selvaggi sui monti del Pangeo. Esse lo assalirono e lacerarono il corpo smembrandolo e disperdendone i pezzi, come facevano in pieno furore estatico con gli animali. Secondo il mito, la testa di Orfeo fu portata dai flutti del mare sino alla foce del fiume Melete, presso Smirne, dove più tardi avrebbe avuto i natali Omero; oppure, secondo un'altra versione, la testa giunse cantando alle coste dell'isola di Lesbo, patria di sommi poeti quali Saffo e Pindaro. La lira fu invece portata in cielo da Apollo e risplende nella sua 

Orfeo ha perso Euridice. La breve stagione della realizzazione – attraverso la magia dell'amore – e della pienezza è finita, e il vuoto e la disperazione sono enormi. Euridice ha svolto il suo compito di far intravedere cos'è la felicità di “stare insieme” alla propria anima e ora, cosa già implicita nel suo nome, diventa freccia che apre la ferita che esige un altro trattamento. Orfeo, per fortuna, pur nella disperazione più acuta ha uno strumento che ha imparato a usare: quella stessa lira con cui intonava i canti d'amore e che ora userà per cantare il suo dolore e che sarà la sua guida, come Dante si affiderà a Virgilio per attraversare i gironi infernali e raggiungere infine Beatrice, la vera guida verso la beatitudine della pienezza dell'amor che “muove il sole e l'altre stelle”. Nel mondo dei morti si ripete lo stesso incanto che la lira di Orfeo esercitava in quello dei vivi: tutto si mette in ascolto e si ferma. Caronte lascia la barca per seguirlo e ascoltarlo, Cerbero smette di abbaiare, la ruota di Issione si ferma sospendendo il supplizio, il fegato di Tizio non viene dilacerato, ecc... La coppia regale ascolta profondamente commossa, e Plutone, pregato da Persefone, accorda alla fine l'eccezionale permesso, ricordando però l'unica legge che neanche lui può sospendere: quella che non consente a nessun mortale di voltarsi lungo la strada del ritorno dalla morte alla vita, pena l'annullamento della grazia, affidando ad Ermes, il divino messagero, la sorveglianza.
”...quando un'improvvisa follia colse l'incauto amante,
A me piace pensare che Orfeo si volti con grande dolore perché ha intuito, con l'estrema raffinatezza che l'udito ha acquistato attraverso l'allenamento della musica, la non disponibilità, anzi la totale estraneità di Euridice al suo progetto di riportarla sulla terra, perché lei è ormai assorbita in un'altra situazione; e con il voltarsi la rende libera: libera di rimanere tra i morti a preparare nel suo bozzolo una nuova rinascita, ma in tempi diversi, quando un nuovo ciclo di vita si riaprirà naturalmente (ricordiamo che la credenza nella metempsicosi, trasmigrazione delle anime e reincarnazione, costituisce uno dei punti centrali dell'orfismo). Riportarla ora in vita sarebbe una violenza e un atto di egoismo perché serve a lui, al proprio amore, e non a lei, che si è già staccata e che si sta preparando ad altro.


