9 marzo 2017

Norma (4) - "Meco all'altar di Venere"

Scritto da Marisa

Il secondo personaggio che ci si presenta è il proconsole romano, Pollione, che sta spiando e attendendo il momento in cui gli altri si ritirano per avvicinarsi all'altare e cercare di vedere Adalgisa, la giovane sacerdotessa di cui si è recentemente invaghito, stanco ormai dell'amore di Norma. Già dalle prime battute vediamo che i valori sono completamente capovolti e che quello che per i primi è sacro, per gli altri, i conquistatori, è fonte di biasimo e disprezzo, se non di pura malvagità e orrore. A cominciare dal bosco che per i celti è luogo sacro ed epifania del divino, e che per il proconsole romano è solo “orrenda selva”, prova della barbarie di un popolo che invece di costruire templi adora i propri dèi su altari di pietra in mezzo ai boschi.

Il disprezzo per i riti dei “barbari” non impedisce a Pollione di concupire le loro donne, soprattutto le sacerdotesse, incurante del fatto che sedurle voglia dire costringerle a violare il giuramento più sacro per esse: la castità. Eppure dovrebbe sapere che anche a Roma esiste tale giuramento per le Vestali, le custodi del sacro fuoco che arde nel tempio di Vesta, a garanzia della pace sia domestica che di tutto lo stato. Ma del giuramento di sacerdotesse straniere, per un vincitore, non occorre tener nessun conto, anzi l'orgoglio maschile di vincere col proprio fascino un cuore votato a un dio ne esce rinforzato e il gioco è sicuramente molto eccitante! Del resto Pollione non è riuscito a sedurre persino Norma, la sacerdotessa suprema e figlia del re? E come potrebbe fallire con una giovane e inesperta novizia, se utilizza la stessa tecnica e – come vedremo, attraverso il ricordo di Norma – le medesime parole?

Ma nonostante l'arroganza del conquistatore, Pollione non è tranquillo e, alla domanda dell'amico che gli ricorda la presenza di Norma e dei figli avuti da lei come ostacolo al nuovo amore, confessa di esserne terrorizzato (“Piè mi veggo l'abisso aperto, e in lui m'avvento io stesso”). Semplicemente cerca di rimuovere il tutto, di non pensarci, attribuendo solo a un dio la responsabilità di pulsioni che non ha alcuna intenzione di controllare, anche se ammette di provare rimorso pensando a Norma. Ed ecco che quello che cerca di rimuovere gli arriva in sogno; un sogno in cui vede il suo desiderio di portare Adalgisa a Roma e sposarla nel tempio di Venere distrutto dalla vendetta di Norma che lo raggiunge come un demone, volando e facendo scempio di lui e dei figli... Freud era ancora lontano con la sua “Interpretazione dei sogni”, pubblicata solo all'inizio del Novecento (quel XX secolo iniziato sotto le migliori speranze di progresso e conoscenza illuminata e proseguito nello sprofondamento nella barbarie peggiore mai sperimentata dall'uomo!), ma possiamo vedere con facilità il gioco dello smascheramento dell'inconscio: ciò che rimuoviamo di giorno ci viene ripresentato di notte come incubo, aggravato e amplificato! Anche nella "Cenerentola" di Rossini c'è, seppure in chiave comica, un sogno rivelatore, quando vediamo Don Magnifico svegliato nel bel mezzo di un sogno che ne smaschera la megalomania e le illusorie aspettative e che egli travisa a suo piacimento! Qui Pollione intende bene l'avvertimento, ma decide di non tenerne conto, perché non vuol rinunciare al godimento della pulsione. Al bando ogni Super-io! Per ora l'importante è vincere le resistenze della fanciulla, conquistarla in ogni modo e non pensare alle proprie responsabilità nei confronti di Norma e dei figli.

Pollione è talmente sicuro, essendo dalla parte dei vincitori, di potersi permettere tutto che, nella sua libidine, si sente giustificato da un dio stesso pronto a prendere le sue parti contro tutto quello che per i nemici “barbari” è sacro ricorrendo anche alla violenza. Con che piglio, anche per dissipare i dubbi e la paura che vuol negare, lo sentiamo declamare:

Me protegge, me difende
un poter maggior di loro.
È il pensier di lei che adoro,
è l'amor che m'infiammò.
Di quel Dio che a me contende
quella vergine celeste,
arderò le rie foreste,
l'empio altare abbatterò.
Non stiamo forse assistendo alla solita arroganza dei conquistatori che utilizzano anche la religione per il soddisfacimento dei loro istinti (sessuali o di potere), dichiarando “empi” e malvagi o semplicemente falsi idoli le divinità dei vinti, soprattutto se si oppongono ai loro desideri?

Ma il profilo psicologico di Pollione pesca anche nell'onnipresente archetipo del seduttore immortalato da Mozart nel suo “Don Giovanni”, e ne vedremo le somiglianze e le differenze, visto che Pollione ne ricalca solo alcuni aspetti. Per ora i punti in comune già evidenti sono il proposito di non fermarsi davanti a nessun ostacolo, sia pure una divinità (per Don Giovanni il primo ostacolo è stato il padre di Donna Anna, diventato poi un vero dio vendicatore), il liberarsi dalla gelosia e dalla vendetta di Norma tradita (come Donna Elvira, che “vuol strappargli il cor”) e la passione per una vergine, che tra tutte, è anche "la passion predominante" nel libertino mozartiano!

Clicca qui per il testo di "Svanir le voci... Meco all'altar di Venere".

(Escono da un lato Flavio e Polline guardinghi e ravvolti nelle loro toghe.)

POLLIONE
Svanir le voci!
E dell'orrenda selva
Libero è il varco.

FLAVIO
In quella selva è morte
Norma tel disse.

POLLIONE
Profferisti un nome
Che il cor m'agghiaccia.

FLAVIO
Oh, che di' tu?
L'amante!
La madre de' tuoi figli!

POLLIONE
A me non puoi far tu rampogna,
Ch'io mertar non senta.
Ma nel mio core è spenta
La prima fiamma,
E un Dio la spense,
Un Dio nemico al mio riposo
Ai piè mi veggo l'abisso aperto,
E in lui m'avvento io stesso.

FLAVIO
Altra ameresti tu?

POLLIONE
Parla sommesso …
Un'altra, sì … Adalgisa …
Tu la vedrai …
Fior d'innocenza e riso,
Di candore e d'amor.
Ministra al tempio
Di questo Dio di sangue,
Ella v'appare
Come raggio di stella in ciel turbato.

FLAVIO
Misero amico! E amato
Sei tu del pari?

POLLIONE
Io n'ho fidanza.

FLAVIO
E l'ira
Non temi tu di Norma?

POLLIONE
Atroce, orrenda me la presenta
Il mio rimorso estremo …
Un sogno …

FLAVIO
Ah! Narra.

POLLIONE
In rammentarlo io tremo.

Meco all'altar di Venere
Era Adalgisa in Roma,
Cinta di bende candide,
Sparsa di fior la chioma;
Udia d'Imene i cantici,
Vedea fumar gl'incensi,
Eran rapiti i sensi
Di voluttade e amore.
Quando fra noi terribile
Viene a locarsi un'ombra
L'ampio mantel druidico
Come un vapor l'ingombra;
Cade sull'ara il folgore,
D'un vel si copre il giorno,
Muto si spande intorno
Un sepolcrale orror.
Più l'adorata vergine
Io non mi trovo accanto;
N'odo da lunge un gemito
Misto de' figli al pianto …
Ed una voce orribile
Echeggia in fondo al tempio
Norma così fa scempio
D'amante traditor!

(Squilla il sacro bronzo.)

FLAVIO
Odi? I suoi riti a compiere
Norma dal tempio move.

DRUIDI
(lontani)
Sorta è la Luna, o Druidi.
Ite, profani, altrove,
Ite altrove, ite altrove!

FLAVIO
Vieni…

POLLIONE
Mi lascia.

FLAVIO
Ah, m'ascolta!

POLLIONE
Barbari!

FLAVIO
Fuggiam…

POLLIONE
Io vi proverrò!

FLAVIO
Vieni… Fuggiam…
Scoprire alcun ti può.

POLLIONE
Traman congiure i barbari,
Ma io li preverrò!

FLAVIO
Ah! Vieni, fuggiam…
Sorprendere alcun ti può.

DRUIDI
(lontani)
Ite, profani, altrove.

POLLIONE
Me protegge, me difende
Un poter maggior di loro
È il pensier di lei che adoro,
È l'amor che m'infiammò.
Di quel Dio che a me contende
Quella vergine celeste,
Arderò le rie foreste,
L'empio altare abbatterò.

FLAVIO
Vieni, vieni …
Scoprire alcun ti può …
Vieni… Fuggiam…

DRUIDI
(sempre lontani)
Sorta è la Luna, o Druidi.
Ite, profani, altrove,
Ite altrove.

POLLIONE
Traman congiure i barbari,
Ma io li preverrò!

(Pollione e Flavio partono rapidamente.)




Mario Del Monaco (Pollione), Mario Guggia (Flavio)
(1967)


Franco Corelli


Mario Filippeschi


Jon Vickers

Giuseppe Giacomini