22 marzo 2010

26. Aria: "In quegl'anni, in cui val poco"

Scritto da Christian

Ci trasferiamo ora nel luogo dove si svolgerà il finale nell'opera: il giardino all'esterno del palazzo, dove spiccano due grandi padiglioni (il libretto li descrive come "due nicchie parallele praticabili") sovrastati dal boschetto di pini sotto il quale – come ben sappiamo – è previsto il rendez vous fra il Conte e Susanna. La prima a comparire è Barbarina, che si appresta a incontrare il suo amato Cherubino in uno dei padiglioni. Poi è la volta di Figaro, che ha convocato Basilio e Bartolo (fra gli altri) come testimoni del tradimento della sua sposa. Ma Basilio, prendendo la parola, spiega a Bartolo perché a suo parere Figaro non dovrebbe mettersi contro il padrone bensì accettare supinamente quel che gli riserva il destino.

Anche l'aria "In quegl'anni" – musicalmente divisa in tre sezioni (andante, minuetto e allegro) e nella quale Basilio illustra come in gioventù abbia imparato a mettere la testa a posto e a tenere sempre un basso profilo – viene frequentemente omessa dalle rappresentazioni dell'opera al pari del precedente brano di Marcellina. Non solo perché si tratta in effetti di un brano minore, ma anche perchè è del tutto inessenziale allo svolgersi degli eventi, e la sua rimozione non fa particolari danni se non togliere all'attore che interpreta Basilio l'unica occasione di esibirsi da solo sul palco.

Curiosamente, si tratta anche dell'unica aria per tenore in tutte "Le nozze di Figaro" (e la cosa stupisce se pensiamo all'importanza e dell'assoluta centralità che avrà la voce tenorile nella musica lirica dell'ottocento). I personaggi maschili principali dell'opera, come il Conte e Figaro, sono infatti baritoni (nel caso di Figaro, addirittura un basso-baritono), mentre Antonio e Bartolo sono bassi e Cherubino (interpretato da una donna) un mezzosoprano. L'unico altro tenore oltre a Basilio è Don Curzio, la cui sola parte cantata è quella nel sestetto del terzo atto.

Clicca qui per il testo del recitativo che precede l'aria.

BARBARINA
(giunge con alcune frutta e ciambelle)
Nel padiglione a manca: ei così disse:
è questo... è questo... e poi se non venisse!
Oh ve' che brava gente! A stento darmi
un arancio, una pera, e una ciambella.
Per chi madamigella?
Oh, per qualcun, signori:
già lo sappiam: ebbene;
il padron l'odia, ed io gli voglio bene,
però costommi un bacio, e cosa importa,
forse qualcun me'l renderà... son morta.
(fugge impaurita ed entra nella nicchia a manca)

FIGARO
È Barbarina... chi va là?

BASILIO
Son quelli che invitasti a venir.

BARTOLO
(a Figaro)
Che brutto ceffo! Sembri un cospirator.
Che diamin sono quegli infausti apparati?

FIGARO
Lo vedrete tra poco.
In questo loco celebrerem la festa
della mia sposa onesta e del feudal signor...

BASILIO
Ah, buono, buono, capisco come egli è,
Accordati si son senza di me.

FIGARO
Voi da questi contorni non vi scostate;
intanto io vado a dar certi ordini,
e torno in pochi istanti.
A un fischio mio correte tutti quanti.
(parte)

BASILIO
Ha i diavoli nel corpo.

BARTOLO
Ma cosa nacque?

BASILIO
Nulla.
Susanna piace al Conte; ella d'accordo
gli die' un appuntamento
che a Figaro non piace.

BARTOLO
E che, dunque dovria soffrirlo in pace?

BASILIO
Quel che soffrono tanti ei soffrir non potrebbe?
E poi sentite, che guadagno può far?
Nel mondo, amico, l'accozzarla co' grandi
fu pericolo ognora:
dan novanta per cento e han vinto ancora.

Clicca qui per il testo dell'aria.

BASILIO
In quegl'anni, in cui val poco
la mal pratica ragion,
ebbi anch'io lo stesso foco,
fui quel pazzo ch'or non son.
Ma col tempo e coi perigli
donna flemma capitò;
e i capricci, ed i puntigli
della testa mi cavò.
Presso un picciolo abituro
seco lei mi trasse un giorno,
e togliendo giù dal muro
del pacifico soggiorno
una pelle di somaro,
"Prendi", disse, "o figlio caro",
poi disparve, e mi lasciò.
Mentre ancor tacito
guardo quel dono,
il ciel s'annuvola
rimbomba il tuono,
mista alla grandine
scroscia la piova.
Ecco le membra
coprir mi giova
col manto d'asino
che mi donò.
Finisce il turbine,
nè fo due passi
che fiera orribile
dianzi a me fassi;
già già mi tocca
l'ingorda bocca,
già di difendermi
speme non ho.
Ma il fiuto ignobile
del mio vestito
tolse alla belva
sì l'appetito,
che disprezzandomi
si rinselvò.
Così conoscere
mi fè la sorte,
ch'onte, pericoli,
vergogna e morte
col cuoio d'asino
fuggir si può.



Luigi Alva


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