1 novembre 2010

Turandot (5) - Liù

Scritto da Marisa

Nel primo atto Liù compare molto presto, ed è facile simpatizzare subito con lei: tutto quello che fa, lo fa con amore e per amore. Cosa vogliamo di più? A lei Puccini dedica la prima stupenda aria dell'opera ("Signore, ascolta!") e rimaniamo sotto il suo incanto per tutta la sua durata. Come mai allora Calaf non si era mai accorto di lei e, pur avendole sorriso una volta, non se la ricorda nemmeno, innamorandosi perdutamente a prima vista di Turandot che ha appena maledetto e che sa essere "crudele"?

Liù rappresenta il contraltare di Turandot: anzi, Turandot è il contraltare di Liù, così come Carmen è il contraltare di Micaela.
Nell'immaginario collettivo, Liù incarna tutte quelle doti molto rassicuranti che da secoli vogliamo attribuire alla donna, plasmandola secondo un codice patriarcale che si aspetta da essa dedizione, dolcezza, spirito di abnegazione, amore altruistico fino alla totale "rinuncia a sé stessa". L'eroina d'amore si sacrifica a vantaggio del proprio oggetto d'amore, appunto, sia esso un figlio o un uomo da cui a volte (ed è il caso di Liù) non è nemmeno ricambiata; agisce solo per amore e in nome dell'amore (quasi sempre l'oggetto d'amore è maschile).

Tutto molto sublime: ma spesso, quando si parla di "amore", si entra in una terra sconosciuta, un gioco infinito di equivoci e proiezioni, dove è facile dare per scontato che si sta parlando della stessa cosa ma in realtà finiamo per intrappolarci in un discorso tra sordi, perchè l'amore ha più facce e più significati (sessuale, mistico, spirituale, filiale, amicale...) e più oggetti, primo tra tutti sé stessi, in mancanza del quale qualsiasi amore è sospetto; cosa riconosciuta anche da Gesù quando ammoniva di amare gli altri "come te stesso".

Non possiamo dare agli altri quello che non abbiamo, e l'amore è una forma di energia, in qualunque modo si chiami o si presenti, che va verso gli altri solo se "trabocca" dal nostro vaso, dal contenitore della nostra "pienezza". Spesso si scambia il proprio bisogno di "essere amati", la propria sete d'amore, per capacità d'amare; ma se la reciprocità è importante in qualsiasi relazione, in amore diventa indispensabile per ridurre al minimo violenze e dipendenze e per aprire la strada a un reciproco arricchimento. Ed è proprio la reciprocità che Calaf cercherà, non accontentandosi di possedere Turandot per diritto di vincita, in condizioni quindi di forza e di proprietà.

Dopo queste brevi, ma essenziali digressioni, torniamo a Liù. Chi è veramente e di che natura è il suo amore? Lei stessa si presenta al minimo: "Nulla sono... Una schiava, mio signore".
Definendosi "una schiava", rinuncia persino al proprio nome, al proprio "Io", e questo sembra la prova più evidente di una dipendenza, mancanza di autonomia e libertà. Non potrebbe esserci contrasto più netto con la libertà di Turandot, che è invece ben consapevole del proprio essere la figlia del Cielo, principessa potente il cui nome riempie il mondo intero di ammirazione e terrore.

Liù accompagna il vecchio re Timur sulla via dell'esilio (come la pia Antigone con il vecchio e cieco Edipo) perché il suo cuore è tutto pieno di un "sorriso" che ha ricevuto una volta da Calaf, e sembra non pretendere niente in cambio. Ma dietro questa apparente nullità si cela un'enorme forza; forza che non riesce a fermare Calaf nel suo intento, ma che si rivelerà determinante per la vittoria finale. La famosa "forza dei deboli"?

Per quello che riguarda il primo atto, limitiamoci a questa presentazione. Riprenderemo il discorso su Liù e la sua "offerta d'amore" quando parleremo del terzo atto.

Clicca qui per il testo di "Signore, ascolta!".

LIÙ
Signore, ascolta! Ah, signore, ascolta!
Liù non regge più, si spezza il cuor!
Ahimè, quanto cammino col tuo nome nell'anima,
col nome tuo sulle labbra!
Ma se il tuo destino doman sarà deciso,
noi morrem sulla strada dell'esilio.
Ei perderà suo figlio, io l'ombra d'un sorriso.
Liù non regge più! Ah!


Maria Callas


Renata Tebaldi


Mirella Freni

Montserrat Caballé