5 febbraio 2018

Rigoletto (5) - Sparafucile e "Pari siamo"

Scritto da Christian


Rigoletto è rimasto tremendamente scosso dalla maledizione che il vecchio Monterone gli ha lanciato. La scena ricomincia con la stessa tonalità con cui si era chiusa quella precedente, come se un'eco perdurasse nell'aria e nella mente del personaggio. E infatti, mentre sta tornando a casa, lo vediamo rimuginare su quanto è accaduto. "Quel vecchio maledivami", dice a sé stesso come per rendersi meglio conto di cosa è successo, cantando su una sola nota (il do, che per tutta l'opera resterà associato a Monterone e alla maledizione stessa). L'orchestra accompagna tutta la scena in maniera sinistra, restando sullo sfondo, facendo a meno dei violini e ricorrendo solo a viole, violoncelli e contrabbassi.

Giunto quasi sotto casa, gli si presenta innanzi Sparafucile. Non un mendicante, come in un primo momento Rigoletto crede, ma "un uom di spada", ovvero – come lui stesso spiega con chiarezza – un sicario, che in cambio di pochi denari è disposto a togliergli di mezzo "un rivale". "E voi ne avete", aggiunge, "La vostra donna è là" (anch'egli, come i cortigiani, è infatti convinto che la misteriosa dama rinchiusa nella casa di Rigoletto sia una sua amante, e non la figlia). Rigoletto, tanto per parlare, e pur appellandolo "Demonio!", si informa su quanto ammonti la tariffa del bandito "per un signor" (ovvero per un nobiluomo: che stia già pensando al Duca?), sulle modalità del pagamento ("Una metà s'anticipa, il resto si dà poi...") e soprattutto sui metodi che egli usa (e qui Sparafucile rivela come riesca ad attirare in casa propria le sue vittime: "M’aiuta mia sorella. Per le vie danza... è bella... Chi voglio attira, e allor...". "Comprendo", chiosa il gobbo).

Si vede già qui come, nonostante il suo mestiere, Sparafucile sia un uomo d'onore: non si fa timore di illustrare la propria attività e i metodi che usa, conduce la trattativa in forma esplicita e sincera, insomma non ricorre a pubblicità disonesta. Per adesso Rigoletto dichiare di non aver bisogno di lui, ma in futuro "chissà...", e si informa dove trovarlo all'occasione. Naturalmente, la sua presentazione nel primo atto, quasi all'inizio dell'opera, è un corrispettivo della "pistola di Cechov": è chiaro che, nel prosieguo della vicenda, i suoi servizi saranno effettivamente richiesti.

Rimasto solo, mentre guarda Sparafucile che si allontana (dopo che gli ha ricordato più volte il proprio nome, quasi come un jingle in chiusura di uno spot pubblicitario: "Sparafucil, sparafucil..."; nel dramma originale di Victor Hugo il personaggio si chiamava Saltabadil e, come l'equivalente verdiano, era un "borgognone", ossia originario della Borgogna), Rigoletto prorompe nel famoso monologo "Pari siamo", nel quale si paragona al sicario:

Pari siamo!... io la lingua,
egli ha il pugnale.
L’uomo son io che ride,
ei quel che spegne!
Quasi immediatamente, i suoi pensieri ritornano a dove erano stati interrotti, a Monterone. "Quel vecchio maledivami", riprende: per lui ormai è un'ossessione, dalla quale non si libererà più per tutta l'opera. La maledizione è già un tema ricorrente. Eppure, in quanto compresenti in questo stesso monologo, il personaggio di Sparafucile e la maledizione di Monterone si fondono tematicamente, e contribuiscono allo stesso modo a caratterizzare la personalità di Rigoletto. Quello che dovrebbe essere un buffone, che dovrebbe far ridere la gente e dunque alleggerire lo spirito, è legato invece a temi forti e passioni come la vendetta, la maledizione, l'omicidio e la morte.

Che Rigoletto fosse tutt'altro che un personaggio "leggero" ce lo avevano già suggerito la sua deformità, ma soprattutto la crudele ferocia con cui aveva schernito Ceprano e Monterone nella scena precedente. Ma finora lo avevamo visto calato in un contesto più vasto, quello della corte del Duca, dove risate e crudeltà la facevano da padrone (anche per opera del Duca stesso o dei cortigiani). Da questa scena, il carattere del buffone comincia a delinearsi in maniera più originale e personale, benché, quasi per paradosso, inizi a farlo rispecchiandosi in un altro personaggio, Sparafucile appunto. Ma non è certo un caso: ricordiamo che Verdi aveva pensato a quest'opera come a "una filza interminabile di duetti", ed è proprio rispecchiandosi negli altri (Sparafucile, Gilda, il Duca) che la figura di Rigoletto viene fuori in tutta la sua tragicità.
Scorrendo l’indice dei numeri, il dato che balza subito agli occhi è la schiacciante prevalenza di forme dialogiche. Ben cinque sono infatti i duetti, di cui tre di fila al prim’atto: in essi Rigoletto compare quattro volte, e in tre casi insieme alla figlia. Si può ben dire che la sua figura venga definita all’interno di un sistema di relazioni col mondo intimo dei propri affetti, in aperta dialettica col mondo esterno in cui talora si specchia, ed è il caso di Sparafucile in cui vede, con orrore, un suo doppio.
(...) Peraltro il buffone può solo beffare, e l’unico modo in cui può realizzare i suoi propositi è quello di servirsi del pugnale di un sicario. Per questo l’unico duetto in cui egli intrattiene un reale rapporto di scambio con un altro personaggio dell’opera è quello con Sparafucile, grande pezzo drammatico in cui ogni convenzione salta per aria, essendo costruito su un lungo dialogo in stile parlante: sopra le voci dei due interlocutori scorre una sinistra melodia in Fa maggiore di un violoncello e un contrabbasso. Tutto è scuro, tutto è sinistro: la tessitura degli archi che accompagnano su una figura ostinata, cui si aggiungono nella seconda parte clarinetti e fagotti, non passa mai il Do3 se non nelle ultime battute, dunque le voci insieme ai due archi gravi si fondono in un mare di cupezza.
(Michele Girardi)
Nonostante sia un recitativo accompagnato più che un'aria, "Pari siamo" è una delle pagine più importanti e significative dell'opera, su cui si è scritto molto. Fra l'altro, serve a caratterizzare sempre più Rigoletto, che in essa attacca il duca e i cortigiani, dichiarando tutto il proprio odio per loro ("Se iniquo son, per cagion vostra è solo"). Non solo: se la prende con l'intero creato ("O uomini! O natura! Vil scellerato mi faceste voi!"), compreso sé stesso ("O rabbia! esser difforme, esser buffone!"). La musica punteggia le sue invettive contro il Duca, come a sottolineare le azioni di una marionetta, costretta a far ridere anche se questo va contro la sua natura.

Appena prima di apprestarsi ad entrare in casa, l'accompagnamento cambia e la musica inizia a instaurare un senso di pace. La casa è per Rigoletto un altro luogo, l'unico dove i suoi sentimenti non sono iniqui ma colmi d'amore (grazie alla presenza della figlia Gilda), tanto che egli stesso afferma "Ma in altro uomo qui mi cangio". L'invettiva contro il Duca e i cortigiani si è esaurita e il gobbo entra in un diverso stato d'animo. Nel film "Pulp Fiction" (1994) di Quentin Tarantino accade qualcosa di simile, ma al contrario: i due gangster Vincent (John Travolta) e Jules (Samuel Jackson) passano da una svagata affabilità a modi minacciosi prima di entrare nella casa delle loro vittime, dicendo a sé stessi: "Entriamo nei personaggi". Eppure, nonostante si sforzi, la maledizione non esce ancora dalla mente di Rigoletto: "Quel vecchio maledivami", ripete una terza volta, domandandosi perché non riesca a togliersi di dosso questo pensiero. "Mi coglierà sventura? ... Ah no, è follia!", conclude (in tono sommesso e piano, aveva scritto Verdi, ma è diventato popolare cantarlo forte e con enfasi).
Il famoso monologo di Rigoletto “Pari siamo” è un classico esempio di recitativo con tutta l’ampiezza e il peso formale di un’aria. Rigoletto lamenta la sua condizione di giullare: suscitare il riso del suo signore in qualunque momento, non importa quali siano i propri sentimenti. Egli inveisce contro i cortigiani senza cuore; quindi una tenera frase del flauto riporta i suoi pensieri alla figlia e al cambiamento che avviene in lui quando entra in casa. Come il Prologo del clown nei "Pagliacci" (chiaramente ispirato dal pezzo verdiano) questo monologo esplora l’intero ambito espressivo della voce baritonale. La ritmica è in parte rigorosa, in parte libera, ma ci sono due fattori unificanti. Il primo è il ritorno del tema della maledizione, “Quel vecchio maledivami!”, una volta subito dopo l’inizio e un’altra appena prima della fine, sempre nella stessa tonalità e con la medesima strumentazione. Le tre progressioni centrali sono fra tonalità a distanza di una terza minore, mentre il salto dal Fa al Re bemolle sulle parole “O uomini! O natura!” è quasi rispecchiato dalla discesa dal Mi maggiore al Do dopo “Ma in altr’uom qui mi cangio!”. (…) Solo con uno sforzo di volontà Rigoletto riesce a scacciare il ricordo della maledizione di Monterone e allo stesso tempo a trascinare la musica fuori da un implicito Fa minore a un Do maggiore solare.
(Julian Budden)
Verdi in questa pagina riesce a costruire uno dei modelli più logici e coerenti di perfetta aderenza tra il testo e la musica. È stato notato da Marcello Conati, nel suo studio "Rigoletto: un’analisi drammatico-musicale", il rigoroso uso delle aree tonali in funzione drammaturgica attuato dal compositore in tutta la partitura. Nella fattispecie, abbiamo la tonalità di Do minore legata alla maledizione, quella di Re connessa al pugnale e al delitto quando il testo evoca il Duca, e il Mi legato a Gilda, sulla frase “Ma in altr’uom qui mi cangio!” anticipata dalla melodia esposta dal flauto che tornerà identica nel recitativo precedente il duetto tra la ragazza e il Duca, sulle parole “No, che troppo è bello e spira amore!”. Anche il Mi acuto finale del baritono è un’allusione musicale legata al fatto che il buffone sta per incontrare la figlia. Da sempre i baritoni sostituiscono questa nota con un Sol acuto (anche Toscanini lo permetteva), svisando in questo modo l’architettura musicale della scena. Occorrerebbe eseguire come sta scritto, e del resto Verdi, in una celebre lettera a Marzari scritta durante la composizione dell’opera, diceva: “Le mie note, o belle o brutte che sieno, non le scrivo mai a caso e […] procuro sempre di darvi un carattere”.
(Gianguido Mussomeli, dal blog Mozart2006)


Clicca qui per il testo di "Quel vecchio maledivami!".

L’estremità d’una via cieca. (A sinistra, una casa di discreta apparenza con una piccola corte circondata da mura. Nella corte un grosso ed alto albero ed un sedile di marmo; nel muro, una porta che mette alla strada; sopra il muro, un terrazzo sostenuto da arcate. La porta del primo piano dà sul detto terrazzo, a cui si ascende per una scala di fronte. A destra della via è il muro altissimo del giardino e un fianco del palazzo di Ceprano. È notte. Entra Rigoletto chiuso nel suo mantello; Sparafucile lo segue, portando sotto il mantello una lunga spada.)

RIGOLETTO (da sé)
Quel vecchio maledivami!

SPARAFUCILE
Signor?...

RIGOLETTO
Va, non ho niente.

SPARAFUCILE
Né il chiesi: a voi presente
un uom di spada sta.

RIGOLETTO
Un ladro?

SPARAFUCILE
Un uom che libera
per poco da un rivale,
e voi ne avete.

RIGOLETTO
Quale?

SPARAFUCILE
La vostra donna è là.

RIGOLETTO (da sé)
Che sento!
(a Sparafucile)
E quanto spendere
per un signor dovrei?

SPARAFUCILE
Prezzo maggior vorrei.

RIGOLETTO
Com’usasi pagar?

SPARAFUCILE
Una metà s’anticipa, il resto si dà poi.

RIGOLETTO (da sé)
Demonio!
(a Sparafucile)
E come puoi
tanto securo oprar?

SPARAFUCILE
Soglio in cittade uccidere,
oppure nel mio tetto.
L’uomo di sera aspetto;
una stoccata e muor.

RIGOLETTO (da sé)
Demonio!
(a Sparafucile)
E come in casa?

SPARAFUCILE
È facile.
M’aiuta mia sorella.
Per le vie danza... è bella...
Chi voglio attira, e allor...

RIGOLETTO
Comprendo.

SPARAFUCILE
Senza strepito...

RIGOLETTO
Comprendo.

SPARAFUCILE
È questo il mio strumento.
(Mostra la spada.)
Vi serve?

RIGOLETTO
No... al momento.

SPARAFUCILE
Peggio per voi.

RIGOLETTO
Chi sa?

SPARAFUCILE
Sparafucil mi nomino.

RIGOLETTO
Straniero?

SPARAFUCILE (per andarsene)
Borgognone.

RIGOLETTO
E dove all’occasione?

SPARAFUCILE
Qui sempre a sera.

RIGOLETTO
Va.

SPARAFUCILE
Sparafucil, Sparafucil.
(Sparafucile parte.)

RIGOLETTO (guarda dietro a Sparafucile)
Va, va, va, va.

Clicca qui per il testo di "Pari siamo!".

RIGOLETTO
Pari siamo!... Io la lingua,
egli ha il pugnale.
L’uomo son io che ride,
ei quel che spegne!
Quel vecchio maledivami...
O uomini! o natura!
Vil scellerato mi faceste voi!
O rabbia! esser difforme, esser buffone!
Non dover, non poter altro che ridere!
Il retaggio d’ogni uom m’è tolto, il pianto.
Questo padrone mio,
giovin, giocondo, sì possente, bello,
sonnecchiando mi dice:
Fa ch’io rida, buffone!
Forzarmi deggio e farlo! Oh dannazione!
Odio a voi, cortigiani schernitori!
Quanta in mordervi ho gioia!
Se iniquo son, per cagion vostra è solo.
Ma in altr’uomo qui mi cangio!...
Quel vecchio maledivami!... Tal pensiero
perché conturba ognor la mente mia?
Mi coglierà sventura?
Ah no, è follia!




Ingvar Wixell (Rigoletto), Ferruccio Furlanetto (Sparafucile)
dir: Riccardo Chailly (1983)


Renato Bruson (Rigoletto), Dimitri Kavrakos (Sparafucile)
dir: Riccardo Muti (1994)


Tito Gobbi (Rigoletto),
Giulio Neri (Sparafucile)
dir: Tullio Serafin (1946)


Sherrill Milnes (Rigoletto),
Samuel Ramey (Sparafucile)
dir: Julius Rudel (1978)


"Pari siamo"
Titta Ruffo (1908)


"Pari siamo"
Piero Cappuccilli (1980)


"Pari siamo"
Cornell MacNeil (1977)

"Pari siamo"
Dmitri Hvorostovsky (2002)