L'ouverture è introdotta da un breve tema lento e solenne, che sfocia in una frase musicale che sarà ripresa nel secondo atto, intonata dai personaggi maschili e abbinata proprio alle parole che danno il titolo dell'opera. Chi la sente non può fare a meno di cantare a propria volta, anche solo mentalmente, "Co-sì-fan-tut-te"! Subito, però, il ritmo cambia e mette in chiaro come questo sia, a tutti gli effetti, un dramma "giocoso". Ecco dunque una scatenata successione di note fuggevoli con flauti e archi che si intrecciano fra loro, quanto mai adatta a ciò che seguirà. Nel finale, c'è chi ha riconosciuto un richiamo (scherzoso pure questo) alla musica che ne "Le nozze di Figaro" accompagnava la frase di Don Basilio "Così fan tutte le belle", come a voler sottolineare anche attraverso la partitura quel riferimento testuale fra le due opere che per Mozart rappresentava soprattutto una strizzatina d'occhio verso i suoi ascoltatori più attenti (a trovate di questo tipo era già ricorso, in maniera ben più scoperta, nel "Don Giovanni", quando l'orchestrina durante il pranzo del seduttore suonava un brano dell'opera precedente).
L'introduzione lenta dell'ouverture propone il titolo musicale in modo quasi misterioso, come se la possibilità di uno svolgimento serio del tema fosse ancora in discussione. Decide della cosa il «presto» seguente, un tempo di sonata liberamente trattato, con l'impiego dell'idea principale nel gruppo secondario, affine, per vivacità, all'ouverture del «Figaro» anche se tematicamente non altrettanto incisivo. Quel non so che di inconsistente, di irreale, della vicenda si riflette anche nei colori cangianti dello sviluppo fortemente modulante. Nella coda riappare ancora una volta il «motto», il titolo dell'opera, come un discreto interrogativo. Risponderà con inequivocabile chiarezza la piena orchestra. Ridacchiando, il tema principale sancisce il perentorio dato di fatto, per subito lanciarsi, su un inebriante crescendo, nel festoso «fortissimo» delle battute conclusive.
Così fan tutte, ossia La scuola degli amanti Dramma giocoso in due atti Libretto di Lorenzo Da Ponte Musica di Wolfgang Amadeus Mozart (K. 588)
Prima rappresentazione: Vienna (Burgtheater), 26 gennaio 1790
Personaggi e voci:
- Fiordiligi (soprano), dama ferrarese abitante in Napoli
- Dorabella (soprano o mezzosoprano), dama ferrarese e sorella di Fiordiligi
- Guglielmo (baritono), ufficiale, amante di Fiordiligi
- Ferrando (tenore), ufficiale, amante di Dorabella
- Despina (soprano o mezzosoprano), cameriera
- Don Alfonso (basso), vecchio filosofo
- Coro di soldati, servi e marinai
"Così fan tutte" è la terza e ultima delle opere buffe composte da Mozart su libretto di Lorenzo Da Ponte. A differenza delle altre due, il soggetto non si basa su celebri antecedenti letterari (rispettivamente la commedia di Beaumarchais per "Le nozze di Figaro" e il mito di Don Juan e del convitato di pietra per il "Don Giovanni") ma è interamente farina del sacco di Da Ponte, sebbene pare che l'ispirazione gli fosse stata fornita da un fatto di cronaca dell'epoca, accaduto a Vienna o a Trieste. Per lungo tempo è circolata la leggenda che la trama sia stata suggerita addirittura dall'imperatore Giuseppe II, ma recenti studi avrebbero escluso questa ipotesi. Pare invece certo che inizialmente, per quanto possa sembrare strano, il libretto non fosse destinato a Mozart: l'opera avrebbe dovuto essere messa in musica da Antonio Salieri (!), che però vi rinunciò dopo aver già composto i primi terzetti ("È la fede delle femmine" e "La mia Dorabella"), di cui sopravvivono le partiture. E chissà cosa ne sarebbe venuto fuori! Il libretto, dietro compenso di duecento ducati (il doppio del normale onorario), venne allora girato a Mozart, che tornò così a collaborare con Da Ponte a distanza di oltre due anni dall'ultima volta.
Sulla composizione vera e propria si hanno poche notizie (l'opera è citata solo di sfuggita nelle lettere di Mozart e nelle memorie di Da Ponte, il quale la menziona con il sottotitolo "La scola delle amanti": a proposito, il titolo "Così fan tutte" proverrebbe invece da un verso della precedente "Le nozze di Figaro", quando Don Basilio – riferendosi alla presunta tresca di Susanna con Cherubino – commentava "Così fan tutte le belle, non c'è alcuna novità"). Si è già detto come il soggetto non fosse di derivazione letteraria: ma qua e là spuntano riferimenti alle commedie di Goldoni, e un antecedente dello "scambio di coppia" si ritrova in un passaggio de "L'Orlando Furioso" (da Wikipedia: "nel canto XXVIII si legge di due amici che, appresa l'infedeltà delle loro donne, decidono di partire per sfogarsi in nuove esperienze amorose. Il viaggio-studio però rivela l'amara verità: anche le altre donne non sono più caste. Insomma: così fan tutte! Quivi si rinvengono inoltre i nomi di Fiordiligi, Doralice, Fiordispina, Guglielmo e Don Alfonso"). Da notare che nel film "Amadeus", che dedica ampio spazio alla composizione de "Le nozze di Figaro" e al "Don Giovanni", il "Così fan tutte" è del tutto assente (come d'altronde lo stesso personaggio di Da Ponte). In ogni caso, come detto, l'opera è alquanto differente dagli altri due frutti della collaborazione fra i due artisti, così come diversa è stata l'accoglienza che ha avuto nei secoli successivi. In un certo senso, la sua sfortuna è cominciata quasi subito: la morte di Giuseppe II, il 20 febbraio del 1790, e il conseguente periodo di lutto nazionale costrinsero il teatro a interromperne l'allestimento dopo solo cinque rappresentazioni. Accusata di essere troppo volgare e licenziosa, le sue sorti non miglioreranno (anzi peggioreranno) nel secolo successivo.
Nonostante l'apparente leggerezza, infatti, "Così fan tutte" è sempre stata la più discussa ed enigmatica di tutte le opere di Mozart, oltre che la più difficile da valutare (e anche da apprezzare) appieno. Il motivo è presto detto: è colpa della trama, considerata dai suoi detrattori frivola o addirittura immorale. L'azione si svolge a Napoli, ambientazione mediterranea e romantica che ben si prestava – soprattutto agli occhi germanici – a fare da sfondo a vicende amorose. Due giovani ufficiali, Guglielmo e Ferrando, convinti dell'assoluta fedeltà delle loro amanti, le sorelle Fiordiligi e Dorabella, ne fanno l'oggetto di una scommessa con l'amico Don Alfonso, anziano filosofo che invece sostiene che la fedeltà femminile sia soltanto un'illusione. Dopo aver finto di essere stati richiamati dall'esercito, i due – travestiti da "nobili albanesi" (con baffoni e turbanti) – si presentano in casa delle dame per corteggiare l'uno la promessa sposa dell'altro. Nel primo atto le loro buffe avances (favorite anche da Despina, la smaliziata cameriera delle fanciulle) non avranno successo; ma nel secondo atto le cose cambieranno, e i protagonisti scopriranno loro malgrado che l'amore eterno che idealizzavano non ha diritto di cittadinanza nel mondo reale. Attraverso i meccanismi dell'opera buffa (travestimenti ed equivoci compresi), Mozart e Da Ponte si fanno dunque gioco di chi, in amore, si prende troppo sul serio, invitando a una filosofia di vita meno rigorosa. Vedremo però come la musica e il testo non sempre sono in accordo nell'affrontare l'argomento: se il librettista guarda i suoi personaggi con freddo disincanto e cinismo, il compositore è ben più comprensivo verso i loro errori, riconoscendone la natura umana e celebrandone infine il perdono.
Farò come il musicista, dimenticherò l'intrigo. Il testo è satirico e buffo; io voglio vederlo con lui affettuoso e tenero; sul palcoscenico ci sono due italiane coquettes, che ridono e mentono; ma, nella musica, nessuno mente e nessuno ride; al massimo si sorride.
(Hippolyte Taine)
Un tale soggetto non era forse ritenuto particolarmente offensivo dai viennesi di fine Settecento (il secolo, ricordiamolo, delle "Relazioni pericolose" di Laclos, romanzo uscito nel 1782 – dunque poco prima dell'opera – che come questa mette in scena finte seduzioni, crudeli inganni e tematiche apertamente sessuali). Tutto cambia invece nel secolo successivo, durante il quale il gusto e la morale si modificano, e il soggetto di "Così fan tutte" inizia a essere considerato inappropriato, se non addirittura "ripugnante". Per tutto l'Ottocento l'opera soffre di una cattiva fama, anche da parte della critica ufficiale (fu condannata, fra gli altri, da Beethoven e da Wagner), al punto che, per "salvare" in qualche modo la musica di Mozart (di cui comunque si riconosceva il valore), si registrano persino alcuni tentativi di riadattarla a nuovi libretti, scritti apposta per l'occasione. A fine Ottocento spunta fuori addirittura una "Messa dell'Incoronazione" (qui su Youtube), inutilmente spacciata dal suo ignoto autore come un lavoro di Mozart, la cui musica non è altro che un potpourri di arie dal "Così fan tutte" (il che, se non altro, dimostra come persino nei brani composti dall'autore salisburghese per un soggetto così "licenzioso" si potesse ritrovare una qualità "religiosa"). Tutto è però inutile: l'opera cade gradualmente nel dimenticatoio e sparisce dal repertorio, almeno fino alla seconda metà del Novecento, quando finalmente ritrova la sua popolarità (da notare come, nel frattempo, il suo titolo malizioso sia stato addirittura preso in prestito da film e fumetti).
Dal punto di vista formale, siamo di fronte all'opera "geometrica" per eccellenza, dominata dentro e fuori dalle simmetrie (un paragone cinematografico potrebbe essere il film "L'amico della mia amica" di Eric Rohmer). Rispetto al "Don Giovanni" e alle "Nozze di Figaro", abbiamo qui in scena molti meno personaggi (soltanto sei, equamente ripartiti fra maschi e femmine), e facilmente classificabili anche per i loro ruoli nella storia. Ci sono due coppie di amanti (Guglielmo e Fiordiligi, Ferrando e Dorabella), perfettamente speculari e quasi indistinguibili – piccole sfumature a parte – l'una dall'altra, che nel corso della storia saranno "smontate" e scambiate fra loro, più due personaggi (Don Alfonso e Despina) che manipolano gli eventi dietro le quinte. Le geometrie amorose del testo trovano poi analogia nella struttura musicale. Anche se non mancano le arie singole (e alcune sono eccezionalmente belle, per esempio "Come scoglio" o "Un'aura amorosa"), a dominare l'azione sono i numeri d'insieme: duetti, terzetti, quartetti, quintetti e sestetti si succedono caleidoscopicamente, consentendo agli allestimenti registici di riprodurre anche in chiave scenografica quelle specularità che il libretto (a livello di contenuti) e la partitura (a livello di corrispondenze musicali) suggeriscono in maniera spontanea. A questo proposito si noti come i registri vocali, nelle due coppie di amanti, attraverso lo scambio raggiungano un abbinamento più "naturale" di quello di partenza (il soprano con il tenore, il mezzosoprano con il baritono).
L'importanza preminente dei pezzi d'assieme su quelli solistici si nota pure nei recitativi. Perfino il «secco» è talvolta trattato a piú voci, nel tono scorrevole, arguto, accentuato, dell'opera buffa. Gli andamenti espressivi dei bassi ne accrescono ancora, qua e là, la vivezza. L'inserzione di numerosi «accompagnati» e una loro piú stretta coesione con i pezzi chiusi additano di già alle scene parlate del «Flauto magico» e, oltre ancora, al non piú lontano ideale dell'opera musicata per intero.
(Bernhard Paumgartner)
Oggi, oltre ad apprezzarne la perfezione formale, la critica riconosce più facilmente come l'opera – al di là di ogni moralismo – parli di amore in chiave quotidiana, realistica e pragmatica. Scrive Elvio Giudici: "È un'opera che tratta essenzialmente dell'amore: ma un amore intriso dello scetticismo connaturato al Settecento, e nel cui vortice d'ineludibile attrazione fisica ruolo determinante gioca il capriccio se non addirittura la noia. Il che beninteso, non significa affatto che secondo Mozart non si potesse provare sentimento alcuno: anzi, il «Così fan tutte» è proprio un inno all'amore, che solo non vuol essere sublime, eterno, ideale, per restare soltanto – ma anche soprattutto – amore e basta. Di conseguenza, è l'opera di Mozart che più d'ogni altra è stata sempre contemporanea all'ascoltatore". Siamo di fronte a una sorta di educazione al sentimento, a un percorso di maturazione dei personaggi. Inoltre, è importante sottolineare la fondamentale natura "giocosa" dell'opera, elargita tramite un'ironia soffusa da parte dei suoi autori nel rapporto che instaurano con i personaggi e il pubblico stesso. Non mancano però interpretazioni più cupe: Marco Emanuele sostiene che "l'opera sembra parlarci del cambiamento improvviso, del lutto, della perdita di memoria. Si rappresenta infatti, in modo crudele, un aspetto doloroso della vita umana: il fatto che cambiare vuol dire perdere un pezzetto di passato, vuol dire necessariamente dimenticare. Tutte le persone sono sostituibili". E ancora Giudici: "È un gioco certo: ma terribilmente serio, fin quasi alle soglie del cinismo. Giacché anche questo, per non dire soprattutto questo, è il «Così fan tutte». La vita come gioco casuale, un qualcosa di lieve, di imprevedibile, di fatuo: e quindi un qualcosa di molto crudele, ma la cui inevitabilità è pienamente accettata sì da far coesistere nella stessa piega delle labbra l'amarezza e il sorriso, senza che nessuno dei due prevalga ma entrambi essendo ben avvertibili".
La purezza delle geometrie, dicevamo, si rispecchia a livello musicale in una partitura "eterea, trasparente, rarefatta, che morbidamente accompagna la stilizzazione descrittiva: accentuazioni discrete, sfumature, sottintesi, in luogo di violente sottolineature di affetti" (Poggi e Vallora). Da un lato in armonia con un libretto "estremamente semplice, quasi privo di eventi e ricco invece di situazioni teatrali a sfondo emotivo" (Claudio Casini), dall'altro però in grado di infondere calore e sentimenti anche nelle situazioni apparentemente più fasulle, artificiali o (auto)ingannevoli. Come spesso, in fondo, fa la vita vera.
"Norma! Deh! Norma, scolpati!": come tutti desiderano uscire dall'incubo! Di questa richiesta accorata di discolparsi si ricorderà Verdi nell'atto finale dell'Aida, quando i sacerdoti per ben tre volte chiedono a Radames di difendersi dall'accusa di grave tradimento alla patria, e anche in quel caso non ci sarà risposta.
Qui, in verità, dopo un breve silenzio, dovuto ad uno stato quasi ipnotico di Norma che è come assente, alla domanda se è rea arriva la risposta, breve e inequivocabile: “Sì, oltre umana idea”.
Nessuna giustificazione quindi, nessuna richiesta di pietà, ma piena assunzione di responsabilità.
La sacerdotessa non si appella alla debolezza della fanciulla sedotta da un uomo di potere né ai diritti dell'amore, e questo suo atteggiamento conferma la grandezza di Norma che è sempre stata una donna pienamente consapevole. Pur nelle tempeste emotive che ha attraversato, alla fine riesce sempre a far prevalere la coscienza e l'assunzione di responsabilità.
Ma se non implora pietà per sé stessa, la implorerà per i figli. Al loro ricordo ha come un sussulto, una nuova presa di consapevolezza, e l'essere madre ha il sopravvento su tutto il resto.
Dopo aver assistito alla sua lotta interna tra l'amore e l'odio per i bambini, la vicinanza della morte la libera dal bisogno di nascondere la propria vergogna e con essa il nascondere anche i figli della colpa, facendo emergere pura la parte materna di Norma, quell'amore incondizionato per i piccoli che proietta la vita oltre la propria in una catena di esistenze che forse è l'unica immortalità che l'uomo può avere...
Il solo che può salvare i figli è Oroveso, e Norma si rivolge a lui pregandolo in modo così umile ed accorato da riuscire a capovolgere la situazione ed assicurare l'avvenire dei bambini.
L'ultimo conflitto interiore (e ne abbiamo visti tanti!) avviene dunque nel cuore di Oroveso.
L'anziano re ha appena assorbito il colpo della rivelazione della colpa della figlia ed ora è pronto a condannarla, riprendendo in pieno il ruolo di garante della giustizia, appoggiato da tutto il popolo che ormai si è schierato contro Norma chiedendone la morte sul rogo (“Vanne al rogo ed il tuo scempio / Purghi l'ara e lavi il tempio, / Maledetta estinta ancor!”). Ma la rivelazione della maternità della figlia lo getta in un nuovo conflitto: come può sacrificare anche i nipoti, innocenti vittime e pur sempre sangue del suo sangue? E tra il ruolo istituzionale e l'affetto di padre, finalmente vince il sentimento paterno: piangendo, promette alla figlia di perdonarla e proteggere i bambini. Non è il re a piangere, ma il vecchio padre (“Addio! Sgorga o pianto, / Sei permesso a un genitor!”).
Forse per la prima volta, anche Norma può concedersi un pianto liberatorio e abbracciare il padre con sincero affetto e gratitudine, quel padre che ha sempre visto come rappresentante di leggi inesorabili e tutto teso a preparare il riscatto e la vendetta.
Ora, messi al sicuro i figli, può morire insieme all'uomo che non ha mai smesso di amare e che finalmente ha riconquistato, come già sperava dall'inizio dell'opera. Anzi, è proprio Pollione a desiderare la morte con lei, unica possibilità ormai di stare sempre insieme (“Il tuo rogo, o Norma, è il mio! / Là più santo incomincia eterno amor!”).
In una sintesi estrema, possiamo dire che la figura di Norma è veramente una delle più intense e moderne di tutto il repertorio lirico, perché in lei i conflitti sono sempre retti da una salda coscienza e i giochi tra i vari sentimenti sono espressi senza falsi pudori né ricerca di attenuanti; è una donna che recupera il pieno possesso di sé, anche quando è sull'orlo della disperazione. E pur potendo usare il proprio potere per la vendetta, ci rinuncia facendo prevalere la giustizia e la verità. Quanto avrebbero da imparare da lei, non solo le donne che indulgono nel vittimismo, ma anche i potenti che non esitano a compiere delle stragi per risarcirsi delle frustrazioni e delle umiliazioni accumulate durante la vita, reali o solo presunte dal loro narcisismo! Inutile sottolineare che è la musica che rende così esemplare e indimenticabile la storia di Norma, una musica quanto mai attenta a tutte le coloriture emotive e che lega mirabilmente il privato con il sociale fino a sfociare nell'universale.
NORMA
(sempre piano ad Oroveso)
Deh! Non volerli vittime
Del mio fatale errore!
Deh! Non troncar sul fiore
Quell'innocente età!
Pensa che son tuo sangue,
Abbi di lor pietade!
Ah! Padre, abbi di lor pietà!
POLLIONE
Commosso è già.
CORO
Piange! Prega!
NORMA
Padre, tu piangi?
Piangi e perdona!
Ah! Tu perdoni!
Quel pianto il dice.
Io più non chiedo. Io son felice.
Contenta il rogo io ascenderò!
POLLIONE
Sì, è già. Oh ciel!
Ah, più non chiedo!
Contento il rogo io ascenderò!
OROVESO
Oppresso è il core.
Ha vinto amor, oh ciel!
Ah, sì! Oh, duol! Oh, duol!
Figlia! Ah!
Consolarm'io mai, ah, non potrò!
CORO
Che mai spera?
Qui respinta è la preghiera!
Le si spogli il crin del serto,
La si copra di squallor!
Sì, piange!
NORMA
Padre, ah, padre! Tu mel prometti?
Ah! Tu perdoni!
Quel pianto il dice, ecc.
POLLIONE
Più non chiedo, oh ciel! ecc.
OROVESO
Ah! Cessa, infelice!
Io tel prometto, ah, sì!
Ah sì! Oh, duol! Oh, duol!
Figlia! Ah!
Consolarm'io mai, ah, non potrò!
CORO
Che mai spera? ecc.
(I Druidi coprono d'un velo nero la Sacerdotessa.)
Vanne al rogo!
OROVESO
Va, infelice!
NORMA
(incamminandosi)
Padre, addio!
CORO
Vanne al rogo ed il tuo scempio
Purghi l'ara e lavi il tempio,
Maledetta estinta ancor!
POLLIONE
Il tuo rogo, o Norma, è il mio!
Là più santo
Incomincia eterno amor!
NORMA
(si volge ancora una volta)
Padre, addio!
OROVESO
(la guarda)
Addio!
Sgorga o pianto,
Sei permesso a un genitor!
(Pollione e Norma sono trascinati al rogo.)
Daniela Schillaci (Norma), Gregory Kunde (Pollione), Enrico Giuseppe Iori (Oroveso) dir: Giuliano Carella (2012)
Maria Callas, Franco Corelli, Nicola Zaccaria dir: Tullio Serafin (1960)
Montserrat Caballé, Gianni Raimondi, Ivo Vinco dir: Tullio Serafin (1974)
Renata Scotto, Giuseppe Giacomini, Paul Plishka dir: James Levine (1979)
Joan Sutherland, Franco Tagliavini, Joseph Rouleau dir: Richard Bonynge (1967)
Finito il drammatico confronto con Pollione, di fronte alla fermezza di lui che non accetta di essere salvato sacrificando Adalgisa e che la implora di risparmiare i figli offrendo il proprio sangue, assistiamo ad un vero colpo di scena, un capovolgimento di tutta la situazione. E qui Norma innalza la sua statura umana e morale, diventando per sempre l'eroina impareggiabile che rimane nel nostro immaginario. La donna chiama tutti quelli che aveva precedentemente allontanato per rimanere sola con Pollione ed annuncia solennemente di essere pronta a rivelare il nome della vittima, da offrire al Dio per concludere il rito:
All'ira vostra
Nuova vittima io svelo.
Una spergiura sacerdotessa
I sacri voti infranse,
Tradì la patria,
E il Dio degli avi offese.
Ovviamente ci aspettiamo che faccia il nome di Adalgisa, ma nel suo cuore c'è stata una lotta terribile ed ora è pronta alla vittoria su sé stessa e finalmente a uscire allo scoperto, assumendosi la responsabilità della propria caduta e dei voti infranti per la passione verso quell'uomo che, davanti a lei, attende il verdetto di morte. In realtà il conflitto dura fino all'ultimo momento (“Io rea l'innocente accusar del fallo mio?”) e Pollione stesso cerca di fermarla, scongiurandola in ogni modo di non rivelare quel nome (“Oh! Ancor ti prego, Norma, pietà! ... Ah! Non lo dir!”), ma infine vince la verità, anche se questa le costerà la vita.
Alla solenne dichiarazione “Son io!”, segue un silenzio surreale. Mai pausa nel repertorio lirico è stata più significativa ed eloquente. Potenza del silenzio! Tutto viene sospeso in uno stupore e uno sbalordimento collettivo. È un vero fulmine a ciel sereno, l'incredulità iniziale è il segno di quanto nessuno avrebbe mai sospettato di lei, la sacerdotessa suprema, figlia del capo, amata e venerata da tutti per l'alto ruolo e la sua integrità. Proprio l'ultima persona di cui diffidare!
E di fronte a tanto attonito stupore, Norma si erge impassibile e rincara la dose: ”Sì, sono io stessa, ergete il rogo!”, perché sa bene che ormai non c'è più niente da fare se non affrontare la morte. È la legge del suo popolo, che come sacerdotessa conosce anche meglio di altri, e sa che il rogo è inevitabile per chi si macchia delle colpe che lei stessa ha denunciato. Persino Pollione vorrebbe salvarla supplicando tutti di non crederle, ma fieramente lei rivendica la propria responsabilità: “Norma non mente!”.
Una volta venuta allo scoperto, sembra che Norma non tema più niente. È come in trance, tutto intorno a lei si allontana (la presenza del padre, i sacerdoti, i guerrieri; la vergogna stessa non esiste più...), ed è come se si ritrovasse sola con Pollione, l'unica presenza ancora viva per lei e con cui non ha finito di fare i conti, anche se con accenti del tutto nuovi.
Le sue parole infatti sembrano provenire da un altro pianeta, da una lontananza carica però ancora di sentimento e di nostalgia; un accorato rimpianto in cui il rimprovero cede all'ineluttabilità della fine.
Qual cor tradisti, qual cor perdesti
Quest'ora orrenda ti manifesti.
Da me fuggire tentasti invano,
Crudel Romano, tu sei con me.
Un nume, un fato di te più forte
Ci vuole uniti in vita e in morte.
Sul rogo istesso che mi divora,
Sotterra ancora sarò con te.
Anche la musica trova accenti nuovi e si fa solenne, ma carica di emotività contenuta e scandita come se Norma parlasse in trance e si rivolgesse all'uomo che, nonostante tutto, continua ad amare, dando per scontato che lui non può capirla.
È come se solo lei potesse vedere un destino guidato da una forza più grande di tutti e due, un destino a cui Pollione, nella sua spavalda sicurezza egoistica, pensava di potersi sottrarre, anzi di essere lui ad assoggettare ai suoi comodi, permettendosi di utilizzare il Dio dell'amore per sedurre Adalgisa.
La sicurezza di Norma proviene dalla profondità del suo sentimento ed ora che è passata attraverso tutte le tempeste emotive che tale sentimento le ha procurato (dall'estasi iniziale al sospetto, alla gelosia, al rimpianto, alla rabbia, al bisogno di vendetta...) accetta anche di morire per esso, senza mai rinnegarlo. Stare con l'uomo amato, in vita e in morte, è l'unica realtà che conta e che nessuno può più mettere in discussione. Non ha più bisogno di nascondere un amore colpevole, celando persino l'esistenza dei figli, vivendo di sotterfugi e manipolando i responsi divini per assicurarsi la vicinanza dell'amante e risparmiargli la guerra. Vita e morte sono ritornate ad essere due facce della stessa medaglia e quello che conta è la continuità del suo sentimento: solo così la morte diventa l'unico modo per essere ancora insieme, che Pollione lo voglia o no, lo capisca o no.
Nei Celti la credenza nella vita dopo la morte era molto forte e il culto dei morti si basava proprio su di essa. Cesare ("De bello gallico" III, 22) ci informa che i capi avevano compagni o servi così devoti da accompagnarli volontariamente nella morte, e Diodoro afferma che essi credevano a tal punto nella sopravvivenza che gettavano nel rogo funebre delle lettere indirizzate al defunto...
Non sorprende quindi che per Norma morire insieme all'uomo amato possa avverare un destino ineluttabile che si protrarrà anche oltre la morte.
Nelle opere liriche in realtà è molto comune assistere alla speranza, o nella vera e propria fede, da parte di amanti che non possono vivere in terra il loro amore, di ritrovarsi a viverlo in cielo! Il cristianesimo ha alimentato ulteriormente tali aspettative e quasi tutto il grande repertorio lirico del secolo XIX che pesca in drammi di amori contrastati (l'arguta sintesi di tanti melodrammi: il soprano e il tenore si amano, ma il baritono lo vuole impedire!) è intriso di fede cristiana.
Dopo le parole di Norma, assistiamo ad un altro colpo di scena. Quello che sembrava impossibile, e che neanche Adalgisa era riuscita ad ottenere, avviene spontaneamente. Pollione, davanti all'autoaccusa della sacerdotessa e alle sue lucide parole (non più di minaccia, ma ennesima prova d'amore), si pente e si getta ai suoi piedi, dichiarando un amore rinato.
Ah! Troppo tardi t'ho conosciuta!
Sublime donna, io t'ho perduta!
Col mio rimorso è amor rinato,
Più disperato, furente egli è!
Moriamo insieme, ah, sì, moriamo!
L'estremo accento sarà ch'io t'amo.
Ma tu morendo, non m'abborrire,
Pria di morire, perdona a me!
Sembra di assistere ad un risveglio dopo un periodo di letargo, un velo che cade dagli occhi prima offuscati, una nebbia che si dirada e offre in tutto il suo fulgore un paesaggio per troppo tempo nascosto e quasi dimenticato.
In verità devo ammettere che questo ritorno di fiamma in Pollione mi è sempre sembrato forzato e poco autentico. D'accordo il pentimento ed anche il rimorso, ma un riaccendersi di passione così impetuoso non è poco credibile psicologicamente? E tutto l'amore folle sbandierato per Adalgisa, tanto da volerla rapire dagli altari e portarla a Roma, che fine ha fatto?
Forse la spiegazione è che, nonostante l'aspetto adulto del proconsole, il suo orgoglio che non sopporta di essere salvato da una donna e la possibile accusa di viltà, la sua psiche sia rimasta fondamentalmente infantile: e capovolgimenti così rapidi dell'investimento libidico sono propri della psiche infantile. Non assistiamo divertiti agli improvvisi passaggi emotivi dei bambini, anche rispetto ai genitori da cui dipendono e che in realtà adorano, agli scoppi di collera (quando i loro capricci non vengono soddisfatti) che li portano a dire “Ti odio, vai via!” per passare subito dopo, riconciliati (soprattutto se ottengono ancora qualche nuovo gioco o gratificazione) ad abbracciare, baciare e dichiarare il loro enorme affetto? Si sa che la psiche dei bambini è ancora fragile, in formazione, che per loro le gratificazioni sono importanti e che tali scoppi di collera sono in fondo innocui, tanto che bisogna anche, in certa misura, permetterglieli. Ma, quando vediamo tali improvvisi sbalzi d'umore e repentini cambi di investimenti affettivi in un adulto, rimaniamo sconcertati.
Ma in fondo rimaniamo tutti un po' bambini, e i nostri investimenti affettivi non sono poi così stabili come vorremmo; il gioco delle seduzioni e il bisogno di novità hanno una grande parte nel comportamento relazionale. Non che non si possa cambiare oggetto negli investimenti affettivi adulti, tanto che le scappatelle sentimentali sono molto più frequenti di quanto non si ammetta, ma è molto improbabile che, pur ritornando dal partner ufficiale, rinasca una vera passione. In genere prevale l'affetto consolidato, le abitudini alla condivisione e (perché no?) anche un amore sincero, ma non la passione, e in realtà è meglio così. La passione è un fuoco destinato a bruciare e spegnersi con facilità, mentre un amore più tranquillo, basato sulla reciproca conoscenza e rispetto, offre più possibilità di serenità e durata.
Evidentemente fa parte del carattere di Pollione l'impulsività, usare la passione come movente. E come solo poche ore prima era pronto a sfidare gli dèi barbari e l'ira di Norma per soddisfare la passione per una fanciulla, ora, colpito dal coraggio e dalla fermezza di Norma, è pronto a morire con lei in un impeto di rinnovata passione!
Tra i due protagonisti si fa poi avanti Oroveso, il capo dei galli e padre di Norma. Per la prima volta lo sentiamo appellarsi proprio alla sua paternità. Non è il temibile guerriero che parla, ma un vecchio, che fa leva sui suoi capelli bianchi per intenerire la figlia che ha appena rivelato un misfatto che lo costringerebbe a decretarne la morte. Che terribile situazione, sia per un capo che per un padre! Per il capo che, ricordiamolo, è anche il referente supremo della casta sacerdotale, è il crollo della fiducia in una persona che fino ad un momento fa era la custode di ciò che di più sacro concerne la tribù e l'interprete fidata del volere del Dio; per il padre lo strazio di vedere la figlia di cui è sempre stato orgoglioso, cadere in una situazione di vergogna inaudita.
Non riesce a crederci e lo sbalordimento è tale come accade ad uno che, davanti ad una catastrofe, pensa che sia solo un brutto sogno da cui svegliarsi il più presto possibile, o che chi ci porta la notizia funesta stia mentendo o delirando.
Oh! In te ritorna, ci rassicura!
Canuto padre te ne scongiura,
Dì che deliri, dì che tu menti,
Che stolti accenti uscir da te!
Tale è la fiducia che Oroveso, e con lui tutto il popolo, i guerrieri e i druidi ripongono in Norma, che si attaccano ad un'ultima speranza: la sacerdotessa è fuori di sé per qualche arcano motivo e la prova della sua innocenza è che il Dio non la sta punendo immediatamente, non manda alcun fulmine...
Il Dio severo che qui t'intende,
Se stassi muto, se il tuon sospende,
Indizio è questo, indizio espresso
Che tanto eccesso punir non de'!
NORMA
Qual cor tradisti, qual cor perdesti
Quest'ora orrenda ti manifesti.
Da me fuggire tentasti invano,
Crudel Romano, tu sei con me.
Un nume, un fato di te più forte
Ci vuole uniti in vita e in morte.
Sul rogo istesso che mi divora,
Sotterra ancora sarò con te.
POLLIONE
Ah! Troppo tardi t'ho conosciuta!
Sublime donna, io t'ho perduta!
Col mio rimorso è amor rinato,
Più disperato, furente egli è!
Moriamo insieme, ah, sì, moriamo!
L'estremo accento sarà ch'io t'amo.
Ma tu morendo, non m'abborrire,
Pria di morire, perdona a me!
OROVESO E CORO
Oh! In te ritorna, Ci rassicura!
Canuto padre te ne scongiura,
Dì che deliri, dì che tu menti,
Che stolti accenti uscir da te!
Il Dio severo che qui t'intende,
Se stassi muto, se il tuon sospende,
Indizio è questo, indizio espresso
Che tanto eccesso punir non de'!
Dimitra Theodossiou (Norma), Carlo Ventre (Pollione), Simon Orfila (Oroveso) dir: Paolo Arrivabeni (2007)
Maria Callas, Mario Filippeschi, Nicola Rossi-Lemeni dir: Tullio Serafin (1954)
Maria Callas, Mario Del Monaco, Nicola Zaccaria dir: Antonino Votto (1955)
Montserrat Caballé, Robleto Merolla, Ivo Vinco dir: Georges Prêtre (1971)
Leyla Gencer, Bruno Prevedi, Nicola Zaccaria dir: Gianandrea Gavazzeni (1965)
Mentre Norma si accinge a rivelare il nome della vittima (molto presumibilmente Adalgisa) da sacrificare al Dio per propiziarsene il favore in vista della guerra, arriva la notizia che un romano è stato sorpreso entro il recinto sacro delle vergini sacerdotesse ed ora è condotto davanti al re Oroveso per essere condannato. Si tratta, come teme Norma, proprio di Pollione, che cercava di rapire Adalgisa. E spetterebbe a lei, sollecitata dai guerrieri e da Oroveso stesso, ucciderlo con un pugnale. Ma pur fremendo d'ira, Norma non riesce a sferrare il colpo su colui che in fondo ama ancora (così come si era trattenuta all'ultimo momento davanti ai figli) e, tremando di rabbia compressa e di emozione, chiede a tutti di lasciarli soli col pretesto di volerlo interrogare.
E qui assistiamo ad uno dei duetti più drammatici di tutta la lirica, un confronto tesissimo e vibrante, carico di emozioni fortissime e di terribile rabbia a stento trattenuta. “In mia man alfin tu sei: / Niun potria spezzar tuoi nodi. / Io lo posso”: in questa breve frase, che arriva come un sibilo, Norma condensa tutta la situazione e prospetta una possibile via d'uscita. Ha ormai preso atto fino in fondo del tradimento di Pollione e, come dall'alto di una fortezza (tale vorrebbe rendere il suo cuore!) detta delle condizioni, le sue condizioni, a colui che crede ormai vinto e prostrato ai suoi piedi. Gli offre la salvezza, ma a che prezzo! Norma si tira indietro, ma non è assolutamente disposta a vederlo felice con Adalgisa (“Se non puoi essere mio, non sarai di nessun'altra”, sembra dire), e lo incalza facendo leva su quello che crede sia più sacro per Pollione: il suo Dio e i figli stessi.
M'odi.
Pel tuo Dio, pei figli tuoi,
Giurar dei che d'ora in poi
Adalgisa fuggirai,
All'altar non la torrai,
E la vita io ti perdono,
E mai più ti rivedrò.
Giura.
Ma nonostante tutto, non conosce bene Pollione, che mostra un coraggio inaspettato e non è assolutamente disposto ad obbedirle. “No. Si vil non sono”, si sente rispondere. E nonostante le ripetute pressioni, l'uomo la fronteggia con un orgoglio che viene meno solo quando lei, al colmo del furore, gli rivela che ha già tentato di uccidere i figli e che ora, se lui la continua ad esasperare, potrebbe veramente portare a termine l'intento... Ma c'è di più; anche il destino di Adalgisa è segnato. Per lei sarebbe facilissimo mandarla al rogo in quanto inadempiente ai voti di castità, punendo così lui facendolo doppiamente soffrire: attraverso la perdita dei figli e dell'amante... (“Nel suo cor ti vo ferire!”). Invano Pollione offre sé stesso alla vendetta, implorando la salvezza della ragazza innocente: non basta. Norma sa che si soffre molto di più assistendo alla perdita delle persone amate e che, a questo punto la propria morte sarebbe persino un sollievo!
Siamo così ritornati al parallelo con Medea. Ma dietro la somiglianza dei piani delle due donne (uccidere la nuova sposa e i figli per far soffrire il più possibile il traditore), la situazione è ben diversa. Norma gode di un notevole prestigio, ed è al culmine del suo potere (anche se deve nascondere i figli e tenere segreta la relazione con Pollione), mentre Medea è una “straniera”, guardata con sospetto, che ha perso tutto il suo potere rimanendo completamente in balia di Giasone. Questa maggiore vulnerabilità spiega il diverso comportamento. Medea infatti nasconde abilmente il suo piano, finge di essere rassegnata e di credere alle menzogne di Giasone, che le dice di aver contratto le nuove nozze non per il proprio piacere ma per meglio proteggere i figli e assicurare loro un futuro più brillante... Medea simula un desiderio di riconciliazione e convince persino Giasone ad accompagnare i figli dalla nuova sposa per portarle dei doni (!) da parte sua. È la trappola che sta preparando per far morire la principessa in modo atroce, bruciata viva dal fuoco che si sprigionerà dal peplo avvelenato. Chi è in condizioni di dipendenza deve simulare, come ben sanno anche i galli su invito di Oroveso. E Medea simula! Norma invece rivela apertamente il proprio piano di morte, lo sbatte in faccia a Pollione nel modo più diretto e aggressivo possibile. È lei l'arbitro del proprio destino, e pare intenzionata ad usare tutto il proprio potere fino in fondo. Ma vedremo che la sua rabbia, forse proprio perché trova sfogo nell'umiliazione e nel terrore che vede nel volto di Pollione, non sfocerà nell'assassinio degli innocenti, come invece avviene per Medea. In fondo la clemenza appartiene a chi ha veramente il potere, mentre l'impotenza genera, proprio per il suo bisogno di riscatto e di uscire dall'umiliazione, i peggiori delitti.
Nonostante il terrore, Pollione in questa scena dà il meglio di sé e si differenzia del tutto sia da Don Giovanni, il seduttore che non si assume mai la responsabilità per le proprie conquiste, sia da Giasone, al sicuro dietro la protezione del re. Pur di non accettare quello che in ultima analisi è un vero e proprio ricatto affettivo da parte di Norma, egli si dichiara disposto a pagare con la propria vita e chiede ripetutamente un'arma per uccidersi davanti a lei: “Ah! Ti basti il mio dolore / Ch'io mi sveni innanzi a te!”. La sua fermezza è del tutto autentica, senza alcun ombra di vigliaccheria, ma vero dolore per il possibile misfatto che si profila. Pollione non esita a fare l'ultimo tentativo per fermare la strage dal furore di Norma: offrire sé stesso quale vittima e colpevole. Questa prova di valore avrà il suo effetto!
NORMA
In mia man alfin tu sei:
Niun potria spezzar tuoi nodi.
Io lo posso.
POLLIONE
Tu nol dei.
NORMA
Io lo voglio.
POLLIONE
E come?
NORMA
M'odi.
Pel tuo Dio, pei figli tuoi,
Giurar dei che d'ora in poi
Adalgisa fuggirai,
All'altar non la torrai,
E la vita io ti perdono,
E mai più ti rivedrò.
Giura.
POLLIONE
No. Si vil non sono.
NORMA
Giura, giura!
POLLIONE
Ah! Pria morrò!
NORMA
Non sai tu che il mio furore
Passa il tuo?
POLLIONE
Ch'ei piombi attendo.
NORMA
Non sai tu che ai figli in core
Questo ferro...?
POLLIONE
Oh Dio! Che intendo?
NORMA
Sì, sovr'essi alzai la punta.
Vedi, vedi a che son giunta!
Non ferii, ma tosto, adesso
Consumar potrei l'eccesso.
Un istante, e d'esser madre
Mi poss'io dimenticar!
POLLIONE
Ah! Crudele, in sen del padre
Il pugnal tu dei vibrar!
A me il porgi.
NORMA
A te?
POLLIONE
Che spento cada io solo!
NORMA
Solo? Tutti!
I Romani a cento a cento
Fian mietuti, fian distrutti,
E Adalgisa...
POLLIONE
Ahimè!
NORMA
Infedele a suoi voti...
POLLIONE
Ebben, crudele?
NORMA
Adalgisa fia punita,
Nelle fiamme perirà, sì, perirà!
POLLIONE
Ah! Ti prendi la mia vita,
Ma di lei, di lei pietà!
NORMA
Preghi alfine?
Indegno! È tardi.
Nel suo cor ti vo' ferire,
Sì, nel suo cor ti vo' ferire!
Già mi pasco ne' tuoi sguardi,
Del tuo duol, del suo morire,
Posso alfine, io posso farti
Infelice al par di me!
POLLIONE
Ah! T'appaghi il mio terrore!
Al tuo piè son io piangente!
In me sfoga il tuo furore,
Ma risparmia un'innocente!
Basti, basti a vendicarti
Ch'io mi sveni innanzi a te!
NORMA
Nel suo cor ti vo' ferire!
POLLIONE
Ah! T'appaghi il mio terrore!
NORMA
No, nel suo cor!
POLLIONE
No, crudel!
NORMA
Ti vo' ferire!
POLLIONE
In me sfoga il tuo furore,
Ma risparmia un'innocente!
NORMA
Già mi pasco ne' tuoi sguardi, ecc.
POLLIONE
Ah! Ti basti il mio dolore
Ch'io mi sveni innanzi a te!