La Bohème 
Scene liriche in quattro quadri
Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
Musica di Giacomo Puccini
Prima rappresentazione: Torino (Teatro Regio),
1 febbraio 1896
Personaggi e voci:
- Rodolfo (tenore), poeta
- Marcello (baritono), pittore
- Schaunard (baritono), musicista
- Colline (basso), filosofo
- Benoît (basso), il padrone di casa
- Alcindoro (basso), consigliere di stato
- Mimì (soprano)
- Musetta (soprano)
- Parpignol (tenore), venditore ambulante
- Sergente dei doganieri (basso)
- Doganiere (basso)
- Studenti, sartine, borghesi, bottegai e bottegaie, venditori ambulanti, soldati, camerieri da caffé, ragazzi, ragazze, ecc.
La quarta opera di Giacomo Puccini, scritta immediatamente dopo il suo primo grande successo (ovvero la "Manon Lescaut"), non è solo uno dei lavori più significativi del compositore lucchese ma anche uno dei titoli più importanti del repertorio operistico italiano, con brani davvero conosciuti da tutti (si pensi solo a "Che gelida manina"). Il soggetto è tratto dal libro di Henri Murger "Scènes de la vie de bohème" (1851): non un vero e proprio romanzo, ma una raccolta di racconti d'appendice con un gruppo ricorrente di protagonisti, ambientati nel quartiere latino di Parigi e pubblicati inizialmente su una rivista letteraria dal 1845 al 1849. Proprio queste storie avevano contribuito a rendere popolare il concetto degli artisti bohémiens: il nome fa riferimento alla Boemia, la regione del Centro Europa che all'epoca si associava generalmente agli zingari e ai rom, e dunque – per accostamento di idee – a uno stile di vita "libero" e non convenzionale, senza legami permanenti di famiglia, di lavoro o anche di affetti. Nell'immaginario comune (ma anche nella realtà!) si trattava di poeti, musicisti o pittori che vivevano alla giornata senza essere schiavi del denaro (o perché non ne avevano, o perché dissipavano subito quel poco che guadagnavano, come se la povertà fosse un tratto volontario della loro esistenza). Nella seconda metà dell'ottocento, molti circoli di artisti conducevano una vita simile, addensandosi nei quartieri più poveri e socialmente inferiori delle grandi città (in particolare Parigi, ma non solo): Murger, nel raccontare le loro storie, si rifaceva probabilmente anche a episodi autobiografici o comunque a personaggi che sia lui che i suoi lettori (quelli delle riviste su cui pubblicava) dovevano aver conosciuto bene.
Per redigere il libretto, Puccini scelse Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, con i quali aveva già collaborato nella "Manon Lescaut". I due poeti selezionarono diversi episodi del testo di Murger, unificarono alcuni personaggi in uno solo (è il caso di Mimì: il personaggio dell'opera riunisce in sé quelli di Francine e della stessa Mimì del romanzo originale), e costruirono una trama con un inizio, uno sviluppo e una fine, essenzialmente incentrata (come la versione teatrale scritta dallo stesso Murger e da Théodore Barrière nel 1849) sulla storia d'amore fra Rodolfo e Mimì. Un contrasto fra Illica e Puccini sorse quando il compositore decise di eliminare uno degli atti (o "quadri", come sono denominati nel libretto) previsti: avrebbe dovuto raccontare una festa all'aperto, nel cortile della casa di Musetta, dove sono stati accatastati i mobili del suo appartamento, da mettere all'asta perché il protettore della ragazza si era rifiutato di pagarle ulteriormente l'affitto. Durante la festa, Mimì conosce un giovane Visconte e si mette a ballare con lui una quadriglia, scatenando la gelosia di Rodolfo (di cui rimarrà un riferimento nel terzo quadro: "Un moscardino di Viscontino..."). Da questo episodio sarebbe seguita la loro separazione. Dei quattro atti poi effettivamente messi in scena, invece, il primo e l'ultimo sono abbastanza debitori ai racconti originali dello scrittore francese, mentre il secondo e il terzo sono in gran parte farina del sacco dei due librettisti.
Contemporaneamente a Puccini, anche un altro compositore italiano, Ruggero Leoncavallo – allora già celebre per "I pagliacci" – aveva scelto il testo di Murger come soggetto di un'opera (anche perché il libro si era da poco liberato dai diritti d'autore). Quando si venne a sapere che entrambi stavano preparando una "Bohème", ne scaturì quasi una lite. Leoncavallo accusò Puccini di avergli rubato l'idea, mentre il compositore toscano affermò che era al lavoro su quel soggetto già da tempo. Nessuno dei due rinunciò a portare a termine il proprio lavoro, dando così vita a una sfida a distanza ("Il pubblico giudicherà"), fomentata anche dalla stampa e dalle rispettive case editrici, Sonzogno e Ricordi. "La Bohème" di Puccini fu completata nel dicembre 1895 e fu rappresentata per la prima volta due mesi dopo, riscuotendo un grande successo di pubblico (la critica inizialmente fu fredda, ma cambiò presto idea). "La Bohème" di Leoncavallo (in cui il ruolo di Rodolfo è cantato da un baritono e quello di Marcello da un tenore, il contrario cioè della versione pucciniana) ebbe la sua prima rappresentazione oltre un anno più tardi, nel maggio 1897, ma finì con l'essere oscurata da quella del rivale e cadde presto nel dimenticatoio. Nel 1913 Leoncavallo provò a riproporla in un'edizione riveduta, con il titolo di "Mimì Pinson", anche stavolta senza successo.
Per catalogare tutte le opere del teatro lirico e di prosa che in ogni tempo sono state scritte sullo stesso soggetto, sovente in aperta disfida estetica e professionale fra i rispettivi autori, non basterebbero tomi ponderosi. Perciò non ci sarebbe di che stupirsi se Puccini e Leoncavallo avessero pensato proprio nello stesso tempo alle "Scènes de la vie de Bohème" di Henri Murger, argomento che, in piena fase di affermazione del ‘verismo’ nel melodramma, era particolarmente adatto a riscuotere il massimo successo (si trattava, fra l'altro di un’opera d’attualità per la scena italiana di allora, che viveva col consueto ritardo situazioni artistiche che altri paesi avevano già sorpassato).(Michele Girardi)
Pur avendo avuto una gestazione lunga e travagliata a livello di costruzione dell'impianto drammatico, con continui scambi di vedute fra Puccini e i suoi librettisti, "La Bohème" andò in scena nel 1896 essenzialmente già nella sua versione definitiva. E nonostante il difficile lavoro di scrittura e di limatura dei dettagli, il risultato risulta incredibilmente agile e leggero, spontaneo e realistico, anche nel suo continuo alternare momenti di comicità spensierata, di malinconia o rimpianto, di intimità quotidiana e prosaica, di tristezza struggente e dolorosa. Un vero e proprio affresco, o meglio uno "squarcio di vita" contemporaneo, che riflette in parte anche l'esperienza di Puccini nei suoi anni di studio al Conservatorio di Milano, quando viveva in una soffitta non dissimile da quella dei suoi personaggi, o anche la sua frequentazione di un gruppo di pittori macchiaiuoli che aveva conosciuto presso il lago di Massaciuccoli, a Torre del Lago, la località dove aveva scelto di ritirarsi proprio in quegli anni per poter scrivere musica senza essere distratto dalla mondanità della città. Uno di questi artisti, Ferruccio Pagni, fu fra l'altro autore più tardi di uno dei primi libri biografici sul compositore, nel quale racconta molti "dietro le quinte" del periodo in cui fu composta "La Bohème". Ecco, per esempio, come Pagni narra il momento in cui l'opera venne conclusa:Quella notte, mentre noi si giocava, Giacomo era alle ultime battute.Anche la musica aderisce con grande naturalezza all'azione, accompagnando i vari episodi con una ricchezza sonora e sinfonica di un'orchestra ampia e tuttavia capace di non sovrastare le emozioni o i sentimenti dei personaggi quando questi devono balzare in primo piano. Ispirandosi alla lezione dell'ultimo Verdi (il "Falstaff"), Puccini trova un grande equilibrio fra forma musicale e azione scenica, senza sacrificare alle necessità della prima quelle della seconda. E come in Wagner, allora ormai imprescindibile (ma dal quale Puccini già comincia a prendere le distanze, in cerca di una via tutta sua), si riconoscono leitmotiv e si smarrisce la divisione in numeri chiusi, dando vita a "un continuum sonoro modellato sulle specifiche esigenze drammatiche del soggetto", anche se alcuni brani (le arie di Rodolfo e Mimì nel primo atto, il valzer di Musetta, la "Vecchia zimarra" di Colline) possono naturalmente essere isolati dall'insieme. Interessante anche la struttura di fondo dell'opera: i primi due quadri sono spensierati e allegri, gli altri due sono pieni di nostalgia e dolore; inoltre il primo e l'ultimo, assai intimi, si rispecchiano simmetricamente l'uno nell'altro (sono ambientati nella stessa soffitta), mentre i due centrali sono più dinamici e mostrano i nostri personaggi nelle strade, all'esterno, fra la gente, inseriti nel milieu sociale, vivo e brulicante, di Parigi.
– Silenzio, ragazzi, – disse a un tratto – ho finito!
Lasciammo le carte, ci accostammo a lui...
– Ora vi faccio sentire, rimettetevi a... ceccia! Questo finale è buono...
Attaccò dall’ultimo canto di “Mimì”: “Sono andati...”
Via via che Puccini suonava e cantava, quella musica fatta di pause, di sospensioni, di tocchi lievi, di sospiri, di affanno, pervasa da una malinconia sottile e da un’intensità drammatica profonda ci prendeva, e vedevamo la scena e tutto sentivamo quell’umano tormento, poichè ivi veramente la espressione è tornata alle origini, alla sua sostanza eterna: il Dolore. Quando caddero gli accordi laceranti della morte, un brivido ci percosse e più nessuno di noi seppe frenare le lacrime. La soave fanciulla, la nostra “Mimì” giaceva, fredda, sul povero lettuccio e più non avremmo udito la sua voce tenera e buona. La visione ci apparve: “Rodolfo”, “Marcello”, “Schaunard”, “Colline” erano le nostre figure o noi le loro reincarnazioni, “Mimì” la nostra amante di un tempo o di un sogno, e tutto quello strazio il nostro strazio stesso.
Alcune delle incisioni più celebri:
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Link utili:
Articolo su Wikipedia in inglese
Articolo su Wikipedia in italiano
Saggio di Michele Girardi [pdf]
Libretto completo
Partitura














Per Elsa l'apparire della navicella condotta dal cigno segna inevitabilmente la fine. Il suo tenero cuore, tutto ripieno dell'uomo che aveva prima sognato e poi sperato di avere, cede per il troppo dolore. La morte per “crepacuore” esiste realmente ed è pericolosamente vicina quando si delega totalmente il senso della propria vita e la felicità ad un'altra persona (nel teatro lirico ci sono molti esempi di morte per amore, quasi sempre da parte della donna...). Sembra bello e romantico amare un altro totalmente, fino all'annullamento di sé stessi, ma è sempre segno di una autosvalutazione e di una forte immaturità. Per quanto dolorosa sia una separazione, una parte del proprio cuore deve rimanere fedele a sé stessi per garantire la “rinascita”, l'elaborazione del lutto con la conseguente trasformazione – attraverso il dolore – di tutta la personalità verso una forma più consapevole e matura (quello che è in fondo il percorso di Psiche).
In mitologia conosciamo una situazione che può ricordarci la fine di Elsa. È quella di
Proprio nel momento della rivelazione il confronto tra il destino di Elsa e quello di Psiche si fa più significativo, ed è qui che emergono le differenze fondamentali. La scoperta dell'identità nascosta dello sposo è cruciale, ma mentre per Elsa coincide con la morte, per Psiche si apre una profonda crisi che la porterà ad affrontare prove dolorose fino al raggiungimento del vero scopo: il ricongiungimento con Eros. In fondo la vera storia di Psiche inizia là dove finisce quella di Elsa, perché prima della scoperta di chi fosse veramente il suo amante era stata anche lei completamente passiva. Il coraggio e la capacità d'azione le vengono proprio dal dolore della perdita e dal desiderio di ritrovarlo. Ma per Elsa – che è dentro un sistema di valori religiosi fondati sull'obbedienza e l'inferiorità – tale via è preclusa, ed è questa preclusione che rende tragica tutta la vicenda: essa sembra condannare con Elsa l'intera umanità ad una passività e ad un'obbedienza infantile che penalizzano il bisogno di conoscenza e di sviluppo di tutta la coscienza umana e sanciscono una separazione troppo netta tra piano religioso e scientifico. Nella favola ellenistica invece gli sforzi di Psiche vengono alla fine premiati da Zeus stesso, che permette ad Eros di salvare la sua Psiche e condurla con sé all'Olimpo per accedere alle nozze divine. Assistiamo cioè ad una vera divinizzazione della psiche attraverso le prove che vince per amore, e questo ne rende l'anima pari al divino sposo, come è anche mirabilmente cantato nel "Cantico dei Cantici".
Ma per Wagner e per gran parte della coscienza moderna la scissione tra sacro e profano è troppo accentuata e l'idealizzazione rende ancora più catastrofica la soluzione. Per Elsa quindi non c'è crisi vera che preveda “morte e rinascita”, ma solo morte.
Dopo la sublime aria della rivelazione le conseguenze non si fanno attendere.
Nonostante le ripetute preghiere per trattenere il cavaliere, ormai riconosciuto in tutto il suo altissimo lignaggio e valore, ricompare miracolosamente la navicella condotta dal cigno e assistiamo ad un'altra rivelazione: chi si nasconde dietro le fattezze dell'animale. Si tratta del giovane principe Goffredo, il fratello di Elsa creduto morto, ed è Ortruda stessa a riconoscerlo attraverso la cordicella legata al braccio (“Alla piccola catena, ond'io l'avvinsi, ben riconobbi, chi sia questo cigno: egli è l'erede di Brabante!”). Le opere magiche della donna lo avevano trasformato nel bellissimo animale, il cigno (della cui simbologia abbiamo già parlato in
Questo passaggio è molto misterioso e forse lo dobbiamo lasciare all'oscurità che avvolge tutte le magie. Perché Ortruda non ha proceduto sbarazzandosi semplicemente dell'erede al trono, uccidendolo e spianando così definitivamente la strada a Federico, suo succube? Sarebbe stato più semplice, ma l'effetto magia è sicuramente più spettacolare e suggestivo. E poi, come dimostrare la potenza ancora efficace dei vecchi dèi se non agendo, per loro virtù, in modo meraviglioso? In fondo tutti gli dèi hanno sempre operato miracoli e tra questi le trasformazioni sono all'ordine del giorno (tutte le metamorfosi di Ovidio ne sono testimonianza). Invano la Chiesa ha cercato di attribuire a Satana tutta la sfera della magia e di condannare al rogo le streghe. La tendenza a credere e ad assistere ai prodigi continua a far accorrere le masse in ogni angolo della terra ed è davvero difficile stabilire se appartengano a Dio o a Satana, ai vecchi dei o ai nuovi... Qui sembra che, almeno su questo piano, tra il potere di Odino e quello del divino Graal ci sia una certa interferenza. In ogni modo questa è pur sempre un'opera favolistica e nelle favole le magie operano così.
Eccoci al momento tanto atteso e ormai inevitabile, centro ed apice di tutto il dramma: lo svelamento del nome del cavaliere misterioso, nome così importante da intitolare a sé tutta l'opera.
Contrariamente a quello che aveva chiesto Elsa, di poter essere solo lei a conoscere l'identità del proprio sposo, segreto da preservare nell'intimità della coppia e costituire un nuovo patto di simmetria e di segreta complicità a suggellare l'amore, base di reciproca fedeltà, il cavaliere decide di convocare tutta la comunità e in pubblico, davanti al re, fa la sua rivelazione.
Non ci fermiamo, in questa sede, sul simbolo del
Al culmine della scena precedente, quella del duetto fra Elsa e Lohengrin dopo il matrimonio, non appena la ragazza infrange il proprio giuramento e domanda di conoscere il nome del cavaliere misterioso, Federico di Telramondo esce allo scoperto e affronta Lohengrin, convinto (dalle parole di Ortruda) che sia bastata questa infrazione per togliere all'uomo tutto il suo "potere magico". Naturalmente non è così: come già in precedenza, Federico viene sconfitto da Lohengrin e stavolta ucciso. I quattro nobili che lo avevano seguito, vedendolo a terra, non possono far altro che deporre le armi e portare il cadavere di Federico all'aperto, su ordine dello stesso Lohengrin, "davanti al tribunale del re", dove il cavaliere stesso – così afferma – darà davanti a tutti le risposte alle domande di Elsa.


